Quotation (329): Eredità fascista trasversale.

[La sinistra italiana tende a] cadere spesso in una retorica fortemente nazionalistica, che spesso ci ricorda di come l’eredità fascista ancora sopravviva, trasversalmente, in Italia.

Pietro Colombo, Sanca/Sinistra Veneta, in «Nazionalismo. Malattia italiana.»

Trovo interessante e significativo che anche in Veneto si abbia questa impressione.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6]

Benvenuto, comun de Sèn Jan.

Questo finesettimana le cittadine e i cittadini dei comuni fassani di Vich, Poza, Mazin e Soraga hanno deciso sulla fusione delle loro rispettive amministrazioni, e dalle urne è uscito un responso molto chiaro: Vich e Poza si uniranno, mentre Mazin e Soraga per ora preferiscono rimanerne fuori.

Le fusioni sono un progetto della vicina provincia di Trento per ridurre il numero dei comuni, che ora ammontano a 277 (mentre in Sudtirolo se ne contano 116).

Dall’unione di Vich e Poza nascerà il nuovo comune ladino di Sèn Jan, il cui nome non avrà traduzione in «italiano». D’altronde, l’orientamento in Trentino da anni è quello di rendere visibili i toponimi storici e/o minoritari: dalla Comunità Rotaliana-Königsberg all’Alta Valsugana e Bersntol (e non più «Valle dei Mocheni») passando per il Comun General de Fascia (in sostituzione del vecchio comprensorio «Ladino di Fassa»).

E ora… diamo il benvenuto a Sèn Jan!

Vedi anche: [1] [2] [3]

Quotation (328): La sensibilità di Liliana Di Fede.

In merito alla visita ufficiale di Jean-Claude Juncker la segretaria provinciale del PD, afferma:

Per quel che mi riguarda, posso assicurare che non parteciperò a cerimonie o incontri istituzionali dove tutte e sottolineo tutte le comunità non vengano trattate con il rispetto e la sensibilità che meritano.

— A. Adige, 21.11.2016

Ce ne rallegriamo. Vuol dire che la segretaria, oggi, non parteciperebbe più a manifestazioni come quelle che ancora un anno e mezzo fa, da sindaca di Laives, lei stessa organizzava.

Juncker, Urzì e i sudtirolesi ingrati.

Venerdì scorso è venuto in Sudtirolo, in visita ufficiale, il presidente UE Jean-Claude Juncker — e il consigliere provinciale Alessandro Urzì (AAnC), postfascista, ci ha ricamato sopra la sua solita esasperante polemica etnica. Come nel caso della norma di attuazione sulla toponomastica.

E come sempre.

Il sostegno mediatico, come al solito, gli è giunto puntuale dal quotidiano in lingua italiana del gruppo Athesia (la nuova proprietà che, in occasione dell’acquisto, aveva definito l’AA un giornale «autonomista»).

Abbiamo tentato di interloquire con Urzì su Facebook, ma purtroppo ha preferito tagliar corto continuando a cancellare ogni nostro commento. Sia chiaro, questo è un suo diritto — ma è la ragione per cui ho deciso di scrivere questo pezzo.

Andiamo al sodo:

Urzì si scaglia contro il cosiddetto «landesüblichen Empfang» degli Schützen, con cui il Landeshauptmann ha accolto Juncker. Scrive che «si è imbastita una cerimonia pari a quelle che solo i Capi di Stato tributano all’alto rappresentante dell’Europa» e che quindi Kompatscher avrebbe fatto «il finto Capo del Libero Stato». Falso. Noi, che indipendentisti lo siamo e dunque ce ne saremmo rallegrati, dobbiamo contraddire: il «landesüblicher Empfang« è appunto questo: landesüblich, ovvero «abituale», «consueto»… «normale»; e lo è anche a Innsbruck, non proprio la capitale di uno stato indipendente e sovrano. Che a Urzì non piaccia è un’altra cosa, bastava che lo dicesse.

Inoltre, il Nostro critica che per dare il benvenuto a Juncker gli Schützen abbiano usato dei fucili (depotenziati, quindi innocui, se non usati a mo’ di clava) del tipo Mauser 98k. I «micidiali Mauser 98 K in dotazione alla Wehrmacht. Fucili comprati uno ad uno nel mercato della nostalgia del Reich», secondo Urzì.
Ora, premetto che a me le armi non piacciono e sarei strafelice se gli Schützen le mettessero da parte. Ma sinceramente mi fanno più paura le armi vere (e in grado di uccidere) che non quelle finte/depotenziate usate a scopi di rappresentazione storica o cerimoniale.
Ad ogni modo non mi risulta che Urzì avesse avuto da ridire sull’esibizione di armamenti bellici (pesanti) durante l’adunata degli Alpini nel 2012; o sulle marce con le mitragliette (se fossero fucili mi si passi l’ignoranza, ma il senso rimane pur sempre quello). A meno che il consigliere non si sia convertito al pacifismo ultimamente; nel qual caso gli dovrei le mie scuse, ma mi sia permesso dubitarne.
Per quanto poi riguarda i «micidiali» Mauser, secondo quanto per quanto è dato sapere sono quasi tutti di provenienza iugoslava; altroché comprati uno a uno sul mercato della nostalgia (sempre che Urzì non sia in grado di dimostrare il contrario, ma allora dovrebbe farlo). Dunque un’altra accusa falsa.

Va detto però, e qui ho piena comprensione per la delusione di Urzì, queste/i sudtirolesi sono una vera banda d’ingrati. A nemmeno cent’anni dalla liberazione dal giogo austroungarico (non è uno scherzo, Urzì ne è convinto) hanno il cattivo gusto di non chiedere permessi agli eredi del fascismo. E di non suonare l’inno nazionale (quello antiaustriaco).

Come se fossero autonomi.

Vedi anche: [1] [2] [3]

Le vergognose celebrazioni di El Alamein.

Anche nel 2016, come ogni anno, le forze armate ufficiali di un paese democratico, l’Italia, hanno festeggiato una battaglia — persa, ma «eroicamente» a quanto pare — dell’Asse nazifascista: quella di El Alamein in Egitto.

Da un paio d’anni le celebrazioni si svolgono a Pisa dove, nonostante le proteste delle associazioni antifasciste al grido di «niente da commemorare», continuano tranquillamente a sfilare alte autorità civili, religiose (!) e militari; per la felicità dei nostalgici fascisti che si danno appuntamento in città, esibendo impunemente simboli del ventennio e saluti romani, mischiandosi alle famiglie attratte dall’esposizione di armamenti bellici e dagli show dei paracadutisti.

Nella stessa data, il 25 ottobre di ogni anno, l’ambasciata italiana d’Egitto organizza una commemorazione presso un grande «sacrario» appositamente eretto dall’Italia nel 1955 nei pressi della località di El Alamein. Prima dell’ingresso, su di un cippo, si trova una pietra marmorea con un’iscrizione divenuta un mantra: «mancò la fortuna, non il valore».

[La] Battaglia di El Alamein […] vide 3500 paracadutisti italiani battersi strenuamente contro preponderanti forze avversarie, mostrando dedizione, abnegazione ed amor di Patria.

La cerimonia testimonia i valori quali l’onore, il sacrificio e la fedeltà propri del soldato Italiano e che hanno contribuito a rendere grande il nostro Paese.

dal sito internet del «Capo di Stato Maggiore dell’Esercito»

In realtà la seconda battaglia di El Alamein (dal 23 ottobre al 4 novembre 1942), che vide fronteggiarsi le forze nazifasciste comandate da Erwin Rommel e l’Ottava armata britannica, fu il punto di svolta decisivo nella «campagna d’Africa», quindi verso l’invasione della Sicilia e la liberazione del continente dalle dittature totalitarie e dai campi di concentramento.

Targa apposta nel sacrario di El Alamein (foto: difesa.it)
Targa affissa nel sacrario di El Alamein (foto: difesa.it)

Sarà vero, come narrano gli storici, che i paracadutisti della Folgore, in una battaglia che costò migliaia di vite, riuscirono a opporsi (inutilmente) per vari giorni agli attacchi delle forze alleate; e che, come piace ricordare nei festeggiamenti, al momento della resa ricevettero «l’onore delle armi» dagli inglesi. Ma questo non giustifica che un paese democratico commemori — acriticamente — le forze armate al servizio di due dittatori aguzzini.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11]

Vall-de-roures, eliminata la «croce» franchista.

Il comune di Vall-de-roures, località catalana nella regione a maggioranza castigliana dell’Aragona (provincia di Teruel), in ossequio alla Legge sulla Memoria Storica, ha fatto abbattere la Croce dei Caduti sita sul proprio territorio urbano. Eretta nel 1942 su preciso ordine di Francisco Franco, la croce ricordava le vittime della guerra civile e includeva il simbolo del giogo e delle frecce.

L’abbattimento del monumento, definito «fascista» e «anacronistico» dalla mozione approvata in consiglio comunale, fu deciso a gennaio dai due partiti regionalisti (Chunta e Partido Aragonés) con il sostegno del Partito Socialista spagnolo (PSOE).

Undici mesi più tardi, nel giro di 48 ore, il monumento è sparito. La croce, che dava il nome all’intero manufatto (e che era posta in cima ad esso) è stata spostata al cimitero del paese assieme a uno scudo di Vall-de-roures scolpito in pietra, mentre tutto il resto è stato asportato. Il terreno sul quale era stato eretto il monumento sarà presto restituito ai suoi precedenti proprietari.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6]

Quotation (327): Ethnie vor Politik?

[M]an weiß, dass die Linke, wenn es um das Siegesdenkmal geht, der Rechten um nichts nachsteht. Freilich, die Linke ist für den “depotenziamento”, eine Abschwächung, Hauptsache die Monumente bleiben stehen.

Chefredakteur Arnold Tribus, 17. November, TAZ-Leitartikel

Ricordo che quando parlavamo di questo argomento con Langer ci dicevamo: anche uno di sinistra, se è italiano, prima è italiano e poi è un compagno… Ovvio che tra tedeschi a volte era anche peggio.

Joseph Zoderer im AA-Interview vom 15. November

Siehe auch: [1] [2] [3] [4]