Erfreulicher Neuzugang.

Mit »Laurin’s Garden« verzeichnet die Südtiroler Blogszene einen wichtigen Neuzugang aus den Reihen der ehemaligen ff-Forumsteilnehmer (zu denen man auch Segnavia, Sammelsurium, Blaun und zählen kann). Ich freue mich schon auf reichlich frischen Diskussionsstoff. Bereits der Anfang ist vielversprechend, ich wünsche Alexander viel Erfolg!

Der Link befindet sich ab sofort in der -Seitenleiste unter Blogs+Fora.

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Cusanus-Akademie: Termine.

Von Sentieri Interrotti/Holzwege übernehme ich auf Gabrieles Vorschlag folgende Terminhinweise für Brixen:


Hans Karl Peterlini, Journalist, Bozen
Cusanus-Akademie, Brixen
Dienstag 03.03.2009, 20:00 Uhr

Die Politik geht mit vielem auf Stimmenfang. Mit Geschenkartikeln, mit Versprechungen, aber vor allem mit einem: mit Sprache.
“Die Politik ist das Paradies zungenfertiger Schwätzer”, so sah es der Literat George Bernard Shaw. Auch wer es nicht ganz so zynisch und negativ ausdrücken möchte, muss eines zugeben: Ob in einer Wahlrede, bei einem Fernsehauftritt oder bei der Wahlwerbung, PolitikerInnen möchten mit dem, was sie sagen, positive Gefühle auslösen, Eindruck machen, überzeugen. Schließlich befinden sich PolitikerInnen – vor allem, aber nicht nur in Wahlkampfzeiten – in einem ständigen “Bewerbungsgespräch” mit ihren potentiellen WählerInnen.
Welche sprachlichen Strategien wenden PolitikerInnen an, um ihre Ziele zu erreichen? Das Ohr nah am Volk, der Mund ebenso? Oder vielleicht doch lieber Worte, die gut klingen, aber wenig sagen? Und welche Muster und Denktraditionen verbergen sich hinter den Worten?
Hans Karl Peterlini hat sich die Sprache der Politik in Südtirol genauer angeschaut, insbesondere den Wahlkampf der letzten Landtagswahl und wird über seine Eindrücke auch aus tiefenpsychologischer Sicht berichten.


Anatomie des “disagio”/ Anatomia del “disagio”
Cusanus-Akademie, Brixen
Donnerstag, 05.03.2009, 20:00 Uhr

Referate und Diskussion / Relazioni e discussione:
Lucio Giudiceandrea + Mauro Minniti
Einführung und Moderation / Introduzione e moderazione:
Gabriele Di Luca

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Freistaat und Panzer.

Per gentile concessione di Riccardo Dello Sbarba, pubblico qui la versione integrale del suo resoconto, apparso anche sul Corriere dell’A. Adige di ieri:

“Ma se facciamo la Selbstbestimmung, poi Berlusconi ci manda i panzer?”. A quel punto ho cercato di buttarla in battuta: “beh, bisogna vedere se ha la benzina…”. Molti hanno sorriso, ma la domanda era seria.

Eravamo alla Cusanus Akademie di Bressanone, il convegno si intitolava “Die Vision Freistaat” e io ero l’unico italiano sul podio.

Il professor Günther Pallaver, introducendo, aveva invitato tutti alla prudenza. Se autodeterminazione significa secessione, aveva avvertito, allora sappiate che un diritto alla secessione dalle norme internazionali non è riconosciuto. A meno che non ci sia consenso di tutte le parti in gioco e allora si può fare quel che si vuole (vedi Cechia e Slovacchia).
Poi aveva invitato a distinguere: tra autodeterminazione esterna (cioè la secessione) e autodeterminazione interna (cioè autonomia e autogoverno, tipo Freistaat Bayern). E tra visione nazionalistica della Selbstbestimmung (ristabilire una omogeneità etnico-nazionale dove non c’è, che equivale a un nazionalismo in piccolo che nel mondo centuplicherebbe gli stati esistenti) e una visione democratica della Selbstbestimmung (fondata sull’idea che ogni persona deve essere libera di decidere di se stessa, ma che presuppone la rinuncia alla violenza, l’accettazione delle diversità di lingua, cultura e religione e il riconoscimento di pari diritti a chiunque). Distinzione che a diverse persone (tutti maschi i numerosi intervenuti) non è piaciuta gran che.
La discussione infatti si è svolta partendo dal: “Facciamo finta che la Selbstbestimmung la facciamo davvero”, che succede dopo? Berlusconi manda i panzer? E degli italiani che ne facciamo? E qui tutti guardavano me.

Dunque, ho giocato a fare l’italiano. Dando dei consigli su come conquistare il consenso degli italiani del Sudtirolo all’idea di uno stato indipendente. Che potrebbe fare strada, ho detto subito ancora con ironia, tra i tanti italiani che si sentono in esilio in questa Italia berlusconiana.
Il problema, ho spiegato, è di quale Freistaat si parla, come ve lo immaginate e come lo proponete. Inaccettabile è qualsiasi visione di uno stato libero del Tirolo dei tempi andati, dove dominino una memoria, una identità, una cultura a senso unico. Insomma, questo “stato indipendente” non dovrebbe cancellare la storia del Novecento, ma metabolizzarla, contestualizzarla certo, ma in qualche modo farla propria come storia comune (comprese le tracce che ha lasciato), con con-passione per i dolori che ha portato e con-piacimento per i successi ottenuti nel cammino dell’autonomia. Va costruita quella reciproca fiducia che oggi non c’è e che sola può rassicurare il mondo italiano che chi parla di Selbstbestimmung lo fa avendo a cuore tutte le persone di questa terra e non invece perché sta mettendo fuori l’avviso di sfratto per gli ultimi arrivati.

Per questo, ho detto, la “Vision Freistaat” dovrebbe contenere:

  1. L’idea di una regione europea aperta e plurilingue di diverse culture, esperienze, storie tutte dotate di uguale dignità e diritti.
  2. La promessa dell’abolizione di ogni logica e misura di separazione etnica: un unico sistema scolastico plurilingue, la fine dei partiti etnici, il principio della cittadinanza universale e uguale.
  3. Il riconoscimento di un Heimatrecht uguale per tutte le persone che vivono sul territorio di questo “Stato libero”. Ciò vuol dire che la terra non appartiene a nessuno, ma a tutti (a Dio, dicevano i medioevali), che non ci sono primi arrivati e ultimi arrivati, che non ci sono proprietari e ospiti. Ciò vuol dire che ogni decisione politica su questa strada la prendono tutti e tutte, senza sbarramenti dovuti alla anzianità di residenza (Eva Klotz aveva sostenuto che secondo le norme internazionali in un referendum sulla Selbstbestimmung potranno votare le persone che hanno una residenza di 50, oppure ad essere generosi, di 30 anni in Sudtirolo!).
  4. Rinuncia alla violenza e alla glorificazione della violenza.
  5. Immediata cessazione di ogni provocazione. La strada per l’autodeterminazione, se questa vuol convincere gli italiani, non può passare per le marce e la richiesta di abbattere i monumenti, ma per il rispetto della storia e dell’esperienza di ciascuno, che va contestualizzata, resa testimonianza ed educazione alla democrazia, ma non rasa al suolo.

Ho detto insomma che andrebbe messo in moto un processo tutto diverso dall’attuale, un processo che crei calore e confidenza reciproca, tanto che ogni italiano/a possa e voglia dire “Ich bin ein Südtiroler und bin stolz darauf” (sono un sudtirolese e ne sono orgoglioso), ma anche che anche ogni tedesco/a e ladino/a gli voglia e possa dire: “Ja, du bist ein Südtiroler und ich freue mich darüber” (Sì, sei un sudtirolese e io ne sono proprio felice). Cose da cui, tra marce degli Schützen e corone militari, siamo oggi ben lontani.
Quel che domina attualmente, mi sembra, è da un lato la nostalgia di un Tirolo storico com’era prima dell’“ingiusto confine” e dall’altro la difesa a riccio di ogni “attestato di esistenza in vita”, anche se questo ha l’aspetto arcigno dei fasci littori di Piacentini.
Insomma, per ora la discussione è dominata dai panzer. E finché sarà così, l’autonomia resta l’unica forma di “autodeterminazione” in cui tutti vincono e nessuno perde.

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Zum Thema Freiheit.

von Karl Popper

Wir wissen nur wenig über die Geschichte der Besiedelung der österreichischen, der schweizerischen und französischen Hochalpen, die ja in prähistorischen Zeiten stattfand. Aber wir dürfen wohl darüber nachdenken, wie es dazu gekommen sein mag, daß Menschen, die Ackerbau und Viehzucht trieben, in die wilden und unwegsamen Täler der Hochalpen zogen, wo sie zunächst bestenfalls ein hartes, karges und gefährdetes Dasein fristen konnten. Es ist wohl am wahrscheinlichsten, daß diese Menschen in das Gebirge zogen, weil sie das ungewisse Dasein in der Wildnis der Unterjochung durch mächtigere Nachbarn vorzogen. Trotz der Unsicherheit, trotz der Gefahr wählten sie die Freiheit. Ich spiele oft und gerne mit dem Gedanken, daß insbesondere die schweizerische und die Tiroler Tradition der Freiheit bis auf jene Tage der prähistorischen Besiedelung der Schweiz zurückgeht.

Es ist jedenfalls interessant und auffallend, daß England und die Schweiz, die beiden ältesten Demokratien des gegenwärtigen Europa, heute einander so ähnlich sind in ihrer Freiheitsliebe und in ihrer Bereitschaft, ihre Freiheit zu verteidigen. Denn in vielen anderen Zügen und insbesondere in ihrem politischen Ursprung sind ja diese beiden Demokratien grundverschieden. Die englische Demokratie verdankt ihre Entstehung dem Stolz und dem Unabhängigkeitssinn des Hochadels und, in ihrer späteren Entwicklung, der protestantischen Denkungsart, dem persönlichen Gewissen und der religiösen Toleranz — Folgen der großen religiösen und politischen Konflikte, die durch die Puritanische Revolution heraufbeschworen wurden. Die Schweizer Demokratie entstand nicht aus dem Stolz, dem Unabhängigkeitssinn und dem Individualismus eines Hochadels, sondern aus dem Stolz, dem Unabhängigkeitssinn und dem Individualismus der Hochgebirgsbauern.

Diese völlig verschiedenen geschichtlichen Anfänge und Traditionen haben zu ganz verschiedenen traditionellen Institutionen und zu ganz verschiedenen traditionellen Wertsystemen geführt. Was ein Schweizer — oder ein Tiroler — vom Leben erwartet oder erhofft, ist, glaube ich, im allgemeinen recht verschieden von dem, was ein Engländer vom Leben erwartet oder erhofft. Die Verschiedenheit dieser Wertsysteme ist wohl zum Teil in der Verschiedenheit der Erziehungssysteme begründet; aber es ist doch sehr interessant, daß die Verschiedenheit der Erziehungssysteme ihrerseits tief in jenen geschichtlichen und sozialen Gegensätzen begründet ist, auf die ich hingewiesen habe. Erziehung war in England bis tief in das [zwanzigste] Jahrhundert hinein ein Privilegium des Adels und des Grundbesitzes — der Squirarchie; also nicht der Stadtbewohner und des Bürgertums, sondern der auf dem Lande lebenden Familien von Großgrundbesitzern. Diese Familien waren die Träger der Kultur; aus ihnen kamen auch die Privatgelehrten und Wissenschaftler (oft einflußreiche und originelle Amateure) und die Mitglieder der höheren Berufe — Politiker, Geistliche, Richter, Offiziere. Im Gegensatz dazu waren die wichtigsten Kulturträger des Kontinents Stadtbewohner; sie kamen zum großen Teil aus dem Stadtbürgertum. Erziehung und Kultur war nicht etwas, das man ererbte; es war etwas, das man sich selbst erarbeitete. Erziehung und Kultur waren kein Symbol einer ererbten sozialen Stellung einer Familie, sondern ein Mittel und ein Symbol des sozialen Aufstiegs, der Selbstbefreiung durch das Wissen. Das erklärt es auch, warum der siegreiche Kampf gegen die Armut in England eine Art Fortsetzung der Religionskämpfe auf einer anderen Ebene war — ein Kampf, in dem der Appell des Adels und des Bürgertums an das religiöse Gewissen eine entscheidende Rolle spielte —, während der Kampf gegen die Armut und das Elend in der Schweiz und auch in Österreich von der Idee der Selbstbefreiung durch das Wissen inspiriert war, von der großen Erziehungsidee Pestalozzis.

Trotz aller dieser tiefliegenden Verschiedenheiten wissen beide, England und die Schweiz, daß es Werte gibt, die um jeden Preis verteidigt werden müssen, und zu diesen Werten gehören vor allem die persönliche Unabhängigkeit, die persönliche Freiheit. Und beide haben gelernt, daß die Freiheit erkämpft werden muß und daß man auch dann für sie einstehen muß, wenn die Wahrscheinlichkeit des Erfolges verschwindend klein zu sein scheint. Als England im Jahre 1940 allein für die Freiheit kämpfte, versprach Churchill den Engländern nicht den Sieg. »Ich kann euch nichts besseres versprechen«, sagte er, »als Blut und Tränen.« Und das waren die Worte, die England den Mut zum Weiterkämpfen gaben.

In der Schweiz war es gleichfalls nur die traditionelle Entschlossenheit zu kämpfen — auch gegen einen zweifellos übermächtigen Gegner, wie es zuerst die Habsburger und später das Dritte Reich war —, die den Schweizern ihre Unabhängigkeit während des Zweiten Weltkriegs bewahrte.

aus: Popper, Karl R., Alles Leben ist Problemlösen, Piper, München 1994, S. 155ff.

Siehe auch: Weltwoche/Artikel.

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Selbstbestimmungsrenaissance?

Gabriele Di Luca hat mit Günther Pallaver ein Interview zum Thema Selbstbestimmung geführt, das ich hier in vollem Umfang wiedergebe:

Martedì 17 febbraio, all’Accademia Cusano di Bressanone (ore 20.00) ci sarà  una discussione pubblica sul tema “Vision Freistaat” (Stato libero: una visione). Parteciperanno Martha Stocker (Svp), Pius Leitner (Freiheitlichen), Eva Klotz (Süd-Tiroler Freiheit) e Riccardo Dello Sbarba (Verdi). Il politologo Günther Pallaver (Università  di Innsbruck) introdurrà  e modererà  l’incontro.

Selbstbestimmungsrenaissance? Intervista a Günther Pallaver

Professor Pallaver, da qualche tempo, nel discorso pubblico sudtirolese, è tornato in auge un tema che sembrava ormai destinato a restare patrimonio esclusivo di cerchie politiche marginali: il tema dell’autodeterminazione. Secondo lei, quali sono i motivi di una simile Selbstbestimmungsrenaissance?

Il tema dell’autodeterminazione si ripresenta periodicamente, un po’ a ondate. Prima del “pacchetto” e dell’approvazione del secondo statuto era l’espressione di gruppi che non accettavano l’autonomia come soluzione del problema sudtirolese, perché l’autonomia prevede un accordo tra i gruppi linguistici del Sudtirolo, mentre una soluzione autodeterminista privilegia le esigenze del gruppo tedesco e ladino. Inoltre, la richiesta d’autodeterminazione si affaccia sempre in momenti di crisi economica. A parte gli attentati di Ein Tirol (1978-88) e la breve riflessione della Volkspartei durante il periodo della disgregazione yugoslava – in cui affiora l’ipotesi di una “via slovena”-, le istanze autodeterministe si erano smorzate anche in virtù della conclusione della controversia tra l’Italia e l’Austria davanti all’Onu (1992). Adesso, con la crisi economica e sociale in corso, possiamo riscontrarne la rinascita. Ma come avevano già  notato 100 anni fa i teorici della socialdemocrazia austriaca nel loro contesto multinazionale, è la crisi che riesce a trasformare le questioni sociali in questioni nazionali.

L’autonomia di cui gode la Provincia di Bolzano rappresenta una soluzione di “compromesso”, riconosciuta internazionalmente, che ha dato buona prova di sé sia in termini di benessere garantito a tutti i gruppi linguistici qui residenti, sia in rapporto al controllo delle pulsioni conflittuali sempre latenti. Chi però propone nuovamente il ricorso all’autodeterminazione sembra non apprezzare o comunque ritiene solo “provvisori” (e dunque insufficienti) questi risultati. Perché?

Ovunque la nostra autonomia riscuote consensi. Riceviamo delegazioni provenienti dall’Europa orientale, dall’Albania, dalla Slovenia, dalla Bosnia-Erzegovina, dalla Romania e dalla Cecenia, ma anche dal Tibet con il Dalai Lama, dalla Palestina o da Papua Nuova Guinea. Ciò significa che l’autonomia del Sudtirolo è riuscita in un’impresa che all’inizio non era scontata. La questione poteva anche finire come in Irlanda del Nord o nei Paesi Baschi. Certo, l’autonomia non è perfetta, il sistema tende a disattivare le occasioni di conflitto separando i gruppi linguistici e non vengono perseguite in modo esplicito politiche d’integrazione. Vorrei però richiamare l’attenzione sul processo, sulla procedura della sua costruzione: qui si è cercato sempre di coinvolgere tutti gli attori in gioco, senza esclusione alcuna. È prevalso il compromesso, il buon senso, ciò che risultava fattibile. In questo modo abbiamo evitato esiti cruenti. Chi confronta la nostra con la situazione di altre minoranze dovrebbe vedere i vantaggi dell’autonomia. Il futuro è nel miglioramento dell’autonomia, non nella rivendicazione dell’autodeterminazione.

Affrontiamo la questione dal punto di vista istituzionale. I fautori dell’autodeterminazione ritengono che la Provincia di Bolzano possa staccarsi dall’Italia mediante una consultazione referendaria. Essi fanno inoltre riferimento ad altre situazioni internazionali (come il Montenegro, il Kosovo o, più recentemente, la Groenlandia), indicate come esempi da seguire. Ma che cosa potrebbe o dovrebbe accadere, concretamente, per attivare un processo del genere anche qui da noi?

Esiste, a livello popolare, l’idea errata che l’autodeterminazione implichi la secessione. Nulla di più sbagliato. Il diritto internazionale non prevede un diritto di secessione (se non nel contesto della “decolonizzazione”). ll concetto stesso di autodeterminazione è complesso, ingarbugliato e spesso poco chiaro. Persino in molti documenti delle Nazioni Unite si fa riferimento all’autodeterminazione, senza precisarne il significato, giocando sull’ambiguità e sulle zone grigie. Certo, l’autodeterminazione non è vietata. Però osserviamo che la sua rivendicazione si connette a violenza e guerre. Vogliamo questo? Studi documentano che se venisse riconosciuto il diritto alla secessione avremmo circa tra 1500 e 3000 Stati. Se già  con 192 abbiamo una montagna di problemi, figurarsi con quel numero. Sarebbe peggio di una bolgia dantesca. Cosa dovrebbe succedere – lei chiede – per attivare un processo del genere in Sudtirolo? Un conflitto armato, cioè una guerra. Chiunque lo auspichi è una persona del tutto irresponsabile.

Lei insegna a Innsbruck e quindi conosce bene l’atteggiamento dei tirolesi del Nord (e più in generale degli austriaci) riguardo alla questione sudtirolese. Ritiene che gli indipendentisti nostrani potrebbero contare ancora sulla solidarietà  della “madrepatria” e più in generale degli altri stati che fanno parte della Comunità  europea?

Da alcune indagini risulta che una parte ancora consistente appoggerebbe la riunificazione del Sudtirolo con il Tirolo del Nord. Ma i risultati oscillano a seconda delle domande e dell’umore del momento. Inoltre, in queste indagini non vengono mai poste questioni precise (per esempio: se i tirolesi del Nord sarebbero d’accordo con l’introduzione della proporzionale etnica sul loro territorio). Possiamo essere certi che una volta confrontati con la realtà, i partecipanti a questi sondaggi offrirebbero risposte diverse. L’Austria fa comunque parte dell’Unione europea, una costellazione di 27 membri. A nessuno di questi Stati passerebbe per la mente di appoggiare una rivendicazione di tipo secessionista. Non l’ha fatto nemmeno Bruno Kreisky nel 1960 e 1961, davanti all’Onu, anche se il momento era il più favorevole di tutti i tempi. Nessuno poi ha voglia di mettere in moto una valanga. Se cominciasse il Sudtirolo domani potrebbe essere il turno di qualche altra regione. Impensabile. L’idea dell’autodeterminazione è un’idea del 19° secolo, noi viviamo nel 21° e abbiamo alle spalle due guerre mondiali nate dal nazionalismo. L’integrazione, l’abolizione delle frontiere, queste sono le idee portanti della cultura europea vigente.

Un punto generalmente trascurato – in questa discussione – riguarda gli effetti che la nascita di un ipotetico “Stato indipendente del Sudtirolo” (oppure, altra variante sul tappeto, un’integrazione della nostra provincia nel corpo della nazione austriaca) potrebbe avere sul nostro modello di convivenza. È possibile immaginarsi o anticipare a questo proposito di che genere sarebbero questi effetti?

Chi rivendica il diritto all’autodeterminazione sottolinea in continuazione che gli italiani – in uno Stato autonomo o nell’ambito dello Stato austriaco – sarebbero tutelati come lo sono i tedeschi in Italia. Ciò significa che la tutela attuale non può essere poi così male. Ma se penso a come l’Austria tutela le sue minoranze, allora il mio scetticismo si acuisce. Basta dare uno sguardo alla Carinzia, dove vive la minoranza slovena. Confesso che in uno Stato sovrano avrei paura del nazionalismo tedesco, dei suoi impulsi vendicativi. Solo fino a pochi anni fa gli Schützen dichiaravano che gli italiani sono solo ospiti in questa terra, un’assurdità che contrasta i diritti fondamentali dell’uomo, poiché ogni cittadino dell’Unione Europea ha il diritto di residenza in tutti i suoi Stati membri. Preferisco dunque le certezze di oggi: garanzie costituzionali e internazionali e una cultura politica europea di democrazia e tolleranza. Alle promesse di un radioso futuro preferisco le sicurezze del presente.

Un’ultima domanda. La Svp sta attraversando una profonda crisi d’identità, tanto che il suo ruolo storico (quello appunto di essere il partito di riferimento degli elettori di lingua tedesca) è stato recentemente messo in discussione da chi, per l’appunto, giudica l’appartenenza all’Italia come una condizione tutt’altro che definitiva. Qualche anno fa si era cominciato a parlare con una certa frequenza dell’Euregio, una “visione” geopolitica più praticabile e comunque in sintonia con lo sviluppo dell’autonomia. È possibile che – almeno in risposta alle tendenze più estremistiche delle quali abbiamo parlato – il progetto di una regione alpina transfrontaliera e plurilingue possa riprendere vigore?

Sin dagli anni ’50 sono sorti numerosi progetti, in vari paesi europei, orientati a una collaborazione transfrontaliera. Quando nacque, l’Euregio tirolese fu un progetto calato dall’alto, con il Sudtirolo ed il Tirolo che cercavano di far rientrare l’autodeterminazione dalla finestra, perché la porta era sbarrata. Ma già pochi anni dopo hanno capito che il progetto, se voleva avere qualche possibilità di riuscita, doveva essere allargato al Trentino, cercando di sensibilizzare la popolazione di tutte e tre le regioni in gioco. È interessante vedere che in un’ indagine del 1996 una grande maggioranza era a favore della cooperazione transfrontaliera, ma indipendentemente dalla storia comune. Ciò significa che la collaborazione potrebbe essere intensificata soprattutto dal punto di vista pragmatico (issues oriented) e non dal punto di vista ideologico (ideological oriented). In effetti, mi meraviglio che la classe politica dominante non abbia approfondito il discorso dell’Euregio davanti alle rivendicazioni degli autodeterministi. Fatto sta che la SVP, al momento, è occupata con se stessa e non ha né energie né idee chiare per il futuro.

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Sportlerinnen in den Landesdienst.

Der Vorschlag des Forums Heimat in der SVP, einheimische Sportlerinnen in den Landesdienst zu holen, um Abhängigkeiten zu brechen, stößt bei italienischen Verbandsfunktionären verständlicherweise auf Ablehnung. Die inhaltliche Kontrolle über ihre Schützlinge könnten sie damit weitgehend einbüßen. Mit dem Argument, die Politik solle sich aus dem Spiel halten, möchten sie das Thema denn auch am liebsten gleich vom Tisch fegen.

Doch das Problem existiert: Gerade die heute übliche Mitgliedschaft der Athletinnen in militärischen und paramilitärischen Einheiten wie Carabinieri und Finanzwache übt, mit Hilfe des pekuniären Hebels, einen gar nicht so unterschwelligen Druck aus — den auch ich in eklatanter Weise feststellen durfte, als ich im Namen von mehrere Spitzenathletinnen anschrieb: Ganz unverblümt antwortete der Manager von Manfred und Manuela Mölgg damals, die Sportlerinnen dürften sich zu politischen Fragen nicht äußern, weil sie durch nationale Verträge gebunden und Mitglieder der Finanzwache seien [weiterlesen]. Von anderen gab es erst gar keine Antwort.

Solche Zwänge und Ängste erinnern eher an die DDR, denn an ein liberales und demokratisches Land.

Aus diesem Grund begrüße ich den Vorstoß, Südtiroler Sportlerinnen — möglichst auf freiwilliger Basis — eine Alternative anzubieten, die ihnen die nationale Vereinnahmung samt Beschlagnahme des Rechts auf freie Meinungsäußerung erspart. Dies kann jedoch nur ein erster Schritt hin zu einem unabhängigen, alle Sprachgruppen einbindenden Team sein.

Siehe auch:

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Il decreto della vergogna.

Mentre finora le decisioni ed i provvedimenti razzisti, oscurantisti e liberticidi facevano la loro apparizione in ordine sparso, vedi…

  • la schedatura dei nomadi e la registrazione delle impronte digitali financo dei bambini;
  • la progressiva sostituzione della polizia con l’esercito;
  • la ferma risposta del ministro degli interni Maroni ai ripetuti episodi di giustizia di strada e di aperta xenofobia degli ultimi mesi — postulando ancora più «cattiveria» nei confronti degli irregolari;

…per citarne solo alcuni, ora, finalmente, il parlamento sta partorendo il primo provvedimento organicamente razzista. Esso contempla:

  1. La tassa sull’immigrato, che dai 50,- previsti inizialmente è perfino aumentata a raggiungere gli attuali 80,- — 200,- Euro;
  2. La giustizia fai da te, o le cosiddette «ronde padane», con l’estensione dell’impiego di persone impreparate per l’espletamento di funzioni di polizia o parapoliziesche;
  3. Il registro dei senzatetto, che saranno registrati alla pari dei nomadi;
  4. I vergognosi medici-delatori, che potranno denunciare i loro pazienti «clandestini»; in tal modo gli «illegali» non potranno di fatto usufruire del sistema sanitario, con tutto ciò che ne consegue per la loro salute, ed in definitiva anche per la nostra di “ariani”.

Questi solo alcuni dei provvedimenti che, se approvati e promulgati, allontanerebbero ulteriormente l’Italia da ciò che si considera uno Stato di diritto — e che alla faccia dell’autonomia saranno applicabili anche qui da noi. Brennerbasisdemokratie si appella a tutti i cittadini, ed in particolare alla popolazione sudtirolese, perché si rifiutino di partecipare a questo assalto alla dignità  ed ai diritti umani.

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