Intervista a Giorgio Grigolli

Generalmente siamo abituati a considerare il ”los von Trient” dal punto di vista di chi, per l’appunto, si voleva distaccare, cioè secondo l’interpretazione datane dai sudtirolesi. Eppure, per comprendere appieno il significato di quell’evento, può essere utile ascoltare anche l’altra campana. Abbiamo cercato di farlo ponendo alcune domande a Giorgio Grigolli, giornalista, già  vicedirettore dell’”Adige” con Flaminio Piccoli, ex presidente della Provincia autonoma di Trento, dal 1964 attivo per quattro legislature nel Consiglio regionale e componente (nel periodo tra il 1972 e il 1992) della Commissione dei 12 per le norme di attuazione dello statuto d’autonomia.

Presidente Grigolli, il ”los von Trient” può essere inteso come l’ultimo atto del processo che ha portato alla lacerazione del cosiddetto Tirolo storico. Questa considerazione è particolarmente evidente per i sudtirolesi di lingua tedesca, che non hanno mai accettato la partizione del confine del Brennero e così hanno interpretato l’autonomia come una forma di risarcimento per il diritto all’autodecisione loro negato. Quali sono, invece, le motivazioni che portarono De Gasperi ad elaborare un modello autonomistico che prevedeva l’unione delle province di Bolzano e di Trento? Non sarebbe stato possibile immaginarsi, da subito, un’autonomia ”separata”, senza l’ambiguità  derivante dalla questione della sua ”cornice” territoriale?

La nostra è tutta una storia di ”los”. Cominciarono i trentini, alla Dieta austriaca del 1890, con un los von Innsbruck, quindi siamo arrivati al los von Trient della Svp, nel 1957, a Castelfirmiano. Storia di inseparabili, spesso separati, tra Stato lontano e comunità  vicine. ”Da dove credete che vengano tutti quei Menapace, Gasperi, Fontana, Eccel, Frasnelli e Magnago?” chiedeva Claus Gatterer: ”…i più erano nostri compatrioti del Sudtirolo di un tempo, quello ante 1918: nella Bassa Atesina faticavano come braccianti, arrivati dalle povere vallate trentine”. De Gasperi, all’atto della firma con Gruber, quel 6 settembre 1946, non poteva non tenere conto della storia. Era in gioco un discorso tutto intero. Umberto Corsini ha osservato che non sarebbe possibile immaginarsi una storia del Trentino che prescinda da quella del Tirolo, e viceversa. Neanche poteva rassegnarsi, De Gasperi, al sommesso ultimatum inglese alla conferenza di pace, di fare ”transitare” i sudtirolesi al di là  del Brennero, cancellando il confine, quella ”conquista” fatta dalle truppe italiane che, nel 1918, fin là  non erano arrivate. La ”cornice” non poteva non essere ”regionale”.

La manifestazione di Castelfirmiano ha segnato anche la fine di una fase molto conflittuale, caratterizzante il primo decennio di vita della regione Trentino-Alto Adige. Conosciamo bene la valutazione delle difficoltà  percepite dalla popolazione sudtirolese in relazione a questo difficile ”matrimonio”. Ma la società  trentina come guardava alla Regione? Ne auspicava la tenuta? Oppure la considerava solo alla stregua di un fardello necessario per legittimare le proprie ambizioni autonomistiche?

Nel dopo Accordo trentamila persone scesero con l’Asar in piazza Fiera, i trentini giravano ”con uno statuto di autonomia in tasca”. E poi le scritte. Anche ”viva Andreas Hofer”, anche ”Via i teroni” (con una ”r” sola). Si fantasticava – ha scritto l’asarino Domenico Fedel – su un miracolante futuro. ”Le tasse non più allo Stato, ma alla Regione e la gente sognava niente più tasse”. Certo, nel 1957 era già  emerso il primo scoglio, l’art. 14 dello statuto: il trasferimento delle funzioni amministrative della Regione alle Province autonome doveva considerarsi perentorio o solo eventuale? Il presidente Odorizzi, ancorato ad una certa ottica ”romana”, avrebbe preferito maggiore flessibilità . Magnago voleva tutto e subito. L’assessore Dietl ci mise del suo a rivendicare un ”tutto” per l’agricoltura. Non so se si potrebbe parlare di sordità  ”trentina”, semmai di malaccortezza. Ricordo, prima da segretario provinciale della Dc, poi da esponente di Giunta regionale, il fare e il dire di quel tempo. Tengo alto il ricordo di quei nostri dibattiti, anche culturali, anche con gli ”italiani” di Bolzano. Andammo a riesplorare un testo del 1942 di papa Pacelli in fatto di minoranze. Vorrei ricordare anche la silenziosa vicinanza del vescovo di Bolzano, Gargitter e il ”piano Kessler”, nel 1961. Ma ormai era emersa una radicale esigenza di modifica dello statuto.

Oggi, a molta distanza da quel periodo, è sicuramente possibile dire che il cammino separato delle due province autonome si è spinto più lontano di quanto sarebbe potuto accadere se si fosse insistito più a lungo nel voler procedere assieme. Eppure, nell’ambito di uno spirito di cooperazione che, in ultimo, potrebbe perfino richiamarsi alla vecchia unità  territoriale infranta, non è detto che il progressivo svuotamento di senso della Regione ”Trentino-Alto Adige” non possa preludere ad una rinascita del legame tra Sudtirolo e Trentino in un mutato contesto. Lei cosa pensa in proposito?

Al momento non vedo la tensione di quei tempi, neanche in senso positivo, di ricerca culturale. I ”confini” si sono rinsaldati, ognuno geloso della propria eredità , anche di una certa comodità . Se una volta era tutto un andare e riandare fra Trento e Bolzano, a colloquiare, litigare, concertare, adesso abbiamo una distaccata convivenza tra dirimpettai compiaciuti. Almeno qualcosa da pensare ”in comune”, infrastrutture o altro, potrebbe fornirci stimoli futuri. Anche al cospetto, ammettiamolo, di un Paese Italia troppo scompaginato. La Regione, in questo contesto, è diventata uno sportello bancario ad utilità  delle Province. La staffetta dei presidenti è un accorgimento di sopravvivenza istituzionale. Dovremmo forse pensare ad un ”terzo” statuto? Forse sì, ma con quali caratteristiche? Occorrerebbe auspicare almeno un ”pensatoio”, per individuare un domani di convivenza significativa e di vedute larghe, ”perfino” europee. Ma che tipo di classe dirigente potrebbe guidare questo processo? Anche la Svp dovrebbe interrogarsi su di un possibile cambiamento. Purtroppo, come sempre, le elezioni sono alle porte e si preferisce rimandare.

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