Wie man Unbehagen konstruiert.

Vor wenigen Tagen geisterten Zahlen durch Südtirols Medien — insbesondere ist hier das italienische Tagblatt aus dem Haus Athesia gemeint — wonach die italienische Sprachgruppe in Südtirol bei der Vergabe öffentlicher und halböffentlicher Stellen arg benachteiligt sei.

In Berufung auf einen Vortrag, den Professor Luca Fazzi von der Uni Trient bei einer von Landtagspräsident Roberto Bizzo (PD) organisierten Tagung gehalten hatte, war etwa davon die Rede, dass 85% der Primariate im (öffentlichen) Südtiroler Gesundheitswesen von deutschsprachigen und nur 9% von italienischsprachigen Ärztinnen gehalten würden.

Die Aussage fand ich sehr erstaunlich — nicht nur, aber zum Beispiel auch, weil dann ja nach Adam Riese 6% der Primarinnen ladinisch wären. Extrem viele im Vergleich zu den 9% der Italienerinnen. Also habe ich mich um einen Faktencheck bemüht.

Der Südtiroler Gesundheitsbetrieb (Sabes) hat mir freundlicherweise die offiziellen Daten zur Verfügung gestellt: Demnach gehören in Wirklichkeit 70 Primarinnen (72,2%) der deutschen, 26 Primarinnen (26,8%) der italienischen und ein Primar (1%) der ladinischen Sprachgruppe an. Unterrepräsentiert — und zwar deutlich — sind also nicht die Italienerinnen, sondern die Ladinerinnen.

Wie aber kommt man von 26,8% auf — das sogenannte »Unbehagen der ItalienerInnen« untermauernde, um nicht zu sagen: fördernde — neun Prozent? Professor Fazzi hat mir auch seine Daten zur Verfügung gestellt, und eine erhellende Erklärung gleich dazu.

Erstens war bei ihm von 11% italienischen Primariaten die Rede und nicht von 9%, womit man dem A. Adige (bei einem sehr sensiblen Thema) schon einmal magelnde Sorgfalt vorwerfen kann. Und zweitens ärgerte sich Fazzi in seiner Mail an mich grundsätzlich über den Umgang der Medien mit seinen Ausführungen. Denn: Er habe darauf hingewiesen, dass diese seine Daten auf einer eigenen Berechnung basierten, mit der er angeblich versucht habe, »gemischtsprachige, aber als Italiener erklärte Primare« aus den offiziellen Daten herauszurechnen. Sehr wissenschaftlich scheint das nicht, doch Fazzi unterstreicht, dass es ihm um ein Gesamtbild und um Perspektiven für die Autonomie und nicht speziell um diese Daten gegangen sei. Wie man anhand seiner Powerpoint-Präsentation (die er mir freundlicherweise zur Verfügung gestellt hat) unschwer nachprüfen kann, ging es denn auch nur auf einer von 42 Folien um die Verteilung der Arbeitsplätze.

Wenn ein Medium dann aber diese eine Information zum wichtigsten Bestandteil des Vortrags hochstilisiert, dabei wichtige Zusatzinformationen verschweigt und die Daten auch noch falsch wiedergibt, ist das Unbehagen schon greifbar.

Siehe auch:

Faktencheck Gesundheit Kohäsion+Inklusion Medien Minderheitenschutz Umfrage+Statistik Wissenschaft | Disagio | Luca Fazzi Roberto Bizzo | AA | Südtirol/o | PD&Co. Sabes | Deutsch

Medienkampagnen des AA.
Quotation 326

[B]eim Alto Adige war es schon öfters so, dass die Zeitung durchaus stolz drauf ist, nicht Journalismus im klassischen Sinne, sondern Kampagnen zu machen. Das war bei den Dolomitenpässen der Fall, wo man systematisch und bewusst Druck auf die Politik gemacht hat. Und das ist auch jetzt wieder der Fall. Denn es gibt jeden Tag mindestens einen Artikel zu diesem Thema [dem angeblichen Unbehagen der Italienerinnen, Anm.].

Landeshauptmann Arno Kompatscher (SVP) im heutigen ‘Salto’-Interview.

Siehe auch:

Kohäsion+Inklusion Medien Politik | Disagio Medienkritik Zitać | Arno Kompatscher | AA Salto | Südtirol/o | SVP | Deutsch

Toponimi: Bene collettivo o compimento dell’opera colonialistica del Tolomei?

di Sandro BX

Quando mi è stato chiesto di scrivere due righe sul tema della toponomastica in Sudtirolo, ho pensato cosa dire di nuovo su un tema così inflazionato specialmente nelle ultime settimane.

L’Alto Adige e qualche media locale ha dato ampio spazio al disagio di qualche bolzanino di lingua italiana, ma non so quanti di essi frequentino le valli e le terre alte. Penso che non sia un problema esistenziale per quegli altri che abitano nelle valli. Dall’altro canto, vista l’immobilità e l’irrigidimento della componente italiana a cercare un compromesso ragionevole, essi danno spazio a posizioni estremiste nel mondo di lingua tedesca.

Sono cresciuto in una famiglia bilingue e perciò nel pieno rispetto di entrambe le culture. La mia passione per la montagna la ho sempre condivisa con amici di entrambi gruppi linguistici o di amici provenienti dal vicino Trentino o dall’Austria.

Ho condiviso le battaglie di Alex Langer per una pacificazione tra i due gruppi linguistici, in fondo mi sento ancora di sinistra, anche se con molti distinguo.

Mentre settanta anni fa la Valle d’Aosta e il Friuli abolivano la toponomastica fascista, De Gasperi e Gruber non ci riuscirono per molteplici ragioni. Le posizioni di chi sostituì il regime sul tema della toponomastica non differiva di molto dai loro predecessori. La battuta che allora girava sul CNL, “camicie nere lavate”, calzava a pennello su questo tema e questo me lo raccontò spesso mio padre che durante il secondo conflitto mondiale lavorò alla Lancia di Bolzano.

Il tema del prontuario del Tolomei e della sua applicazione è stato affrontato nel modo tipico italiano, ignorandolo senza intaccarlo. Chi mai utilizza ancora toponimi sconosciuti persino ai più affannati nazionalisti, nessuno!

Vorrei sentire chi chiama la Leierspitze nella valle di Scaleres/Schalders: Monte Lira (Euro?); il Gabler Monte Forca oppure la Gitsch il Monte Cuzzo?

Sui segnavia lungo le mete meno battute, cioè quelle più selvagge, neppure durante il ventennio fascista sono comparsi toponimi del Tolomei, ora se non gli si dà un taglio, si dà compimento all’opera colonialistica del Tolomei.

Non si tratta di mettere in discussione il bilinguismo, qui si tratta di binomi e cioè nomi propri imposti che spesso sono diventati nomi comuni, quelli comuni bisogna individuarli con spirito pragmatico e chiudere la controversia. Tutti i nomi del prontuario, come affermano i firmatari dell’appello dell’Accademia della Crusca, non sono un bene collettivo! Quei pochi vanno individuati e salvaguardati.

Faschismen Medien Nationalismus Ortsnamen Plurilinguismo | Disagio | Alexander Langer Ettore Tolomei | AA | Aoûta-Aosta Friaul-Friûl Südtirol/o | | Italiano

Disagio 2.0, stop ai fatti!
Quotation 325

Sì, è vero gli italiani stanno per sparire dalle valli, vivono solo nelle città, in pratica in una piccola frazione di territorio. È un deflusso inevitabile, basta volerlo vedere.

Dice questo il professor Luca Fazzi, «ordinario di Sociologia a Trento», nell’intervista ad opera di Paolo Campostrini pubblicata sull’A. Adige di oggi. Prima di dire che «lo Statuto [di autonomia] non va riformato. Va superato.»

Eppure, secondo i dati ufficiali dell’Astat, la percentuale degli italiani dal 2001 al 2011 è aumentata ad Aldein, Andrian, Algund, Altrei, Appiano, Badia, Bolzano, Bressanone, Bronzolo, Brunico, Cortina s.s.d.v., Corvara, S. Crestina, Dobbiaco, Feldthurns, Freienfeld, Glurns, Graun, Gsies, Hafling, Jenesien, Kaltern, Kastelbell-Tschars, Kastelruth, Kuens, Laives, Lauregno, St. Lorenzen, Lüsen, Mareo, Marling, S. Martin de Tor, Merano, Mölten, Montan, Mühlwald, Nals, Naturns, Natz-Schabs, Niederdorf, Olang, St. Pankraz, Partschins, Percha, Pfalzen, Plaus, Prettau, Proveis, Ratschings, Riffian, Ritten, Rodeneck, Sarntal, Sexten, Sterzing, Terenten, Terlan, Tisens, Tirol, Tramin a.d.W., Truden, Tscherms, Urtijëi, Vadena, Vahrn, La Val, Villnöß, Völs, Vöran, Waidbruck, Welsberg-Taisten, Welschnofen. Ovvero in 72 comuni su 116 (il 62%) e in 6 comunità comprensoriali su 8.

Ma questi sono «solo» i fatti… e quelli oggigiorno sembrano non interessare più nemmeno ai professori.

Vedi anche:

Faktencheck Kohäsion+Inklusion Medien Umfrage+Statistik | Disagio Zitać | Luca Fazzi | AA | | | Italiano

Islam e Sudtirolo.

di Fabio Rigali

I rapporti tra Islam e Cristianesimo, così come la convivenza tra musulmani e cristiani è certamente uno dei temi più caldi a livello mondiale. In barba al provincialismo di cui il Sudtirolo viene immancabilmente accusato, il problema è molto sentito anche da noi e le notizie che circolano su possibili aperture di centri islamici in provincia non tardano a suscitare dibattiti.

Le fazioni sono, semplificando volutamente, sostanzialmente due: una la chiameremo, “NO-Islam”, l’altra “NO-Crocifisso”. Entrambe hanno un certo fascino e mi sento in obbligo di descriverle brevemente, per chiarire cosa intendo, prima di abbozzarne una terza possibile.

I più agguerriti e multiformi son certamente i “NO-Islam”: si va dalle innocue vecchiette dell’oratorio a quelli che si salutano col braccio destro alzato, passando anche per insospettabili amanti delle deiezioni suine, come la sorprendente consigliera Artioli (SVP, poi Lega, poi PD, poi?). Appartengono a questo orientamento anche quei distinti giovincelli che vanno a serate di gala con divise, berrettini e bandierine germaniche e molta altra gente che in chiesa raramente si fa vedere. La fazione è dunque talmente vasta che si va da fautori di blandi divieti a dei veri e propri crociati con Bibbia e Fucile. Devo ammettere che Bibbia e fucile è un’idea che affascina pure me: il mio sogno inconfessabile è quello di sottomettere la Svezia con l’esercito papale come fece Cesare Borgia con la Romagna. Sarei poi un terribile sanguinario: imporrei ai sottomessi di assumere abitudini propriamente cattoliche come bere alcolici spesso ma senza stordirsi, intrattenere rapporti umani, non pensare unicamente al lavoro e dedicare tempo alle relazioni sociali. Sfortunatamente per me e per i “NO-Islam” che si ergono a paladini del cristianesimo, purtroppo la Bibbia è chiara nel condannare propositi belligeranti e l’immagine di Gesù, da come è descritta nei Vangeli è quella dell’uomo tollerante: egli è ricordato per l’aver detto di porgere altra guancia, non per aver incitato a ferire di spada. Se poi ci fosse qualche irriducibile che non potesse rinunciare al proposito di voler occidentalizzare (o addirittura convertire) gli islamici, allo stesso modo in cui io vado predicando agli Svedesi, a suon di serate tra amici, che essere socievoli è meglio per tutti, non credo ci sia cosa più persuasiva che mostrare ai musulmani con il proprio esempio come si possa vivere tutti meglio in una società tollerante e democratica, in cui ognuno possa vivere la propria sfera religiosa nel modo che preferisce. In nessun caso, da quel che io ho potuto apprendere dalle Sacre Scritture, un cristiano praticante, avrebbe ragioni per essere realmente “NO-Islam”: se è vero che in alcuni Paesi musulmani i diritti dei cristiani vengono calpestati, non per questo noi dovremmo trattar male coloro che arrivano in Europa, perché questo sarebbe rinnegare i migliori principi della nostra religione e civiltà.

Più ristretta, ma altrettanto supponente, è invece la cerchia dei “NO-Crocifisso”. La maggior parte di questi sono ostentatamente non cristiani e quelli che lo sono, se ne scusano. Sostanzialmente un po’ come alcuni credono che “de-tirolizzando” il Sudtirolo si possa rendere migliore la convivenza con gli italiani, questi credono che ogni simbolo del cristianesimo in Europa si ripercuota sui rapporti con l’Islam e sulla loro libertà religiosa o, meglio, di non-religione. L’Ateismo, così come ogni Credo è una scelta personale e non deve essere imposta, ma con una notevole differenza. Non c’è bisogno di togliere crocifissi o di legare le campane, se uno non crede: il fatto stesso di non credere dovrebbe essere sufficiente a fare di quei simboli qualcosa di totalmente vacuo. Chi crede all’astrologia, infatti, attribuisce grande importanza a date di nascita, ascendenti e posizione degli astri, ma chi non ci crede semplicemente si astiene dal leggere gli oroscopi. Se uno non crede in nulla, poi, non ha bisogno di simboli, perché il nulla e l’assenza sono non-essere. Vietare i simboli altrui, però, è l’imposizione del proprio non-credere ed è, secondo me, una forma di fondamentalismo. Questa è la differenza di fondo tra tolleranza ed ateismo. La negazione della religione, non è quindi garanzia sufficiente di tolleranza allo stesso modo in cui disprezzare la Heimat, come fanno alcuni, non è garanzia di cosmopolitismo. Inoltre semplici intuizioni sociologiche dovrebbero rendere evidente che è difficile educare qualcun altro al rispetto reciproco, se non si è in grado di rispettare la cultura dei propri padri.

La terza posizione non c’è; o perlomeno non è altrettanto visibile. Se ognuna delle due fazioni “NO” è in certa misura improntata all’integralismo, questa fazione dovremmo chiamarla del “SI”, perché dovrebbe essere manifestazione della più ampia e sincera tolleranza. SI all’Islam e SI al Crocifisso, perché essi possono pacificamente coesistere ed i rapporti sociali in una società moderna possono e devono fondarsi su livelli diversi dall’appartenenza ad una fede religiosa. Così come i fuochi di Herz-Jesu non possono rappresentare un pretesto per il Bolzanino di sentirsi a disagio, o il tifare di quest’ultimo per la nazionale italiana un pretesto per lo Schildhöfler di sentirsi umiliato, i simboli religiosi di Islam e Cristianesimo devono poter convivere gli uni accanto agli altri: chi si sente offeso dalla semplice esistenza di qualcosa di diverso è, in certa misura, intollerante. Ognuno deve avere la propria dignità ed il diritto di esistere non rappresenta, in sé, una minaccia per gli altri. Se il Cristianesimo, l’Islamismo o l’Ateismo di stato sono, a ragione, ritenuti vessatori ed intolleranti per le minoranze, l’altro approccio possibile è quello del Panteismo tollerante.

Un esempio concreto? Ecco una mia idea provocatoria di alcuni anni fa: siccome prima o poi la comunità islamica vorrà un centro religioso e culturale a Bolzano adeguato alle sue esigenze e dimensioni, sarebbe un’ottima idea mettere a loro disposizione dei locali in centro storico, con la sola condizione di renderlo aperto, accogliente ed accessibile a tutti (come le chiese o i centri culturali). La locazione centrale ha una forte valenza simbolica ed innumerevoli altri benefici, sia per la comunità che per la città, da cui non si può prescindere. Il centro, idealmente, potrebbe ospitare un vasto numero di attività culturali, da iniziative culinarie o di storia dell’arte islamica a serate sulla vita di Maometto ed ognuno dovrebbe poterci partecipare. Chi ne gioverebbe? Tutti. I partecipanti delle serate, che potrebbero approfondire aspetti una cultura a noi distante; la comunità islamica, che si vedrebbe simbolicamente accolta, visibile e riconosciuta; la cittadinanza, che percepirebbe una maggior distensione nel poter entrare in contatto e vedere coi propri occhi questa realtà. Siccome c’è già chi parla di monitoraggio da parte della DIGOS, l’ubicazione in centro, quindi sotto gli occhi dell’intera città, probabilmente renderebbe superfluo il controllo di polizia, a vantaggio di tutti. Chi ne trarrebbe danno? Soprattutto i seminatori d’odio. Quelli che vogliono riproporre lo scontro di civiltà e le crociate nel XXI secolo e che fanno della diffidenza il proprio capitale politico o anche quei musulmani che giocano sull’emarginazione delle comunità per fare proselitismo per conto di organizzazioni jihadiste. Ad una serata per ragazzi in centro su “Le Mille ed una notte”, questi sarebbero i primi a sentirsi fuori luogo!

Kohäsion+Inklusion Kunst+Cultura Migraziun Recht Religiun | Disagio | Fabio Rigali | | | | Italiano

Proposta d’intervento sulla toponomastica.

Discussione

Aktion Ortsnamen
Lunedì, 12 novembre 2012 ore 20.00
Augustinersaal Kloster Neustift

di Fabio Rigali

Quando mi chiesero di partecipare a una serata sul problema della toponomastica fin da subito non mostrai molto entusiasmo. A parte il fatto che nei tempi delle discussioni pubbliche difficilmente si riesce a rendere completamente giustizia alla propria opinione, in realtà questo è un argomento che ho accuratamente evitato per anni: è un tema in cui il rischio di parlare in modo isterico-emozionale, di dire cose impopolari o banali è altissimo; mentre non esiste nella situazione attuale, a mio avviso, una reale possibilità di risolvere il problema in maniera soddisfacente per tutti.

Genesi di un problema:

Tanto per cominciare le cose con ordine, consiglio a tutti di (ri)leggere l’introduzione al Prontuario di Ettore Tolomei. La si può trovare facilmente online e, anche se è scritta in un italiano stucchevolmente pomposo e sembra a prima vista noiosa, è una vera miniera di informazioni: l’evoluzione dell’opera, gli scopi, i principi ispiratori, i criteri, e la prima accoglienza da parte di alcuni settori della sfera pubblica vi sono descritti accuratamente. Mi piacerebbe potermi convincere che molti l’abbiano letto; ma, dai commenti che sento in giro, ho come l’impressione che non sia così. E’ invece un testo che andrebbe conosciuto e studiato. Leggendolo si verrebbe subito a contatto con i miti nazionalisti del primo Novecento: quelli del barbaro tedesco che, “invadendo” l’Italia “inquina” il glorioso sostrato culturale romano-latino. Per questi discendenti dei barbari Tolomei ha in mente un destino preciso (che poi approfondirà anche nel suo famigerato programma di italianizzazione del 1923): la progressiva assimilazione al resto dello Stato grazie al “tempo”, dice nel Prontuario, ed a non meglio precisati “coefficienti economici” (ma sappiamo che i suoi interventi in proposito furono invece molto forti). Il primo passo da compiere perché ciò avvenga è, a suo avviso, sicuramente quello di imprimere (o “restituire”, secondo la sua concezione) l’italianità dei nomi: questo ha il preciso scopo di dimostrare a tutti, tanto all’opinione pubblica italiana, che  ai migranti in Sudtirolo, ai sudtirolesi ed agli osservatori stranieri, l’italianità del Tirolo meridionale. Questa è, in estrema sintesi, la cornice dell’opera di Tolomei: per poter cominciare oggi qualsiasi confronto sul tema, occorre secondo me partire sottolineando che l’ottica dello scontro tra una presunta civiltà italiana-romana e tirolese-barbarica è aberrante ed infondata (la cultura di ogni europeo moderno è in qualche misura debitrice sia del mondo greco-romano, che delle popolazioni migrate in seguito e del cristianesimo); e che i vaneggiamenti nazionalisti di Tolomei si risolsero nella pratica con un tremendo sopruso nei confronti della popolazione (in particolare tedesca) allora residente ed in definitiva con un’umiliazione di tutte le culture tirolesi (Tolomei esprime nel Prontuario l’intenzione di italianizzare anche alcuni nomi Trentini, a suo avviso troppo poco italiani, ed è ormai risaputo che considerasse il ladino un mero dialetto italiano) a vantaggio di un’italianità artificiale.

Riguardo ai criteri “scientifici” adottati, di cui talvolta si discute, io non ho strumenti per pronunciarmi definitivamente. D’altra parte nella prefazione Tolomei stesso ammette una certa superficialità dovuta alla fretta che scaturiva dai “felici eventi bellici” (i circa 650.000 morti non bastarono, evidentemente, a rendere questi eventi minimamente tristi) e asserisce che “Vanno sempre evitati in questa materia, i criteri assoluti; conviene procedere con una certa relatività dettata da accorgimenti varii e da temperanza e buon gusto”; ed inoltre: “La toponomastica dell’Alto Adige va trattata in rapporto al fatto dell’avanzata etnica nostra. Non dev’essere accademica, ma pratica”. Queste affermazioni di principio non mi sembrano certamente un ottimo biglietto da visita per un lavoro scientifico: d’altra parte chi si mette all’opera sulla base di un deliberato intento, ovvero quello di dimostrare l’incontestabile italianità del Sudtirolo non può che essere un giudice parziale nelle sue conclusioni. Possiamo lasciare a Tolomei il beneficio del dubbio, ma fa comunque specie che oggi ci sia ancora chi cerchi di salvare in un modo o nell’altro l’opera di Tolomei facendo leva sul suo presunto valore accademico perché è come se i mezzi utilizzati giustificassero il sopruso. In quest’ottica è anche difficilmente comprensibile che nelle commissioni per la toponomastica recentemente istituite siano stati invitati in qualità di consulenti membri dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige di cui Tolomei fu il fondatore; i quali, manco a dirlo, continuano imperterriti sui binari del Prontuario.

In realtà già all’epoca, come l’autore stesso ci riporta, l’opera incontrò notevoli critiche sia sui contenuti che sull’applicazione pratica (ricordiamo in proposito il celebre giudizio del socialista coevo Salvemini secondo cui Tolomei fu “il boia del Tirolo […] l’uomo che escogitò gli strumenti più raffinati per tormentare le minoranze nazionali in Italia”) nella sua prefazione, il pioniere dell’italianità, ci racconta che durante la guerra i comandi militari non ne vollero punto sapere dei nuovi nomi, anche perché usavano cartine austriache; ed aggiunge che dopo esser stato nominato Commissario per l’Alto Adige nel 1918 ed aver cominciato ad imporre la nuova toponomastica, in seguito ad un cambio di governo nazionale(come spesso succede in Italia) tutto tornò come prima: i nuovi nomi sparirono in toto e non se ne riparlò prima del 1921, arrivando all’approvazione definitiva della toponomastica contenuta nel Prontuario solo nel 1923.

Due visioni antitetiche :

“Nell’atto di riprendere il proprio suolo fino ai termini sacri, di riunire alla Patria i lembi avulsi della Regione Veneta, in parte inquinati nei secoli da genti straniere, l’Italia doveva affermare il suo diritto e il suo genio reimprimendo con tutti i nomi dei monti e delle acque, delle città e dei paesi, fino all’ultimo casolare, il sigillo perenne del nazionale dominio.”

Questo primo paragrafo dell’introduzione al Prontuario riassume straordinariamente bene i termini della questione della toponomastica tolomeiana. Cosa direbbe leggendole un giovane sudtirolese tedesco oggi, a 90 anni di distanza? Io mi immagino qualcosa del genere:

”E’ una vergogna: queste parole danno la dimensione dell’ingiustizia subita dai sudtirolesi e quel che è peggio è che nessuno in 90 anni è stato ancora in grado di rimediarvi o ha anche solo pensato di chiedere scusa. Nell’opera veniamo presentati come barbari ed i nostri nomi, il modo in cui noi chiamiamo i luoghi della nostra vita, vengono senz’altro considerati come deformazioni prive di valore. Addirittura veniamo dipinti come invasori di un territorio definito “veneto” ed “italiano”, ma che storicamente sappiamo non esser mai rientrato nell’orbita politica italiana. Che motivo abbiamo per tollerare ulteriormente queste bugie e queste umiliazioni? Che genere di convivenza potrà mai nascere sulla base di queste parole?”.

E cosa ci si sentirebbe invece rispondere, se si provasse a proporre il tema della toponomastica ad un giovane italiano di oggi. Io credo qualcosa di simile:

“L’imposizione dei noi italiani durante il fascismo fu senza dubbio un provvedimento ingiusto. Oggi però viviamo a 90 anni di distanza e nessuno dei colpevoli è ancora vivo. In realtà la stragrande maggioranza degli italiani che venne in Alto Adige per trovare un lavoro non ha mai avuto nulla da decidere su tutta quest’operazione ed i nomi se li è già trovati belli e pronti per essere usati. Nessuno vuole scusare Tolomei, ma i suoi nomi sono ormai nell’uso collettivo: anche molti sudtirolesi tedeschi li usano oggi senza problemi. Io, ad esempio, li uso e sono nato qui: perché mai qualcuno dovrebbe aver diritto togliermeli? Non ha in fondo ognuno il diritto di chiamare come vuole il posto in cui è nato?”

Bene! Ora posso dirlo con assoluta franchezza: odio occuparmi di toponomastica, perché ognuno dei due discorsi che ho proposto contiene, a mio avviso alcuni buoni argomenti, che non possono essere facilmente accantonati. E’ quindi difficile dare del tutto torto ad uno dei due e del tutto ragione all’altro (o meglio, è facile solo se non prendiamo veramente in considerazione le motivazioni altrui): non esiste, a mio avviso, una soluzione completamente “giusta” per tutti e le proposte che prevedono la totale sparizione della toponomastica tolomeiana o la sua totale riconferma tendono a non tener conto abbastanza delle differenti sensibilità. Inoltre per mia esperienza, i nomi sono un tema ancora più spinoso dell’appartenenza statale, forse perché direttamente legati in modo inconscio all’auto-affermazione sul mondo esterno (chi non ricorda  il celebre passo della Genesi che dice: “Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”). Proprio per questo non gradisco parlarne: è facile deludere questa o quell’altra parte col proprio discorso; e questo indipendentemente dal fatto che io, il sig. Fabio Rigali, possa vivere benissimo sia con, che senza i nomi di Tolomei e che spesso tenda ad evitare di usarli per principio. Ma la toponomastica non è un problema che coinvolge solo me e quindi non mi sento di poter decidere per tutti.

Alcune polemiche recenti:

D’altra parte questo genere di scrupoli, che spingono me a fare un passo indietro ed a non voler imporre la mia visione personale, non sembrano aver sufficientemente informato l’agire di importanti associazioni come AVS, da una parte, o molte Tourismusvereine ed SMG dall’altra.

Il caso AVS: un bel giorno verso la fine del 2009 mi sveglia e notai dalla finestra alcuni volontari con una Jeep che stavano sostituendo i vecchi cartelli di legno del sentiero fuori casa mia. Quando uscii il toponimo “Gargazzone”, dopo 2 secoli di onorato servizio, era ormai stato mandato in pensione. Al suo posto rimaneva invece “Gargazon” con l’indicazione funzionale “Dorf”; arrivato in paese incontrai l’Hauptmann, che accatastava la legna e gli raccontai l’accaduto: lui scosse la testa e si lasciò andare a qualche commento sarcastico sui questi improvvisati “Möchtegern-Tiroler”. Immagino che queste sostituzioni siano avvenute più o meno a tappeto in tutto il Sudtirolo con tempi e modalità diverse. Delle molte reazioni isteriche a cui dovemmo assistere allora, per fortuna non rimane che un blando ricordo ed ora è possibile parlarne in modo pacato. Gli errori dell’AVS sono secondo me stati molteplici: un primo errore grave è aver agito semplicemente come se gli italiani non esistessero affatto. Chiunque viva in un condominio sa che spesso non ci si trova d’accordo sui lavori da eseguire; ma chi cominci direttamente un lavoro che interessa tutti i condomini senza prima chiedere niente a nessuno, passa automaticamente dalla parte del torto. Per i cartelli di montagna un vero momento di confronto preventivo, da quel che ricordo, non c’è stato ed i risultati si son visti. Secondo errore madornale: si sono cancellati indiscriminatamente toponimi storici ed inventati: si è così definitivamente bruciata la possibilità di affermare il principio dei toponimi storici almeno in un settore marginale come i cartelli dei sentieri. E’ chiaro che non si può prima semplicemente eliminare tutti i nomi italiani dai cartelli ed un paio di mesi dopo “rinsavire” e presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica italiana come dei candidi paladini dei toponimi storici. In questo ristretto ambito che è la toponomastica di montagna, secondo me una soluzione che avrebbe potuto essere accettabile per molti ci sarebbe stata: cercare innanzitutto il confronto con l’opinione pubblica italiana, spiegare pubblicamente le proprie ragioni e presentare una proposta che salvasse tutti i toponimi storici delle tre lingue (es: Rina – Welschellen, Burgstall – Postal, etc..) e che, nel caso per una determinata località ne fosse disponibile solo uno, riportasse però almeno le indicazioni funzionali (es. Pfandler Alm – Malga Pfandler). Non è detto che questa proposta sarebbe stata accettata da tutti senza malumori, ma certamente ora, dopo tutto quel che è successo, sarà molto più difficile far passare una proposta del genere.

Il Caso SMG: correva sempre l’anno 2009, quando mi capitò per le mani un opuscolo pubblicitario in cui vedevo un quartetto di musicanti assorti ad ammirare il paesaggio circostante col venerabile costume del Burgraviato indosso. Una scena normale che avevo visto e vissuto più volte; quello che davvero stonava era la scritta che accompagnava la foto: “Die italienische Oper ist wunderbar, von der Blasmusik ganz zu schweigen”. A breve distanza, poco dopo aver assistito al Krampuslauf dei miei amici di Mals (totalmente estasiati da questa pittoresca usanza a base di maschere in legno e pelli di animale), lessi un articolo pubblicitario, che, a memoria, descriveva Mals  come una ridente cittadina italiana. Subito pensai che i Krampus non sarebbero certamente stati d’accordo! Nessuno “del bel paese là dove ‘l sì suona” si sognerebbe mai di associare Mals ed i suoi simpatici abitanti o i costumi del Burgraviato con i caratteri l’italianità: non sarà certo un caso se Vassalli per la copertina del suo libro Sangue e Suolo scelse proprio l’immagine di un impettito Burggäfler. Analizziamo le cose razionalmente: le società pubblicitarie, se è vero che non hanno vincoli stretti nel loro agire, è anche vero che finiscono per trasmettere l’immagine di un luogo verso l’esterno. Paradossalmente, se volessero eliminare in toto ogni traccia della toponomastica tolomeiana dai dépliant, non credo che alcun giudice li potrebbe condannare. Eppure la loro tendenza è esattamente opposta: Val Gardena sostituisce in gran parte Gherdëina e Gröden e Alta Pusteria è divenuto ormai lo standard.

Non vorrei sembrare scortese con nessuno, ma giocare sui nomi dei luoghi per aumentarne l’appeal mi ricorda la celebre (ma non proprio lusinghiera) scena cinematografica in cui la moglie di Fantozzi, cominciando un servizio telefonico per adulti, si inventa un nome di fantasia nel tentare di darsi un improbabile tono erotico. Al dell’aspetto buffo della questione, le possibilità sono essenzialmente due: per effetto della pubblicità i potenziali turisti credono effettivamente di arrivare in Italia e legittimamente si aspettano di sentire suonare il mandolino a St. Walburg o di ballare la tarantella a Steinhaus. Se ne torneranno a casa davvero delusi perché questo è un eccellente esempio di pubblicità ingannevole. La seconda possibilità è che i turisti sappiano già che il Sudtirolo è come è (e si chiederanno probabilmente perché i sudtirolesi ci tengano ormai così tanto a presentarsi come perfetti italiani): dopo una scrollatina di spalle decideranno allora di venire o non venire da noi, indipendentemente dalle illusorie immagini che evoca la pubblicità. L’utilità quindi in entrambi i casi mi sembra piuttosto limitata. E, anche se si riuscisse ad attestare che l’accostamento all’Italia faccia vendere qualche piccola percentuale in più di pacchetti turistici, resta il problema morale se sia davvero il caso di presentarsi ai clienti con un’immagine che, in gran parte, non è quella che noi stessi abbiamo di noi e che verosimilmente non aderisce quindi alla realtà.

Uno sguardo al futuro:

Dopo aver commentato l’opera di Tolomei, aver cercato di rendere le diverse visioni sull’argomento e aver accennato ai casi recenti di AVS e SMG, sarà forse il caso di proporre anche una possibile soluzione di più ampio respiro alla questione della toponomastica che, come detto, se considerata isolatamente nei suoi termini non è di facile soluzione; e visto che tutto è scaturito dal Prontuario, io credo che la soluzioni si trovi proprio lì. Tolomei, infatti, non si stanca di ribadire la relazione che c’è tra i suoi nomi e l’appartenenza nazionale, quasi i primi siano principalmente un espediente creato in funzione della legittimazione del dominio statale. Ora, dal punto di vista del Sudtirolo, dalla semplice combinazione di questi due fattori (nomi e appartenenza politica) nascono 4 possibilità che brevemente elenco e vale forse la pena di vagliare:

  • 1: Sudtirolo italiano e toponomastica di Tolomei;
  • 2: Sudtirolo italiano senza toponomastica di Tolomei;
  • 3: Sudtirolo indipendente e toponomastica di Tolomei;
  • 4: Sudtirolo indipendente senza toponomastica di Tolomei.

Ora: la prima possibilità è in sostanza quello che abbiamo avuto negli ultimi 90 anni e stiamo cercando di migliorare. La seconda possibilità potrebbe togliere qualche spina dalla simbolica Dornenkrone dei sudtirolesi tedeschi, ma contribuirebbe anche ad aumentare quel senso di impotenza (disagio) dei sudtirolesi italiani, delegittimati e tagliati fuori ormai anche simbolicamente da tutto quel che in Sudtirolo più conta e li vedrebbe quindi sempre meno partecipi e più costretti a ricorrere a Roma per ottenere qualcosa. La quarta soluzione sarebbe poi avvertita da questi ultimi proprio come un’umiliazione a tutto campo, senza alcuna speranza. L’unica soluzione che mi pare soddisfacente è la terza: un Sudtirolo autodeterminato non più facente parte dell’Italia, ma senza prendersi la briga di cancellare i nomi di Tolomei. Perché? Semplicemente perché se il pensiero di Tolomei venisse sconfitto su tutta la linea, con la secessione dall’Italia e la cessazione di ogni possibile tendenza assimilatoria, i semplici nomi perderebbero quella valenza oppressiva che hanno avuto in passato. A chi importerebbe di eliminare il tanto contestato nome della “Vetta d’Italia” se questa non fosse più in Italia? Credo che di fronte all’innegabile successo che la sicurezza di uno stato autonomo nei confronti dell’assimilazione comporta, i rappresentanti dei sudtirolesi tedeschi potrebbero finalmente rinunciare a fare dei nomi una questione di principio e scegliere a quel punto di non mortificare quegli italiani che ai “loro” nomi sono legati. E d’altro canto, forse con una certa sorpresa, in un Sudtirolo indipendente i sudtirolesi italiani potrebbero trovare riconosciuta in modo tangibile (e senza alcuna costrizione esterna: ricordate l’esercito che doveva cambiare i cartelli) la loro presenza, grazie all’accettazione dei nomi che usano per indicare i luoghi dove vivono. Ma queste ora sono solo speculazioni: nel presente, come detto, il problema della toponomastica continua a sembrarmi solo parzialmente solvibile.

Ortsnamen Termin | Disagio | Ettore Tolomei Fabio Rigali | | | AVS Schützen | Italiano