Souvenir.

Affe.
“Gli antropologi sono sempre stati, a loro insaputa, gli specialisti degli inizi, anche se gli inizi da loro studiati esalavano un odore di morte: abolendo d’un tratto l’attualità che li aveva preceduti, si aprivano all’avvenire suscitando immediate nostalgie. Da allora è accaduto che, nonostante l’attenzione che dicevano di rivolgere al “fatto sociale totale”, gli antropologi siano stati più sensibili alla bellezza di quel che stava crollando che all’ampiezza di ciò che si annunciava.
Che cosa avevano sotto gli occhi? Un campo di rovine, al cui disordine essi davano il loro contributo pretendendo di ricostruirne l’ordinamento, e un cantiere del quale non capivano molto”. (Marc Augé, Rovine e macerie, Torino, Bollati Boringhieri, 2004)

“Il souvenir esprime nello spazio fisico di un oggetto ciò che di solito il viaggio turistico è nel tempo: una breve sintesi per stereotipi. La brevità dell’esperienza turistica, organizzata per tappe fittiziamente collegate, corrisponde alla compressione, in un oggetto, di elementi distanti ma ridotti a contiguità”. (Duccio Canestrini, Trofei di viaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, pag. 51)

“Tutti i souvenir, anche quelli di fabbricazione industriale, li ho trattati come se fossero oggetti di interesse etnografico. Oggetti angelici, vale a dire messaggeri. C’è una costante comunicazione tra manufatti. Splendidi pezzi d’artigianato che hanno secoli di vita, finalmente dialogano con vecchio ciarpame da rigatteria e chincaglierie di produzione industriale. Souvenir classici e postmoderni hanno rapporti tra loro prima che con noi”. (Duccio Canestrini, Trofei di viaggio, Torino, Bollati Boringhieri, 2001, pag. 15)

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