Due montagne
Verfasser: Étranger
Ci fu un momento, subito dopo la morte di Alexander Langer, in cui la retorica della convivenza crebbe a dismisura, gareggiando in altezza con la retorica nazionalista. Le due retoriche, tessiture alfabetiche tutt’altro che sottili ma alquanto perniciose per chi non era in grado di vederle, catturavano buona parte del discorso pubblico. Erano campi d’attrazione pressoché irresistibili: due monumenti di parole fruste stagliati nell’indolenza del senso comune.
Il loro potere di persuasione, del tutto estraneo all’ortodossia dell’ars bene dicendi, risiedeva in una mistura equilibrata di approssimazione e ineleganza, puntellata da competenze grammaticali insufficienti che declinavano dolcemente verso la sciatteria.
I più sensibili di noi, per disaffezione al discorso pubblico, affidarono la propria voce all’eloquenza delle cose mute: non prima di aver magnificato i moti pervasivi della cultura materiale, decisero di non parlare più e tacquero per sempre. Anche la maggioranza silenziosa decise di “far altro”, perlopiù soldi. Quantità considerevoli di energia civile, sottratte di colpo al loro destino politico, si dispersero uniformemente nei rapporti di buon vicinato, nei messaggi odoriferi del vino, nei bar, nei gesti ombrosi del lavoro minuto, nella gastronomia, nella grammatica dei fiori e delle rocce, nelle strizzatine d’occhio, nei ritmi ondivaghi del quotidiano.
Eserciti di cittadini sonnacchiosi, dei quali restano in penombra i caratteri precipui, cominciarono ad alzarsi molto presto. Dopo essersi assicurati che il tempo fosse bello, indossarano scarponi e giacche a vento e, senza perdere un minuto, riempirono lo zaino alla rinfusa: moschettoni, frutta secca, chiodi, cioccolato, pane nero. Ottimisticamente, tra il binocolo e la carta topografica, infilarono una bussola, aprendosi in tal modo all’avventura, sospinti verso l’alto dalla promessa di paesaggi favolosi. L’insidia di ogni retorica ascensionale è proprio questa: ti porta a credere che ti stai allontanando dal baratro, mentre in realtà ti ci avvicini a passi svelti. Più ti muovi verso l’alto e più sprofondi in termini di conoscenza. Senza accorgertene, hai percorso prati e boschi e ti trovi ai piedi della montagna. Con il cuore colmo di speranza, punti la vetta: sei convinto di salire e invece scendi.
Oggi, a distanza di molti anni, la situazione non è migliorata: la retorica della convivenza e la retorica nazionalista, contrapposte nei fini ma ugualmente attaccaticce, fanno ormai parte del paesaggio sudtirolese. Sono due montagne che si fronteggiano, sfidandosi in altezza. Il problema è che ci siamo talmente abituati alla loro presenza, da non vederle più. Inevitabilmente, quando parliamo, non possiamo che accrescere la prima o elevare la seconda. Nemmeno chi parla d’altro o decide di star zitto può cavarsela. Le due montagne attraggono tutto, anche i silenzi e le divagazioni. Trasformano ogni esercizio di parola in luogo comune.
Il testo che precede è l’immagine, nitida e specchiante, di una paralisi. Oppure di una saturazione. La paralisi, che è progressiva, si estende dall’oggetto descritto (le due montagne che si frappongono tra il punto di osservazione e l’orizzonte che per poco ancora possiamo intuire alle loro spalle) al soggetto che guarda. E una volta che il movimento è compiuto niente è più in grado di muoversi. Eppure, nemmeno una completa assenza di movimento può cancellare definitivamente la sensazione di una mancanza. Neppure uno spazio così perfettamente saturato può annichilire il ricordo o la speranza delle fenditure in grado di spezzarne il dominio. Ma com’è possibile aprire nuovamente queste fenditure? In che cosa consiste quella sensazione di mancanza? Come è possibile esprimere tutto ciò?
Prima di tutto bisogna comprendere i termini della questione. Questione che è anch’essa figlia della questione e che, paradossalmente, ci suggerisce la strana idea secondo la quale è soltanto l’impossibilità di trovare una soluzione ciò che rappresenta la vera soluzione. Perché in effetti la retorica del conflitto e quella della convivenza possono fiorire soltanto sulla sopravvivenza di ciò che le oppone. Se la prima avesse definitiva ragione della seconda, facendo sì che si affermasse, sul piano della realtà, ciò che essa pure contribuisce ad esorcizzare, sentiremmo anche l’imperativo di realizzare la seconda, improvvisamente divenuta necessaria almeno per fermare lo scorrere di nuovo sangue. Ma se fosse invece la seconda ad imporsi sulla prima, ciò non ci salvaguarderebbe dal rischio di veder spingere in una minacciosa latenza il motivo e il movente di ogni possibile conciliazione, ovvero l’esistenza oggettiva del conflitto. Entrambe costituiscono dunque il risvolto apparentemente divergente di una medesima mitologia negativa e per questo non possono che infrangersi l’una contro l’altra, almeno finché non sorga improvviso il giorno della loro comune scomparsa.
Quello che occorre è forse allora una mitologia positiva dello stare insieme. Ma come dobbiamo immaginarla? Ci vorrebbero, prima di tutto, dei racconti capaci, con la dovuta accortezza, di trasformarsi se non in un vero e proprio epos, almeno in una manciata di buoni romanzi. E forse, nel deserto che li andrebbe ad accogliere, non avrebbero neppure bisogno di spiccare per molti metri dal suolo. Sarebbe sufficiente che avessero la consistenza di un “grumo”. Storie ben costruite, nelle quali e dalle quali, sul limitare di vicende anche banali, noi potessimo affacciarci come accade quando, dall’alto di un collina, davanti a noi si accendono le luci di un città un’ora dopo il tramonto. Di che cosa dovrebbero parlare, queste storie? Forse di niente in particolare. Ma dovrebbero essere piene di oggetti e di parole riconoscibili. Dovrebbero nutrirsi di una memoria comune e nutrire l’immaginazione. Comunque in ogni frase dovrebbe risuonare un adagio che dice: “abbiamo bisogno di voi”. Prima di tutto, per sapere chi siamo “noi”, abbiamo bisogno di “voi”.
Am 29. February 2008 um 14:58 Uhr
[...] Nei numeri di gennaio e febbraio del mensile locale “Brixner” ho pubblicato due piccoli articoli in tedesco [qui] e [qui]. Oggi, contestualmente all’uscita del secondo, ho scritto anche il terzo, completando così una specie di piccola trilogia sul tema dell’”integrazione”. Ripropongo i primi due scritti in lingua italiana insieme alla conclusione. Lo sfondo teorico sul quale vanno letti è - manco a dirlo - il testo “Due Montagne“. [...]
Am 6. April 2008 um 19:02 Uhr
[...] orfini “verdi” crescono. E a loro volta crescono le due montagne, sempre più imponenti. La “retorica della convivenza” è ben tratteggiata, a mio [...]
Am 5. May 2008 um 23:53 Uhr
[...] di quel “abbiamo bisogno di voi…” che chiudeva anche il mio disperato appello in Due Montagne. Buona [...]
Am 3. October 2008 um 23:00 Uhr
[...] dibattito di ieri sera non ha fatto che aggiungere l’ennesima pietruzza alle due colossali montagne che ormai ci sovrastano e ci schiacciano. Da un lato la retorica della convivenza - ben [...]
Am 9. January 2010 um 22:30 Uhr
[...] Una presa, o meglio, un esame di coscienza che perdura tuttora, si sviluppa all’ombra di due montagne che si fronteggiano eguagliandosi in altezza: il giardino altoatesino/sudtirolese, un eden [...]