Auf verlorenem Posten.

In einem heute auf Salto erschienenen Beitrag zeichnet Christoph Franceschini nach, wie der PD (Poltronificio Democratico) um Christian Tommasini und Carlo Costa den Eintritt eines fähigen, zweisprachigen Kandidaten italienischer Muttersprache in den neuen Verwaltungsrat der Uni Bozen verhindert habe — um an seiner Statt im Auftrag der Zentralpartei, gegen den Widerstand der Uni selbst, einen einsprachigen neapolitanischen Kandidaten mit zweifelhaftem Profil zu platzieren. Das sind dann dieselben Leute, die bei jeder Gelegenheit von »Plurilinguismo« schwafeln und sich zudem beschweren, dass Italienerinnen in Südtirol bei der Zuweisung öffentlicher Stellen benachteiligt seien. Dabei kann man sich da plastisch vorstellen, wozu ihnen die häufig geforderte Aufweichung des Proporzes vor allem dienen würde.

Es ist genau dieses Verständnis von res publica, das die wissenschaftliche Wettbewerbsfähigkeit Italiens unterminiert.

Nasce l’Oficina de Drets Lingüístics.

A fine novembre il governo di sinistra del País Valencià (València) ha approvato la creazione dell’Oficina de Drets Lingüístics (Ufficio per i Diritti Linguistici, ODL), con pubblicazione del relativo decreto sul bollettino ufficiale il 18 dicembre scorso. Sul sito del ministero valenciano dell’educazione, ricerca, cultura e sport è disponibile una prima presentazione dell’ODL che ne spiega l’obiettivo, il raggio d’azione e le funzioni:

Che cosa sono i diritti linguistici?

La legislazione europea, statale e valenciana riconoscono alla cittadinanza dei diritti relativi alla conoscenza e l’uso delle lingue, conosciuti come diritti linguistici.

In alcuni casi la protezione giuridica è vincolata al carattere ufficiale della lingua. È il caso della Costituzione, dello Statuto di Autonomia della Comunitat Valenciana e la Legge d’uso e insegnamento del valenciano, ma non sempre è così. Dalla Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie derivano diritti sull’uso delle lingue che non sono ufficiali nel territorio o nel paese dove si parlano.

Lo Statuto di Autonomia della Comunitat Valenciana stabilisce che il valenciano e il castigliano sono le lingue ufficiali della Comunitat Valenciana, che tutti hanno il diritto di conoscerle e a usarle e che la Generalitat garantirà l’uso normale di entramber le lingue. Inoltre afferma che nessuno potrà venir discriminato per ragioni linguistiche. Questi principi base sono quelli che connotano anche la Legge d’uso e insegnamento del valenciano che, come lo stesso statuto d’Autonomia, stabilisce che la lingua propria della Comunitat Valenciana è il valenciano e che l’Amministrazione adotterà le misure necessarie a impedire la discriminazione di cittadini o attività per il fatto d’usare una delle due lingue ufficiali, come anche per garantire l’uso normale, la promozione e la conoscenza del valenciano.

Tramite la ratifica della Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie, lo Stato spagnolo si impegna a facilitare e promuovere, in differenti ambiti della vita pubblica e privata, l’uso delle lingue che diverse comunità autonome, con lingua propria diversa dal castigliano, riconoscono come ufficiali. Attraverso l’adesione a questo documento internazionale, lo Stato spagnolo assume impegni concreti che incidono sul funzionamento del suo apparecchio amministrativo e che hanno come obiettivo la protezione dei diritti linguistici della cittadinanza.

Perché è necessario un Ufficio per i Diritti Linguistici (ODL)?

Malgrado gli strumenti legali che garantiscono la protezione dei diritti linguistici, la cittadinanza può trovarsi in situazioni di vulnerabilità linguistica. La Generalitat vuole porre fine a queste situazioni e un modo positivo per farlo è di mettere a disposizione della cittadinanza informazioni sui diritti linguistici e strumenti per riuscire a eradicare azioni contrarie alla convivenza linguistica, ed è per questo motivo che si crea l’ODL.

Che cosa fa l’ODL?

  • Veglia sul rispetto e l’applicazione della normativa legale sull’uso delle lingue ufficiali nella Comunitat Valenciana.
  • Fornisce consulenza alle istituzioni e ai privati nell’esercizio dei diritti linguistici riconosciuti dall’ordinamento giuridico.
  • Canalizza reclami, suggerimenti e richieste di consulenza per discriminazione linguistica formulati dalla cittadinanza.

Come funziona l’ODL?

L’ODL si occupa dei reclami, i suggerimenti e le richieste di consulenza che si formulino in materia di diritti linguistici. A tale scopo offre alla cittadinanza un meccanismo per la risoluzione agile e efficace delle proprie richieste. L’ODL assumerà il ruolo di tramite fra la parte reclamante e la parte responsabile del fatto denunciato, mettendosi in contatto non solo con le istituzioni pubbliche ma anche con le persone fisiche e giuridiche di carattere privato che con le loro azioni abbiano pregiudicato i diritti della cittadinanza, per dargli la possibilità di rettificare.

Inoltre, l’ODL offrirà all’autore della violazione il supporto e gli strumenti adeguati per evitare che questo tipo di comportamenti si riproducano nel futuro.

È importante segnalare che l’ODL non ha carattere sanzionatore e che, di conseguenza, non può applicare nessuna misura di questo tipo. Questa non è la sua finalità; ciò che fa l’ODL è fornire supporto e consulenza ai cittadini per canalizzare i reclami, i suggerimenti e le richieste di consulenza motivati da possibili vulnerazioni dei diritti linguistici e contribuire alla loro eradicazione.

L’ODL si occuperà di tre tipi di richieste:

  • Reclami dei cittadini concernenti la vulnerazione dei loro diritti linguistici.
  • Suggerimenti della cittadinanza con l’intento di contribuire alla salvaguardia dei diritti linguistici nella società e, in particolare, per il miglioramento dell’aspetto linguistico dei servizi.
  • Consulenza per l’ottenimento di consigli in merito ai diritti linguistici e alla normativa da cui essi derivano.

Dove e come si può presentare un reclamo, un suggerimento o una richiesta di consulenza?

Qualsiasi persona fisica o giuridica può presentare un reclamo, un suggerimento o una richiesta di consulenza in merito ai diritti linguistici. Si possono presentare:

  1. Telematicamente:
  • Dal sito internet, al punto «reclami o suggerimenti» dell’ODL
  • Istruzioni per la presentazione telematica di una richiesta di consulenza, di un reclamo o di un suggerimento
  1. Presenzialmente (con questo modello):
  • presso il Registro Generale della Generalitat
  • per posta
  • o con qualsiasi altro mezzo previsto dalla legge 39 dell’1 ottobre 2015 sui procedimenti amministrativi comuni delle amministrazioni pubbliche

Traduzione: BBD

Il Sudtirolo non dispone di un Ufficio per i Diritti Linguistici, istituzione comune a molte regioni plurilingui. Inoltre, l’Italia (diversamente dalla Spagna) non ha mai ratificato la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie. Abbiamo molto da imparare.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5]

Milde Sorte macht Türkis-Blau net bleich.

Ein Doppelpass für alle kann in letzter Konsequenz Nationalität ad absurdum führen …wenn bloß die Progressisten es nicht verhindern.

von Benno Kusstatscher

Die Doppelpass-Debatte kommt als retropervertierte Posse daher. Gern wird es so dargestellt, als wäre diese vielstrapazierte „tiefe Verbundenheit mit dem Vaterland Österreich“ Exklusivanspruch reaktionärer Ewiggestriger. Dieser Sager, wie auch die vielseitigen, emotionsgeladenen Reaktionen darauf bedürfen wohl noch eines Seziermessers, um der Debatte mit klarem Kopf begegnen zu können.

Leichtfertig wird die Südtiroler Verbundenheit mit den österreichischen Menschen, Ländern, Bergen, Tälern und Seen ins Lächerliche gezogen. Geschichtlich, kulturell und auch im Sinne einer Zukunftsgestaltung, der ein gewisses alpenländisches Gemeinwesen zugrundeliegen könnte, wirkt jede Relativierung dieser Verbundenheit als unreflektierte Selbstverleugnung, auch als ein Verkennen, dass ohne die bis heute nachwirkende Schutzmachtfunktion unsere Autonomie, unser heutiger Wohlstand ohne jegliches Fundament implodieren würden.

Über Südtirol lacht die Sonne. Über Österreich die ganze Welt.

Dahingestellt, ob jetzt Wiener Sportmoderatoren oder erfolgreich (un)bewusster Propaganda geschuldet, jeder mag für sich analysieren, warum uns solche Sätze ein überhebliches Lächeln auf die Lippen pressen. Tatsache ist vielmehr, dass ganz Europa besorgt auf dieses Österreich schaut, nur Südtirols Junior-Visegrad-Politik sich türkis-bis-ganz-rechts anbiedert. Opportunistisch den Doppelpass mal schnell wie ein Blümlein am Wegesrand einheimsen, ganz wie es der alte Magnago gelehrt. Aber ganz anders, als es der alte Kreisky und seine niedergestimmten Nachfolger sich wohl vorgestellt hatten und auch schamlos gegen die Vorstellungen der heutigen Tiroler SPÖ. Man muss halt schauen, wo man bleibt. 2018 wird gewählt.

Da vergisst man gerne, dass man grad eben noch die Euregio hochleben lassen hatte wollen. Wenn der Platter rechts ausschwenkt, können wir das auch. Ein ius-sanguinis-Doppelpass passt da schon. Da können wir uns leicht hinter verstecken: Es ist schließlich Österreichs Hoheits-Entscheidung, wer denn doppelpassen darf und wer nicht. Die seit 1920 Zugereisten nicht, vielleicht die schon damals hier verwurzelten Italienischsprachigen, aber auf keinen Fall die südlich von Salurn, auch nicht die dortigen Deutsch- und Ladinischsprachigen. Denen zimmern wir schnell ein ausgrenzendes ius soli. „Doppelpass“ hat eben auch seine sportliche Bedeutung, und mit einem sportlich-eleganten Zickzack schleimt man sich bei türkis-bis-ganz-rechts ein und lässt neben dem gepflückten Blümlein halt ein paar Leichen am Wegesrand zurück. Im „europäischen Sinne“,  wie es der Landeshauptmann betont.

Keiner der 17 Landtagsabgeordneten wäre es im europäischen Sinne eingefallen, Doppelbürgerschaft für alle EVTZler und EVTZlerinnen zu fordern. Einen österreichischen Zweitpass für Südtirol und Trentino. Einen italienischen für Nord- und Osttirol. So simpel. So symmetrisch. Aber halt zu europäisch für Türkis. Beschämend, wie ich finde.

Immer wieder der selbe alte Kas, Blut und Boden, Volk und Rass

Und so ist sonnenklar: Es geht nicht um die Verbundenheit mit österreichischen Menschen, Ländern, Bergen, Tälern und Seen, sondern ums Vaterland — in der reaktionärsten aller Definitionen. Gegenposition wird zur Pflicht der Progressisten. Die lautesten Doppelpasskritikerinnen sind bestimmt nicht jene, die Transvestiten zwingen wollen, sich bipolar zu erklären, bevor sie ein Damen- oder Herrenklo benutzen. Aber in Passfragen sollen alle sitzpinkeln. Sich als Männlein oder Weiblein zu erklären, sich der Sprachgruppe zu erklären, kann demütigend sein — ist unzeitgemäß. Sich der Nationserklärung passiv zu ergeben, soll es nicht sein?

Es greift eben der übliche Mechanismus: Sämtliche Gegenreaktionen sind, wenn überhaupt, höchst indirekt in „europäischerem Sinne“, sondern dienen gewollt oder ungewollt erst einmal der Position der italienischen Nation. Der natürlich wünschenswerte EU-Pass, wie ihn die Grünen zahnlos fordern (immer dann, und nur dann, wenn er der Verhinderung des Doppelpasses dient) tut das genauso, wie unser Vorzeigebergsteiger, der einst unbändig sein Taschentuch zur einzig wahren Fahne erklärte, um sich heutzutage mit dem einen Pass als vollständig einorden zu lassen. Lei net rogln!

Schon gut, mit Option vergleichen wir hier gar nichts, aber: Immerhin wissen wir seit der Option, wie deppert man dasteht, wenn man plötzlich gar keine Staatsbürgerschaft mehr hat, und wie viel lieber die „falsche“ ist, als gar keine. Auch mit Katalonien wird nicht verglichen, aber von dort gelernt: Wer die „falsche“ Staatsbürgerschaft verliert, steht schneller ohne jede EU-Bürgerschaft da, als eine gesellschaftliche Debatte Dinge wieder ins Lot bringen könnte. Und ja, bestimmt hätte sich Puigdemont in Tagen wie diesen (anno 2017) über einen belgischen Zweitpass gefreut. Pässe und Staatsbürgerschaften sind eben (noch) keine Nebensache. Notiert!

Europäischer Mehrfachpass

Der Begriff der Nation hat schlicht keinen Platz für Mehrfachzugehörigkeiten. Wer den österreichischen Zweitpass emotional herbeisehnt, hat sich emotional gegen Italien entschieden. Auch gegen das Trentino. Ein Herz kann nur für eine Herzensangelegenheit schlagen. All jene, die zwischen den Stühlen stehen, sind bekanntlich Verlierer dieses Konzeptes der Nation. In Südtirol sind wir deren viele. Perfide, wer emotional motiviert, rational argumentiert, wie modern und zeitgemäß ein Doppelpass denn wäre, um uns in technisch anmutendem Nebel zu verschleieren. Umso überfälliger ist deshalb ein Perspektivenwechsel. Beleuchten wir den Doppelpass aus der Perspektive derer, für die eine echte Weltbürgerschaft die Herzensangelegenheit ist.

Man mag sich daran stören, in eine Schublade gesteckt worden zu sein, Männlein, Weiblein, Sprachgruppe, Nation, oder auch nicht. Es muss doch für alle Platz sein. Wie sollen wir Grenzen abbauen, wenn wir die Passvergabe nach alten, nationalen Mustern weiterpflegen? Ein echter EU-Pass würde das Schubladendenken auf dem Kontinent überwinden. Der Doppelpass aber gäbe uns wenigstens die Möglichkeit, uns in mehreren Schubladen zu beheimaten, Grenzen weiter aufzuweichen. Auf mehreren Hochzeiten zu tanzen, mag opportunistisch klingen. Es geht aber nicht darum, zwei Stühle zu beanspruchen, sondern nur darum, dass es sich zwischen zwei Stühlen manchmal nicht gut sitzt. Je genauer wir hinschauen, umso mehr Menschen werden wir erkennen, die zwischen Stühlen sitzen — in dieser bunten, sich globalisierenden Welt umso mehr. Aufzubegehren, zu rogln und laut „Ich will hier raus!“ zu schreien kann seine Emotion nicht verleugnen, hat aber – feinseziert — mit obiger Emotion fürs Vaterland wenig zu tun.

Derzeitige Protagonisten aparte, ist ein Doppelpass also das genaue Gegenteil von Renationalisierung, sondern ein Schritt zur Überwindung von Nationen. Vielleicht sogar europäischer als Ulrike Guérots 15-Millionen-Regionen-Schubladen oder der selbstbestimmten Verwaltungsgrenzen à la Brennerbasisdemokratie. Mehrfachzugehörigkeit ist ein spannender Zauberbegriff von zentraler Relevanz. Je mehr Mitbürger sich mit Doppel- und Tripelpässen ausstatten, umso absurder wird der nationale Gedanke. Umso freier wird der Weg zu einem postnationalen EU-Pass. Versuchen sich seit Marx die Linken zur angestrebten Weltverbesserung mit transnationaler Verbrüderung, laufen die heutigen Linken Gefahr, die neuen Konservativen zu werden. Die Bewahrer des traditionellen Monopasses. Zementierer der Nation. Sie haben die Themenhoheit verloren, sind getrieben von den einpeitschenden Slogans der Rechten, die immer mehr Themen besetzen und sie so wie die Doppelstaatsbürgerschaft in die denkbar schlechteste Richtung treiben. Was bleibt anderes übrig, als auf die Bremse zu steigen, mögliche interessante Ansätze als kategorisch uneuropäisch schlechtzureden? Dabei böte gerade die Doppelpassthematik dermaßen viel Gelegenheit, die inkonsistenten, unausgegorenen Populismen zu entlarven und — sie mit den eigenen Waffen schlagend — den europäischen Weg neu zu justieren. Man kann die Welle auch reiten, anstatt sich ihr entgegen zu stemmen.

Niemand muss sich dem Pathos von Fendrichs „I am from Austria“ entziehen, um bei De Gregoris „Viva l’Italia“ textsicher mitzugrölen. Solche Zeiten haben wir hinter uns. Was heute Not tut, ist keineswegs die Verhinderung der Doppelpässe, sondern dass die „Wilde Sorte, da werd’n Braune bleich“, so wie von Schiffkowitz (STS) in „I bin aus Österreich“ besungen, endlich wieder konstruktiv mit Visionen im Gepäck die Bühne betritt. Dann sähe ich der Doppelpassdebatte gelassen entgegen und könnte mich gar an beiden Positionen erfreuen.

Dieser Beitrag ist auch auf Salto erschienen.

Quotation (431): Die römische Regierung wars.

Although Italy’s fascist past is officially condemned, the monument stood untouched until a 2011 directive from the national government formally required the municipal administration to do something about it.

Eine doch einigermaßen kreative Interpretation der Umstände, die zur Historisierung des Mussolini-Reliefs in Bozen geführt haben, die Carlo Invernizzi-Accetti da in seinem Guardian-Artikel vom Stapel lässt.

Siehe auch: [1] [2] [3]

Digitale Regungslosigkeit.

Katalonien hat natürlich eins. Dazu das Baskenland, die Bretagne, Galicien. Bayern, Berlin, Paris, Barcelona. Die Färöer schon lange, so wie Grönland und Åland. Außerdem Schottland und Wales. Jenes von Tirol nutzt BBD seit über anderthalb Jahren, doch eins für Südtirol gibt es noch nicht. Die Rede ist von einem eigenen regionalen Internetsuffix — eine der vielen Entwicklungen, die unser Land verschlafen hat. Noch 2013 schrieb die Tageszeitung, das wäre »ein aussichtsloser Kampf«, da Südtirol »wohl kaum eine Sonderbehandlung bekommen« würde. Die Realität hat uns eingeholt, den Blinker gesetzt und überholt.

Der Regional Authority Index.

Der niederländische Wissenschafter Arjan H. Schakel befasst sich seit Jahren mit der akribischen Erforschung und dem systematischen internationalen Vergleich von regionaler Selbstverwaltung. Sein einschlägiger Regional Authority Index (RAI), der aktuell das Ausmaß an regionaler Autonomie von 1950 bis 2010 in 81 Staaten berücksichtigt, beruht auf der Erfassung und Wertung von zehn Faktoren, die in einen aggregierten Gesamtwert münden.

Ich habe hier beispielhaft aus den öffentlich verfügbaren Rohdaten den RAI-Wert (2010) für einige »subnationale« Verwaltungseinheiten in einem Diagramm verarbeitet:

*) außer Südtirol-Trentino · Hinweis: Die grauen Balken beziehen sich auf Verwaltungsebenen, die hierarchisch jeweils unterhalb der vorangehenden schwarz eingefärbten anzusiedeln sind.

Eine über die Wiedergabe hinausgehende finale Interpretation erlaube ich mir dabei zum jetzigen Zeitpunkt nicht, da mir noch einiges unklar erscheint.

Trotzdem scheint aufgrund der Daten klar, dass (gewöhnliche) deutsche Länder — weltweit, in Bezug auf die 81 analysierten Staaten — das größte Ausmaß an »subnationaler« Autorität auf sich vereinen. Auch die hierarchisch darunterliegende Ebenen (Kreise, Bezirke…) haben noch ein hohes Ausmaß an Selbstverwaltung.

Knapp dahinter folgen die Schweizer Kantone (die aber zum Beispiel 2009 noch an erster Stelle lagen) und der Reihe nach die autonome Gemeinschaft Nafarroa (ex-æquo mit den australischen Bundesstaaten), Åland, Färöer, Grönland und Québec.

Die Länder Südtirol und Trentino befinden sich in der Reihung weiter unten, hinter spanischen autonomen Gemeinschaften (einschließlich Katalonien), österreichischen Bundesländern und kanadischen Provinzen — aber knapp vor den italienischen Regionen mit Normalstatut. Letztere haben wiederum ein höheres Ausmaß an »regionaler Autorität«, als die (ausgehöhlte) Region Südtirol-Trentino.

Siehe auch: [1] [2]

Rossi und Kompatscher schreiben Briefe.

Die beiden »Präsidenten« der »Provinzen« Trento und »Bolzano« (sic) haben sich auf gemeinsamem — und einsprachig staatssprachlichem? — Briefkopf an den Präsidenten von Katalonien, Carles Puigdemont (auf Katalanisch), und an den Regierungschef von Spanien, Mariano Rajoy (auf Kastilisch), gewandt.

Neuer Briefkopf?

Sie geben an, sich nicht in eine »spanische« (sic) Debatte einmischen, sondern lediglich »die Daseinsberechtigung« eines »differenzierten Regionalismus« und die »Notwendigkeit, den Autonomismus im Rahmen verfassungskonformer Prozeduren zu verfolgen« bezeugen zu wollen.

Die »Präsidenten« zweier Länder, die vielleicht mehr Geld, aber deutlich weniger Zuständigkeiten als Katalonien haben (wie selbst SVP-Senator Zeller eingesehen zu haben scheint)

  • schalten sich also mit einer »konservativen« Argumentation in den katalanischen Prozess ein;
  • fordern Puigdemont indirekt dazu auf, von der Infragestellung des etablierten Nationalstaats abzusehen;
  • anerkennen die — selbst nach Auffassung von Arno Kompatscher undemokratische — spanische Verfassung als einzig möglichen Rahmen;
  • legen Katalonien nahe, auf den internationalen rechtlichen Rahmen zu verzichten;
  • erwähnen die von Menschenrechtsorganisationen, OSZE und Vereinten Nationen verurteilten Exzesse des spanischen Staates mit keinem Wort;
  • vergessen — wiewohl sie den Pariser Vertrag erwähnen — offenbar, dass Südtirol und Trentino ihre Autonomie keineswegs auf der Grundlage der italienischen Verfassung und innerstaatlicher Prozeduren, sondern dank eines Friedensvertrags (und dem damit einhergehenden internationalen Druck) erlangt haben, weil Italien ein Kriegsverlierer war und
  • dass selbst dieser Friedensvertrag von Italien zunächst nicht eingehalten wurde, sondern von einem anderen Land (Österreich) vor die UNO gebracht werden musste.

Die Präsidenten von Trento und Bolzano haben nur vergessen, Puigdemont vorzuschlagen, statt der staatlichen Unabhängigkeit den Zusammenschluss Kataloniens mit einer kastilischsprachigen Region anzustreben, um auch diesbezüglich dem segensreichen Vorbild von Trentino und Südtirol zu folgen.

Zur italienischen Fassung des Briefs, die von der Provinz Trient veröffentlicht wurde. Eine offizielle deutsche Übersetzung scheint es hingegen nicht zu geben.

Siehe auch: [1] [2]

Zeller: Mehr Autonomie für Katalonien.

Für ein Gebiet mit einer deutlich weiterreichenden Autonomie als Südtirol fordert der Südtiroler Senator Karl Zeller (SVP) laut TAZ die Gewährung einer weitreichenden Autonomie. Damit solle die Besonderheit Kataloniens geschützt werden. Zeller kritisiert, dass die dortige Autonomie seit 2010 immer weiter eingeschränkt worden sei (wie jene Südtirols).

Zur Erinnerung: Katalonien hat zum Beispiel eine Landespolizei; die katalanische Sprache ist als Landessprache definiert und kann als solche im Sinne der Gleichstellung (im Unterschied zu Deutsch und Ladinisch in Südtirol) asymmetrisch — also auch zu Lasten der Staatssprache — gefördert werden; die Ortsnamen sind ausschließlich in ihrer katalanischen Form offiziell; das Land hat ein eigenes Zivilgesetzbuch, ist für Schule, Gesundheit, Berufskammern und Verbraucherinnenschutz zuständig; es gibt eigene Gesetze, die die katalanische Sprache im privaten Sektor (Handel, Kinos, Banken, Versicherungen…) vorschreiben. Hier gehts zu einem umfassenderen Vergleich.

Zeller, der die katalanische Autonomie für unzureichend hält, während er die Südtirolautonomie gewöhnlich in hohem Tone lobt, bezeichnet schließlich Sezession als Ultima Ratio — besonders innerhalb der EU. Er wagt es also (als politischer Vertreter einer nach mehr Unabhängigkeit strebenden Region) nicht, die Europäische Union als Zusammenschluss starrer Nationalstaaten zu hinterfragen.

Könnte nicht gerade und besonders die EU den geeigneten Rahmen für die Definition von Innengrenzen nach anderen als nationalen Kriterien bieten?

Siehe auch: [1] [2] [3]