Prove tecniche di dialogo.

Verfasser: Étranger

In attesa che finalmente decolli l’atteso dibattito tra gli intellettuali sul futuro della nostra autonomia, per prepararmi a seguirlo ho soffiato via la polvere che lo ricopriva e ho ripreso in mano il vecchio volume del filosofo Hans Georg Gadamer, intitolato “Verità e Metodo”. All’inizio della terza parte di quel libro, Gadamer dedica qualche pagina al problema della traduzione e mette in luce un aspetto utile non solo a schizzare la dinamica fondamentale del “comprendere” (cioè l’oggetto teorico del suo lavoro), ma anche la quotidiana difficoltà propria di chi, come noi, vive in un contesto plurilingue.

Se il “linguaggio è il medium in cui gli interlocutori si comprendono e in cui si verifica l’intesa sulla cosa”, su che “cosa” ci intenderemo (se ci intenderemo) se chi parlerà lo farà rivolgendosi ad un interlocutore di altra madrelingua? Dice il proverbio: pane al pane, vino al vino. Ma siamo davvero sicuri che “pane” sia lo stesso che “Brot” e che un bicchiere in più di “vino” ci dia alla testa come un bicchiere di “Wein”? Per Gadamer questa non è affatto una domanda marginale, ma rappresenta anzi la via d’accesso privilegiata al chiarimento della struttura di ogni atto linguistico. Certo, i filosofi si divertono sempre un po’ a creare scompiglio, a sorprenderci rovesciando i termini del discorso comune. E infatti qui si ritiene addirittura che la normalità e l’apparente disinvoltura della comunicazione monolinguistica si rischiari a partire da un caso posto al suo limite estremo, quando cioè essa pare sul punto di spezzarsi o frantumarsi in una polifonia di lingue diverse: “il caso della traduzione mette in luce esplicita il linguaggio come medium della comprensione, in quanto questa si può attuare solo attraverso un processo di mediazione artificiale”.

Già Dante affermava che “diverse voci fanno dolci note”, ma la paradisiaca situazione di una traduzione priva di scarti, simultaneamente prossima all’unica fonte del “Senso” (cioè a quella “Parola” che è Dio), si attua forse davvero soltanto tra gli spiriti beati di Mercurio. Sulla dura terra della nostra provincia, prevale purtroppo la situazione descritta da Gadamer: “si sa che non vi è nulla di più difficile di un dialogo in due lingue diverse, dove l’uno parla una lingua e l’altro un’altra, in quanto ciascuno degli interlocutori capisce l’altra lingua ma non sa parlarla. Una delle due lingue tende a imporsi sull’altra come medium della comunicazione”. Il compito che dobbiamo porci, la prova da superare, dovrebbe allora prima di tutto consistere nell’arginare questa naturale tendenza all’imposizione livellatrice, e quindi nell’animare un dialogo, una mediazione artificiale tutta orientata alle “cose”. Ben consapevoli che le “cose”, quaggiù, non si possono dire altrimenti che in molti modi.

5 Reaktionen zu “Prove tecniche di dialogo.”

  1. Klingo

    Beh… non c’è che dire. MI hai messo voglia di leggere il saggio di Gadamer che non ho mai letto.
    Domani lo sfoglio un po’ e poi decido. Grande Entranger, sempre un piacere leggerti.

  2. Étranger

    W u. M (Verità e Metodo) è un librone fondamentale e con un po’ di pazienza anche un lettore non edotto in cose filosofiche può tranquillamente trovare il suo proprio filo di lettura e risalirne la china.

  3. Loiny

    Ottimo pezzo. Stimola un sacco di domande. (Ti assicuro però che per noi commercianti di vino non é semplicissimo. Se te lo pubblicano, significa che sei entrato definitivamente nelle grazie del direttore).

    “Il compito che dobbiamo porci, la prova da superare, dovrebbe allora prima di tutto consistere nell’arginare questa naturale tendenza all’imposizione livellatrice, e quindi nell’animare un dialogo, una mediazione artificiale tutta orientata alle “cose”. Ben consapevoli che le “cose”, quaggiù, non si possono dire altrimenti che in molti modi”.

    Una domanda: da un punto di vista strettamente pragmatico, in che cosa consiste la “mediazione artificiale tutta orientata alle cose” cui fai riferimento? Qual è il suo significato operativo? Insomma: cosa dobbiamo fare in concreto per “arginare questa naturale tendenza all’imposizione livellatrice”?

  4. Étranger

    Ottima domanda Loiny, mi consenti di spiegare quello che lì è rimasto allo stato di accenno.

    Considera il titolo del pezzo. “Prove tecniche di dialogo”. Per me questo significa innanzitutto due cose:

    1. Il dialogo deve essere tentato, cioè sottoposto ad una prova. Dobbiamo provare a dialogare, perché finora non ci siamo ancora riusciti.

    2. Per provare a dialogare abbiamo bisogno di una “tecnica”, che pensata in senso greco significa anche “techne”, cioè arte. Il dialogo è dunque un’operazione arti-ficiale e Gadamer pensa che questa artificialità sia consustanziale alla comunicazione che passa per il linguaggio.

    Se questa è la cornice, ecco la risposta alle tue domande:

    Concentrarci sulle “cose” significa cominciare a dialogare dando l’assoluta priorità ai temi che vogliamo sviluppare, non soffermandoci cioè (come generalmente facciamo) a disputare sulla lingua che dobbiamo usare per cominciare a discutere (pensa qui a quanta energia abbiamo perso e perdiamo ogni volta che il medium della discussione assorbe tutta l’attenzione di chi discute, pensa al forum di stol, per esempio). Così facendo è chiaro che ognuno discuterà nella sua lingua ma, e questo è decisivo, siccome la tendenza a convergere su un’UNICA lingua è davvero fortissima, occorrerà uno sforzo supplettivo (un’arte) per fare in modo che la discussione avvenga veramente e proficuamente in più lingue. “consapevoli che le “cose”, quaggiù, non si possono dire altrimenti che in molti modi”.

  5. Loiny

    Ho capito. Tecnicamente, il modello dialogico di riferimento sarebbe il defunto Forum dell’ff.
    (In effetti, accedendo a quello spazio, si aveva l’impressione di entrare in un luogo antropologico omogeneo, ancorchè linguisticamente variegato. Era una “scuola delle catacombe“, un laboratorio di convivenza, una specie di palestra sotterranea della “ragion bilingue”.
    Lì dentro, almeno per me, “Südtirol” e “Alto Adige” non articolavano due mondi separati ed estranei. Erano bensì due nomi diversi che designavano la medesima “cosa”).

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