Disagio (all inclusive)

Verfasser: Étranger

Qualche giorno fa, in un interstizio di questa discussione, il nostro Werner pose una domanda:

Kann es sein, dass sich im “Disagio” auch (nicht überlesen) ein Gefühl manifestiert, das in der sprichwörtlichen Ineffizienz der Institutionen der italienischen Republik gründet?

A questo punto Loiny, da par suo, ha raccolto la questione e l’ha affrontata nel modo che segue. Buona lettura.

* * *

Caro Werner, io non ti risponderò. Ciononostante, ho deciso di articolare la mia non risposta in tredici punti:

  1. La parola „disagio“, in Alto Adige/Südtirol, designa solo il “malcontento” patito dal gruppo etnico italiano in quanto minoranza provinciale. Quando tu scrivi: „Wie ich bereits im mir lieb gewonnenen FF-Forum des Öfteren artikuliert habe, sind die statischen politischen Verhältnisse und die beträchtliche Macht der SVP für alle demokratisch denkenden Südtirolesi ein Anlass zur Reflexion. Hinter dem “Disagio” verbirgt sich - auch - der Wunsch nach einer stärkeren Einbeziehung und einem partizipationsorientierten politischen Stil, der wahrlich nicht immer gepflegt wird“, non sono d’accordo con te. Se considerato nella sua accezione corrente, il termine “disagio“ non ha nulla a che fare con dei soggetti singoli e nemmeno con un soggetto collettivo etnicamente indeterminato (ad esempio il soggetto politico “trasversale” cui fai riferimento qui sopra). Elemento cardinale della rappresentazione del contrasto etnico, il termine “disagio” isola, ritagliandola con qualche forzatura dal campo semantico di un generico “malcontento”, quella forma specifica di malcontento patito dal solo gruppo etnico italiano in quanto “soggetto plurale determinato”. Il grande rilievo riservato dai media al fenomeno del “disagio” dipende proprio dalla circostanza che anche il malcontento diventa funzionale, e dunque utile al sistema Alto Adige/Südtirol, solo nel momento in cui è chiaramente “etnicizzato”. Che poi alcuni “caratteri” che compongono il disagio siano riscontrabili anche in altre forme di malcontento (ad esempio quello manifestato dagli “alternativi di lingua tedesca”, o dai “sudtirolesi indivisi” che fanno riferimento all’esperienza langeriana, o dalle cosiddette “Destre tedesche”), per degli appassionati lettori di Musil come noi è un fatto piuttosto scontato.
  2. Il “disagio degli italiani” è un fenomeno consustanziale alla dialettica maggioranza/minoranza vigente in Sudtirolo e può essere compreso fino in fondo solo se messo in relazione con il “vittimismo dei tedeschi” e con il “malcontento senza nome” degli altri gruppi etnici che vivono in Alto Adige/Südtirol. Provo a spiegarmi meglio: qui da noi esiste una toponomastica ufficiale del “malcontento”. Il malcontento patito dal gruppo etnico tedesco in quanto minoranza statale si chiama “vittimismo”. Il malcontento del gruppo etnico italiano in quanto minoranza provinciale si chiama “disagio”. Il malcontento dei ladini in quanto “minoranza nella minoranza” ha probabilmente un nome ladino che noi non siamo in grado di capire. Il malcontento degli altri gruppi etnici presenti sul territorio non viene preso in considerazione e dunque non ha nome.
  3. Una precisazione: il disagio degli italiani, essendo funzionale alla rappresentazione del contrasto etnico, è innanzitutto la riduzione di una complessità. Nei tuoi bellissimi post della settimana scorsa, mostrando gli itinerari possibili sotterranei al disagio, hai tratteggiato la rappresentazione del contrasto etnico come una specie di lenzuolo mortuario disteso su una complessità gravida di futuro. Quel lenzuolo mortuario, però, per molti sudtirolesi di tutti i gruppi linguistici, costituisce una vera e propria seconda natura, un insieme di automatismi che molto difficilmente possono essere inceppati da strumenti analitici più o meno raffinati. Non solo: il nostro lenzuolo, con le macchie di urina e i diversi umori tribali di cui è impregnato, è un serbatoio sentimentale pressoché inesauribile per una parte cospicua degli elettori della nostra provincia. Per molti di loro, esso non è soltanto una comoda semplificazione del nostro passato recente, ma anche l’immagine più probabile del nostro immediato futuro. (Non credo comunque che le nostre posizioni siano molto distanti. Semplicemente, caro Werner, quando avviene la metamorfosi tu segui con lo sguardo il volo della farfalla, io il bozzolo di seta che la conteneva).
  4. Qualche giorno fa, Gabriele ha scritto che la rappresentazione del contrasto etnico è una mitologia negativa. Benissimo. Il disagio è allora “la narrazione di avvenimenti cosmogonici, gesta eroiche, storie di divinità e di fondazioni culturali” a cui gli italiani del Sudtirolo non hanno potuto partecipare. Il disagio, insomma, è il racconto di una mancanza: esso trae origine da quello che gli italiani sanno di non poter fare, ma anche da tutto ciò che fino ad ora hanno potuto permettersi di non sapere.
  5. Procedendo in maniera riduttivamente evenemenziale (e a questo punto mi pare di vederti, caro Werner, con le mani tra i capelli e un sorriso che si allarga sulla faccia) si può dire che, in quanto precise categorie storiche, sia il disagio degli “italiani” che il vittimismo dei “tedeschi” hanno avuto una loro origine e un loro sintomo per così dire “simbolici”. Riduco la questione all’osso: se il sintomo del disagio può essere convenientemente ricondotto ai risultati delle elezioni regionali del 1985 e la sua origine al secondo Statuto di autonomia, il sintomo del vittimismo dei tedeschi é duplice (manifestazione di Castel Firmiano e “notte dei fuochi”) e ha prodotto due racconti storici – e due paesaggi fantasmatici - affatto diversi, mentre la sua origine va senz’altro individuata nel distacco del Sudtirolo dalla sua patria austriaca.
  6. IL DISAGIO PRIMA DEL DISAGIO. Il disagio in quanto categoria sentimentale precede il disagio come categoria storica: esso è una specie di stella fissa di quello che io chiamo il “Sudtirolo ideale eterno”. Per farti capire di cosa si tratta, riporto qui il pensiero di un mio scolaro di lingua tedesca scritto all’indomani del referendum di Piazza della Vittoria: “Gli italiani, da oltre ottant’anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell’occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”. Quest’immagine, una specie di fototessera del nostro stare insieme, mi piacque molto e mi piace ancora oggi: il gruppo etnico tedesco vi è rappresentato in figura di CORPO VIOLATO, il gruppo etnico italiano come CORPO ESTRANEO.
  7. Finché resta in piedi la dialettica maggioranza/minoranza che soggiace alla nostra autonomia, il “disagio” va giustamente considerato come un vittimismo di serie B. In questo senso, come scrissi una volta in un bagno pubblico fortemente “etnicizzato”, “se anche il disagio partecipa di una mitologia negativa, poter avere al massimo il disagio è la prima figura del disagio”.
  8. Il disagio degli italiani e il vittimismo dei tedeschi sono interdipendenti. Ogni manifestazione di disagio produce un surplus di vittimismo e viceversa. (So perfettamente che cercare un nesso causale tra l’enorme corona di spine portata in spalla dagli Schützen nel settembre del 1984 e il successo elettorale del MSI alle elezioni regionali del 1985 sarebbe un’ingenuità piuttosto grossolana. Fatto sta che quei due episodi della nostra vita pubblica, se considerati insieme, costituiscono una potentissima metafora di quel che intendo dire)
  9. In un contesto di rappresentazione del contrasto etnico, l’esercizio della critica è sempre portato da soggetti etnicamente determinati. A seconda che venga esercitata verso lo Stato, nei confronti della Heimat tedesca, o all’indirizzo dell’autonomia, la critica si ritorce irrimediabilmente contro il soggetto che la pratica, trasformandolo in una macchietta. Un altoatesino che sputa nel piatto dell’autonomia ha il “disagio”. Un sudtirolese che sputa nel piatto dello Stato è un “vittimista coronato di spine”. Un altoatesino che sputa nel piatto della Heimat tedesca è un “fascista”. Un sudtirolese che sputa nel piatto dell’autonomia è un “alternativo”. Un altoatesino che sputa nel piatto dello Stato è un “italiano”. Un sudtirolese che sputa nel piatto della Heimat tedesca è un “Nestbeschmutzer”. Da questo schema si deduce che gli altoatesini non hanno una piccola patria e che i ladini, come al solito, non vengono rappresentati. (In realtà, può essere che essi non sputino e non ricevano sputi, oppure che sputino tantissimo senza che il loro sputo venga minimamente percepito. Ma può anche darsi che la loro saliva, una volta uscita di bocca, vada a confondersi, di volta in volta, con la saliva tedesca o con quella italiana)
  10. Il secondo Statuto di autonomia avrebbe dovuto determinare la scomparsa degli “italiani dell’Alto Adige/Südtirol” e contemporaneamente la nascita della “comunità altoatesina”. Invece è successo qualcosa di diverso: gli “italiani dell’Alto Adige/Südtirol”, perdendo buona parte dei privilegi di cui godevano e soprattutto il sostegno dello Stato, sono diventati “gli altoatesini”, mentre la “comunità altoatesina”, almeno fino ad ora, è rimasta intrappolata nella pancia dell’autonomia e corre il rischio di perire ancora prima di essere partorita. Sul perché della “comunità altoatesina” non vi sia ancora traccia si potrebbero versare fiumi d’inchiostro. Prima di farlo, però, è il caso di fornire qualche dato. Riccardo Dello Sbarba, nel suo “La convivenza asimmetrica”, l’ha già fatto per noi: “Quel che non funziona è il presupposto di una stabilizzazione della popolazione italiana del Sudtirolo, che molti si attendono da un decennio di saldo “migratorio zero”. In realtà, sotto questo zero continua ad esserci un via vai di dimensioni bibliche. Se si scompongono i flussi migratori (dati ASTAT) si scopre che tra il 1975 e il 1994 le persone che dall’Italia sono immigrate in Sudtirolo sono state ben 34.000, mentre a emigrare verso l’Italia sono stati in 43.000. Ciò significa un ricambio di oltre un terzo del gruppo italiano in vent’anni, una media di quasi 4.000 persone ogni anno che con mobili e bagagli passano il confine di Salorno in entrata e in uscita. Emerge chiaramente dai dati degli ultimi due censimenti, basta che uno li sappia (e li voglia) leggere. Nel 1981 dichiaravano di essere nati in altre regioni italiane quasi 67.000 cittadini, cioè il 54% del gruppo italiano di allora. Nel 1990 erano 58.000, il 50% degli italiani dichiarati; nel 2001, 51.500, il 47%. Insomma: metà degli italiani residenti in Sudtirolo non sono nati qui. Ancora: alla domanda su dove avevano la residenza 5 anni prima, hanno risposto di averla avuta in altre province italiane 4879 persone nel 1981 e 5170 nel 1991. Di quelli del 1991, il 70% aveva tra i 20 e i 39 anni, l’età centrale del lavoro. Il ricambio con l’Italia non è un residuo, ma una caratteristica permanente degli italiani del Sudtirolo. Lo ha confermato anche la pubblicazione nell’anno 2006 del “Barometro linguistico” con cui l’Istituto provinciale di statistica ha misurato il tasso di bilinguismo della popolazione. Ed ecco i risultati: il 47,2% - cioè quasi la metà – degli italiani del Sudtirolo ha vissuto nei primi sei anni di vita fuori dal Sudtirolo (tra i tedeschi solo il 4,5%, tra i ladini il 3,5%); il 34,2% degli italiani del Sudtirolo ha addirittura frequentato tutte le scuole, proprio tutte, fino alla maturità, fuori dal Sudtirolo (e dunque senza insegnamento del tedesco seconda lingua). Chi si può stupire se solo il 23% degli italiani ha avuto genitori che conoscevano il tedesco, mentre oltre il 75% dei genitori conoscevano l’italiano? E chi si può stupire se in quanto a frustrazioni e delusioni nell’apprendimento della seconda lingua, gli italiani hanno il record assoluto? Insomma: gli italiani del Sudtirolo sono una popolazione caratterizzata da una fortissima mobilità. Esattamente come lo sono i cittadini di tutte le aree urbane d’Europa, a Milano come a Monaco. La differenza è che là il sistema non funziona con le quote etniche, mentre da noi sì. Per corrispondere alle regole della nostra autonomia, anche gli italiani dovrebbero fare gruppo, ma la loro strutturale mobilità impedisce loro di fare quello che, in condizioni storiche, antropologiche e culturali assolutamente diverse è riuscito a fare il gruppo tedesco. E così in Sudtirolo viviamo in una “convivenza asimmetrica”, in cui regole uguali vengono applicate a gruppi socio-linguistici assolutamente diversi. E in queste regole soprattutto gli italiani (ma anche molti tedeschi urbanizzati) non riescono a starci dentro”.
  11. Il disagio degli italiani è un racconto perfettamente bilicato tra verità e menzogna. Non diversamente dalla rappresentazione del contrasto etnico, della quale è una parte, il disagio è un doppio movimento che unisce e che separa: da una parte tiene insieme – si fa per dire - la dispersione gli “altoatesini”, mentre dall’altra è uno (soltanto uno!) degli elementi che contribuiscono a separare gli altoatesini dalla comunità sudtirolese.
  12. Proprio come nella scena del film “Roma” di Fellini, in cui alcuni affreschi cominciano a scomparire nel momento in cui vengono raggiunti dalla luce del giorno, il “disagio” è destinato a dissolversi ogniqualvolta venga privato della sua cornice locale: investito da una luce nazionale o internazionale, il suo senso si scioglie come neve al sole. Ipersignificante a Bolzano, il “disagio” è letteralmente incomprensibile a Roma o a Berlino.
  13. Un appunto conclusivo. Qualche ora fa, a una fermata dell’autobus di Bressanone, ho visto i nuovi manifesti che pubblicizzano l’idillio sudtirolese/altoatesino: il manifesto è in realtà due manifesti distinti. Uno raffigura un prato fiorito che introduce l’osservatore al paesaggio dolomitico sullo sfondo, l’altro riproduce dei bellissimi vigneti inondati di sole. Sul primo manifesto c’è scritto “Ich lebe es!”, sul secondo “Io ci vivo!”. Il disagio, che dormiva dentro di me, è ora di nuovo desto. “Perché le due frasi sono così diverse?”, “Non sarà che in quello slogan bilingue si celi lo spettro di una differenza?”, “Ma no, forse mi sbaglio”, “Devo piantarla con i sospetti!”. Sono sicuro di aver compreso qualcosa e contemporaneamente ho il timore di non capire nulla. La rappresentazione del contrasto etnico è anche questo: ci attraversa ormai come un osso, la cui estremità superiore è una lente d’ingrandimento puntata sui nostri pregiudizi e sulle nostre paure.

67 Reaktionen zu “Disagio (all inclusive)”

  1. babbuino

    Ma proprio no: no, no, no e poi ancora no! Loiny ed Étranger (quest’ultimo certamente da chiamare in correo): non avete idea di quanto mi faccia incazzare questo pezzo. Ma la domanda vera è: sarà un incazzatura intellettuale o un’incazzatura viscerale?

  2. Étranger

    Carissimo, ambasciator non porta pena. Posso persino considerare il pezzo di Loiny un capolavoro (e lo è), ma la responsabilità (onore ed onere) è tutta sua. Per una volta dormo tranquillo.

  3. Loiny

    Venerabile babbuino, se mi farai a pezzi te ne sarò infinitamente grato. Io voglio capire, il resto non m’importa. Se prendo una cantonata madornale e qualcuno mi spiega il perché, come minimo lo invito a cena all’Elefante…

  4. Valentin[o]

    Questo “pezzo” fa a “pezzi” proprio tutto. Ovvero è una nuova, galattica interpretazione del Manifest[o] di bbd, “decostruttore” per antonomasia.

    Temo però che l’impalcatura (per forza debole) del blog non sorregga un’idea di tale portata, articolata in modo così sublime. La Plattform ne esce anzi profondamente danneggiata: una pagina web contiene a fatica cotanta grandiosità… È un testo capace di distruggere il sito, bucare lo schermo del computer, accecare il lettore e distruggere ogni elemento presente nelle sue vicinanze. Forse c’è già riuscito, difatti chi vi scrive si sente un poco abbrustolito. Ma quanta potenza hai sprigionato, Loiny? La forza insita nel tuo scritto “sul disagio” (nonostante appaia riduttivo indicarlo con questo titolo) ci costringe a riflettere sul disagio visto da qui, da [bbd]. Un trattato ideato nell’ambito di [bbd] soprattutto PER [bbd]?

    Parlando di “disagio”, hai descritto l’intero sistema Sudtirolo, dalla A alla Z. Ma è davvero improponibile decontestualizzare il disagio? La “cantonata” che hai preso, ammesso che ci sia, può essere questa. La difficoltà, se non l’impossibilità da parte tua nel rispondere a Werner relativamente al solo fenomeno “italiano”, visto dal punto di vista di un “italiano”, ti porta a divagare sull’Alto Adige-Südtirol, estraniandoti ancora di più da quanto accade tra gli “italiani”… Una debolezza? Non credo. Piuttosto è il segreto della tua forza esplosiva: non voler considerare il “disagio” come fatto limitato a un quartiere, una città, una comunità o un gruppo bensì inserirlo nella fenomenologia più ampia del contrasto etnico e della separazione appunto “tra gruppi”. Altrimenti, inevitabilmente si ricade nella retorica del vittimismo e nella logica a senso unico delle gerarchie immutabili.

    Il timore finale è fondato: il contrasto si manifesta ovunque, dentro e fuori il nostro corpo, impalpabile però percepibile. Se ne parla, diversamente a seconda che ci si trovi su una o sull’altra “montagna”. Noi proviamo a collocarci nel vuoto più o meno ampio tra le due creste, facendo attenzione a non toccarne i versanti scoscesi. Tentativo faticoso, da aviatori esperti. Non sempre ci riusciamo, a volte precipitiamo pure noi. Dotiamoci di paracaduti.

  5. werner

    P***, Loiny, mi ci vorrà qualche “anno” per poter comprendere e “rispondere”. Oggi vado a Sand con la mia c. C.M., forse ce la faccio a passare da te. Avverto: Ich werde Dich umarmen.
    Con stima We

  6. Dalla colonia penale

    Caro RR (sul disagio).
    Non ricordo più (o non riesco più a trovare) dove fosse la sua dubitativa affermazione originale: ovvero che nel libro di Acquaviva/Eisermann - salvo errori - non compare da nessuna parte il termine disagio.
    Ovviamente compare: a pag. 109. Provvedo a ricopiarle il pezzo in questione.

    ….La vitalità del gruppo etnico tedesco e la sua capacità di organizzarsi a difesa ci inducono ad analizzare i fattori che caratterizzano questi atteggiamenti e che differenziano il gruppo tirolese dagli altri, a partire dall’inchiesta a mezzo questionario da noi svolta.
    Come abbiamo visto, la famiglia allargata, durata a lungo dopo l’occupazione italiana, la difesa del folklore e delle tradizioni popolari, la religione come elemento coesivo di germanicità, la monoliticità politica che fa tutt’uno con queste caratteristiche, hanno giocato in favore dell’unità e della difesa del gruppo etnico.
    Tutti questi fattori hanno fatto sì che il gruppo, favorito in questo dalla politica etnicamente aggressiva dell’Italia durante il fascismo, si ponesse in posizione etnocentrica identificando l’Italia come “aggressore” e causa prima di disagio….

    Ecco: ed è del tutto naturale comprendere come la definizione di disagio sia stata in seguito rovesciata sul gruppo etnico italiano.

  7. Dalla colonia penale

    Caro Loiny
    Intanto che aspetto la pubblicazione del mio commento sul disagio, ne approfitto per cominciare a dirozzare (separare l’incazzatura viscerale da quella intellettuale) l’auspicato approfondimento.

    Se considerato nella sua accezione corrente, il termine “disagio“ non ha nulla a che fare con dei soggetti singoli e nemmeno con un soggetto collettivo etnicamente indeterminato (ad esempio il soggetto politico “trasversale” cui fai riferimento qui sopra). Elemento cardinale della rappresentazione del contrasto etnico, il termine “disagio” isola, ritagliandola con qualche forzatura dal campo semantico di un generico “malcontento”, quella forma specifica di malcontento patito dal solo gruppo etnico italiano in quanto “soggetto plurale determinato”. Il grande rilievo riservato dai media al fenomeno del “disagio” dipende proprio dalla circostanza che anche il malcontento diventa funzionale, e dunque utile al sistema Alto Adige/Südtirol, solo nel momento in cui è chiaramente “etnicizzato”. Che poi alcuni “caratteri” che compongono il disagio siano riscontrabili anche in altre forme di malcontento (ad esempio quello manifestato dagli “alternativi di lingua tedesca”, o dai “sudtirolesi indivisi” che fanno riferimento all’esperienza langeriana, o dalle cosiddette “Destre tedesche”), per degli appassionati lettori di Musil come noi è un fatto piuttosto scontato.

    Parlare di disagio ed equipararlo al malcontento come nel pezzo che mi precede ha, per noi (posso dire noi anche se temo d’esser solo?) appassionati lettori di de Tocqueville, di Durkheim, di Weber, di Adorno, di Pareto, di Parsons, di Simmel, di Sombart, di Tönnies, di Mills, di Veblen o di Kapp, il significato di porre sullo stesso piano (ed è un fatto scontato) la rappresentazione della febbre - nemmeno la febbre - con la malattia. Ovvero di scambiare il mito raccontato - quindi nemmeno il mito in sé - con la realtà, facendo sì che il racconto del mito sussuma il reale, mentre la realtà viene sussunta dal racconto del mito, divenendo quindi (logós) dialetticamente falsificabile.
    Mi spiego. L’assunto dal quale parte tutto il ragionamento successivo, è il seguente.
    Non esiste una discriminazione (in linguaggio sociologico, una diseguaglianza) tra il gruppo etnico italiano e quello tedesco. Quindi (e si veda bene quel quindi) il “disagio” (orrenda parola usata da Acquaviva nel suo saggio) NON É il sintomo - la febbre - della discriminazione e delle diseguaglianze, ma una mera rappresentazione - una “finta febbre”, mi verrebbe da dire, un po’ come quelle provocate dai militari di leva per scamparsela dalle marce.-.
    Ecco: l’errore sta tutto qui. Ovvero pervenire alla conclusione che, data l’inesistenza della discriminazione e delle diseguaglianze, il disagio non possa che essere, per l’appunto, mera rappresentazione. Ma si è dimenticato un passaggio fondamentale (o lo si è dato per scontato): ovvero verificare se vi siano effettivamente discriminazione e diseguaglianze. Dando questa premessa per scontata - ovvero non esistono discriminazioni e diseguaglianze - si compie un errore formale e sostanziale ASSOLUTAMENTE irrecuperabile.

  8. Étranger

    Non vorrei gravare sull’incipiente dialogo. Mi sento però di fare due precisazioni:

    1. Nel passaggio del testo di Acquaviva citato non si fa riferimento specifico al cosiddetto “disagio” degli italiani. “Disagio” (sempre nel passo citato) è un termine del tutto generico ed applicato, in prima istanza, al sentimento di non appartenenza allo stato italiano proprio del gruppo linguistico tedesco. Detto questo, la tesi secondo la quale il “disagio” degli italiani non sia che un rovesciamento di quello “tedesco” tiene fino ad un certo punto. Sicuramente le due cose sono contestuali (come bene ha illustrato Loiny), ma la relazione non è speculare (e qui valgono le osservazioni di Dello Sbarba sull’asimmetria dei gruppi linguistici).

    2. Non penso che se parliamo di “rappresentazione” del “disagio” stiamo dicendo che si tratti di una “mera” rappresentazione. Certo che la “discriminazione” esiste. Ma in primo luogo si tratta, dobbiamo tenere assolutamente fermo questo punto, di una “discriminazione positiva” (legata cioè ai meccanismi di protezione di una “minoranza” territoriale). Il difficile è riuscire a dimostrare a) in che modo questa discriminazione positiva (a FAVORE dei tedeschi) si risolva in una discriminazione negativa (a SVANTAGGIO degli italiani) e b) in che modo una eventuale correzione di questa seconda discriminazione non metta in questione i risultati (positivi) raggiunti con la prima.

  9. Dalla colonia penale

    1
    No, la questione originale verteva su chi avesse dato l’imprimatur sul termine disagio: senza specificare - o, almeno, era una questione da porre in secondo piano - se ciò fosse avvenuto riguardo al gruppo etnico italiano o tedesco. Dal libro di Acquaviva/Eisermann ho, per l’appunto, estratto il passo ove sta l’introduzione “nel discorso” del termine disagio. E dove detto termine sta a definire una condizione che dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) connotare il gruppo etnico tedesco. Del tutto ovvia, dunque, la successiva evoluzione “del discorso”, dove il termine disagio è stato utilizzato sul e per il gruppo etnico italiano.
    2
    Non esistono discriminazioni positive da contrapporre a discriminazioni negative. Non esistono nemmeno l’una come simmetria dell’altra. E, soprattutto, questa coppia di termini non esiste nel linguaggio (figuriamoci dunque nell’epistemologia) delle scienze - sociali - preposte ad analizzare questi fenomeni. Non so come dirtelo, quindi debbo dirtelo proprio come mi viene: abbi pazienza. “Non sai di cosa parli”.

  10. Étranger

    1. Nel testo di Acquaviva da te citato il termine “disagio” non è usato in senso tecnico, dunque l’imprimatur di cui vai parlando è campato in aria.

    2. Non esistono discriminazioni positive? L’espressione “discriminazione positiva” (o anche “azione positiva”) è usata, nella letteratura specifica, per tradurre l’espressione inglese “affirmative action”. [Leggi qui]. Io parlo di questo e, come vedi, non sono il solo.

    Per una rapida introduzione: [leggi anche qui]. Sull’autore del saggio [consulta qui].

  11. Dalla colonia penale

    1.
    La questione dell’imprimatur per il termine “disagio” è da intendersi nel senso “del discorso”. Ovvero di chi, per primo, l’abbia usato per connotare certi fenomeni. La definizione d’uso in senso tecnico o meno non ha significato: anche se, va precisato, la citazione che ne fa Acquaviva nel suo libro non è comunque semplicemente colloquiale. Come si può comprendere dal contesto - il libro, il capitolo e il pezzo - nel quale è inserito e dal quale l’ho tratto.
    2.
    Mai sentita (né letta) la “discriminazione positiva” quale traduzione italiana del concetto di “affirmative action”. Che, come ho già detto, in linguaggio sociologico “discriminazione positiva” è un’aberrazione. Lascia perdere Wiki e citami lavori e fonti originali: poi ne riparliamo.

  12. RR

    @ Dalla Colonia Penale
    Prendo atto, anche se, devo dire, non mi convince il “rovesciamento” etc., e quindi, a conti fatti, la primogenitura (ci si trova di fronte, oltre il resto, a un hapax legomenon).
    Ma è una questione di termini e, tutto sommato, non troppo utile: se non è usato il termine, sicuramente è però teorizzato il concetto che dovrebbe con esso essere definito (lo avevo già sottolineato nel precedente intervento a riguardo).
    Grazie per la correzione.

  13. Étranger

    Sulla primogenitura del termine non ci sono dubbi. NON C’È. Ma in effetti, come ha notato RR, la questione è oziosa, visto che poi l’analisi di Acquaviva effettivamente dà il là alla costruzione dello “specifico” concetto di disagio come noi siamo ormai abituati a considerarlo.

    Per quanto riguarda invece il concetto di “affirmative action” e di “discriminazione positiva” (o “azione positiva”) sono in imbarazzo. Perché sono talmente tanti i riferimenti che non si sa letteralmente da che parte cominciare. Ti do, così, tanto per iniziare da qualche parte, una citazione sulla quale potremmo lavorare:

    Il termine “discriminazione positiva” rimanda ai programmi di “affirmative action”, sperimentati negli USA dalla metà degli anni ‘ 60 a favore delle donne e delle minoranze etniche, per sostenerne l’accesso all’università e alla pubblica amministrazione. La “reverse discrimination” è stata realizzata, in modi e con risultati ancora discussi oltre Atlantico, in primo luogo assegnando per legge “quote riservate” alle fasce deboli della popolazione, al fine di riequilibrare con “affirmative action” la posizione di quelli che hanno meno opportunità di riuscita degli altri a causa di qualificazione insufficiente, disoccupazione di lunga durata, genere, condizione familiare, ecc.

    “La discriminazione positiva non ha altro obiettivo che di ripristinare l’uguaglianza: le deroghe di legge al diritto comune non sono stabilite che per compensare ineguaglianze di partenza, troppo grandi da poter essere colmate con una risposta ugualitaria tradizionale”, scrive Eric Keslassy, sociologo, ricercatore dell’IRIS (Université Paris IX - Dauphine), nel suo libro “De la discrimination positive”, Editions Bréal, Paris, 2004.

    Per un’inquadramento “critico”: [leggi]

  14. Dalla colonia penale

    Caro Loiny proseguo nel dirozzamento.

    ll “disagio degli italiani” è un fenomeno consustanziale alla dialettica maggioranza/minoranza vigente in Sudtirolo e può essere compreso fino in fondo solo se messo in relazione con il “vittimismo dei tedeschi” e con il “malcontento senza nome” degli altri gruppi etnici che vivono in Alto Adige/Südtirol.

    O, ancora più dichiaratamente:

    Una precisazione: il disagio degli italiani, essendo funzionale alla rappresentazione del contrasto etnico, è innanzitutto la riduzione di una complessità.

    Introducendo infine il mithos

    Il disagio è allora “la narrazione di avvenimenti cosmogonici, gesta eroiche, storie di divinità e di fondazioni culturali” a cui gli italiani del Sudtirolo non hanno potuto partecipare. Il disagio, insomma, è il racconto di una mancanza: esso trae origine da quello che gli italiani sanno di non poter fare, ma anche da tutto ciò che fino ad ora hanno potuto permettersi di non sapere.

    Questo sviluppo del discorso è logicamente conseguente all’assunto iniziale che ho esplicitato nel mio primo post di dirozzamento: ovvero che il fenomeno altoatesino (il significato che il “significante” disagio porta con sé) sia una creazione mitica che nasce contestualmente al “vittimismo” sudtirolese; una sorta di contrapposizione retorica maggioranza/minoranza (attenzione Loiny, non contrapposizione dialettica: altrimenti non vi sarebbe più alcun mithos - ma sulla differenza tra dialettica e retorica nella contrapposizione tra logós e mithós, ci torneremo più avanti) da “rappresentare” meramente sulla scena altoatesinosudtirolese.

    Proviamo invece a partire da un’altra ipotesi di lavoro. E poniamo piuttosto per assodato che discriminazioni e diseguaglianze siano fattuali. È innegabile che ciò rappresenterebbe un grosso problema: come giustificare il fatto che la concessione di uno Statuto di Autonomia ad una minoranza nazionale abbia comportato per contro l’instaurazione di un regime di discriminazioni e diseguaglianze nei confronti della minoranza territoriale che insiste, per l’appunto, sul medesimo territorio? Negare non si può: anche perchè negare il reale espone a dei rischi ben precisi. Primo tra tutti, che i fatti smentiscano le negazioni.

    Ed ecco dunque l’artificio: anzi, il vero e proprio coup de Theatre: trasformare le discriminazioni e le diseguaglianze (ovvero i fatti) in un mito. Ovvero (si colga la finezza dell’operazione), sostituire ai fatti la loro rappresentazione da “immaginario collettivo”. Provvedendo poi a collocare detto immaginario collettivo a fianco dell’altro immaginario: quello del “vittimismo” sudtirolese. Ma mentre il secondo è davvero una mera rappresentazione di fatti insussistenti, il primo è lo screditamento di fatti sussistenti attraverso la “metamorfosi” del reale in mito. Tecnicamente eccezionale: ma moralmente del tutto esecrabile. Compresi complici e fiancheggiatori, naturalmente.

  15. Dalla colonia penale

    1.
    Il primo ad usare il termine disagio nel contesto di cui stiamo parlando è stato (come avevo già detto) Acquaviva a pag, 109 del suo libro del 1981. Quindi l’affermazione di Viola (e financo di Holzmann), secondo la quale egli (e l’altro) si attribuisce personalmente la paternità della definizione, è falsa.
    2.
    Mi correggo e cito nuovamente quanto avevo originariamente scritto” Non esistono discriminazioni positive da contrapporre a discriminazioni negative. Non esistono nemmeno l’una come simmetria dell’altra. E, soprattutto, questa coppia di termini non esiste nel linguaggio (figuriamoci dunque nell’epistemologia) delle scienze - sociali - preposte ad analizzare questi fenomeni.”

    Quindi è errata questa tua proposizione:

    “Il difficile è riuscire a dimostrare a) in che modo questa discriminazione positiva (a FAVORE dei tedeschi) si risolva in una discriminazione negativa (a SVANTAGGIO degli italiani) e b) in che modo una eventuale correzione di questa seconda discriminazione non metta in questione i risultati (positivi) raggiunti con la prima.”

    Ovvero utilizzare la coppia positiva/negativa della discriminazione come fai tu e nella nostra realtà. Infatti, come leggo anche (pur se del tutto parzialmente) dall’autore da te citato, la”reverse discrimination” è semplicemente una semplice definizione descrittiva di una politica specifica condotta all’interno della strategia complessiva di “affirmative action” descritta per l’appunto da Eric Keslassy nel suo libro (come mi pare di capire).

  16. Étranger

    come giustificare il fatto che la concessione di uno Statuto di Autonomia ad una minoranza nazionale abbia comportato per contro l’instaurazione di un regime di discriminazioni e diseguaglianze nei confronti della minoranza territoriale che insiste, per l’appunto, sul medesimo territorio?

    Appunto. Lo vedi? Cosa ti dicevo io?

    Certo che la “discriminazione” esiste. Ma in primo luogo si tratta, dobbiamo tenere assolutamente fermo questo punto, di una “discriminazione positiva” (legata cioè ai meccanismi di protezione di una “minoranza” territoriale). Il difficile è riuscire a dimostrare a) in che modo questa discriminazione positiva (a FAVORE dei tedeschi) si risolva in una discriminazione negativa (a SVANTAGGIO degli italiani) e b) in che modo una eventuale correzione di questa seconda discriminazione non metta in questione i risultati (positivi) raggiunti con la prima.

    E poi, tu scrivi (e qui allibisco!):

    Ed ecco dunque l’artificio: anzi, il vero e proprio coupe de Theatre: trasformare le discriminazioni e le diseguaglianze (ovvero i fatti) in un mito. Ovvero (si colga la finezza dell’operazione), sostituire ai fatti la loro rappresentazione da “immaginario collettivo”. Provvedendo poi a collocare detto immaginario collettivo a fianco dell’altro immaginario: quello del “vittimismo” sudtirolese. Ma mentre il secondo è davvero una mera rappresentazione di fatti insussistenti, il primo è lo screditamento di fatti sussistenti attraverso la “metamorfosi” del reale in mito. Tecnicamente eccezionale: ma moralmente del tutto esecrabile. Compresi complici e fiancheggiatori, naturalmente.

    Dunque il “vittimismo” dei sudtirolesi sarebbe solo una “mera rappresentazione di fatti insussistenti”??? Non ti risulta che la “discriminazione positiva” della quale godono (con tutti i crismi legali di uno statuto vincolato sia sul piano della costituzione nazionale sia a livello internazionale) sia stata storicamente ”motivata” da una prolungata azione discriminatoria da parte dello stato italiano? Ma stiamo scherzando???

  17. Étranger

    Il primo ad usare il termine disagio nel contesto di cui stiamo parlando è stato (come avevo già detto) Acquaviva a pag, 109 del suo libro del 1981. Quindi l’affermazione di Viola (e financo di Holzmann), secondo la quale egli (e l’altro) si attribuisce personalmente la paternità della definizione, è falsa.

    NO. Acquaviva (a pag. 109 del testo da te citato) non parla affatto del “disagio degli italiani”. Quindi se l’espressione non è stata “inventata” da Viola né da Holzmann non è stata comunque “inventata” neppure da Acquaviva, che infatti (mi sembra talmente evidente da risultare imbarazzante) lì dove dici te ne ha parlato genericamente e in rapporto al gruppo linguistico tedesco. Punto.

    Mi correggo e cito nuovamente quanto avevo originariamente scritto” Non esistono discriminazioni positive da contrapporre a discriminazioni negative. Non esistono nemmeno l’una come simmetria dell’altra. E, soprattutto, questa coppia di termini non esiste nel linguaggio (figuriamoci dunque nell’epistemologia) delle scienze - sociali - preposte ad analizzare questi fenomeni.”

    Ti ho dimostrato (e potrei andare avanti per ore) che l’espressione esiste. Non la conoscevi. Ammettilo che ci fai più figura.

    Quindi è errata questa tua proposizione: “Il difficile è riuscire a dimostrare a) in che modo questa discriminazione positiva (a FAVORE dei tedeschi) si risolva in una discriminazione negativa (a SVANTAGGIO degli italiani) e b) in che modo una eventuale correzione di questa seconda discriminazione non metta in questione i risultati (positivi) raggiunti con la prima.”

    Questa non è una proposizione, ma, più modestamente, una domanda. Ed è una domanda che implicitamente hai fatto anche tu (come ti ho appena fatto vedere sopra).

  18. Dalla colonia penale

    Si tratta solo di capirsi. A questo punto esiste qualunque espressione: basta aprire un dizionario a caso. Sono sicuro che il signor Eric Keslassy (autore che non conoscevo) farebbe del concetto un uso diverso di quello che ne fai tu (come, nel correggermi, ti ho già spiegato).
    Ma qui, mi pare evidente, siamo proprio ad un problema di comunicazione. Abbiamo due paradigmi differenti: il tuo, letterario, il mio, da scienze sociali. Vorrà dire che lavoreremo su quelli.

  19. Dalla colonia penale

    AD OGGI è “una mera rappresentazione di fatti insussistenti” AD OGGI. Del resto tutto il pezzo di Loiny parla dell’ora, qui e adesso.
    Ed è proprio sull’OGGI (dove credo ancheil più sprovveduto degli ingenui, qualora sentisse parlare di minoranza nazionale - i sudtirolesi - discriminata e resa diseguale, potrebbe morire dal ridere) che si fonda l’eccezionalità del Coupe de Theatre di cui scrivevo prima.
    Cosa c’entrano le “motivazioni storiche” con l’analisi sull’OGGI (ora, qui e adesso)? Potrei mettere anche in discussione la questione della concessione dell’autonomia (o dell’autonomia tutta) ma certo non lo sto facendo ora.

  20. Dalla colonia penale

    Infatti nella mia (si fa per dire) querelle con RR, io non ho mai detto del “disagio degli italiani” ma dell’uso del termine disagio e di chi l’aveva, sempre si fa per dire, inaugurato. Perchè non vai a controllare a ritroso?

  21. Étranger

    1. Non c’è nessuna diversità di approccio, guarda. La cosiddetta “affirmative action” (o “reverse discrimination”) si traduce in italiano con “azione affermativa” o “discriminazione positiva”. E l’uso non è certamente letterario (l’espressione fa schifo), ma puramente sociologico.

    2. È vero. Se stiamo all’OGGI il “vittimismo” dei tedeschi fa un po’ ridere. Ma le motivazioni storiche c’entrano eccome, tanto che è proprio da una certa interpretazione della storia (peraltro fondata e inoppugnabile) che si ricava questo atteggiamento “vittimistico”. Inoltre, se invece che discuterne qui con me, tu ne discutessi, che so, con Zeller o con qualche altra testa d’uovo sudtirolese, ti accorgeresti che nonostante tutti i risultati strabilianti raggiunti dalla minoranza di lingua tedesca, questi sono ancora OGGI (ebbene sì: OGGI) visti come una soluzione “provvisoria” in vista dell’unico e pieno risarcimento che la suddetta minoranza intende come contrappeso al suo “vittimismo”: ovvero quello del completo (o quanto più completo) affrancamento dallo stato italiano. Insomma: mentre tu ridi e mostri come chi sta facendo la “vittima” è in realtà diventato un “carnefice”, questi qui, con una faccia molto seria, ti dicono che finché il Sudtirolo rimarrà un territorio posto all’interno di uno Stato da loro giudicato come “straniero” la loro “battaglia” non finirà.

  22. Étranger

    Infatti nella mia (si fa per dire) querelle con RR, io non ho mai detto del “disagio degli italiani” ma dell’uso del termine disagio e di chi l’aveva, sempre si fa per dire, inaugurato. Perchè non vai a controllare a ritroso?

    Ho controllato a ritroso. Non penso che tu stia seriamente sostenendo che dobbiamo a Sabino Acquaviva la primogenitura del termine “disagio” applicato al gruppo di lingua tedesca (come la citazione mostra) o (ancora più assurdamente) in generale (un’amica ha cercato, per esempio, di ricostruire l’archeologia del “disagio” partendo da Freud, che mi pare abbia scritto le sue cose prima di Sabino Acquaviva). Tanto è vero che poi nessun tedesco si riferisce al “disagio” (non mi pare che il termine “Unbehagen” abbia svolto un ruolo determinante nella pubblicistica legata alla questione sudtirolese), mentre lo stesso termine (ma per l’appunto, e contrariamente a quanto detto da Acquaviva, riferito alla comunità italiana) è onnipresente nel linguaggio degli altoatesini.

  23. Dalla colonia penale

    1.
    No, guarda: davvero non ci stiamo capendo. Fidati. Se poi ti puoi fidare solamente se io contestualmente ammetto (facendo quindi più figura) che l’espressione esiste e non la conoscevo, lo ammetto. Senza alcuna riserva.
    2.
    A questo punto aspetto direttamente la risposta di Loiny ai miei due interventi. Questo qui:
    http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=970#comment-4446
    e questo qua:
    http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=970#comment-4453

  24. Dalla colonia penale

    Stai veramente facendo di una cosa molto semplice un casus belli di proporzioni inverosimili. A questo punto ti ricopio i due commenti che hanno dato origine al tutto:

    “L’ORIGINE DELLA “PAROLA” DISAGIO. A pagina 65 del suo “Disagio di un autonomista”, Romano Viola si attribuisce la paternità della parola in questione: “(…) mi sono battuto per anni contro la strumentalizzazione politica di un termine che è stato usato per la prima volta proprio da me, nel corso del dibattito tenutosi in Consiglio provinciale sul bilancio di previsione per il 1996”. Il titolo del decimo capitolo dello stesso libro, “Giovani spaesati”, ci dice anche che il termine “spaesati” è forse il tributo più esplicito offerto da Lucio Giudiceandrea al suo maestro Romano Viola.”

    “La paternità della parola “disagio” è rivendicata anche da Giorgio Holzmann. Ma è una gara tra millantatori. Il vocabolo in questione compare su “Alto Adige: spartizione subito? del 1981″ per mano di Sabino Samele Acquaviva: al quale, però, non perdonerò mai d’averlo sociologicamente legittimato. Comunque sia, c’è poco di che vantarsi: se lo si usa per le quetioni di quassù, il termine non significa, parlando con pardòn, un cazzo. Tanto per dare a Cesare, quel ch’è, per l’appunto, di Cesare….

    Niente di più, niente di meno. Ora: mi spieghi cui prodest il tiramolla di commenti sulla questione?

  25. Étranger

    Ti giuro che ti capisco benissimo. Il fatto poi che l’espressione esista è pacifico (altrimenti non l’avrei usata, fidati). Ma è bene che questo punto sia stato finalmente chiarito.

  26. Dalla colonia penale

    No, non hai capito. E purtroppo non riesci ad uscire (ed è il tuo difetto più grande - quindi, a mio parere, te la cavi con poco) dall’arena per il piacere dell’arena. A questo punto sono sufficientemente esausto per passare oltre.

  27. Étranger

    Casus belli?

    Nessun casus belli. Figuriamoci. Ho anche detto che la questione è marginale. Ma voglio solo essere preciso:

    1. Quando Viola e Holzmann parlano di “disagio” (rivendicando la paternità dell’espressione) è chiarissimo che intendono il “disagio degli italiani”.

    2. Nel testo di Sabino Acquaviva da te citato il termine “disagio” è invece applicato (ma non tecnicamente) al gruppo linguistico tedesco.

    3. Ergo: Sabino Acquaviva non è l’”inventore” del termine “disagio” nell’accezione che noi gli diamo quando parliamo del “disagio degli italiani”.

    4. È però indubbio che un libro come quello di Acquaviva fornisce validi argomenti ai sostenitori del “disagio degli italiani”.

    Secondo me le cose stanno così.

  28. Étranger

    Guarda, mi dispiace che tu dica che provo piacere ad azzuffarmi sui termini per il piacere di farlo. Non me ne frega in realtà nulla. Una volta che abbiamo chiarito che il termine “discriminazione positiva” esiste (eccome se esiste!) e che può trovare applicazione alla realtà locale (e la trova, eccome se la trova!) la discussione potrebbe finalmente decollare perché gli ostacoli terminologici non esistono più.

  29. Dalla colonia penale

    Caro Loiny
    Un dirozzamento che diviene a sua volta un’entità con vita propria. Generando (dalla tua lettura, va detto) un concetto che qui riassumerò così:

    IL NEGAZIONISMO COME MITO

    Del mithos del vittimismo sudtirolese si sa tutto o quasi. Compreso il fatto che, essendo cessato ogni fatto del carnefice, esso è ormai pura rappresentazione mantenuta in vita per sostenere le ragioni della minoranza nazionale e il suo diritto ad una autonomia la cui retorica è l’incrementarsi praticamente all’infinito.

    A questo mithos se ne è affiancato (o se ne sta “legittimamente” affiancando) un altro: quello del disagio. Che, come ho detto sopra, è una metamorfosi volontaria operata da parte dei sostenitori del mithos della vittimizzazione, per ridurre le conseguenze discriminatorie e portatrici di diseguaglianza (dimostrabili nei fatti) conseguenti all’esercizio del loro mithos del vittimismo.

    Ma questa metamorfosi, ovvero la creazione di un mithos della falsità di una contropersecuzione, non potrebbe riuscire senza un altro mithos. Ovvero, quello che io stesso ho usato per titolare questo intervento.
    In pratica: se i sudtirolesi negassero discriminazioni e diseguaglianze, sortirebbero l’effetto opposto di spingere gli altoatesini ad indagarle a dovere: quindi a svelarle nei fatti. Quindi debbono essere gli altoatesini stessi a far sì che il mithos di un disagio basato esclusivamente su fatti inventati, si fondi nell’immaginario collettivo (vorrei rimarcare quanto sia fondamentale questo passaggio). Ed ecco dunque il sorgere del mithos del negazionismo: dove sono quota parte degli altoatesini stessi che, letteralmente, si “affannano” nel negare (anche attraverso la loro riduzione) i fatti.

    * * * *

    Non ho ora tempo di dissezionare a dovere questo contributo, ma mi impegno a tornarci sopra più compiutamente in seguito.

  30. Dalla colonia penale

    Il rappresentante principe del mito del negazionismo è certamente Romano Viola. Ma la domanda vera è: che cosa anima e spinge un negazionista a diventare tale? E la seconda: qual’è la genesi psicologica del collaborazionista (quindi del negazionista)?

  31. Loiny

    @ Dalla colonia penale

    Anche se Étranger lo ha già fatto per me, ti risponderò nei prossimi giorni.

  32. Dalla colonia penale

    Caro Loiny
    attenzione, la questione è estremamente delicata.
    Quando scrivi che Étranger lo ha già fatto (ha già risposto) per te, significa che nei prossimi giorni mi darai le stesse risposte (nel senso di “quasi” identiche)?

  33. Étranger

    Io non penso che Viola possa essere tacciato di negazionismo (che è un termine comunque molto, troppo, pesante, a meno che non si voglia considerare, per esempio, l’istituto della proporzionale e del bilinguismo alla stregua di una misura nazista). Viola, direi, prende sul serio il “fatto” della discriminazione positiva (della quale abbiamo fin qui solo concordato l’esistenza del termine, ma non abbiamo ancora cominciato a ragionare sulla “cosa”) e si regola di conseguenza (si può essere più o meno d’accordo, ma non si può certo dire che lui “neghi” qualcosa). Tu invece, a quanto sembra, ignoravi sia l’esistenza del termine sia quella del “fatto”. Anche questa una singolare forma di negazionismo?

  34. Dalla colonia penale

    La “discriminazione positiva” non è né un termine né una definizione sociologica, ma fu coniato ed utilizzato appositamente dall’amministrazione americana (quindi una definizione politica) successivamente all’istituzione del Civil Rights Act del 1964: ovvero, la legislazione che proibiva a datori di lavoro e istituti scolastici ogni discriminazione, in materia di assunzioni o ammissioni, basata su caratteristiche particolari quali razza, nazionalità d’origine, religione o sesso.
    In pratica è uno slogan: che come tutti gli slogans, si propone di riassumere nella sua definizione l’intero programma.
    Usare uno slogan (quale la definizione politica del programma americano per la lotta alle diseguaglianze delle minoranze - sostanzialmente razziali - di quel paese) nel contesto della questione altoatesina è, come si può ben capire, del tutto fuori luogo. Come è fuori luogo spacciare uno slogan per una definizione sociologica quale non è.
    Del resto nel linguaggio sociologico (e nelle premesse epistemologiche della sociologia) non esistono discriminazioni negative e positive (né soprattutto il loro uso come coppia degli opposti) ma semplicemente discriminazioni: sarebbe dovuto essere evidente da subito - e per tutti - che l’aggettivazione non poteva che essere politica. E di questo (ovvero di non aver provveduto a troncare sul nascere tutta l’inutile polemica che ne è nata) mi prendo senz’altro la mia parte di colpa.

  35. Étranger

    Bene, vedo che hai fatto delle ricerche e sei arrivato ad un buon punto. Personalmente non sono tanto interessato a discutere qui (in questa sede) se il concetto di “discriminazione positiva” sia da ricondurre in ambito puramente politico oppure abbia una valenza sociologica. Basta intendersi. Con questo termine io mi riferisco ad una strategia (materializzatasi poi con l’estensione degli articoli che compongono lo statuto di autonomia) grazie alla quale la minoranza nazionale “austriaca” (o sudtirolese, che dir si voglia) residente nel territorio italiano ha avuto la possibilità di essere tutelata con particolari norme che la “discriminano positivamente” rispetto al resto della popolazione nazionale e, sul suo territorio, anche rispetto agli altoatesini. Questo è quanto. Quando tu parli di “discriminazione” ti riferisci invece direttamente alla supposta situazione si svantaggio degli altoatesini rispetto ai sudtirolesi, e lo fai prescindendo completamente dal riconoscimento che il carattere stesso dell’autonomia prevede al suo interno questa forma di “discriminazione”. Le cose da appurare sono dunque due (come ho detto e come ripeto):

    1. È vero che l’istituzione dello statuto speciale con il quale è regolata l’amministrazione sudtirolese “discrimina” la popolazione altoatesina? E se sì, come lo fa, visto che il terreno sul quale ci muoviamo prevede che i gruppi linguistici siano divisi e che quello tedesco “governi” il territorio?

    2. Come è possibile superare questo stato di cose senza ledere le prerogative riconosciute al gruppo linguistico tedesco?

  36. Roberto Giuliani

    Mah, io sapevo che “discriminazione positiva” era un volontario (forse) errore di traduzione del termine americano “affermative action”.
    A parte le origini, mi sembra che “discriminazione”, nel gergo comune identifichi sempre qualcosa di negativo e che aggiungerci “positiva” suona come presa in giro o mezzo “politico” per far apparire buono ciò che buono non è.

  37. Étranger

    Nell’espressione “reverse discrimination” (che è il sinonimo di “affirmative action” e sta all’origine della traduzione “discriminazione positiva”) si intende questo: DOBBIAMO RIPARARE AD UN TORTO. Contestualizzando: se durante l’amministrazione fascista e repubblicana (cioè fino al 1972) in Sudtirolo la grande maggioranza dei posti nell’amminastrazione pubblica erano distribuiti tra la popolazione italiana (cosa questa che era sentita ed era discriminante nei confronti di quella tedesca) con l’introduzione della “proporzionale” (cioè un atto risarcitorio) si procedette ad una distribuzione degli stessi tarata sulla consistenza numerica dei gruppi linguistici (”affirmative action”, per l’appunto). Insomma, suona male, non c’è dubbio, ma il concetto è quello.

  38. Dalla colonia penale

    Come ho appena scritto, non si può dire che lo Statuto di Autonomia serve a “discriminare positivamente” la minoranza sudtirolese.
    Non è corretto, in quanto l’azione politica dell’amministrazione americana definita come “discriminazione positiva”, si proponeva di reprimere “attivamente” (di qui la definizione volontaria di positiva) le eventuali discriminazioni dei datori di lavoro e degli istituti scolastici in materia di assunzioni o ammissioni di persone appartenenti alle minoranze razziali di quel paese (dai neri - ovviamente - agli ispanici piuttosto che agli asiatici).
    Lo Statuto di Autonomia concesso all’Alto Adige/Südtirol fa ben di più. E, soprattutto, fa tutt’altro. La spiegazione è semplice.
    Una cosa è attivarsi giuridicamente affinchè vengano repressi i comportamenti discriminatori (es. contro il “non ti assumo perchè sei nero”); ben altra cosa è attivarsi giuridicamente perchè vengano sancite delle categorie privilegiate (es. “ti assumo solo perchè sei sudtirolese”) quali sono quelle della pubblica amministrazione. Ciò, sia nello spirito del Civil Rights Act che proprio della società americana, sarebbe peraltro apparso da subito del tutto inaccettabile.
    Da qui si capisce l’improprietà di utilizzare la definizione di “discriminazione positiva” per connotare la situazione locale.
    La situazione è altra: la concessione dello Statuto di Autonomia così come redatto, ha comportato una discriminazione ed una diseguaglianza del gruppo etnico italiano nei confronti del gruppo etnico tedesco, entrambi conviventi all’interno dello stesso perimetro territoriale che si identifica con il nome ufficiale di Alto Adige/Südtirol. Discriminazione e diseguaglianza che si riferiscono ad un accesso ineguale da parte delle due etnie alle risorse. Risorse secondo la definizione sociologica.

  39. Roberto Giuliani

    Ma perché non tradurlo “discriminazione inversa” come letteralmente dovrebbe essere? Perché dare un’interpretazione “positiva”? Ho l’impressione che spesso si crei maggiore ambiguità attribuendo alle parole significati non letterali. Sia chiaro, sto solo disquisendo sui termini, non sto entrando nel merito della questione sudtirolese.

  40. Sergio Sette

    Le norme che sanciscono la discriminazione positiva sono comunque transitorie (anche se questo é dimenticato spesso e volentieri) E lo sono proprio perché il legislatore ha capito che introducono nella società delle disuguaglianze (discriminazione negativa) che travalicano persino i principi fondamentali della Costituzione.
    Si sono accettate proprio per riequilibrare una situazione nata da un’ingiustizia perpetrata contro un gruppo linguistico e riconoscendo il reale stato di pericolo in cui questo versava.

    Nel momento in cui queste condizioni non sono piú presenti (a meno che non si voglia affermare che sia la presenza dello Stato Italiano la causa del pericolo) le norme transitorie vanno tolte e va ripresa la strada della “normalità”.

    Non abolire le norme transitorie laddove non più giustificate significa creare reale discriminazione e quindi disagio. Non credo che sia così difficile da capire.
    E in fin dei conti perché mai i cittadini di lingua italiana dovrebbero continuare a pagare per colpe non proprie e legittimare una situazione di ingiustizia quando il debito è stato ampiamente ripagato ?
    Quello che si stá facendo qui é veramente sproporzionato: a quali norme riparatorie dovrebbe essere sottoposta la Germania per via dello sterminio degli ebrei ? (fra l’altro piú recente delle purghe fasciste)

  41. Dalla colonia penale

    Dal mio punto di vista, il diritto all’uso della propria lingua anche all’interno della pubblica amministrazione (negli atti, nei fatti e nei comportamenti tra uffici) è un giusto diritto. Che non crea diseguaglianze e reprime le discriminazioni.
    Invece la proporzionale (obbligo di ripartire i posti di lavoro a seconda della proporzione etnica) è un ingiusto privilegio: a carattere discriminante e origine di diseguaglianze. Senza voler considerare il fatto che è, anche, antimeritocratico.

  42. Étranger

    @ Medico:

    Non ho difficoltà ad accettare la tua critica (finalmente circoscritta!) e buttare a mare la definizione di “discriminazione positiva” (o, come suggerisce Roberto, “discriminazione inversa”) se non regge il confronto con i termini “americani” da te illustrati. È un fatto, però, che non pochi parlano di “affirmative action” anche per quanto riguarda la situazione sudtirolese (e io per questo l’ho citata). Detto questo, proviamo a discutere della cosa più interessante:

    la concessione dello Statuto di Autonomia così come redatto, ha comportato una discriminazione ed una diseguaglianza del gruppo etnico italiano nei confronti del gruppo etnico tedesco, entrambi conviventi all’interno dello stesso perimetro territoriale che si identifica con il nome ufficiale di Alto Adige/Südtirol. Discriminazione e diseguaglianza che si riferiscono ad un accesso ineguale da parte delle due etnie alle risorse.

    Non so se possiamo parlare di “discriminazione” del gruppo linguistico italiano riferendoci, per esempio, all’istituto del proporzionale. Infatti secondo questo istituto in realtà vengono ASSUNTI TUTTI, dato che il numero delle assunzioni si basa su un rapporto meramente proporzionale ed esistono di fatto amministrazioni divise (uffici, scuole ecc.). Semmai, si potrebbe parlare di DISCRIMINAZIONE nei confronti di tutti coloro che non risiedono in provincia e che dunque non possono fornire una dichiarazione di appartenenza a questo o quel gruppo linguistico. Il fatto che non si possa parlare di discriminazione come la intendi tu, poi, è segnalato dal comportamento prevalente dei rappresentanti politici del gruppo linguistico italiano, che di fatto non si sognano neppure lontanamente di rimuovere le clausule che reggono i criteri di selezione. Insomma, e questa è la vera questione, quando si parla di differenza nella distribuzione delle risorse si dice una cosa vera, ma l’ancoraggio numerico (cioè alla consistenza dei gruppi) smonta in gran parte l’accusa che tu muovi. Almeno per quanto riguarda la sfera pubblica.

    @ Sergio: tu continui a sottovalutare una cosa: ultimamente è il gruppo linguistico italiano quello che punta maggiormente sulla conservazione dei “privilegi” che derivano dalla spartizione delle sfere d’influenza “etniche”. Ti sei chiesto perché?

  43. Étranger

    Dal mio punto di vista, il diritto all’uso della propria lingua anche all’interno della pubblica amministrazione (negli atti, nei fatti e nei comportamenti tra uffici) è un giusto diritto. Che non crea diseguaglianze e reprime le discriminazioni.
    Invece la proporzionale (obbligo di ripartire i posti di lavoro a seconda della proporzione etnica) è un ingiusto privilegio: a carattere discriminante e origine di diseguaglianze. Senza voler considerare il fatto che è, anche, antimeritocratico.

    Ottimo esempio, carissimo. Ma se permetti più che un esempio è una zappa. Sui piedi del gruppo linguistico italiano. Se infatti, poniamo, volessimo gestire le assunzioni in base al bilinguismo e non all’appartenenza etnica (come anche secondo me sarebbe giusto fare), il gruppo linguistico italiano sarebbe spazzato via dalla concorrenza “tedesca” (che è mediamente ancora molto più bilingue di quanto non lo sia quella “italiana”). E allora? Ci si attacca alla proporzionale per non essere completamente schiacciati e insidiati nel proprio “rifugio”. Questa è la verità.

  44. Dalla colonia penale

    Quei non pochi che parlano di “affirmatice action” per quanto riguarda la situazione sudtirolese, sbagliano. E sbagliando, aggiungono confusione alla confusione.
    Sul fatto che la proporzionale, essendo proporzionata a tutti non può che assumere tutti - quindi non è discriminante - posso semplicemente risponderti che il problema attiene a tutte le risorse occupazionali nel loro complesso. Ovvero, come dice Acquaviva, si è inserita la proporzionale a garanzia dell’occupazione tedesca nella pubblica amministrazione, mentre si è lasciato che nell’agricoltura, nell’artigianato, nell’industria, nel commercio, nel turismo, nel terziaro base e in quello avanzato prevalesse l’occupazione cosiddetta libera (anche se non certo di mercato). Peraltro con pesanti interferenze politiche locali (quindi sudtirolesi) a tema di protezionismo etnico nell’agricoltura e nell’industria. Di qui il carattere discriminatorio e di diseguaglianza: o, come dice sempre Acquaviva, come l’eguaglianza squisitamente formale del pacchetto si sia in realtà tradotta in una grave ineguaglianza sostanziale.

  45. Dalla colonia penale

    Io, al contrario, sono dispostissimo a correre il rischio. Perchè, a differenza di quanto dici tu, la concorrenza tedesca è mediamente meno preparata di quella italiana (soprattutto per i laureati) e, lo sto constatando sempre di più, non molto più bilingue.
    Anzi: proprio dal punto di vista della preparazione universitaria, potrei dire che è sensibilmente meno preparata di quella italiana, se valutata quest’ultima nel suo complesso (ovvero non solo di quelli che concorrono ad un posto nella pubblica amministrazione).

  46. Étranger

    Carissimo, con questo (e dopo un lungo giro, spero non inutile) siamo tornati di fronte alla discussione che tu hai lasciato (colpevolmente) cadere con Werner. Vogliamo parlare di risorse occupazionali nel loro complesso? Benissimo. In che modo - di grazia - vorresti procedere ad un riequilibrio della situazione? Riesci ad immaginarti un sistema di “quote” che garantisca ad un tot numero di italiani il possesso o almeno l’usofrutto di alberghi e azienducole varie in Val Pusteria e in Val Venosta (dove di italiani nemmeno ce ne sono più?). Concretamente: cosa intendi fare? In questi campi, come sai bene, il “protezionismo” nasce spontaneo e non mi pare sia correggibile per decreto legge. Che ci piaccia o no: “noi” dobbiamo trovare spazi dove ci sono e se non ci sono dobbiamo inventarli (certo, facile a dirsi).

    Per quanto riguarda il rischio: anch’io sono per correrlo, ma noi due, in questo senso, rappresentiamo di certo un’esigua minoranza d’opinione anche all’interno del gruppo linguistico italiano.

  47. Étranger

    Come riequilibrare la situazione? Ah, semplicissimo. Invece di italianizzare alberghetti e azienducole agricole varie, aboliamo l’iniqua proporzionale nella pubblica amministrazione. Più semplice di così!
    Sul fatto che ho lasciato cadere la discussione con Werner, ebbene fui costretto dalla mia mancanza di tempo. La mia colpevolezza nasce invece oggi e dal fatto di aver perso tutto questo tempo con te (sapendo quanto sei cocciuto, mi domando perchè continuo a provare a farti cambiare qualche paradigma di fondo) invece di rispondere a Werner.

    Aboliamo l’iniqua proporzionale nella pubblica amministrazione. Benissimo. Così il numero di posti oggi a disposizione (letteralmente: a disposizione) del gruppo linguistico italiano potrebbe anche diminuire (e infatti, come detto e ridetto, gli esponenti della “destra italiana” su questo tasto, che era il loro cavallo di battaglia fino agli anni novanta, hanno smesso di battere da tempo). Ma si diceva che noi amiamo il rischio…

    Per quanto riguarda la cocciutaggine… penso di aver trovato pane per i miei denti, no? ;-) E comunque questo è un buon allenamento in vista della discussioine col grande Werner.

  48. Patrizier

    Ich unterbreche das Delirium an Großmannsucht nur kurz mit diesem Einwurf:
    Der Begriff Diskriminierung wird schnell in den Mund genommen. Ich möchte nur die - auf den ersten Blick selbstverständlich scheinende- juristische Definition dieses Begriffes darlegen.

    Als Diskriminierung bezeichnet man eine Ungleichbehandlung zwischen Rechtssubjekten, die nicht sachlich gerechtfertigt ist. Eine Ungleichbehandlung ist folglich nicht zwingend diskriminierend.

    Proporz, wenige italienische Bücher in einer großteils deutschen Kleinstadt usw. stellen also nie Diskriminierung dar.

  49. werner

    “Grande Werner”… Ich zweifle gerade daran, ob ich über ausreichend Intellekt verfüge, die verästelte und in jeder Hinsicht beziehungsreiche Diskussion erfassen zu können. Langsam und vorsichtig bewege ich mich mir bekannteres Terrain.

    Soziale Ungleichheit ist eines jener Konzept, an dem ich mich orientieren kann. Immer stärker wird die unterschiedliche Möglichkeit des Zuganges zu sozialen Positionen, die mit ungleichen Macht- und/oder Interaktionsmöglichkeiten ausgestattet sind, als EIN WESENTLICHES Element sozialer Ungleichheit gesehen.

    Zweites Element: Bourdieus soziales Kapital, verstanden als Netz sozialer Beziehungen, das auf gegenseitigem Kennen und Anerkennen beruht und das durch intensive Austauschbeziehungen aufrecht erhalten wird.

    Mir fehlen empirische, Südtirol betreffende Daten, die auf diesen Ansätzen beruhen. Vielleicht kann ja L.F. aushelfen.

  50. Sergio Sette

    tu continui a sottovalutare una cosa: ultimamente è il gruppo linguistico italiano quello che punta maggiormente sulla conservazione dei “privilegi” che derivano dalla spartizione delle sfere d’influenza “etniche”. Ti sei chiesto perché?

    Perché ormai é il gruppo italiano che ha bisogno di tutela. Come osservato dalla questione sudtirolese siamo passati a quella altoatesina.

    Son anch’io dell’opinione che valga comunque la pena di rischiare perché se si parla di competenze e in termini meritocratici il gruppo italiano é ancora avanti soprattutto ai livelli piú alti che in questa situazione gli sono comunque preclusi. E poi comunque perché profondamente “ingiusta”.

    Per quanto riguarda la lingua io porto il mio esempio che se proprio non vale in generale penso comunque sia significativo. Io ho il patentino A, fatto una decina di anni fa, preparato e superato al primo colpo partendo da zero. Non ho mai usato la lingua (e ora sono tornato al livello iniziale) anche per “rifiuto”. Tante volte mi sono trovato in situazioni per cui non ho potuto ambire a certe posizioni solo per motivi “anagrafici”, cosí psicologicamente mi sono trovato a rifiutare l’uso del tedesco (se devo sempre essere operaio, perché devo essere io a parlare nella lingua dell’ingegnere ? Che parli lui la mia…tanto di me non puó comunque fare a meno). So che é una posizione sciocca ma tant’é…
    Tutto ció per dire che sono stufo di essere giudicato solo per come parlo o dal cognome e sono comunque tranquillo che se dovessi competere sulla lingua con un po’ di impegno mi rimetterei alla pari mentre (almeno nel mio campo) per recuperare certe competenze ci vuole molto di piú.
    Ma ho il dubbio che la “gara” sará sempre e comunque truccata…

  51. Étranger

    Bah, io sul fatto che gli italiani siano così “avanti” ci credo poco. Sergio, ce lo vedi tu un italiano presidente della HGV? O del Bauernbund? Boh.

  52. Sergio Sette

    Hai citato gli ambiti dove di italiani non ce ne sono.
    Ma vedo benissimo un italiano primario ospedaliero (se piú bravo), lo vedo come capo ripartizione ecc. ecc.

    Cito un esempio concreto, cosí anche Werner se legge ha un esempio in piú su cui riflettere. I segretari comunali: per via della proporzionale su 116 comuni oggi solo in tre comuni (Bolzano, Bronzolo e Vadena) vi é un segretario comunale di lingua italiana. Di recente é appena andato in pensione il segretario di Laives (gruppo tedesco) e in questi giorni sta per essere bandito il concorso per il nuovo segretario. Dal punto di vista strettamente formale questo aspetterebbe ancora al gruppo tedesco e con tutta probabilità così sarà, peccato che, applicando la stessa regola a Merano il neo segretario avrebbe dovuto essere del gruppo italiano mentre con un “cavillo” é stato nominato del gruppo linguistico tedesco e idem nella tua città si é fatto con il vice segretario.

    Fra l’altro spesso i dirigenti, anche di alto grado, non sono nemmeno laureati (anche se questo a mio avviso non é molto importante nella pratica)

    Non c’é niente da fare, rigirala pure come vuoi ma la proporzionale é un meccanismo profondamente ingiusto, contrario ai principi costituzionali elementari e anti meritocratico (anche se questo aspetto é spesso sopravvalutato visto che poi nell’amministrazione il merito non conta quasi mai nulla)

  53. Étranger

    A me risulta che in ambito sanitario si facciano molte deroghe al meccanismo proporzionale… Sbaglio?

  54. Loiny

    @ Dalla colonia penale

    Una premessa. Il mio post che ti ha fatto tanto arrabbiare è una “non risposta” a Werner, che Gabriele ha deciso di trasformare nel pezzo d’apertura di un thread dal titolo “Disagio (all inclusive)”. Con la mia “non risposta” - una serie di digressioni sul tema in questione - intendevo mettere in rilievo soprattutto una cosa: a mio parere il disagio è un fenomeno eminentemente locale, che, con l’entrata in vigore del secondo Statuto di autonomia, dipende solo in minima parte da problematiche nazionali. Werner è un uomo di circa quarant’anni, sudtirolese, molto sensibile, che da circa quarant’anni sa che in Alto Adige/Südtirol tutto è separato e tutto è doppio. Essendo una persona intelligente e molto informata, Werner sa anche che, così come il primo Statuto di autonomia avvantaggiava il gruppo linguistico italiano rispetto a quello tedesco, il secondo Statuto ha ribaltato la situazione. Siccome Werner sa tutte queste cose molto meglio di me, io, rivolgendomi a lui, non ho ritenuto indispensabile propinargli un riassuntino.

    Ma cominciamo a rileggere il tuo primo commento:

    Parlare di disagio ed equipararlo al malcontento come nel pezzo che mi precede

    Mi fermo qui. Questa prima manciata di parole contiene due errori decisivi: - Il primo è una leggerezza: non so perché, ma riportando “il pezzo che precede”, ti sei dimenticato di copiarne la prima parte. Peccato. Perché da quelle prime sette righe avresti ricavato il contesto entro il quale il primo punto del mio pezzo va compreso. Werner, nel brano in tedesco che hai omesso, scrive che il „disagio“ manifestato all’indirizzo delle disfunzioni del potere locale non è qualcosa di specificamente „italiano“, ma riguarda una collettività più estesa etnicamente indeterminata: „die statischen politischen Verhältnisse und die beträchtliche Macht der SVP sind für ALLE demokratisch denkenden SÜDTIROLESI ein Anlass zur Reflexion“. Naturalmente Werner ha ragione: la separazione etnica, l’arroganza dell’SVP e le diseguaglianze che ne conseguono, sono motivo di malcontento non soltanto per il gruppo etnico italiano, ma per TUTTI i „demokratisch denkenden SÜDTIROLESI“. Io, nel primo punto del mio testo, mi sono permesso di fargli notare una cosa: in un contesto di rappresentazione del contrasto etnico, la parola „disagio“, nella sua accezione corrente, designa soltanto “quella forma specifica di malcontento patito dal gruppo etnico italiano in quanto minoranza provinciale”. In tal modo, però, scrivendo che il “disagio” pertiene al livello della rappresentazione, NON HO NEGATO l’esistenza del “malcontento patito dal gruppo etnico italiano” sul piano della realtà, e nemmeno le ragioni di fondo che ne costituiscono le cause.

    Il secondo errore è più grave: se infatti ho usato le parole “malcontento” e “disagio” non l’ho fatto per equipararle, ma precisamente per distinguerle: il “malcontento degli italiani” è la COSA e pertiene al dominio della realtà, il “disagio degli italiani” è il RACCONTO DELLA COSA ed è ascrivibile allo spazio della rappresentazione. (Forse mi sbaglierò, ma credo che il racconto della cosa, irrigidendosi, rischi di soffocare la cosa). Insomma: io NON NEGO l’esistenza del malcontento degli italiani” sul terreno della realtà, così come non mi sognerei mai di negare l’esistenza del “disagio degli italiani” sul piano della rappresentazione. Sto semplicemente dicendo che il “disagio degli italiani” è quel che il “malcontento degli italiani” diventa sul piano della rappresentazione.

    A mio modesto parere, la rappresentazione del contrasto etnico (e di conseguenza anche il disagio) è uno degli strumenti più efficaci in mano al potere locale per continuare a giustificare l’esistenza della separazione (reale) e il mantenimento dei privilegi (reali) che essa comporta: io, nel primo punto della mia risposta a Werner, volevo dire esattamente questo. Evidentemente non sono stato capito. La prossima volta, per evitare di essere accusato di negazionismo, cercherò di essere più chiaro.

  55. Sergio Sette

    Anche nell’ambito dei forestali, piú che nella sanitá, dove il discorso etnico non dovrebbe essere che l’ultimo dei criteri di selezione. Il Dr. House neanche li visita i pazienti ;-)

  56. Dalla colonia penale

    Caro Loiny
    1.
    È vero: del fatto che “Il primo è una leggerezza: non so perché, ma riportando “il pezzo che precede”, ti sei dimenticato di copiarne la prima parte.” me ne sono accorto dopo.
    Ma, vivaddio, il tutto era veramente impaginato male. Di solito Étranger evidenzia le citazioni d’altri pezzi con una “linea grigina” sul fianco sinistro (ed altri trucchetti percettivi), quindi faccio subito a metà con lui della colpa.
    2.
    Se rileggo ora il tuo punto 1, devo ammettere che non riesco a capire cosa vuoi dire.
    3.
    Qui siamo al punto centrale. E qui non posso che fare le debite osservazioni sull’uso dei termini (che, non a caso, m’hanno impegnato con É per il suo uso scorretto - anche se credo involontario - di certe definizioni). Disagio no (l’hai detto tu stesso che trattasi del RACCONTO DELLA COSA) ma come può il termine malcontento definire LA COSA (credo tu voglia significare I FATTI)? Disagio e malcontento sono due sinonimi del malostare. Le sintesi dei FATTI - qualora acclarati - sono discriminazione e diseguaglianza: che poi questi originino (nei malcapitati che non hanno nemmeno la strutturazione cognitiva atta a decifrare ed evidenziare sul piano della cognizione le situazioni di discriminazione e di diseguaglianza in cui si trovano) stati emozionali semplicemente identificabili con disagio e malcontento , va bene. Anzi, va bene solo per descrivere meri stati emozionali. Ma come possono funzionare queste due definizioni nel tipo di ragionamento che tu volevi (vuoi) condurre?
    Immagino dunque che “l’equivoco” (chiamiamolo così, tenendo in sospeso la ricerca di un termine che dia la sintesi del dialogo in corso) sia da far risalire ad un mancato accordo - preventivo? - sul significato delle parole. O, almeno, riserrviamoci di poterlo approfondire.
    5.
    Ora cerco di esprimere un concetto in modo violentemente rozzo, sperando che passi il significato sotteso. Lo metto tra virgolette, come se fosse una cosa non mia “Ma se i fatti dicono che nel perimetro giuridico dell’Alto Adige/Südtirol la minoranza territoriale altoatesina è sottoposta ad un regime di discriminazioni e diseguaglianze (da accertare in base ai fatti, ovviamente) per opera della minoranza nazionale sudtirolese, ma chissenefotte di teatri, teatrini, rappresentazioni della cosa, percezioni, retoriche etniche versus retoriche dell’interetnicità e chi più ne ha , più ne metta? Non è forse l’unico e vero obiettivo quello di accertare ciò per il semplice valore della verità?”
    4.
    Mai accusatoti (senti come suona: accusatoti….) di negazionismo. Né lo faccio ora. Quella è stata un’intuizione sul funzionamento del mithos nata dalla lettura del tuo pezzo. Però la trovo interessante: tu che ne dici?

    Come diceva Totò, apro una parente (che poi parentesi proprio non è).
    Mi pare di capire - quindi di poter dire - che sia tu che È abbiate contezza del fatto che gli altoatesini sono discriminati e trattati inegualmente rispetto ai loro conterranei sudtirolesi: che, in linguaggio sociologico, può essere reso come il fatto che l’appropriazione di risorse di un sudtirolese è maggiore di quella di un altoatesino perchè le quantità non sono rese equivalenti già alla fonte stessa (ovvero prima della loro distribuzione). Ho capito bene?

  57. Étranger

    Rispondo solo riguardo alle parti nelle quali sono chiamato direttamente in causa. Sono tre.

    1.

    il tutto era veramente impaginato male. Di solito Étranger evidenzia le citazioni d’altri pezzi con una “linea grigina” sul fianco sinistro (ed altri trucchetti percettivi), quindi faccio subito a metà con lui della colpa.

    Non mi sembra fosse impaginato male. Anzi. Respingo fermamente il concorso di colpa.

    2.

    E qui non posso che fare le debite osservazioni sull’uso dei termini (che, non a caso, m’hanno impegnato con É per il suo uso scorretto - anche se credo involontario - di certe definizioni)

    Tu dicevi che l’espressione “discriminazione positiva” non esisteva. Io ho dimostrato che esisteva. Tu hai poi ammesso che esisteva (dopo lungo penare) e hai cercato di dimostrare che il concetto era “politico”, ma non “sociologico”. A questo punto io ho smesso di insistere per non rischiare di sviare la discussione dal suo vero obbiettivo. Non penso però affatto che l’uso che io facevo del termine “discriminazione positiva” fosse scorretto. Anzi.

    3.

    Mi pare di capire - quindi di poter dire - che sia tu che É abbiate contezza del fatto che gli altoatesini sono discriminati e trattati inegualmente rispetto ai loro conterranei sudtirolesi: che, in linguaggio sociologico, può essere reso come il fatto che l’appropriazione di risorse di un sudtirolese è maggiore di quella di un altoatesino perchè le quantità non sono rese equivalenti già alla fonte stessa (ovvero prima della loro distribuzione). Ho capito bene?

    Facciamo un esempio? In Sudtirolo il presidente della provincia è sempre un sudtirolese di madrelingua tedesca. Io penso che tu sai perché è così. Ma se questa carica (e molte altre) è ricoperta in questo modo ciò significa che un “italiano” non può assumerla. Si tratta di discriminazione? Se sosteniamo questo allora vuol dire che neghiamo il diritto alla “minoranza” nazionale di lingua tedesca di essere una “maggioranza” (e quindi di comportarsi come tale: anche nell’appropriarsi delle risorse ecc.) nel territorio nel quale è insediata storicamente e maggioritariamente. Tu neghi questo diritto? E in base a quale istanza (costituzionale e internazionale)?

    Ma tu affermi (o hai affermato) anche: la discriminazione si manifesta soprattutto (?) in quegli ambiti “privati” nei quali i tedeschi dettano legge (per esempio nel possesso degli alberghi ecc.). Io ti ho chiesto: come fare a ridurre questo fenomeno? Tu hai risposto: aboliamo la proporzionale in ambito pubblico.

    A questo punto ti chiedo: ma ci stai con la testa o vogliamo davvero diventare i protagonisti di un romanzo marinettiano (parole in libertà)?

    Per tagliare corto: appurato che esiste una qual forma di “discriminazione” istituzionalmente e ambientalmente giustificata (dalla costituzione, dallo statuto d’autonomia, dai trattati internazionali…) esiste ANCHE una discriminazione effettiva (cioè non giustificabile?). È qui che si gioca tutto. E, detto francamente, su questo punto tu non hai ancora espresso un “fatto” che è uno (il che, ovviamente non vuol dire che non se ne possano trovare, ma a noi pareva che fossi tu quello che si era incaricato di indicarceli nella loro manifesta mostruosità).

  58. Dalla colonia penale

    Tu dicevi che l’espressione “discriminazione positiva” non esisteva. Io ho dimostrato che esisteva. Tu hai poi ammesso che esisteva (dopo lungo penare) e hai cercato di dimostrare che il concetto era “politico”, ma non “sociologico”. A questo punto io ho smesso di insistere per non rischiare di sviare la discussione dal suo vero obbiettivo. Non penso però affatto che l’uso che io facevo del termine “discriminazione positiva” fosse scorretto. Anzi.

    Ho detto (vale sempre il controllo a ritroso) che non esisteva la definizione in AMBITO SOCIOLOGICO. Come puoi leggere qui (per scienze sociali , intendevo ovviamente l’ambito sociologico)

    Non esistono discriminazioni positive da contrapporre a discriminazioni negative. Non esistono nemmeno l’una come simmetria dell’altra. E, soprattutto, questa coppia di termini non esiste nel linguaggio (figuriamoci dunque nell’epistemologia) delle scienze - sociali - preposte ad analizzare questi fenomeni. Non so come dirtelo, quindi debbo dirtelo proprio come mi viene: abbi pazienza. “Non sai di cosa parli”.

    E infatti lì non esiste: come ho poi (nonostante l’avessi ipotizzato da subito) dimostrato. Nessuna pena: tranne il tempo perso. Che l’uso che ne facevi fosse scorretto, l’ho già dimostrato qui
    http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=970#comment-4478
    e qui
    http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=970#comment-4484

    Per me, discorso chiuso: da qui in poi, se vuoi comunque continuare, lo fai da solo. Per l’altra parte del discorso, aspetto Loiny.

  59. Dalla colonia penale

    Dimenticavo un punto fondamentale

    “appurato che esiste una qual forma di “discriminazione” istituzionalmente e ambientalmente giustificata”

    non esistono per un sociologo (nel mio caso, un semplice aspirante tale) forme di discriminazione istituzionalmente e ambientalmente giustificabili. Tanto pe usare una delle tecniche di comunicazione care a Loiny, qui siamo entrambi sul bordo di un crepaccio profondissimo. E non dalla stessa parte. E uno di noi due non è dalla parte giusta. E (ultima e), quello dalla parte sbagliata non sono io.

  60. Sergio Sette

    Facciamo un esempio? In Sudtirolo il presidente della provincia è sempre un sudtirolese di madrelingua tedesca. Io penso che tu sai perché è così. Ma se questa carica (e molte altre) è ricoperta in questo modo ciò significa che un “italiano” non può assumerla. Si tratta di discriminazione? Se sosteniamo questo allora vuol dire che neghiamo il diritto alla “minoranza” nazionale di lingua tedesca di essere una “maggioranza” (e quindi di comportarsi come tale: anche nell’appropriarsi delle risorse ecc.) nel territorio nel quale è insediata storicamente e maggioritariamente. Tu neghi questo diritto? E in base a quale istanza (costituzionale e internazionale)?

    Ma per favore, che ragionamento é mai questo ?
    Il diritto ad essere riconosciuti come minoranza italiana ma maggioranza locale lo si esplicherebbe nella perdita del diritto degli altri di poter esprimere un proprio rappresentante ai massimi vertici delle istituzioni ?
    Significa avallare implicitamente il concetto che l’etnia viene prima della politica (e della democrazia). Ma stai scherzando ? A questo punto gli italiano possono veramente fare le valigie …

  61. Étranger

    Guarda, io ho una pazienza infinita. Per cui non mi scompongo. Tu dici che la definizione di “discriminazione positiva” (che per quello che mi riguarda può essere infelice, ma è quella adottata per tradurre “affirmative action”) non esiste in ambito sociologico? Benissimo. Io ti avevo citato questo (e sarei potuto andare avanti, ovviamente):

    “La discriminazione positiva non ha altro obiettivo che di ripristinare l’uguaglianza: le deroghe di legge al diritto comune non sono stabilite che per compensare ineguaglianze di partenza, troppo grandi da poter essere colmate con una risposta ugualitaria tradizionale”, scrive Eric Keslassy, sociologo, ricercatore dell’IRIS (Université Paris IX - Dauphine), nel suo libro “De la discrimination positive”, Editions Bréal, Paris, 2004.

    Anche per me possiamo smetterne di discutere, conscio che chiunque è in grado di discernere chi si stia sbagliando, tra noi due.

    Ma ovviamente possiamo anche tranquillamente lasciar perdere questa stupida disputa (forse meno stupida di quel che sembra, perché rivela un sacco di cose…) e concentrarci sul punto. Tu dunque dici:

    non esistono per un sociologo (nel mio caso, un semplice aspirante tale) forme di discriminazione istituzionalmente e ambientalmente giustificabili.

    E allora (a parte il fatto che la sociologia dovrebbe essere una disciplina descrittiva e non normativa, quindi l’esistenza o la non esistenza di un fatto non dovrebbero essere ”costruiti” dal punto di vista epistemologico, a meno che tu non ti sia convertito stanotte alle tesi dell’ermeneutica più radicale) ti faccio (anzi: ti rifaccio le solite domande): nel caso dell’autonomia sudtirolese siamo difronte a meccanismi discriminatori? In che senso? Alla sociologia (e agli aspiranti sociologi in odor di ermeneutica) questi meccanismi non piacciono? Come intendono sostituirli senza che si ritorni più o meno ai primi anni sessanta con i tralicci fatti saltare per aria? E allora, me le dai un paio di rispostine a queste domande o no?

  62. Étranger

    Ma per favore, che ragionamento é mai questo ?
    Il diritto ad essere riconosciuti come minoranza italiana ma maggioranza locale lo si esplicherebbe nella perdita del diritto degli altri di poter esprimere un proprio rappresentante ai massimi vertici delle istituzioni ?
    Significa avallare implicitamente il concetto che l’etnia viene prima della politica (e della democrazia). Ma stai scherzando ? A questo punto gli italiano possono veramente fare le valigie …

    Beh, Sergio, non dirmi che ti devo spiegare io che questo non è un ragionamento ma semplicemente il funzionamento della nostra autonomia. E non dirmi che ti devo spiegare anche il perché e il percome di questa nostra autonomia.

  63. werner

    @ Loiny
    8. November 2007 um 15:23 Uhr

    Danke Loiny. Dieses Post ist für mich “handhabbarer”. Ich sehe meinen Gedankengang auch “angemessener” behandelt als im Aufmacher.
    Inhaltlich muss ich Dein Elaborat noch wirken lassen; ich übersetze es in mein “politologisch”: der inszenierte kontrollierte (in beiden Wortbedeutungen) ethnische Konflikt.

    PS: War gestern unter Zeitdruck, weil ich in BZ einen Termin am Nachmittag hatte.

  64. Dalla colonia penale

    Oggi è un nuovo giorno, quindi mi sento in agio di continuare l’esegesi della questione “discriminazione positiva”. Almeno fino alla prossima estenuazione.
    Ordunque.
    1.
    La sociologia non è semplicemente una disciplina descrittiva, ma una scienza sociale; che - in quanto scienza - conduce questo processo: congettura, rileva, descrive, analizza, conclude, viene sottoposta a confutazione e, se regge la falsificazione, congettura altro, se viene falsificata, anche. Dire che la sociologia è una disciplina descrittiva, sarebbe come dire che la filosofia è la disciplina del chiacchiericcio.
    2.
    Circa la tua citazione del sociologo Eric Keslassy, è infine presto detto.
    La sociologia aspira ad essere una scienza sociale. Che nel linguaggio - anche - di un profano, significa dotarsi di premesse epistemologiche - vale a dire, sempre per il profano, “epistemologia come parte della teoria della conoscenza che studia il sapere scientifico, in sintesi, la teoria della conoscenza stessa” - che ne stabiliscano le regole di funzionamento.
    Orbene: tra le premesse epistemologiche rientra la necessità di caratterizzare univocamente le definizioni. Ciò - ma vale per ogni scienza, a ben vedere - ha un duplice scopo: il primo, permettere agli interlocutori reciproci d’evitare fraintendimenti sui concetti - i significati - che le definizioni - i significanti - portano con sé’; il secondo, andare a costituire il patrimonio teorico precipuo della scienza in sé.
    Come già detto, “reverse discrimination” (senza voler giudicare il quasi ossimoro dell’infelice traduzione italiana - dalla quale ogni cultore - per non dire esperto - del ramo può già capire come non sia opera di un sociologo all’altezza) è una definizione politica introdotta dall’amministrazione americana per la sua strategia volta a combattere le discriminazioni meglio nota con il nome di “Affirmative action”.
    Mi pare di capire che nel suo libro, Eric Keslassy parli della “reverse discrimination”: ma ciò non significa per automatismo che la “discriminazione positiva” divenga un concetto sociologico, né che entri a far parte del patrimonio teorico precipuo della scienza sociale che risponde alla definizione di sociologia.
    Può darsi che questo sia lo scopo di Keslassy: ovvero determinare e circoscrivere l’ambito del concetto sì da renderlo “praticabile” sociologicamente: ma ancora non si è fatto.
    In ogni caso - ovvero venendo alla sintesi definitiva - poniamo pure che l’operazione di legittimazione (nel senso epistemologico, sia chiaro) di Keslassy (e tutti gli altri) giunga a buon fine. Ovvero, che la definizione - augurandoci che finalmente un sociologo sia in grado di coniarne una italiana più seria - entri nel patrimonio sociologico. Fino ad allora, la “discriminazione positiva” in sociologia non significherà nulla più che la descrizione di quanto - e soprattutto per come - avvenuto in America. Quindi, ma solo per stretta analogia, potenzialmente estensibile ad altre realtà. Ma certo di nessun significato qui: e, di nuovo soprattutto, un assoluto nonsense se utilizzato in coppia con il suo opposto. Ovvero una “discriminazione positiva” (che come ho dimostrato nei due post di cui ai due messaggi 4478 e 4484, non ha nessun senso se utilizzata per codificare/decifrare sia lo Statuto di Autonomia, che la questione Alto Adige/Südtirol) applicata ad un gruppo etnico che generi una “discriminazione negativa” nell’altro. Tacendo peraltro ogni ulteriore giudizio sull’assurdo semantico (cioè non limitato al contesto sociologico) conseguente alla dicotomizzazione di un termine quale discriminazione, in “discriminazione positiva” e discriminazione negativa”.
    3.
    Porre l’alternativa tra concessione dello Statuto di Autonomia e terrorismo, significa due cose.
    Prima, una riduzione del problema ad un dilemma (due lemmi) che è del tutto ovviamente una genesi inconsapevole della lettura (e riscrittura) politica dell’epoca. Ovvero: la politica ha offerto quale unica soluzione al terrorismo sudtirolese, la concessione dell’autonomia e questa è diventata la chiave di lettura successiva per chi, per l’appunto, “riduce” la questione alla sola alternativa concessa dal dilemma.
    Seconda, una poca conoscenza dei fenomeni politici in generale (tra cui il terrorismo rientra ad ogni titolo) e del fenomeno specifico del terrorismo sudtirolese di quegli anni.

  65. Étranger

    Tja. Ordunque…

    La sociologia non è semplicemente una disciplina descrittiva, ma una scienza sociale; che - in quanto scienza - conduce questo processo: congettura, rileva, descrive, analizza, conclude, viene sottoposta a confutazione e, se regge la falsificazione, congettura altro, se viene falsificata, anche. Dire che la sociologia è una disciplina descrittiva, sarebbe come dire che la filosofia è la disciplina del chiacchiericcio.

    La frase “la sociologia non è semplicemente descrittiva, ma è una scienza siociale” ha più o meno lo stesso significato di questa: “il bianco non è solo un colore, ma anche il colore di quel muro lì”. Detto altrimenti: la sociologia è una scienza descrittiva dei fenomeni sociali. E stai molto attento perché chi di chiacchiericcio ferisce di chiacchiericcio perisce.

    Mi pare di capire che nel suo libro, Eric Keslassy parli della “reverse discrimination”: ma ciò non significa per automatismo che la “discriminazione positiva” divenga un concetto sociologico, né che entri a far parte del patrimonio teorico precipuo della scienza sociale che risponde alla definizione di sociologia…

    Ti par di capire non avendo letto il libro, quindi non capisci. Facciamo una cosa: ordina il libro, leggilo, e poi torni qui e guardiamo cosa hai capito (anzi, visto che il libro non l’ho letto neppure io, lo ordiniamo insieme, lo leggiamo e poi torniamo qui e ne discutiamo).

    Tacendo peraltro ogni ulteriore giudizio sull’assurdo semantico (cioè non limitato al contesto sociologico) conseguente alla dicotomizzazione di un termine quale discriminazione, in “discriminazione positiva” e discriminazione negativa”.

    L’assurdo semantico sarebbe molto meno assurdo se tu avessi capito che cosa volevo dire (non l’hai fatto). La mia era una domanda. Questa: posto che al gruppo minoritario presente sul territorio nazionale (ovvero i sudtirolesi) siano stati riconosciute (con leggi costituzionali e in base ad accordi internazionali) delle prerogative specifiche, è possibile parlare sensatamente di “discriminazione” nei confronti del gruppo linguistico italiano? E se sì (come tu sembri voler dire) in che modo è possibile ridurre il tasso della supposta discriminazione senza ledere i diritti riconosciuti alla minoranza? A parte la cazzata dell’abolizione del proporzionale in ambito pubblico (una cazzata che come ti ho spiegato ormai non è nemmeno sostenuta più dalla “destra” italiana) da parte tua non mi pare siano venute indicazioni di merito. Né, cosa ancora più grave, sei riuscito a spiegare bene in che cosa si esplica questa “discriminazione”.

    Porre l’alternativa tra concessione dello Statuto di Autonomia e terrorismo, significa due cose.
    Prima, una riduzione del problema ad un dilemma (due lemmi) che è del tutto ovviamente una genesi inconsapevole della lettura (e riscrittura) politica dell’epoca. Ovvero: la politica ha offerto quale unica soluzione al terrorismo sudtirolese, la concessione dell’autonomia e questa è diventata la chiave di lettura successiva per chi, per l’appunto, “riduce” la questione alla sola alternativa concessa dal dilemma.
    Seconda, una poca conoscenza dei fenomeni politici in generale (tra cui il terrorismo rientra ad ogni titolo) e del fenomeno specifico del terrorismo sudtirolese di quegli anni.

    Mi sembra un passaggio confuso. O almeno: io non capisco cosa volevi dire. Spiegamelo meglio.

  66. Loiny

    @ Werner

    Il fatto che tu dedichi tanta attenzione al mio volenteroso dilettantismo, è qualcosa a cui non riuscirò mai ad abituarmi.
    Come avrai senz’altro notato, le mie riflessioni sulla rappresentazione del contrasto etnico sono il frutto ancora acerbo di due straordinarie esperienze di lettura: “Il conflitto etnico ben temperato” di Alexander Langer e il volume collettaneo „Die ethnisch halbierte Wirklichkeit“ curato da Günther Pallaver. Ogni tua considerazione in proposito sarà per me molto preziosa.

    Oggi comincia il mio lungo letargo invernale. Qui a Brunico l’alta stagione è fortunatamente alle porte. Da oggi (fino a Pasqua) avrò pochissimo tempo da dedicare ai blog e sarà tutto per “Talpe”.

    P.S.: se dovessi venire in Pusteria, fammelo sapere con un po’ di anticipo, così possiamo andare a mangiare insieme.

    Un saluto a tutti!

  67. Il medico di campagna

    Caro Loiny
    Mi manca - che sia in un senso, nell’altro o in nessuno - un tuo riscontro, infine. Significa che la chiudiamo qui? E quanto misura l’ampiezza della chiusura?

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