“Noi”, i barbari. Primo capitolo.

[Appunti al margine di un mese passato in Toscana.]

“Nel proprio rapporto coi barbari ogni civiltà reca inscritta l’idea che ha di se stessa”
A. Baricco


Incipit.
Talvolta, riecheggiando una di quelle oziose domande che si fanno quando si ha poc’altro da fare (“Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”¹), mi capita di interrogarmi, anche a proposito di questo nostro blog, sul senso del cammino che abbiamo intrapreso e su chi in realtà “noi” siamo. Lo spunto mi è dato dalla lettura di tre libri pubblicati di recente, lettura che ha punteggiato il mio abituale luglio toscano. I libri sono 1) “I barbari” di Alessandro Baricco; 2) “Storia e destino” di Aldo Schiavone; 3) “L’italiano” di Sebastiano Vassalli. Vorrei parlarvi un po’ di questi libri cercando (implicitamente) di parlare di “noi”.

*

I barbari. Saggio sulla mutazione (Fandango libri, 2006). Il testo di Baricco è apparso originariamente sul quotidiano “La Repubblica”, a puntate, tra maggio e ottobre del 2006. Un “saggio” pubblicato a puntate su un quotidiano è già di per sé una cosa curiosa (Baricco, si sa, ama la contaminazione), ma la finalità che si proponeva, “capire in cosa consiste la mutazione che vedo intorno a me”, non poteva non incuriosire anche chiunque ritenesse, come facciamo noi, che proprio una riflessione generale sul concetto di “mutazione” fosse indispensabile per ordinare tutta una serie di considerazioni di carattere specificatamente (e anche localmente) politico. In questo senso l’immagine dei “barbari” si presta bene a marcare la distinzione tra un “prima” e un “dopo” (distinzione dunque che implica sia un punto di rottura sia uno sviluppo) che anche “noi” vorremmo contribuire a rendere perspicua alla luce di tutto ciò che veniamo progressivamente dicendo e scrivendo. Ma chi sono, dunque, questi “barbari” e in che senso “noi” saremmo dei “barbari”? In questo primo capitolo vorrei ordinare i miei appunti provando a rispondere a quest’ultima domanda.

“Dovendo riassumere, direi questo: tutti a sentire, nell’aria, un’incomprensibile apocalisse imminente; e, dovunque, questa voce che corre: stanno arrivando i barbari. Vedo menti raffinate scrutare l’arrivo dell’invasione con gli occhi fissi nell’orizzonte della televisione. Professori capaci, dalle loro cattedre, misurano nei silenzi dei loro allievi le rovine che s’è lasciato dietro il passaggio di un’orda che, in effetti, nessuno però è riuscito a vedere. E intorno a quel che si scrive o si immagina aleggia lo sguardo smarrito di esegeti che, sgomenti, raccontano una terra saccheggiata da predatori senza cultura né storia”.

Cerchiamo di essere didascalici, proviamo a tradurre subito le parole di Baricco nei nostri termini e nel nostro stile. Cominciamo, come si conviene, dal significato della parola. Il Tommaseo, alla voce “bárbaro”, ci informa:

“S. m. e f. Di nazione straniera, men civile di quella che gli dá questo nome. Altri lo deduce dall’arabo e dal siriaco. Omero chiama Parlanti barbaro i Carii. Forse gli è suono imit. delle difficoltà che hanno gli stranii, segnatam. non colti, a ben proferire lingua nuova, onde par che balbettino e che barbuglino, e strascicando e ripetendo le sillabe. Il seg. es. raccoglie alla meglio i sensi varii del vocabolo. Varch. Ercol. 116. (C) Barbaro… significa più cose;… quando si riferisce all’animo, un uomo barbaro vuol dire un uomo crudele, un uomo bestiale, e di costumi efferati. Quando si riferisce alla diversità o lontananza delle regioni, barbaro si chiama chiunque non è del tuo paese: ed è quasi quel medesimo che strano, o straniero. Ma quando si riferisce al favellare… barbaro si dice di tutti coloro i quali non favellano correttamente, non osservando… gli ammaestramenti de’ Grammatici”.

Il vocabolario prosegue con altre indicazioni, ma per i nostri fini qui abbiamo già tutto quello che ci occorre. Innanzitutto notiamo che il concetto di “barbaro” si applica a partire da un punto di vista che tende a valutare (piuttosto: a svalutare) qualcos’altro (una “nazione straniera”) rispetto alla propria (“men civile di quella che gli dà questo nome”). Inoltre, ed è estremamente significativo e forse inevitabile che ciò avvenga, il carattere precipuo in base al quale si rende possibile questa comparazione diventa la lingua: le “difficoltà che hanno gli stranii, segnatam. non colti, a ben proferire lingua nuova, onde par che balbettino e che barbuglino, e strascicando e ripetendo le sillabe”. Classicamente, dunque, erano definiti “barbari” quei popoli che, contrapponendosi ai greci e ai romani, non erano in grado di parlare correttamente (secondo gli “ammaestramenti de’ Grammatici”) il greco antico o il latino. Successivamente, si pensi al tema (epico?) delle “invasioni barbariche” – cioè al fenomeno che, nel medioevo, ha portato alla distruzione del mondo latino e alla specificazione di un’idea di Europa post classica – la nozione di “barbaro” è stata declinata fino ad abbracciare il paesaggio di uno “scontro di civiltà” per il quale, però, diventa assai complesso stabilire se il maggiore portato della “Civiltà” (con la maiuscola) penda dalla parte della classicità soccombente oppure da quella di una “barbarie” che si afferma proprio inglobando e metabolizzando alcuni frammenti di ciò che finisce col distruggere. (Sia detto di passata: è proprio grazie a questo principio della “metabolizzazione” e dell’“ibridazione” che possiamo enucleare uno degli aspetti fondamentali del “barbarismo”. Baricco stesso fa lampeggiare questa intuizione quando scrive che “per i barbari il passato è una discarica di rovine: loro vanno, guardano, prendono quel che gli è utile e lo usano per costruirsi le loro case”: il che, a ben vedere e mutatis mutandi, assomiglia molto a quanto afferma Le Goff quando scrive che “l’amalgama etnico che risulta dalla creazione della cristianità e dei regni cristiani…” annuncia “…quella che sarà un’Europa aperta alle ondate d’immigrazione: un’Europa della diversità culturale e del meticciato”, cfr. J. Le Goff, Il Medioevo. Alle origini dell’identità europea, Laterza, pag. 9).

Non vorrei dare l’impressione di divagare troppo. Sono partito dal testo di Baricco (nel quale si cerca di afferrare il fenomeno di una “mutazione” in atto) per comprendere se, nei termini da lui introdotti e facenti capo alla nozione di “barbari”, è possibile stabilire in che cosa consista la particolare “barbarie” della quale noi ci sentiamo, abbastanza fieramente direi, portatori. Baricco è interessato a capire in che senso l’annuncio di una mutazione su scala “macro” può essere intesa a partire dall’analisi di ambiti ontologicamente “micro” da lui scelti in chiave esemplificativa: il “calcio”, il “vino”, l’“editoria”, la “musica classica” o la disposizione dei criteri di selezione adottati da “Google”. In tali ambiti si avvertono – lui dice – mutamenti che sono all’opera in quanto corrispondenti alla sensibilità di una “specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott’acqua”². Io, che mi sto appunto scoprendo delle branchie dietro alle orecchie e sto provando a vivere sott’acqua, sono invece interessato a capire in che senso è possibile leggere quello che “noi” stiamo qui facendo (nell’ontologia regionale della politica sudtirolese) a partire da quell’orizzonte di mutazione più vasto.

Per intenderci meglio mi riferirò adesso ad un esempio (spero) molto chiaro. I lettori di questo blog conoscono forse l’esistenza di un altro blog d’ispirazione locale, quello della consigliera forzista del quartiere Gries di Bolzano, Concetta Failla (è divertente partire da Baricco, toccare Le Goff e arrivare alla Failla, un percorso davvero “barbarico”!³). Come dice l’intestazione, si tratta di un blog “nazional-bolzanino”, ovvero abbiamo a che fare con l’ennesima riproposizione del tema della “Bolzano italiana” che rappresenta il tipico punto di vista di chi ritiene che la nostra provincia sia in fin dei conti una “normale” provincia italiana, stranamente abitata però da una maggioranza di persone (in primo luogo di lingua tedesca) che non l’hanno ancora capito (e tra questa maggioranza, poi, si trova un’ulteriore minoranza che non solo non l’ha capito, ma che sente persino l’esigenza di dimostrare di non averlo capito stampando e affiggendo manifesti con su scritto “Südtirol ist nicht Italien”). Bene, in una delle tante oziose discussioni che si possono leggere in quel sito, ad un certo punto la padrona di casa si riferisce al nostro blog dicendo che non lo comprende (e per chi conosce il modo di pensare della Failla questo non è poi tanto stupefacente né particolarmente allarmante). Concetta Failla non comprende i contenuti che noi esponiamo e non comprende (attenzione) soprattutto la lingua del nostro blog, da lei definito un “Misch-Masch” d’italiano e tedesco. Allo stesso modo, si potrebbe chiosare, un visigoto spagnolo non comprendeva la lingua di Virgilio o d’Orazio. Ecco, utilizzando la nozione di “barbarie”, è evidente che per un cervello strutturato in quel modo (il nostro Werner parlerebbe qui di “former south tyroleans”) trovarsi di fronte a dei contributi redatti in più lingue e ad un flusso comunicativo che, parimenti, utilizza disinvoltamente il plurilinguismo, quello che noi facciamo non può risultare che incomprensibile e…“barbaro”. Non barbaro sarebbe, per la Failla, che noi ci comportassimo qui come ci si comporta nel mondo archeologico del blog “nazional-bolzanino”, dove tutti sono implicitamente richiesti di scrivere in italiano per testimoniare stolidamente la vocazione monolinguistica di un Sudtirolo diviso ancora in segmenti non comunicanti (italiani di qua, tedeschi di là, ladini chissà dove, ovvero un po’ di qua e un po’ di là ma, beninteso, sempre adattandosi e uniformandosi alla lingua che si parla di qua e di là). Ma noi, invece, che siamo “barbari”, noi che non dobbiamo conformarci agli “ammaestramenti de’ grammatici”, noi che abbiamo le branchie dietro alle orecchie e stiamo imparando a vivere sott’acqua, noi ci opponiamo esplicitamente a questo modo di pensare e soprattutto di essere. Noi “barbari” (e quindi “europei” e “sudtirolesi di nuovo conio”, anzi: sudtirolesi punto e basta) pratichiamo la diversità culturale e il meticciato intellettuale degli “europei” di Le Goff (alcuni di noi praticano anche il meticciato tout court, ma questo è un altro discorso) perché siamo convinti che soltanto in questo modo è possibile forzare il pernicioso habitus della separatezza che contraddistinguerà forse benissimo l’universo pre-barbarico del “je mehr wir uns trennen, desto besser verstehen wir uns”, ma che pure non ci farebbe fare un passo in avanti rispetto al compito di modellare quel Sudtirolo “indiviso” che ci sta a cuore.

Facciamo l’ultimo sforzo. Non so se sono riuscito a dare l’idea di quello che volevo dire. Spero in ogni modo di aver schizzato il quadro di un possibile parallelismo e termino con la stessa immagine adottata da Baricco alla fine del suo saggio. L’immagine della “Grande Muraglia”.

Camminando sulla “Grande Muraglia” (camminandoci proprio fisicamente sopra, dalle parti di Simatai, nei pressi di Pechino), Baricco prova a definire quella colossale impresa di pietra in termini filosofici (lui ritiene che il senso della “muraglia” sia eminentemente filosofico, giacché dal punto di vista militare si è trattato di un’opera tanto grandiosa quanto inutile).

“L’idea era che l’impero fosse la civiltà, e tutto il resto fosse barbarie, e quindi non-esistenza. L’idea era che non c’erano gli umani, ma i cinesi da una parte e i barbari dall’altra. L’idea era che lì in mezzo ci fosse un confine: e se il barbaro, che era nomade, non lo vedeva, adesso l’avrebbe visto: e se il cinese, che era impaurito, se lo dimenticava, adesso se lo sarebbe ricordato. La Grande Muraglia non difendeva dai barbari: li inventava. Non proteggeva la civiltà: la definiva”.

Farei un torto all’intelligenza del mio lettore superstite (probabilmente: io stesso, che adesso rileggo il testo da me scritto) se dovessi spiegare perché questa descrizione della “Grande Muraglia” si presta benissimo anche a descrivere le “piccole muraglie” che circoscrivono e dividono l’universo mentale dei sudtirolesi (a cominciare da quella che separa altoatesini e Südtiroler). Nonostante sia innegabile che quelle “piccole muraglie” si stiano giorno dopo giorno sgretolando, neppure passa giorno che nell’Alto Adige ufficiale e nel Südtirol ufficiale non si produca “il grottesco spettacolo di eleganti ingegneri affaticati dietro alla costruzione del muro”. Questi ingegneri (intenti, ricordiamolo, non “a difendere” un confine, ma ad “inventarlo”) sono i guardiani del mondo di ieri che rifiuta di inabissarsi e di prendere congedo. Ma perfino questi guardiani, questi “ingegneri – nota Baricco –, là sui torrioni della muraglia, hanno già i tratti somatici dei nomadi che in teoria stanno combattendo: e hanno in tasca denaro barbaro, e polvere della steppa sui loro colletti inamidati”. Con questa consolante ultima affermazione sigillo il primo capitolo dei miei appunti di luglio e mi appresto a redigere la prossima puntata (che, lo prometto, sarà molto più breve).

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¹ Tanto per entrare subito nel linguaggio del testo al quale mi dedicherò: “Contemplando i musi dei cavalli e le facce della gente, tutta questa corrente senza rive sollevata dalla mia volontà e che corre a precipizio verso il nulla nella steppa purpurea al tramonto, spesso penso: dove sono Io, in questa corrente?” (sono parole che lo scrittore russo Viktor Pelevin mette in bocca a Gengis Khan, nel libro Il mignolo di Budda, e che Baricco ricopia a pag. 179).

² Non vorrei rovinarvi la sorpresa, ma a questo punto è forse opportuno che riveli, almeno sommariamente, in che cosa consiste, per Baricco, il nocciolo di questa grande “mutazione”. Lui la vede così: “… quello che posso dire è che mi pare poggi su due pilastri fondamentali: una diversa idea di cosa sia l’esperienza, e una differente dislocazione del senso nel tessuto dell’esistenza. Il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese. Fino al punto più scandaloso: la laicizzazione brusca di qualsiasi gesto, l’attacco frontale alla sacralità dell’anima, qualunque cosa essa significhi” (pag. 178). Intendiamoci, non mi interessa (neanche come futura ipotesi di lavoro) giustificare qui il ricorso alla nozione di “barbarie” cercando una corrispondenza puntuale tra il senso della “mutazione” descritta da Baricco e quello che per noi costituisce il tema di una riflessione sull’autodeterminazione (cioè sul passaggio dalla stagione dell’autonomia a quella dell’autodeterminazione) e sulla trasformazione antropologica dei “sudtirolesi”. Nel breve frammento “Talpe”, per esempio, io stesso definii la particolare pratica decostruttiva dei miei testi con una metafora che Baricco riferisce invece ad una sensibilità prettamente pre-barbarica (“La mappa dei luoghi che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi”). Mi limito a suggerire, in un ambito circoscritto, lo scontro tra due modi opposti di guardare a certi fenomeni (l’esistenza degli stati nazionali, l’appartenenza territoriale, l’uso della lingua in un contesto plurilinguistico) alla luce di una percezione innovativa (da altri definibile “barbara”) dei loro rapporti.

³ Ironia della sorte. Non pochi commentatori individuarono proprio nel partito “di plastica” inventato dal Cavaliere di Arcore un tratto d’inequivocabile “barbarie” politica. I. Ramonet, in un articolo uscito nel febbraio del 2002 su “Le monde diplomatique” dice, per esempio, che “tutto il problema sta nel cercare di determinare in quale misura questo modello italiano, così preoccupante in sé, rischi di estendersi un domani ad altri paesi d’Europa” (cit. in: Paul Ginsborg, Berlusconi. Ambizioni patrimoniali in una democrazia mediatica, Einaudi, 2003, pag. 3). Per quanto riguarda invece la tecnica, che qui seguo, di accostare citazioni paludate (Le Goff) a documenti decisamente più “barbari” (anche nel significato etimologico di “balbuzienti”), come nel caso del blog di Concetta Failla, vorrei segnalare che il nume filosofico prescelto da Baricco a tutela della sua indagine è quello, sommo, di Walter Benjamin. Se non avete voglia, tempo od occasione di leggervi tutto il libro, leggetevi almeno il capitoletto intitolato “Epigrafi 2” (pp. 18-23). Lì Baricco spiega molto bene perché bisogna ricorrere proprio a Walter Benjamin per dedicarsi a quello di cui stiamo parlando (ognuno per i suoi scopi diversi). “Lui (cioè Benjamin, ndr.) non cercava mai di capire cos’era il mondo, ma, sempre, cosa stava per diventare il mondo. Voglio dire che ad affascinarlo, nel presente, erano gli indizi delle mutazioni che, quel presente, avrebbero dissolto. Erano le trasformazioni, che lo interessavano: dei momenti in cui il mondo riposava su se stesso non gliene fregava niente. Da Baudelaire alle pubblicità, qualsiasi cosa su cui si chinava diventava la profezia di un mondo a venire, e l’annuncio di una nuova civiltà”. Rileggete quest’ultima frase: per profetizzare il mondo a venire Benjamin utilizzava qualsiasi cosa, da Baudelaire alle pubblicità! Figuriamoci dunque se un oggetto come il blog di Concetta Failla (utilissimo a proiettare il profilo dell’“Alto Adige-Südtirol” sullo sfondo futuribile del “Sudtirolo”) avrebbe potuto eludere il suo sguardo indagatore!

3 comentars per ““Noi”, i barbari. Primo capitolo.

  1. Splendido post, davvero, étranger, confesso che non mi sono sentito affatto superstite nel leggerlo tutto, anzi!
    Complimenti per la profondità del pensiero e per una concezione del vivere che guarda davvero avanti con acume e prospettive condivisibili.
    Certo, se guardo all’Europa così come è oggi, fatico davvero a credere nella realizzazione, anche se in un lembo di terra che paragonato ad essa è indubbiamente circoscritto, di un processo evolutivo che vede nell’autodeterminazione, ma soprattutto nei contenuti che da essa scaturiscono, un mutamento profondo e consapevole che, almeno questo è quanto mi sembra di percepire, porterebbe ad una progressiva condivisione (che non è fusione!) delle rispettive culture. Condivisione che dovrebbe portare a ridurre sempre più i possibili timori, da una parte e dall’altra, di essere defraudati della propria storia.
    In fondo, ogni volta che si butta giù un muro, se non si è pronti al cambiamento, si rischia di retrocedere nella paura con il rischio che la parte più forte finisca per dominare quella più debole. Credo che sia questo che spinge persone come la Failla ad ancorarsi ad un nazionalismo arcaico che è l’antitesi della condivisione e del rispetto delle reciproche diversità. Imparare la lingua di un popolo che condivide la nostra stessa terra dovrebbe essere un dovere.
    Mi rendo conto di non avere il vissuto per poter comprendere fino in fondo le complesse problematiche che esistono nel Südtirol, e che quello che ho scritto è di una certa banalità, ma credo che certi temi siano appannaggio, magari con modalità diverse, di tutte le civiltà che entrano in contatto, spesso con mezzi non proprio “amichevoli”.

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  2. Grazie. Io penso che lei abbia capito benissimo il messaggio e si sia sintonizzato come meglio non si potrebbe con il senso del nostro operare.

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  3. Talvolta cedo all’umore. Così oggi ho scritto una lettera al Dolomiten. La riporto qui perché secondo me si intona al paesaggio defunto che si oppone (o resiste) alle invasioni barbariche. Mi prendo la responsabilità degli errori eventuali e prego Pérvasion di non rimuoverli, se li trova.

    Wer sich mit einem guten Beispiel der heutigen (und in der Tat immerwährenden) Südtiroler Misere konfrontieren möchte, der (die) braucht sich nur die Website der Schützen anzuschauen, um die (im Übrigen nicht akkurat durchgeführte) Transkribierung des Gesprächs zwischen dem einsprachigen Maresciallo und den beiden (genauso einsprachigen) angehaltenen Fahrern zu lesen. Aus einem solchen Fall – der durchaus auch nicht hätte stattfinden können: die angehaltenen Fahrer konnten sich nämlich, obwohl nicht fließend, auf Italienisch verständigen, und unter den Carabinieri befanden sich deutschsprachige Beamten – lässt sich nur ein trauriger Schluss ziehen: Die nicht mehr existierenden Spannungen zwischen italienischen und deutschen Südtirolern müssen mit enormer Mühe aufrechterhalten und inszeniert werden. Gott sei dank dient uns immer der Misserfolg der nicht bzw. schlecht erlernten Landeszweitsprache als Vorwand, denn nicht lernen (oder nicht lernen wollen) fällt uns allen viel leichter.

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