Fuori dalle catacombe della storia

Verfasser: Étranger

Halb bewußt, halb gefühlt wächst der Sinn dafür, daß in dem Weltbild unserer Muttersprache das deutsche Denken lebt…” (L. Weisgerber)

Il caso delle famiglie di Sarentino, Ora e Cornaiano che, autotassandosi, decidono di organizzare corsi d’italiano per i propri figli – in modo da aggirare l’impossibilità di usufruirne nelle scuole d’infanzia – merita una riflessione al di là della formula secondo la quale questo fenomeno sarebbe, mutatis mutandi, una riedizione delle vecchie “scuole delle catacombe”.
Come noto, a partire dal 1924, le “scuole delle catacombe” costituirono l’unico mezzo a disposizione della popolazione di lingua tedesca per contrastare la follia politica ed educativa del governo fascista, il quale, emanando il divieto assoluto di impartire lezioni in una lingua diversa dall’italiano, mirava ad una assimilazione radicale dell’elemento “alloglotto” residente nella provincia di Bolzano. Il vulnus inferto dalla legge Gentile del 1923 all’immaginario collettivo e al patrimonio identitario dei sudtirolesi è stato talmente profondo da diventare il Leitmotiv di ogni successiva polemica riguardante il rapporto tra le due maggiori lingue locali, e questo purtroppo anche in relazione alla possibilità che esse potessero assumere un ruolo paritario nella costruzione di una cittadinanza davvero condivisa.
Da bene prezioso ed inalienabile, al quale ricorrere in un tempo di crisi, il concetto di “madrelingua” si è così progressivamente cristallizzato assumendo l’aspetto di un’invalicabile linea di confine ideologica e suscitando una strategia dell’inclusione e dell’esclusione sociale giocata a partire dal “possesso” di una determinata lingua piuttosto che un’altra. Secondo Leo Weisgerber – il teorico la cui opera fu assunta, dopo la seconda guerra mondiale, come base delle linee guida del rinnovato insegnamento in lingua tedesca – “la madrelingua è la sorgente unica di ogni esperienza. Tutto ciò che la singola persona pensa è già stato pensato dalla lingua nella quale si nasce e perciò tutta la nostra coscienza e il nostro pensiero sono strutturati partendo da questa prima e unica esperienza senza che ci sia la possibilità di modificare questo rapporto fra pensiero e mondo”. Come si può notare si tratta di una visione rigida, legata all’idea che un’origine monocausale determini in modo definitivo il destino di una cultura o di un individuo che in essa si inscrive.
Oggi, in un contesto nel quale non possiamo certo affermare che le “sorgenti dell’esperienza” siano riducibili ad un’unica matrice, le frasi di Weisgerber ci sembrano meno persuasive e comunque figlie di un’epoca fortunatamente passata. L’attivismo un po’ carbonaro con il quale questi genitori “tedeschi” si danno da fare per consentire ai figli di entrare in contatto con la lingua degli “altri” dimostra che, forse, sempre più persone stanno cominciando a capirlo.

Su questo argomento vedi anche il seguente contributo.

28 Reaktionen zu “Fuori dalle catacombe della storia”

  1. Étranger

    Recupero qui un articolo che scrissi quasi quattro anni fa (cioè nel marzo del 2003) su un caso analogo e che, allora, fece molto scalpore. Anche in quel caso si parlò di “Katakombenschulen”. È divertente vedere come il mio stile di allora fosse più combattivo e tutto sommato meno sereno. Non a caso invecchiando si diventa più saggi…

     L’asilo, l’ospizio e la prigione

    Nel presentare ai lettori il cosiddetto „Caso Mölten“, esposto da Jutta Kußtatscher nell’ultimo numero di „ff“, la redazione si è servita di un gioco contrastivo d’immagini a dir poco strabiliante: i bambini dell’asilo tedesco diretti nel vicino ospizio per ricevere due ore settimanali di ludica introduzione all’apprendimento della lingua italiana. Strabiliante poiché a partire dalle immagini che ritraevano i due edifici era possibile evidenziare con la dovuta ironia il „paradosso del tempo“ (paradosso che ha o avrebbe anche a che fare con la sua „maturazione“ o „Zeitigung“, col suo incoercibile slancio en avant, in base al quale si giustificava l’esasperata esclamazione del titolo: „Kinder, es isch Zeit“) inerente a questo nuovo caso di ottusità istituzionale: da una parte dunque una costruzione moderna, espressione dell’efficientismo dell’amministrazione locale e del suo „buon occhio“ nel valutare e risolvere le questioni sociali (l’ospizio); dall’altra invece una casa evidentemente più vecchia fatta di pietra e legno, assai distante dai levigati stereotopi architettonici con i quali la stessa provincia generalmente si incarica di modellare la propria edilizia scolastica (l’asilo!).

    Per godere appieno dell’effetto paradossale offerto dal confronto di queste immagini basta leggere come una metafora regressiva il triste esodo compiuto dai bambini al fine di usufruire di quello che i loro sensibili e previdenti genitori hanno (o possiamo già dire, come sempre, avevano?) avuto l’indiscutibile merito di tentare. Tale effetto consiste nell’inversione del senso di uno spostamento che vede indirizzato l’anelito al nuovo non verso la sede del suo naturale concepimento (l’asilo come prima tappa di un percorso educativo proiettato nel futuro), bensì nella direzione opposta, come costretto nel ricovero di persone probabilmente (e mi scuso ovviamente di questa retorica ed indelicata incertezza) intente a rimpiangere, maledire o semplicemente ricordare il proprio passato.

    Con una involontaria vocazione all’effetto grottesco, garantito dal dovere di corrispondere ciecamente alla legge della precoce cementificazione dell’identità etnico-linguistica, la signora Sabina Kasslatter Mur ha affermato, nella tetra intervista riportata contestualmente all’articolo, e non prima di aver osservato con agghiacciante disprezzo delle più elementari acquisizioni in materia pedagogica che un „asilo non è una scuola di lingue“ (sic!), che l’asilo „begleitet Kinder auf dem Weg ins Leben, vermittelt ganzheitliche Bilder und Sozialkompetenz“. Tenendo ben ferme davanti agli occhi le immagini dell’asilo e dell’ospizio possiamo adesso facilmente comprendere in che cosa consista questo viatico esistenziale fatto di immagini globali e fuoriere di social competence: si tratta esattamente del dispositivo micidiale per mezzo del quale si cerca di inoculare fin dai primi anni di vita il sentimento di un’appartenenza capace di svilupparsi soltanto speleologicamente, appartenenza inseguita nelle viscere di una tradizione mai compresa nella sua dinamica trasformazione, e quindi calpestata anche in nome della sua supposta conservazione. Si tratta dell’immarcescibile dispositivo azionato ogni qual volta ci sia bisogno di garantire longevità e praticabilità politica all’ignobile feticcio della purezza etnica e al suo devastante corollario monolinguistico. Si tratta insomma del consegnare quanto prima i nuovi nati e le loro speranze nelle braccia degli avi e delle loro delusioni, nel cerchio inevadibile che schiaccia e opprime il senso delle domande inaudite dei „nuovi“ con le risposte infinitamente ruminate o mancate dei „vecchi“.

    Costringere dei bambini ad annusare l’odore di qualche parola „straniera“ nell’ambiente extrascoslastico di un ospizio significa cifrare per l’ennessima volta lo stolido divieto di indicare con l’esercizio dell’umanità e dell’intelligenza una via d’uscita all’arcasimo e all’inefficacia di un modello pedagogico sconsolatamente incapace di esaudire le aspettative di una migliore educazione (non solo linguistica) delle nuove generazioni. Ma a questo punto anche la metafora dell’asilo e dell’ospizio dalla quale siamo partiti, la metafora di uno sviluppo intellettuale che si vorrebbe costringere nell’aberrante cortocircuito tra la dimensione preriflessiva della primissima infanzia e il rimbambimento dell’estrema senilità, potrebbe essere ulteriormente commentata dalla proiezione di una terza istituzione, necessaria almeno per riempire la parentesi che si apre tra le sue due estremità.

    All’asilo e all’ospizio accosteremo dunque l’immagine di un carcere, di una prigione edificata non dalle mura e dalle inferriate di un luogo fisico, ma da quel nefasto intreccio di abitudini, di convinzioni assunte acriticamente e di leggi preposte a loro custodia. Ogni parola pronunciata dalla signora Kasslatter Mur è in realtà la perfetta esemplificazione di un dogmatismo d’ispirazione fondamentalmente carceraria, dove alla segregazione e alla mortificazione dei corpi si sostituisce la segregazione e la mortificazione della curisosità e della voglia di crescere e imparare oltre i limiti infertici dal caso. Le sue sono parole di un guardiano che giura di far obbedire la legge affermandone la validità a rischio di sprofondare nel ridicolo. O forse sono le parole di qualcuno che ha capito come proprio l’assurdità di un determinato provvedimento e di un determinato divieto possono ottenere il massimo riconoscimento producendo consequenze ancora più assurde e infine spiritualmente letali (come si evince dal tono addirittura minaccioso con il quale si chiudeva l’intervista). „So ein Blödsinn“, pare abbia detto Durnwalder a proposito di questa penosa vicenda. Ma già Kafka, alla fine del suo Processo, affermava: „Die Logik ist zwar unerschütterlich, aber einem Menschen, der leben will, widersteht sie nicht“ e noi sappiamo la fine patita da Josef K. poche righe più avanti. C’è da augurarsi che ai bambini, ai genitori e agli insegnanti di Mölten non capiti la stessa sorte e che a sopravvivere questa volta non sia la vergogna.

  2. Mario Crosta

    Gabriele, non e’ detto che invecchiando si diventi piu’ saggi. Guardi me… che non sono certo un esempio, almeno per quanta riguarda i sogni, come leggera’ piu’ avanti. Ho letto il suo post ed il suo articolo perche’ sono rimasto incuriosito dal fatto che anche sul sito della signora Failla si sta affrontando lo stesso argomento. Due siti che affrontano lo stesso argomento mi dicono che e’ una questione che sta assumendo grande importanza. 

  3. Valentin[o]

    Ah, certo: se lo affronta la sig.ra Failla questo è un argomento sicuramente di grande importanza! Altrimenti…

  4. Roberto Giuliani

    Si è persa la mia domanda (quante famiglie hanno partecipato a questa iniziativa) o è solo da approvare?

  5. Mario Crosta

    Velentin[o] che piacere ritrovarti. Non avevi risposto ad una mia domanda (dalla Failla) e sei sparito per un po’, pensavo che volessi glissarla. La ripeto qui, quella domanda, perche’ la tua risposta puo’ chiarirmi molte cose. Perche’ non stai con la Klotz?

  6. Étranger

    È interessante seguire, oggi, come i giornali hanno continuato a parlare di questa notizia (una nota al margine: peccato solo che il Corriere dell’Alto Adige non sia potuto uscire a causa di un incidente che ha provocato il taglio di una fibra ottica).

    La Tageszeitung “apre” con un fondo di Tribus, l’Alto Adige titola in modo che un’ovvietà (negli asili tedeschi non vengono impartite “lezioni” di seconda lingua) appaia come un’impostura (”Italiano all’asilo? FUORI ORARIO), mentre il Dolomiten ci rassicura (”Angstmache völlig fehl am Platz”).

    Prendendo in esame quest’ultimo quotidiano è rilevante osservare come la totalità dei politici di “regime” intervistati (da Karl Zeller a Martha Stocker), ma anche gli Schützen e gli esponenti dell’UfS, non abbiano nulla da obiettare al fatto che si possano organizzare dei corsi di apprendimento linguistico - su base volontaria - ancorché al di fuori, appunto, dell’orario normale. Non si tratta ovviamente di un “grande” passo in avanti, ma neppure di un passo indietro.

    Lo segnalavo riferendomi (sopra) al caso di Mölten (Meltina) accaduto quattro anni fa. Allora la polemica fu molto più violenta e ai bambini venne espressamente VIETATO di usufruire dell’insegnamento dell’italiano all’interno dell’asilo. Oggi questo sembra superato. È una notizia positiva.

    Vedi anche questo link.

  7. Valentin[o]

    Ma che razza di domanda è?! Ha bevuto? In ogni caso non trovo la domanda “dalla Failla”. Vorrei capire il contesto delle Sue insinuazioni prima di risponderLe…

  8. Mario Crosta

    Gabriele, evidentemente le reazioni a quanto accaduto quattro anni fa sono state tali e tante che si e’ ridotto qualcuno a piu’ miti consigli, il che conferma che le reazioni devono continuare anche oggi e svilupparsi ancora per il bi-tri-linguismo non fuori orario, che oltretutto e’ una penalizzazione per i pendolari, che non sono pochi. Aprite uno schieramento trasversale, che si puo’, e vincerete. Auguri

  9. Étranger

    Valentino, chiedere a Mario Crosta se “ha bevuto” lo trovo divertente… Diciamo quindi che quando ti ha posto la domanda stava forse bevendo un vino ossidato o che sapeva di tappo… ;-) (Sto cercando di sdrammatizzare, anche se in effetti la domanda di Crosta è quanto meno fuori luogo…).

  10. Étranger

    Tornando a cose più serie (e al tema in questione): ho trovato eccellente l’intervista di Fattor alla rettrice della LUB, Rita Franceschini, pubblicata sull’Alto Adige di oggi. Alla fine la rettrice dice “io no ho la pillola contro la paura”. In effetti, questa pillola non esiste, ma non è detto che non si possano trovare rimedi alternativi. Per esempio: approfondire la conoscenza reciproca, discutere serenamente ed evitare che su temi come questo fiorisca uno stucchevole sensazionalismo (con quest’ultima mia frase vorrei che si apprezzasse, a livello di blog, quanto noi stiamo facendo in confronto a chi, generalmente, si occupa delle stesse questioni delle quali noi ci occupiamo).

  11. Mario Crosta

    Valentin[o] e Gabriele, la domanda a Valentino Liberto non era un’insinuazione, ma una domanda breve e sincera, senza secondi fini, per una risposta breve e sincera, senza secondi fini, che ritengo molto chiarificatrice. Valentino Liberto ha press’a poco l’eta’ di Sven Knoll, entrambi non vogliono un Alto Adige italiano, quindi che cosa li divide veramente? Come si fa a immaginarsi sempre delle trappole dietro alle domande? Valentino, svegliati, che te ne domanderanno anche di peggio adesso che sei impegnato in politica. Non vedere trappole dappertutto, spiegati e basta. E’ tanto difficile?
    Valentin[o], perche’ non stai con la Klotz?
    (per Gabriele: in queste serate sto assaggiando vini di Lidl senza tappo di sughero e belli freschi, oltre che economici, ma quanto vi invidio perche voi siete li a due passi da St.Michael Eppan!!!!)

  12. Étranger

    Urca! Valentino, Mario ti ha alzato la palla per la schiacciata. Adesso abbiamo l’occasione di far capire a tutti (veramente) che cosa distingua la nostra piattaforma da un movimento come Südtiroler Freiheit. Non farti sfuggire il punto!

  13. Mario Crosta

    Gabriele, hai mangiato pane e volpe?

  14. Étranger

    Non capisco, francamente, il riferimento alla mia “furbizia”.

  15. Mario Crosta

    Ah, leggi di tutto e non hai letto Esopo! Ridurresti la volpe alla sola etichetta di “furba”? E ai tuoi bambini cosa leggi? (puoi rispondermi anche dopo che Valentin[o] avra’ messo a segno la schiacciata…)

  16. Étranger

    Signor Crosta, continuo a non capire cosa vuole dirmi. Abbia pazienza. Lasci perdere Esopo e cerchi di esprimersi con parole sue.

  17. Valentin[o]

    Chissà quando ha il compleanno Sven Knoll, speriamo non oggi! ;-)

    Certo, entrambi siamo all’incirca diciottenni ed entrambi facciamo parte di “movimenti” politici o culturali nati da poco. Sia Süd-Tiroler Freiheit che Brennerbasisdemokratie guardano “con interesse” ai giovani e ne vedono la presenza attiva. Ma allora qual’è la differenza fondamentale? Cosa ci divide dagli attuali detentori del termine Selbstbestimmung?

    La prospettiva nella quale opera la piattaforma è di “evoluzione” [cioè di cambiamento positivo, in avanti] dell’Alto Adige-Südtirol, a partire dal nome stesso. Puntiamo ad un “nuovo Sudtirolo” indiviso, ovvero di chi non si accontenta della “convivenza” fine a sé stessa bensì desidera una contestuale normalizzazione del quadro politico, sociale, economico e culturale di questa terra, rinnovata appunto in chiave post-etnica non solo nelle “identità” ma anche nelle sue istituzioni. Un cambiamento profondo ma assolutamente né precipitoso né tantomeno traumatico, nella direzione dell’autogoverno, della democrazia di base, del superamento definitivo di barriere linguistiche attraverso l’esercizio reale del plurilinguismo a scuola, da parte dei media, nei servizi etc., dello sdoganamento dei ladini dallo status di “terzo incomodo”, di una storia nella quale tutti si riconoscano, dell’annullamento di disagi fittizi o meno… ciò rinunciando a Vienna e a Roma, allo Statuto e alla Corte Costituzionale, al “Sammelpartei” e al “partito degli italiani”. La capacità dei giovani di incontrarsi, dialogare e confrontarsi è il vero motore dell’evoluzione post-etnica, capace di costruire una cittadinanza accomunata non dalla madrelingua ma dall’essere nati QUI, tra le Dolomiti e l’Ortles.

    Süd-Tiroler Freiheit vuole l’”involuzione” [negativa, indietro] del “Süd-Tirol” attraverso la sua annessione all’Austria, da eseguirsi il più presto possibile. Con essa si ripresenterebbero i problemi già incontrati nel cammino verso l’Autonomia, costringendo gli “italiani” e i ladini” a costituirsi in enclavi etnicamente pure. Proporre la riunificazione del Tirolo e il conseguente (ri)allacciamento a Vienna equivale ad eludere la venuta del “futuro” e del “moderno” con una macchina del tempo. La Klotz guarda al passato con nostalgia, sostenendo la separazione come unica difesa da un’ipotetica contaminazione linguistica e culturale, valorizzando identità singole, scuole divise, storie separate, partiti etnici/di raccolta. Si creano pretestuose gerarchie tra chi è venuto prima e chi dopo. La seconda lingua diventa veicolo per non farsi prendere in giro nella professione o nella vita privata; i giovani sono presi in giro, perché anziché crescere con la propria testa sono costretti a seguire ciecamente le orme degli antenati. Ma anche la SVP non è da meno: la retorica salvaguardia dell’identità sudtirolese mantiene intatto lo status-quo e quindi il potere politico dell’Edelweiss, costringendo i propri cittadini a vivere nella preistoria e ad essere governati da dinosauri.

    Poi c’è AN/Azione Giovani, versioni italiche di Südtiroler Freiheit. Ma loro “vogliono l’Alto Adige italiano”, quindi a Crosta vanno bene…

  18. Roberto Giuliani

    Caro étranger, non è mia intenzione prendere le difese di nessuno, ma credo che Mario Crosta, sebbene a volte sembra avere fini poco chiari, abbia fatto la domanda per avere un REALE chiarimento.
    Un recente carteggio (mi piace ancora chiamarlo così) con lui, mi ha convinto delle sue buone intenzioni, temo che sia un problema di personalità diverse, di approcci diversi alle questioni e dei limiti di una comunicazione solo scritta, la tendenza a cadere in continui equivoci.

    Per quanto riguarda il tema del post, sono d’accordo che i sensazionalismi siano fortemente dannosi, in genere, e in particolare in situazioni come questa, dove è necessario invece abbassare gli scudi per confrontarsi.

  19. werner

    Egregio Signor Giuliani,

    grazie per la Sua voce sempre fondata e molto dosata.
    Legittima la Sua difesa del Signor Crosta, legittime anche i “contributi” del signor Crosta. Già alla fine di agosto abbiamo (anzi, pé ha) postato esplicitamente i link per il manifesto di [bbd], apposta e su richiesta del Signor Crosta. Oltre a proclamazioni sulle nostre (presunte) identità, l’appello di dialogare con la signora Failla e Davide Orfino il Signor Crosta non è entrato nel merito. Non è che dev’essere d’accordo con noi, figuriamoci, ma almeno ci critichi per quello che “siamo”: interessati ad un Südtirolo indiviso e autogovernato.

    Mi permetta la franchezza: La tesi del Signor Crosta (cioè un schieramento trasversale per sconfiggere la SVP, magari con Sven Knoll , Davide Orfino e Concetta Failla) dimostra la scarsa comprensione delle nostre tesi.

    Grazie al stimato Valentin[o], che con tanta maturità risponde alla molto polemica domanda del Signor Crosta.

    A proposito: Lei, egregio Signor Giuliani, il 5 ottobre è forse nella nostra zona?

    Con stima
    Werner

  20. Roberto Giuliani

    Mi sarebbe piaciuto infinitamente, ma purtroppo non potrò esserci. La lontananza e i miei impegni non me lo consentono. Verrò per lavoro nel periodo del Meraner weinfestival, quasi sicuramente.

  21. Étranger

    Be’ io mi limito ad applaudire la sontuosa “schiacciata” di Valentino. Il punto ce lo siamo assicurato.

  22. Mario Crosta

    Ringrazio Valentin[o] per l’impegnativa risposta. Ci voleva tanto? prometto che me la studiero’ bene. Di primo acchito devo dire che il progetto mi sembra troppo grande per essere portato avanti da una sola componente, per giunta minoritaria, come e’ la sinistra in Alto Adige / Südtirol e quindi dovra’ fare i conti quantomeno con la destra italiana e con quegli elettori della SVP che avvertono il pericolo di un ritorno del terrorismo, che e’ reale e non inventato, se ne vedono gia’ i segni. Ma ci riflettero’ su perche’ la risposta e’ stata seria e interverro’ meglio in seguito. Magari sugli altri tre blog, visto che qui di giornalista del vino avete gia’ uno dei piu’ stimati e simpatici (per la semplicita’ estrema con cui si esprime) e due sarebbero francamente troppi. Perche’ non si deve dimenticare che il mondo del vino non ha dubbi su nessuna delle politiche che si propongono. Il vino socializza. Cosa che vedo che molti altoatesini / südtirolesi non sanno fare o non vogliono fare ( perche’ vendono il vino anziche’ berselo ? Marpioni ! ) per la paura di essere accusati di trasversalita’ o di ricevere sputi in faccia dai talebani della propria etnia come Messner e come tutti quelli che sapete benissimo, se ne legge ogni giorno, come la signora Livia a cui hanno appena bruciato la macchina. Roberto, ti stringo la mano, io torno di la’, in due altre case che non sono la mia, ma che hanno anch’esse bisogno di un giornalista del vino. Se magari un altro, e sai bene a chi alludo perche’ e’ un nostro caro amico senza peli sulla lingua, ogni tanto passasse da una delle due, a sua scelta, potrei restare per un po’ sull’altra in attesa che ne intervenisse pure un altro, cosi’ emigrerei volentieri su un altro blog dell’Alto Adige / Südtirol, che ce ne sono tanti. Il vino, che e’ ambasciatore del suo territorio, unisce e non divide (non e’ un appello, caro Werner, ma una vostra necessita’) e quando si riuscira’ a capirlo non sara’ mai troppo tardi. Statemi bene. Io intanto mi godo una bottiglia di Chateau D’Arsac 2004 Margaux, Cru Bourgeois Superieur che ho trovato da Lidl a soli 10 euro (i tedeschi si che sanno importare e comprare, noi italiani purtroppo ci facciamo ancora inchiappettare dai commercianti).

  23. pérvasion

    Come al solito estremizza.

  24. Mario Crosta

    In vino veritas…

  25. Étranger

    Sul quotidiano “Il Corriere dell’Alto Adige” è apparso oggi un fondo di Toni Visentini che merita di essere riportato in calce al mio modesto contributo:

    Contrordine Kameraden!

    “Contrordine, compagni!” faceva dire Guareschi al trinariciuto capo comunista che impartiva imperiose disposizioni ai militanti. La linea del partito è cambiata, bisogna adeguarsi. Da noi, su questa storia delle Katakombenschulen e dell’italiano insegnato di nascosto negli asili tedeschi, dopo una bel po’ di imbarazzo, è successa la stessa cosa. Ed e’ un bene che sia andata cosi’. Contrordine, Kameraden!

    La vicenda delle ore di italiano clandestine e autopagate dai genitori nelle scuole materne del Südtirol domenica era stata lanciata - grande foto in prima, due pagine di articoli all’interno, un editoriale perfido e anti Svp - da Zett. Il tutto all’insegna delle Katakombenschulen sotto il fascismo e della gran paura di parlarne, un muro di silenzio tale da evocare l’omertà siciliana trapiantata a Sarentino.

    Ma Zett non è un periodico qualsiasi. È il settimanale della Athesia, la casa editrice dei fratelli Ebner, quella che pubblica Dolomiten. Esce di domenica, quando Dolomiten riposa. Ciononostante lunedì scorso, contrariamente a quel che succede quando si ha tra le mani una storia importante, su Dolomiten non c’era alcuna traccia delle Katakombenschulen. Neanche una riga. Dunque il quotidiano dei sudtirolesi per antonomasia, quello che si considera una sorta di cane da guardia della identità e della cultura tedesche in Alto Adige - non si è occupato della vicenda: ne’ per confermare ne’ per smentire. Ed allora tutti a chiedersi: Zett e’ andato nel pallone? Dolomiten non sa che pesci pigliare? Athesia ed i fratelli Ebner stanno cambiando linea? Che messaggio criptato c’è, e per chi, dietro la storia di Zett ed il silenzio del quotidiano? Insomma: cosa c’è sotto?

    La risposta - finalmente - è arrivata ieri. Con un po’ di imbarazzo, con un po’ di precisazioni, con un po’ di distinguo. Ma è arrivata: fuori orario scolastico negli asili sudtirolesi si può fare tutto. Anche insegnare l’italiano, se i genitori si pagano il corso. Ma per il resto, tutto ok. E sulla questione è d’accordo non solo la Svp ma anche l’Union e persino gli Schützen. E pure Dolomiten. Che ieri ha finalmente dato la notizia: i genitori e gli insegnanti stiano tranquilli e non abbiano paura. Macchè omertà siculo-sarentinese e men che meno Katakombenschulen (una vera bestemmia solo pensarlo!). Tutto e’ assolutamente dentro la legalità politica-cultural-sudtirolese doc. E dunque non ci saranno ritorsioni ne’ sanzioni. E peggio per Eva Klotz, se solo si azzarda a piantar grane come fece quando la lezione di italiano nelle scuole tedesche fu portata in prima elementare: ci penseranno gli Schützen a difendere mamme, papà, bambini, insegnanti. E la lingua italiana (purché fuori orario e a pagamento).

    In fondo, par di capire, la colpa di tutto il casino è stata proprio dei genitori e degli insegnanti: non dovevano assolutamente aver paura di parlare con i giornalisti della Athesia.

    Sì, qualcosa sta cambiando anche nel nostro Südtirol.

  26. Étranger

    Markus Lobis, nel suo blog, ha pubblicato un articolo sull’intervista alla rettrice Franceschini con relativo PDF. Vale la pena prenderne una visione diretta [qui]

  27. Étranger

    Continuo la documentazione di opinioni sul plurilinguismo copiando l’ottimo editoriale di Norbert Dall’Ò (ff) gentilmente speditomi dall’autore:

    In den Katakomben der Politik von gestern

    Das Theater mit den Italienischkursen zeigt, wie weit die Politik sich mittlerweile von der Realität verabschiedet hat. Ein bisschen mehr Mut, bitte sehr!

    von Norbert Dall’Ò

    Wir sollten aufpassen, dass wir uns nicht lächerlich machen. Nicht hierzulande, da ist sowieso … ach Himmel! Aber zumindest gegenüber unseren Nachbarn im In- und Ausland. Die glauben nämlich tatsächlich noch, wir sind eine unterdrückte, geknebelte Minderheit. Die glauben, wir befänden uns in einem permanenten Sprachenkampf.

    Und jetzt das: Das Athesia-Boulevardblatt Zett „deckt auf“, dass in mehreren Gemeinden geheime Sprachkurse abgehalten würden. Im Artikel taucht der Begriff „Katakombenschulen“ auf. Tags drauf wird die Story von den italienischen Zeitungen groß gebracht, dem Corriere della Sera ist die Sache sogar eine Seite in der gesamtstaatlichen Ausgabe wert. Das Athesia-Blatt Dolomiten fasst die Kollegen von der Zett an die Nase, Schützen und Union schütten kübelweise Wasser ins Feuer: Alles nicht so schlimm! Selbstverständlich könnten Sprachkurse abgehalten werden – freilich außerhalb der Unterrichtszeit und bezahlt von den Eltern.

    Der Zufall wollte es, dass ausgerechnet an diesem bildungspolitisch verrückten Wochenende Freunde aus Deutschland zu Gast waren. Also hieß es Übersetzer spielen: wie das genau funktioniert mit dem Mutter- und Zweitsprachenunterricht in Südtirol; was im Artikel 19 so alles verankert ist; warum die Schule der Ladiner, der kleinsten Minderheit, dreisprachig ist und die Schule der Deutschen, die eine dermaßen große und starke Minderheit darstellen, dass man sie eigentlich auch als Mehrheit betrachten könnte, warum diese Schule hingegen strikt einsprachig sein muss.

    Die piefkischen Freunde kannten kein Erbarmen: Stimmt es, dass die Südtiroler nicht mehr Italienisch können, weil das politische Interesse fehlt, es ihnen beizubringen? Was bedeutet „bilingualer Unterricht“? Was Immersion? Was versteht ihr Südtiroler bitte sehr unter einem „vehikularen Umgang mit den Sprachen“? Und überhaupt: Wo ist eigentlich das Problem?

    Ich kam ins Schwitzen. Also bis zum Artikel 19 hatte ich noch recht tapfer gekämpft, aber als ich dann merkte, wie meine Gäste mit unverhohlener Schadenfreude die vielen Varianten, Ausnahmen, Sonderregelungen in und außerhalb der Schule zu zerklauben begannen, platzte mir der Kragen: „Wir sind eben eine Minderheit! Ihr könnt das nicht verstehen!“
    Das Problem: Sie verstanden es sehr wohl. Ich war es, der nichts mehr verstand. Und hier fühlte ich mich plötzlich in der Haut jener Tausenden von Lehrern, Wissenschaftlern und Eltern, die es längst aufgegeben haben, gegen den Artikel 19 anzurennen. Und die stattdessen im Schatten dieses Oberheiligtums, unbeobachtet oder aber augenzwinkernd tolerierend, ihr eigenes Süppchen kochen. Landesrätin Luisa Gnecchi ist ja inzwischen eine Meisterin in dieser Spezialität: Die italienische Schule ist von Sonderbestimmungen und „permessi“ und „Pilotversuchen“ längst durchlöchert wie Käse aus dem Emmental.

    Auch aus Ladinien wäre mir nicht bekannt, dass die dortige Minderheit wegen der Dreisprachigkeit das Zeitliche segnen muss. Im Gegenteil. Man berichtet mir von einem neuen Selbstbewusstsein der ladinischen Jugend, von Aufgeschlossenheit und Sprachenkompetenz.

    Nur bei uns, bei den „Deutschen“, ist alles so wie in den Zeiten des Volkstumskampfes. Als hätte es nie einen Übergang von Zelger zu Hosp zur tapferen Kasslatter-Mur und weiter zum linken Saurer gegeben. Alles einbetoniert im Artikel 19 – und mit einer Politik, die sich tatsächlich so verhält, als gäbe es noch die Katakomben und einen Feind, der uns assimilieren könnte.

    Wer tagein, tagaus auf die Wichtigkeit der Sprachen hinweist („Voraussetzung, um sich in der globalisierten Welt orientieren zu können!“), aber gerade in Sachen Sprachenunterricht an steinzeitlichen Methoden festhält, der sollte sich nicht wundern, wenn Eltern zur Selbsthilfe greifen.

    Selbstverständlich dürfen sie das. Selbstverständlich wäre aber auch, dass unsere Politiker sich vom Brett mit der Aufschrift Artikel 19 nicht länger die Sicht verstellen lassen. Sonst werden auch sie zur Lachnummer.

  28. bbd = Süd-Tiroler Freiheit? « [Blaun] - Brennerbasisdemokratie.

    [...] Brennerbasisdemokratie = Süd-Tiroler Freiheit?  Valentin[o] - Am 2. Oktober 2007 um 15:16 Uhr Mario Krosta. Valentin[o] e Gabriele, la domanda a Valentino Liberto non era un’insinuazione, ma una domanda breve e sincera, senza secondi fini, per una risposta breve e sincera, senza secondi fini, che ritengo molto chiarificatrice. Valentino Liberto ha press’a poco l’eta’ di Sven Knoll, entrambi non vogliono un Alto Adige italiano, quindi che cosa li divide veramente? Come si fa a immaginarsi sempre delle trappole dietro alle domande? Valentino, svegliati, che te ne domanderanno anche di peggio adesso che sei impegnato in politica. Non vedere trappole dappertutto, spiegati e basta. E’ tanto difficile? Valentin[o], perche’ non stai con la Klotz? [...]

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