Via da Trento: verso dove?

L’espressione ”los von”, come noto, ha valore preposizionale e si traduce con ”via da…”: ”los von Trient”, via da Trento. Guardando meglio, oltre la grammatica, possiamo però scorgere qualcos’altro. La funzione di questa preposizione è quella di esprimere un movimento (definisce il moto ”da” un luogo verso un ”altro”) ed è dunque dinamica, segnala l’evoluzione di un processo da compiere o che è compiuto. Nominando ”Trento” abbiamo il riferimento al ”luogo” da abbandonare, sebbene la destinazione del moto rimanga ancora parzialmente indeterminata, così come la modalità  del suo raggiungimento (”via da”, ma ”verso dove”?).

La versione ufficiale del motto ”los von Trient” – quella che sarà  celebrata in pompa magna sabato prossimo, a Merano, in occasione della Landesversammlung della Svp intitolata ”Mut zur Zukunft” (con coraggio verso il futuro) – sembra non lasciare spazio a dubbi. Via da Trento ha significato storicamente l’uscita della minoranza ”nazionale” dalla Regione Trentino-Alto Adige e l’arrivo, o forse semplicemente il ”ritorno” a Bolzano, nel tentativo di calibrare l’applicazione dell’autonomia, originariamente composta in un ”frame” (cioè in un ”quadro”) più ampio, sulle esigenze particolari e soprattutto sulla volontà  di autogoverno del gruppo linguistico tedesco esclusivamente all’interno del perimetro circoscritto della sua Heimat.

Fatalmente, le parole con le quali Magnago chiuse il suo celebre discorso davanti ai trentacinquemila di Castelfirmiano (”la manifestazione è stata bella, disciplinata e silenziosa, l’abbiamo potuto constatare con i nostri occhi ed ora noi andiamo a casa con nuovo coraggio e nuova forza. Noi vogliamo sempre più lavorare per la nostra bella Heimat”) riecheggiano e rispecchiano quelle utilizzate da De Gasperi trentanove anni prima, il 4 novembre del 1918, allorché sulle pagine de Il nuovo Trentino, ebbe a scrivere: ”… l’ora del riscatto è suonata e convien separarci, Tirolesi. Sentimenti opposti agitano il nostro e vostro cuore; la nostra gioia è il vostro dolore, la nostra vita è la vostra morte come ieri la vita vostra era la morte nostra”. Il ”los von Trient” insomma come ultima tappa di una pregressa serie di altri ”los von…” (los von Wien, los von Innsbruck…) che già  avevano ampiamente compromesso l’unità  del Tirolo storico, smembrato dagli opposti richiami alle identità  delle ”nazioni”.

È stato Mussolini ad affermare che il problema delle minoranza non può mai essere risolto, bensì solo capovolto. Dalla soluzione della ”questione” sudtirolese si è così originata una ”questione” ulteriore, che potremmo definire ”altoatesina”, discendente dalla forma che l’autonomia ha cominciato ad assumere proprio cinquant’anni fa. Nonostante abbia ”progressivamente” conquistato uno status di piena ed irrevocabile separatezza dalla vecchia regione, e dunque dallo Stato italiano, la provincia di Bolzano, a composizione linguistica ”mista”, è infatti ancora caratterizzata da una gestione del territorio che trae la sua legittimazione dal ricordo della passata appartenenza all’ambito regionale (quello del Trentino-Südtirol) ma continua ad utilizzare il ricorso all’ermetismo tribale dell’etnia – che nella grande manifestazione di Castelfirmiano trovò l’origine del suo mito fondativo – quale privilegiato argomento di governo.

Ci si potrebbe sensatamente chiedere se, alla vigilia della storica ricorrenza e dell’imminente congresso, i dirigenti del partito di raccolta sapranno vedere in filigrana, all’interno della ”loro” storia di successo, questo intrinseco resto problematico. Tendiamo a credere però che le fanfare celebrative del ”los von Trient” non lasceranno molto spazio all’auspicato consiglio. Peccato, perché lo slogan prescelto (”con coraggio verso il futuro”) tradisce in fondo l’esigenza di un cambiamento o almeno di una presa di coscienza nei confronti di una situazione, quella attuale, che non è certo più quella del 1957, e dunque avrebbe bisogno di essere letta con una nuova sensibilità  e una ben diversa progettualità .

P.S. Col senno di poi, ceselliamo in calce al testo due citazioni di quel periodo (attenzione alle date e ripensate alle tipiche discussioni che conduciamo anche noi qui…):

”… la tutela non può spingersi fino a impedire a un altro gruppo di fruire delle stesse prerogative, degli stessi diritti. Non esistono minoranze privilegiate di prima classe e minoranze di seconda classe… mi pare quindi sbagliata la concezione dei rappresentanti del gruppo etnico tedesco, laddove postula una difesa del gruppo che si spinga fino a negare al gruppo etnico italiano il diritto alla naturale espansione e la sua libertà  di movimento e di lavoro su basi di parità  con il gruppo etnico tedesco…” (Tullio Odorizzi, Cons. reg. 4. 3. 1958)

”Noi dobbiamo avere gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini e in questo senso siamo quindi parificati al gruppo etnico italiano. A noi però spettano anche altri diritti, del tutto indipendenti dal fatto di essere cittadini. A noi spettano dei diritti, riservati a noi semplicemente per essere una minoranza etnica e mi sembra chiaro che ciò nulla abbia a che fare con i comuni e normali diritti assicurati ad ogni singolo cittadino… il gruppo etnico tedesco può svilupparsi come tale solamente sul proprio suolo avito (…Volksgruppe, die sich als solche nur entwickeln kann in ihrer angestammten Heimat)” (Silvius Magnago, ibid.).

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