Raccontare i ricordi.

Verfasser: Étranger

Non potremmo raccontare nulla, se non avessimo dei ricordi. Ma la sostanza di ogni ricordo non è per questo indifferente al modo con il quale essi vengono raccontati. È anzi proprio il racconto che tesse la trama del ricordo, che lo fa per così dire affiorare, trattenendolo per un istante sulla soglia di due stati di coscienza che ad un tempo si congiungono e si separano. Di un ricordo infatti non sapremo mai dire se si tratta di qualcosa che abbiamo o di qualcosa che abbiamo perduto.

Ci sono ad esempio due modi di ricordare gli eventi che dal quattro novembre 1918, data che segna la fine delle ostilità belliche, si susseguono distendendosi fino all’undici dello stesso mese, quando le truppe italiane raggiungono il futuro confine del Brennero e Dobbiaco. Il primo risente della retorica nazionale e trasfigura il dolore e la morte causata della guerra con accenti di magniloquente eroismo (“La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 Maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi è vinta”, sono le parole scritte dal Maresciallo Diaz, con le quali si apre il bollettino della “Vittoria”); il secondo tocca invece quel dolore e quella morte con un tono diverso, lasciando intendere la muta desolazione che seguì al passaggio di un vero e proprio uragano (“Dopo quel continuo boato che sembrava non dovesse mai avere fine, venne finalmente un silenzio profondo e impressionante che da quattro anni più nessuno, da quelle parti, aveva ascoltato”, sono le parole che si leggono all’inizio del romanzo di Mario Rigoni Stern, intitolato “L’anno della Vittoria”).

La duplicità del modo con il quale noi oggi possiamo ricordare quel che è “stato” rende a sua volta duplice la forma e la decisione di quel che “sarà”. Saranno infatti gli accenti diversi di nuovi racconti a far sì che il flusso della storia nella quale siamo collocati possa scorrere in avanti, verso approdi più felici, oppure a far sì che essa indugi e si attardi nelle sue più torbide anse. In un’epoca sempre più caratterizzata dall’obsolescenza dei vecchi confini, dalla trasformazione vertiginosa dell’impianto tecnologico che presiede allo scambio di informazioni, di merci e di uomini, il ricordo di quei giorni passati sembra scomparire nell’insensato presente. Ma dato che per noi è impossibile riuscire a vivere in una realtà totalmente insensata, il pericolo è che l’identità sia nuovamente disposta a rinnovarsi e a raccontarsi ricomponendo in figure fantasiose o in miti le macerie che rintraccia nel proprio passato.

Eine Reaktion zu “Raccontare i ricordi.”

  1. Retorica partiottarda? « SegnaVia

    [...] Cfr: http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=250 [...]

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