Ne zaboravimo Sarajevo.

Werner bittet um Veröffentlichung:

Venerdì 22 febbraio – Freitag 22. Februar | ore 17.00 – 19.00 Uhr
Centro pastorale (Sala piccola) – Pastoralzentrum (kleiner Saal)
Piazza Duomo-Domplatz 6 | Bolzano-Bozen

Jens Woelk
Università di Trento, Accademia Europea Bolzano
Universität Trient, Europäische Akademie Bozen

Bosnia Erzegovina | Bosnien Herzegowina
tra federalismo etnico e stato multinazionale

zwischen ethnischem Föderalismus und multinationalem Staat

Introduce | Einführung
Roberta Medda – Windischer
docente del Master e Senior Researcher
all’Istituto sui Diritti delle Minoranze dell’Accademia Europea di Bolzano

Dozentin des Masterkurses und Senior Researcher
des Insitutes für Minderheitenrecht der Europäischen Akademie Bozen

Con un intervento sull’attualità in Kosovo di
Mit einem Beitrag über die Situation in Kosovo von
Emanuele Giordana
autore, giornalista, direttore agenzia “Lettera 22″
Schriftsteller, Journalist, Direktor der Agentur “Lettera 22″

Jens Woelk è ricercatore di diritto pubblico comparato nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento e Senior Researcher dell’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’Accademia Europea di Bolzano. Con Francesco Palermo ha di recente pubblicato il libro „Diritto costituzionale comparato dei gruppi e delle minoranze“, CEDAM Padova, 2008 | Jens Woelk ist Forscher des öffentlichen Rechts an der Rechtswissenschaftlichen Fakultät der Universität von Trient und Senior Researcher des Insitutes für Minderheitenrecht der EURAC. Zusammen mit Francesco Palermo hat Woelk vor kurzem das Buch „Diritto costituzionale comparato dei gruppi e delle minoranze“, (CEDAM Padova, 2008) veröffentlicht.

Acqua dal Sudtirolo.

Sanct Zacharias.Le fonti termali «Sanct Zacharias» (Brenner/o) sono una delle poche aziende ad aver optato per la denominazione inclusivista di Sudtirolo al posto di Alto Adige nell’etichettatura e nella promozione dei propri prodotti.

Per ora, purtroppo, quest’ultima rimane la sola traduzione ufficiale italiana di Südtirol. Ecco perché le amministrazioni pubbliche sono tenute a farne utilizzo esclusivo, propagandola inutilmente. La politica sudtirolese, tra l’altro, non si è mai attivata in modo serio per risolvere questo problema, segno anche di uno scarso interesse per l’altro.

Le aziende private comunque non sono legate a nessun obbligo in questo senso e, nonostante ciò, ben raramente scelgono di discostarsi dalla dizione ufficiale. È strano osservare come una denominazione sempre più popolare nell’uso quotidiano abbia, invece, grossissime difficoltà ad affermarsi altrettanto «sul mercato».

Dal punto di vista del marketing certamente non vi possono essere grosse controindicazioni. Grazie alle campagne pubblicitarie di SMG con il marchio ombrello, il termine Südtirol è ormai popolarissimo anche in Italia, dove, secondo alcuni sondaggi, viene anzi associato in maniera più forte e diretta con i valori positivi della nostra terra (ambientalismo, pulizia, legame con la natura…), rispetto al termine Alto Adige.

Oltre a compiacermi per la scelta di Sanct Zacharias, colgo dunque l’occasione per ripetere il mio richiamo all’utilizzo sempre più diffuso e convinto di Sudtirolo a scapito del suo fratellastro di memoria coloniale, ed inoltre estenderò questo auspicio direttamente al comparto economico, rivolgendomi alle aziende.

Interview mit HKP.

Gerne übernehme ich, auf Étrangers Anregung, dessen Gespräch mit Hans Karl Peterlini in originalsprachlicher Fassung. Hier geht es zum übersetzten Text, so wie er in der Lokalbeilage des Corriere della Sera erschienen ist.

Hans Karl Peterlini, scrittore di confine.

Che cosa distingue un giornalista da uno scrittore? Apparentemente la risposta è facile. Il primo scrive articoli che durano il tempo di una veloce lettura, prevale un contenuto informativo, e il giorno dopo sono già quasi dimenticati. Gli articoli di un giornale sono “foglie destinate a perdersi sull’acqua”, diceva sornione Umberto Eco. Uno scrittore invece scrive dei libri, cioè oggetti culturali generalmente più “solidi”, fatti per durare, e nei quali si allude ad una stratificazione di senso che il linguaggio artistico della prosa dovrebbe rendere manifesto. Ovviamente la distinzione appena tracciata è molto labile. Il confine tra i due profili poroso. Esistono giornalisti che hanno scritto bellissimi libri e scrittori che sono abilissimi giornalisti. Si possono leggere articoli stratificati e densi come una pagina di un romanzo e libri che presentano una tale facilità di esecuzione e sono così ricchi d’informazioni da risultare fluidi come un articolo di giornale. Hans Karl Peterlini è sicuramente un autore per il quale è possibile affermare che il confine tra giornalismo e letteratura sia particolarmente sottile. Anzi, considerato il suo prevalente ambito d’interessi (la storia locale), bisogna aggiungere che egli rappresenta uno scrittore di confine tout court. Per questo motivo sarebbe anche auspicabile che i suoi libri venissero tradotti in italiano e resi così accessibili ad un pubblico più vasto.

Hans Karl Peterlini, sei noto come giornalista (hai guidato per anni la redazione del settimanale „FF“) e come autore di libri sulla recente storia del Sudtirolo. La sensazione è che queste due attività non si siano sviluppate completamente in parallelo, ma che dalla prima sia progressivamente sbocciata la seconda. Si tratta di un’impressione sbagliata?

Nein, der Eindruck stimmt, wenngleich das Bedürfnis nach Vertiefung von Anfang an da war. Mein erstes Buch habe ich 1992 geschrieben, das war „Bomben aus zweiter Hand“. Ich stand damals mehrere Jahre ziemlich ausgesetzt an der Front der Ermittlungen und Recherchen zu den Attentaten der 80er Jahre, eine Enthüllung jagte die andere, vor allem als die Affäre Gladio platzte. Der Überblick ging verloren. Ich habe mein Buch immer nur „Dokumentation“ genannt, ich hatte einfach das Bedürfnis besser zu verstehen, klarer zu sehen, die Dinge in einen größeren Rahmen zu stellen. Und dieses Bedürfnis wurde umso größer, je stärker der Haupttrend im Journalismus – mit einigen löblichen Ausnahmen – in Richtung schneller, hektischer, oberflächlicher Information ging. Die Kollegen begannen zu witzeln, dass meine Artikel immer länger würden – das Buch ist da eine geeignete Form. Allerdings hat auch mein Verleger Gottfried Solderer jüngst schon gescherzt, wenn ich von 200 Seiten spreche, müsse er vorsichtshalber mit 400 kalkulieren. Ich möchte einfach die Themen ernst nehmen, die ich behandle.

Anche alla luce della tua esperienza di caporedattore di una testata che ha sempre cercato di esercitare il diritto/dovere della critica, come caratterizzeresti il panorama editoriale sudtirolese?

Südtirol trägt an einem Fluch, der zugleich seinen Reiz ausmacht: es ist ein sehr, sehr kleines Land. Ein Mikrokosmos, wunderbar zu erforschen und zu erzählen, hier lässt sich Geschichte, lässt sich Soziologie, lässt sich Politik, lässt sich Konfliktarbeit wie in einem Reagenzglas betrachten, man kann ins Kleine gehen, kann vertiefen. Aber es gibt es ein Aber. Für alles, was man hier macht, sind die Grenzen sehr eng gezogen. Der Markt ist klein, das Themenangebot ist klein, die politische Bühne, über die der Journalismus schreibt, ist ein Billardtisch, die Kugeln, die darauf herumrollen und sich stoßen, sind immer dieselben, die Werbekunden sind dieselben Leute, über die man schreiben sollte. Auf der einen Seite bringt dies das Risiko einer ständigen Selbstüberschätzung dessen, was hier passiert, eine Aufblähung. Und andererseits herrscht Erstickungsgefahr. Deshalb finde ich jede Anbindung Südtiroler Medien an größere Realitäten wichtig. Der Corriere ist für mich ein wichtiges Experiment, auch wenn es zugleich alle Schwierigkeiten des Marktes offensichtlich macht. Südtirol ist wie jeder Regionalmarkt, die Platzhirsche grasen alles ab, für den Rest bleiben ein paar Heubüschel.

In Sudtirolo, terra plurilingue, a qualcuno viene ogni tanto in mente di pubblicare un “foglio” redatto per l’appunto in più lingue. Questo anche per contrastare il meccanismo di ripiegamento all’interno dei diversi gruppi linguistici che poi, inesorabilmente, porta ad una comunicazione incapace di offrire alla popolazione locale uno specchio nel quale essa possa riconoscersi come appartenente ad uno “stesso” territorio. Che cosa impedisce, a tutt’oggi, la realizzazione di un grande progetto editoriale plurilingue?

Eine kleine Gruppe hat im vorigen Jahr versucht, das Projekt „etcetera“ zu lancieren, ausgegangen ist die Idee von Aldo Mazza, Edi Rabini, Toni Colesselli, Reinhard Cristanell und anderen, ich wurde beigezogen und fand die Herausforderung spannend, auch wenn ich selbst nicht mehr „an die Front“ zurück möchte. Wir haben eine Angel ausgeworfen, und gemeldet haben sich sehr viele intelligente Leute aus dem Südtiroler Kulturleben, viele junge Leute beider Sprachgruppen – eine viel versprechende Basis. Wer sich nicht gemeldet hat, war bisher leider die Wirtschaft. Anderen Initiativen ist es ähnlich ergangen, denken wir nur, dass Riccardo Dello Sbarba in der FF geschrieben hat und dann nicht mehr ersetzt wurde, ich habe einiges versucht, aber es gelang nicht, eine zukunftsträchtige Basis zu entwickeln. Die deutsche Seite im Alto Adige ist weggespart worden. Es hat wohl auch mit dem Effizienzdrall im modernen Medienwesen zu tun, es gibt immer weniger Bereitschaft von Verlegern, auf eine Idee zu setzen, sie wachsen zu lassen. Das hat früher den großen Journalismus ermöglicht, denn manche Saat braucht Zeit. Heute wird weggespart, was nach einigen Monaten nicht schon Auflagensteigerung oder, noch wichtiger, ein Plus an Inseraten bringt.

Veniamo adesso a considerazioni di carattere storico. Semplificando e riducendo all’osso la questione, possiamo dire che il grande racconto con il quale i sudtirolesi di lingua tedesca hanno interpretato l’evoluzione dell’autonomia è quello di una progressiva emancipazione dalla sfera d’influenza di uno Stato giudicato sempre come “occupante”. Per gli altoatesini, invece, questa stessa evoluzione ha finito per rendere in un certo senso più evidente la loro emarginazione, condensata poi nella formula giornalistica ma anche sociologica del “disagio”. Tu hai cercato di parlare di questa doppia chiave di lettura in un libro: “Wir Kinder der Südtiroler Autonomie”. Qual è il senso della tua analisi?

Das Problem wird gern mit linearer Kausalität betrachtet. Dann heißt es: Die Italiener haben versäumt, auf den Autonomiezug aufzuspringen, jetzt schauen sie hinterher, selber schuld. Und umgekehrt: Die Deutschen haben uns übervorteilt, sie haben uns mit der Autonomie zur Minderheit gemacht. Wir wissen aus den Sozialwissenschaften, dass solche Entwicklungen zirkulär sind, dass das Ei nicht nur das Produkt der Henne ist, sondern auch deren Ursprung. Versäumnisse, Übervorteilungen, Ausgrenzungen und Selbstausgrenzungen gehen Hand in Hand. Mit der Schuldfrage kommen wir nicht weiter. Die Frage muss lauten: Was können die Deutschen gewinnen, wenn sich die Italiener auch wohl fühlen in der Autonomie? Was können die Italiener gewinnen, wenn sie sich auf die Geschichte, die Kulturen, die Sprachen dieses Landes einlassen. Im Grunde tragen wir an einer doppelten Erblast: Die Deutschen mit dem Andreas-Hofer-Erbe, dieses Land gegen alles Fremde verteidigen zu müssen, die Italiener mit der Last der Eroberer, die an einem Sieg festhalten, um sich hier daheim fühlen zu können, während das Loslassen des Sieges ihnen das Land viel leichter öffnen würde. Im Grunde halten sich ein Verteidigungsmythos und ein Eroberungsmythos gegenseitig in Schach. Mythen sind große Erzählungen, mit denen nach Freud kollektive Traumata nur „schief geheilt“ werden. Das Gegenmittel wäre die kleine Erzählung: wo kommen wir her, warum sind wir aus der Basilicata, aus Umbrien, aus Latium hierhergekommen, warum hatten wir dort keine Heimat, und warum zog meine Familie vom Berghof herunter, warum wanderte sie aus, warum sprengten unser Väter Masten in die Luft. Sich gegenseitig die eigene Vergangenheit erzählen ist der Ausweg aus der Schuldzuweisung. Das wäre mein Traum nach dem Journalismus: in Bozen eine Erzählgruppe zu bilden, mit Menschen aller Gruppen – Einwanderer eingeschlossen –, die sich ihre Herkunft und ihr Hiersein erzählen.

Alla fine dell’anno appena trascorso, hai dato alle stampe due libri incentrati su due personaggi che hanno caratterizzato il percorso dell’autonomia sudtirolese: Silvius Magnago e Hans Dietl. Leggendoli se ne ricava l’idea che sotto la superficie della storia ufficiale permanga come uno strato di possibilità latenti, che non sono giunte ad esprimersi compiutamente. Puoi cercare di illustrare questa relazione?

Magnago und Dietl sind beide Väter und Opfer des Autonomiekampfes, der unglaublich viel menschliche Kraft verschlissen hat, der Aufopferung von persönlichem Lebensglück für einen politischen Kampf verlangt und gekostet hat. In Magnago ist diese große Anstrengung zum Erfolg, zum Licht gelangt, in Dietl ist sie im Dunkeln geblieben. Die beiden hatten eine gemeinsame Herkunft, Jugend im Krieg, Hoffnung auf Befreiung Südtirols durch Hitler-Deutschland, schwere Enttäuschung, Kriegsverletzungen, ein Aufraffen nach dem Krieg im Kampf um die Autonomie. Magnago hat all dies gewissermaßen in „seinem“ Paket sublimieren können, damit erlebte er einen großen Erfolg, aber letztlich auch wieder eine Einschränkung, wie immer, wenn eine Vision wirklich wird. Dietl musste seine Lebenskraft umwandeln, und es ist ihm etwas großes Unverwirklichtes gelungen, die Begründung einer Südtiroler Oppositionskultur und eines linken Patriotismus, den es in Südtirol nie gegeben hat, während er im Baskenland eine immense, wenn auch ebenfalls unterdrückte Kraft darstellt. Das Verwirklichte und das Unvollendete – dieses Nebeneinander erzählen zu können, war ein schönes Geschenk.

Hai dedicato due libri anche al tema degli attentati (“Bombenjahre”, il più recente). Qual è l’eredità di quella stagione di tensione? In che modo ha influenzato il successivo corso degli eventi?

Für mich gehören die Attentate zur Autonomiegeschichte, sie lassen sich nicht herausoperieren wie ein böses Geschwür. Damit will ich sie nicht rechtfertigen, sondern darstellen: Was hat junge Leute bewogen, in den Untergrund zu gehen, das waren die Hoffnungen, die sie hatten, was waren die Missverständnisse, denen sie erlegen sind? Und: Wie „gut“ die Gewalt auch gemeint war, sie trug – wie jede Gewalt – den Keim der Eskalation durch staatliche Gegengewalt, durch Steigerung der Mittel auf Seiten der Gejagten und Gefolterten, durch Gegenterror und Geheimdienstmanöver leider von Anfang an in sich. Viele der Protagonisten jener Zeit waren unglaublich wertvolle Menschen, ich kann sie nicht verurteilen, ich kann nur mit ihnen traurig sein, dass sie keinen anderen Weg sahen.

Proviamo a riguadagnare uno sguardo dall’alto. Come vedi il Sudtirolo tra cinquant’anni? Quali cambiamenti ti auguri?

Am meisten wünsche ich mir eine Verdünnung der Außengrenzen. Südtirol hat sich abgeschottet, zuerst nach Italien, weil von dort alles Böse kam, dann von Nordtirol, von Österreich, weil es sich emanzipieren musste. Das hat uns abgesichert, aber auch klein gemacht und könnte uns provinziell machen. Hier leben zu können und zugleich an den großen Entwicklungen in Europa, in der Welt teilzunehmen, nicht mehr so fixiert sein müssen aufs Südtiroler-Sein – das ist vielleicht gar kein so verwegener Traum, die jüngeren Generationen haben den Kopf freier, scheint mir. Und dann spukt mir noch das alte Tirol im Kopf herum, ein größeres Gebiet, vom Kufstein bis zum Gardasee, dreisprachig, zwischen Deutschen und Italienern ausbalanciert, ein Raum, der atmen könnte, in dem wir europäische Tiroler sein könnten, ohne uns in Deutsche und Italiener, in Trentiner, Südtiroler, Nordtiroler aufspalten zu müssen. Ich glaube, da ist unter bösartigem Nationalismus auf beiden Seiten – denken wir an die Ermordung von Cesare Battisti durch die Österreicher – viel verschüttet worden, was eine neue, nicht mehr nationalistische Perspektive bieten könnte. Die größte Herausforderung dieses Gebietes ist der Umgang mit Fremdheit, zu lernen, dass wir so, wie wir sind, nicht vom Herrgott geschnitzt wurden wie die Grödner Korpusse, sondern selbst aus Wanderung, aus Begegnung, aus Vermischung und Verschmelzung hervorgegangen sind.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ein Projekt wäre die Erforschung dieses alten Tirols. Und ich möchte weiter lernen, in einem Projekt für ein Forschungsdoktorat an der Universität in Brixen möchte ich den Südtiroler Verteidigungsmythos besser verstehen. Ich möchte Südtirol hinter mir lassen, indem ich mich durch diesen geballten historischen, psychologischen Stoff durcharbeite wie ein Nagetier oder wie ein Maulwurf, in der Hoffnung, irgendwann den Kopf im Freien zu haben. Wir haben hier die unglaubliche Chance zu lernen, wie sich historische Konflikte lösen lassen, wie Mythen umgeschrieben oder zumindest in kleinere Erzählungen gebrochen werden können, wie statt Schuldsuche ein gegenseitiges Zuhören und Erzählen angeregt werden könnte. In diesem Sinne möchte ich ein Erzähler bleiben. Journalismus war für mich immer ein Erzählen, in Zeitungen, in Büchern, vielleicht aber auch unter Menschen, in einem Zelt, auf der piazzetta vor dem Kondominium, in Kaffeehäusern … dieses Erzählen droht der Menschheit verloren zu gehen und sie braucht es mehr denn je.

Do l’aiut l tradiment.

I ladins da souramont podarà vegnì salvés, sce an i tira fora dal palù dl Venet

L document, che l club di „Amisc dla Ladinia unida“ à consegné a Romano Prodi tres l president dla Generala, é n at falé, n tradiment dl fin fondamental dl referendum: l’unité di Ladins. Ampez, Col y Fodom à dit de “sce” sic et simpliciter a l’unité de duc i Ladins tres l’agregazion di comuns da Souramont tla medema region Trentin-Sudtirol y plu avisa de chisc comuns tla provinzia de Bulsan. Al n rejoné de n “Comprenjore” per i trei comuns da Souramont con n statut dal medem contegnù dl Statut de autonomia dla Provinzia de Bulsan.

Sce l club di Amisc dla Ladinia unida à dé na man sterscia per l resultat positif dl referendum, spo àl con chest document dé n segn de retromarcia. Per i comuns da Souramont él dessegur na delujion. Desche al pèr él vegnù metù adum l document zenza l consens di comuns enteressés. Chest vuel dí ch’an met man de se temei da la realté politica. An se tem dal Parlament de Roma y perchel pròven de fé la cossa manco pesocia. Les ultimes paroles de Lorenzo Dellai, sia proposta de ne toché nia i confins y de laoré tres autri strumenc politics per arjonje na majera unité interladina, sie contribut per daidé finanziariamenter i comuns de confin per archirté via la vueia de passé te d’autres regions y per apajé les manaces de Galan contra i privilegs dles Provinzies autonomes, dut chest fej pensé y al fej vedei ite che la ghiranza de mudé i confins è bonamenter massa grana. Chisc pensiers y chestes retromarces fej dassenn plajei al assessour Florian Mussner che da tres encà se bat contra la mudazion di confins.
Pensé de podei crié tla provincia de Belun n cianton priviligé per i trei comuns da Souramont, i fé governé aladò dla statut dla provinzia da Bulsan é na ilujion. Na aucia che é tl jí sot tl’ega t’en palù ne vegn nia salveda con ti dé n auter mangé, n’autra vejoladura, ma con la tré fora, la liberan dal palù. I Ladins da Souramont podarà resté ladins sce ai vegn trac fora dal palù dl Venet. L Statut de Bulsan funzioneia ajache al à via dedò n Consei provinzial ch é a una de met en pratica si prinzips. Chest ne suzedessa dessigur nia tl Venet. L Statut de Bulsan apasseneia pro sie patron y no pro autri. La storia dl comprensore é faleda. La soluzion dl problem é una soula: tegní adum, se bate deberieda y no pensé bele a alternatives. L staff dla Svp s’à enconté con Romano Prodi, samben per si problems. Per i ladins él demé vegnù rejoné de radio y televijion. Degun sostegn ofizial a l’anesion de Souramont, ajache Durnwalder ne vuel nia se ficé ite, desche al à dit plu iadesc. La vera mess vegnì porteda inant demé da chi da Souramont, nience i ladins dla Svp pò daidé pro. Kaiser Christoph Perathoner ne meina dessigur nia do. Al vegn demé arferé. Radio y televijion ladina? Demé valch minut de plu de folclor. Deguna plata critica ne vegnirà plu publicheda o fata conesce tres radio y televijion. Chesta é la situazion. Ence la Lista ladins se fej audí puech, ajache ala sà che i gherdeines ne vuel nia la unité. La gauja de dut chest é la meseria politica di ladins, souradut de chi de Bulsan y Trent. Al é n gran debujegn dla unité di ladins per emparé a ester vagugn, per avei na coscienza nosta, che mancia completamenter. Les propostes da fé é ben autres. L ann 2008 é chel dles lites provinziales. Meton mo man de dé n segnal sterch de unité ladina tolan demez i nemisc dla unité, i Mussner, i Bioc y compagns y ti don la ousc a n Dejaco, a persones dessegur ladines y che se bat per l’unité. La soluzion dl problem vegn dala popolazion y no dai partis. (uc)

Document original sourandé a Romano Prodi

Illustrissimo Presidente,

Dopo che tali richieste furono disattese per un lungo periodo di 90 anni, i tre comuni in data 28-29 ottobre 2007 hanno espresso con voto plebiscitario la propria volontà di staccarsi dalla regione Veneto per ricongiungersi ai ladini della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, alla quale si sentono appartenenti per sentimento e identità storico-culturale. Questa scelta ha ragioni che vanno molto oltre a meri scopi economici e materiali. Le rivendicazioni dei tre comuni affondano le loro radici nella storia, nel comune destino che la comunità ladina ha avuto per secoli fino alla sua tripartizione nel 1923, e sono rivolte unicamente al ristabilimento dell’unità ladina in base ai principi nazionali e internazionali di tutela delle minoranze. Mentre in passato nel bellunese Cortina, Colle e Livinallongo erano gli unici comuni ad essere considerati ladini (anche se fu loro negato ogni riconoscimento ufficiale), oggi una ladinità artificiale, utilitaristica e funzionale ad un’improbabile concessione di autonomia alla provincia di Belluno ha preso piede un po’ ovunque. Quale sentimento sincero si cela dietro queste recenti rivendicazioni di comuni per i quali in passato la ladinità dei tre comuni storici fu oggetto di scherno e di umiliazione? Proprio questi motivi – l’identità ladina, l’appartenenza culturale e storica al territorio sudtirolese, dal quale furono distaccati contro la propria volontà una prima volta nel 1923 e una seconda volta nel 1945, il pericolo di diluizione dell’elemento ladino all’interno di una “neo- o pseudoladinità” bellunese poco credibile e indefinita – sono stati determinanti per il risultato referendario di fine ottobre.
Riteniamo pertanto legittime le nostre richieste e nutriamo la speranza che il Parlamento Italiano in rispetto alla propria costituzione e alla carta europea delle minoranze che hanno come scopo la difesa tangibile e reale delle minoranze linguistiche ed etniche prenda una decisione rispettosa della volontà popolare. Per salvaguardare i diritti della minoranza ladina e per impedire la sua estinzione, inevitabile, all’interno di un’entità amministrativa non in grado o indisposta a dare le dovute garanzie, La sollecitiamo a sostenere le nostre istanze per il passaggio di Regione.
Se il parlamento italiano malauguratamente non dovesse ritenere valide le richieste avanzate e confermare lo status quo, Le sottoponiamo in seguito i principali obiettivi necessari per una valida tutela della minoranza ladina limitatamente ai tre comuni storici-diritti peraltro già concessi – con risultati positivi evidenti – ai ladini delle valli di Gardena, Badia e Fassa con lo statuto di autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol:

  • la definizione della minoranza ladino-tirolese in provincia di Belluno secondo criteri linguistici, culturali e storici e perciò circoscritta ai tre comuni di Cortina, Colle e Livinallongo;
  • una legislazione chiara e specifica in merito alla tutela di questa minoranza ladina che esuli dalla semplice concessione di contributi o da normative generali non vincolanti;
  • istituzione di un comprensorio ladino-tirolese che accorpi i tre comuni citati (come già esistè tra il 1868 e il 1919);
  • la possibilità – nei tre comuni in questione – di dichiarazione di appartenenza linguistica secondo il modello sudtirolese;
  • l’assunzione di personale nell’amministrazione pubblica – sempre dei tre comuni – secondo i criteri della proporzionale (nuovamente secondo il modello in vigore in Alto Adige) garantendo l’accesso agli impieghi anche ai parlanti la lingua ladina;
  • l’obbligo di conoscenza della lingua ladina per gli impiegati pubblici dei tre comuni (secondo il sistema dei comuni ladini della Val Badia e Gardena);
  • l’insegnamento obbligatorio della lingua ladina nelle scuole dell’obbligo;
  • l’assunzione di insegnanti di madrelingua ladina;
  • una sovrintendenza scolastica ladina e un istituto pedagogico ladino, nel caso che l’estensione delle competenze delle istituzioni analoghe già presenti per le valli ladine della provincia di Bolzano ai tre comuni ladini storici della provincia di Belluno risultasse amministrativamente più onerosa;
  • garanzie nella gestione dell’Istituto Ladino Cesa de Jan;
  • una rappresentanza garantita nel Consiglio e nella Giunta della Provincia di Belluno;
  • rispetto da parte delle istituzioni nei confronti della storia e delle ricorrenze e festività della tradizione ladino-tirolese.

La realizzazione di questi obiettivi, che – lo ribadiamo – sono già operanti con evidente successo per la minoranza ladina nel Trentino-Alto Adige/Südtirol, è fondamentale e urgente per garantire la salvaguardia e la sopravvivenza anche della minoranza ladino-tirolese facente parte della provincia di Belluno. In caso queste richieste non dovessero essere accolte, alla perdita di identità seguirà l’inevitabile estinzione della lingua ladina nei comuni di Cortina, Colle e Livinallongo, una perdita non soltanto per l’Italia, ma per l’Europa intera.

Union Generala di Ladins dla Dolomites – Amisc dla Ladinia unida

Erschienen bei Noeles am 05.01.2008.

Nachtrag vom 07.01.2008: Der Artikel wurde bei Noeles entfernt. Weil er zu kritisch war?

Majoni partesc fora sies implorazions.

CON N 4. JOLANTIN DESCUER L COMITÉ SIA MENTALITÉ Y SIE FIN: MIEC TALIANISAZION

Depierpul che i comités enjigna ca les schedes informatives con n grum de informazions detaiedes – chisc dis él vegnù fora la 4. scheda sun l fabriché alesiré – méssei ence se festidié de derzé les dejinformazions spanudes fora dal comité con a cef Majoni via en Ampez. Chisc dis él vegnù fora sie 4. jolantin dal titul “Vorremmo che …”, bonamenter l piec che l grup à zumpré adum. Sce da una na pert él sfadious da respone a “poures” impede a argomenc, à chisc jolantins ence l merit de viventé la discuscion y de descorì la mentalité dla politica di neo-ladins tl Beluneis.

Ernesto Majoni, enstes ampezan, é diretour dl istitut di neo-ladins a Bourcia de Ciadoura, y da n valgugn agn convertì al moviment di neo-ladins, da empruma encà en contraposizion con i ladins “storics” de Fodom, Ampez y Col. Sie fin “desnazionalisazion” y enlujiament dla ladinité ti trei comuns da souramont. Ladin: lingaz folclor – Talian: lingaz ofizial, chesta en curt sia impostazion de basa. A pert che l comité liej fora passajes dal contest storich per les adoré tendeziousamenter, rodósei ence sotissoura fac storics, canche al ti uega.

Lijon empruma l test dl volantin:

Vorremmo … che chi legge non ci vedesse come i paladini del no all’annessione al Sudtirolo, ma come cittadini che intendono portare un piccolo contributo ad un voto libero, obiettivo consapevole.

Sies informazions endere é dagnora negatives y mai obietives con pro y contra. L grup entourn Majoni à samben l dert sciche vigni zitadin o lia de fé al savei sies preferenzes politiches, ence la oposizion a la adejion de Cortina respetivamenter a la Region Trentin-Sudtirol y a la provinzia de Bulsan, ma al podessa ence l dì empede nié.

Vorremmo che …le nostre proposte non alzassero barriere fra gli abitanti di Ampezzo .. ma le eliminassero riunendoci tutti nel progettare coscientemente il nostro domani.

Belavisa chest é endere sie fin: deslarié poures.

Vorremmo che … non si dimenticasse che linguisticamente Ampezzo non è mai stato tirolese … ma si ricordasse che i nostri avi, dopo aver lungamente lottato, ottennero di poter usare la lingua italiana nell’amministrazione, nelle scuole, in Chiesa.

Pruma gran baujia: al ne esisteia degun lingaz tiroleis. Tirol fova dal scomenciament inant plurilingh: todesch, talian (Trentin) y ladin. La chestion dla adoranza dl lingaz te scola, é sauteda fora empermò tl tert 19eisem secul tl temp de tenjions nazionalistiches anter todesc y talians, nia demé via en Ampez, ma ence tla Val Badia y te Gherdeina. L govern tiroleis à dé do. Condut che Ampez é sté 400 agn sot a Tirol ne é i ampezans nia vegnus todeschisés. Con net deguna rissa ne végnel recordé la ladinité de Ampez y la colaborazion politica y culturala di ampezans con i autri ladins dl Sela.
L grup entourn a Majoni se erj depierpul a paladins dla “talianité o talianisazion” di ladins, element clef tla politica di neo-ladins, metan n gran azent sun l “talian”.

Vorremmo … che l’elettore ragionasse sul fatto che Ampezzo non ha mai avuto, e non avrà mai una sua HEIMAT, come quella sudtirolese … ma potrebbe invece occupare il posto che gli spetta in Magnifica Comunità di Cadore, vuoto da quasi 500 anni.
L storich ampezan Giuseppe Richebuono: “Canche dl 1815 ence l Venet y l Ciadoura fova vegnus liés al Imper Asburgich, à i burocrac pensé de confermé n valgunes inovazions napoleoniches, metan Ampez pro l Ciadoura y Fascia pro l Trentin. Ma i Ampezans se sentiva tiroleisc y i fac dl 1809 (veres de liberazion contra i franzeisc) ova ciamò engrandì l fossel che i despartiva bele da 300 agn dal Ciadoura; l ann 1815 à l comun mané na delegazion a Desproch y i argomenc cumpedés su tla petizion à fat fazion. Ampez é resté lié a les autres valedes ladines y al Tirol”. De chestes proves de se sentì “daciasa” (Heimat) pro Tirol en él sté n grumon tla storia sie da pert di ampezans che di fodoms.

La storia dles dles Regoles de Ampez pòn lieje do sun l sit: http://www.regole.it/pages/pag06.html . I “privilegs” (prorprietés comunales, na arpejon langobarda perauter) de Ampez é vegnus reconescius y enfinamai ampliés sot a Tirol, bonamenter una dles rejons che an se à defata usé ite con i “patrons nuefs”, do les stritaries con la Serenissima (Aunejia).

Vorremmo … che nessuno dimenticasse i 404 anni di storia tirolese che hanno segnato la parlata, le tradizioni, la cucina d’Ampezzo … ma non si scordassero neppure i 91 anni di storia veneziana e gli 89 anni di storia italiana che caraterizza il nostro paese oramai da 3 generazioni.

La audianza politica pro Aunejia/Venezia y al Venet é storicamenter na spana curta. Cortina à fat pert denant secui alalongia, empruma dl patriarcat de Aquileia (plu die ciamò de gliejia: Aquileia fova pont de deraiazion dl lingaz de stamp ladin. Ence la senta vescovila de Jevun audiva dant l ann 1000 laprò), y do na curta parentesa aunejiana, enfin al 1918 dl Tirol. Di 91 agn de storia taliana ne se recorda i ampezans y fodoms dessegur nia con gran enchersciadum dl “Ventennio” fascist. Y ti temps plu nuefs nes desmostra i fac che l Venet ne à nia daidé pro cis al svilup no di trei comuns ladins no dles autres comunités a la mont te sie teritore, zenza ne fossa nia deplù comuns ruvés a la conclujion che al é miec damané n referendum teritorial. Ampez resta ence do l referendum ciamò tla Talia.

Erschienen bei Noeles am 26.07.2007

Si riparte

Come i nostri amici (e i nostri nemici) avranno notato “Brennerbasisdemokratie” non è morta. A dir la verità questo non lo pensai neppure la mattina del 15 febbraio, quando lessi la comunicazione di pérvasion che annunciava la sospensione di ogni sua attività su questo blog (un blog, voglio ricordarlo, che è nato proprio grazie all’impegno, alla costanza e alla lungimiranza di pérvasion). Passata la tempesta, vorrei di seguito offrire qualche considerazione riassuntiva e tracciare la rotta del nostro cammino futuro.

1. Risultati raggiunti:

Questo blog è stato, fin dal suo inizio, l’espressione di una esigenza nata colloquiando e scrivendo (la sua origine storica risale al forum del settimale “ff”). Colloquiando e scrivendo ci accorgemmo che molte delle nostre consolidate abitudini interpretative e dei nostri soliti argomenti (quelli relativi al rapporto tra i gruppi linguistici, per esempio) venivano posti fuori gioco immaginandoci un contesto istituzionale “diverso”, non più cioè vincolato alle dinamiche che ci obbligano a ragionare sempre nei termini di una maggioranza e di una minoranza intese in senso etnico e di un territorio incapsulato in un altro territorio. È così che ha cominciato a prendere forma la nostra idea. Traendo spunto anche da altre esperienze autonomistiche (come per esempio il modello catalano), pérvasion si è incaricato di darle corpo ed ha cominciato a scrivere. L’ha fatto per mesi nell’ombra, ignorato o poco compreso anche da chi, come me, aveva in un certo senso lanciato il sasso e poi ritirato la mano.

Poi qualcosa è scattato, gli amici più assidui del forum dell’“ff” (una volta che questo è stato soppresso) si sono coagulati intorno alla piattaforma e lentamente il numero dei lettori è sensibilmente cresciuto. Ma c’è di più. È infatti accaduto che, al di là del progetto politico che ne sta esplicitamente alla base, i partecipanti e i collaboratori del blog riuscissero ad intonarsi ad un sentire comune, ad assumere uno stile e una connotazione umana (se non addirittura “umanistica”) che a mio avviso è il risultato più tangibile e confortante della nostra esperienza. Nessuno, meglio di Loiny, è riuscito a sintetizzare questo aspetto ad un tempo etico ed estetico di BBD. Molte delle testimonianze raccolte a commento del commiato di pérvasion possono testimoniare la verità di questo fatto (colgo qui l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno lasciato un messaggio). Tengo a dire che questo capitale umano non può andare disperso e non andrà disperso.

2. Limiti:

Ovviamente non sono tutte rose e fiori. Questa piattaforma ha trovato i suoi limiti nella natura del mezzo (un blog non è accessibile a tutti e nel paesaggio mediatico contemporaneo, tranne casi isolati, non è una forma di comunicazione di grande impatto) e nel contesto nel quale ci troviamo ad agire. Sto parlando ovviamente del problema dei nostri possibili “interlocutori” (che è poi la causa dello scoramento patito da pérvasion). In una situazione ideale ci sarebbe piacito che questo tema emergesse dagli scantinati di Internet e venisse recepito quale lievito per discussioni ulteriori, da animare in contesti diversi. Ci siamo però rapidamente resi conto di quanto difficile fosse anche solo proporre (nei nostri termini) il concetto dell’autodeterminazione a chi è stato abituato da decenni ad inquadrare questo tema nell’ambito di una politica infettata dal contrasto etnico e dai meccanismi inerziali che lo contraddistinguono.

Esemplare a questo proposito è la vicenda della nostra incursione in altre piattaforme di discussione. L’incapacità costitutiva di confrontarsi, di capire persino approssimativamente la novità delle nostre ragioni, ha prodotto una levata di scudi stupida e volgare. In questo caso dobbiamo assumerci però la responsabilità dei nostri errori. In futuro sarà bene evitare di lasciarci trascinare in sterili polemiche che hanno come esito soltanto quello di cementificare diffidenze ed incomprensioni. L’elaborazione di un progetto come quello sostenuto da BBD ha bisogno di tempo, molto tempo, e prevede un cambiamento così radicale della cultura locale (dei suoi paradigmi) che non ha davvero nessun senso (ha ragione Valentino) cercare di suscitare utilizzando un linguaggio bassamente polemico. La mia proposta è dunque quella di rendere quanto più nitida e accessibile la nostra piattaforma, senza curarci di attacchi portati da chi vuole utilizzarne i contributi per consolidare soltanto i propri pregiudizi.

3. In futuro:

Pérvasion è l’architetto di questa piattaforma, di questa casa, e dentro questa casa vivono diverse persone. Altre vengono spesso a visitarla. Senza il contributo di pérvasion, senza la spina dorsale dei suoi contributi, è evidente che questa piattaforma non potrebbe essere la cosa che è. Ma ciò non toglie che essa possa diventare qualcosa di diverso (in attesa che egli ricarichi le batterie e torni con più entusiasmo di prima). Ci sono alcuni progetti avviati, dai quali ci aspettiamo molto. Se ne avvieranno altri. E poi esiste questo spazio (nel bene e nel male: è comunque diventato un piccolo punto di riferimento) che resta aperto a tutti coloro i quali intendano usufruirne per farlo crescere e migliorare.

Tecnicamente ciò vuol dire che la piattaforma verrà adesso aggiornata con un ritmo probabilmente diverso da quello in precedenza dettato dalla partecipazione di pérvasion. Ma non sarà per questo meno battente (è un cuore che pulsa ancora). Personalmente mi piacerebbe che chiunque volesse pubblicare degli articoli sul blog (e dunque non limitarsi soltanto all’estemporanea attività del commento di cose scritte da altri) lo facesse. Basta inviare quanto scritto al seguente indirizzo bbd@selbstbestimmung.net e avere la cura di intonarsi allo stile e alle finalità che sono proprie di questa piattaforma.

Chiudo con una citazione di Paul Valery alla quale sono molto legato e che a mio avviso riassume molto bene ciò che ci ispira: “L’oggetto specifico, unico e costante del pensiero è ciò che non esiste. Ciò che non è davanti a me; ciò che è stato; ciò che sarà; il possibile; l’impossibile. A volte questo pensiero tende a realizzare, a elevare al vero ciò che non esiste; e altre volte a rendere falso ciò che esiste”.

Ad maiora!

Call for paper (II).

Francesco Palermo, Direktor des Instituts für Föderalismus- und Regionalismusforschung an der Eurac, hat unseren Text auf Betreiben Étrangers durchgesehen und uns seine Stellungnahme mit einigen Verbesserungsvorschlägen zukommen lassen. Wir möchten sie hier einer öffentlichen Diskussion zugänglich machen:

il testo è bello e interessante, la diagnosi mi sembra molto centrata, e del resto sono cose ormai ampiamente acquisite, almeno tra i potenziali destinatari dell’iniziativa. Vengo alle proposte concrete di emendamento:

1) Tra “Ausweg” e “punto di fuga” c’è un abisso. Bene non tradurre letteralmente, ma forse occorre sapere a quale obiettivo puntare.

2) Non mi piace l’espressione “progetto di sovranità”, assolutamente troppo atecnico. Preferirei qualcosa come “riappropriazione e rielaborazione delle categorie identitarie”, forse un po’ cervellotico ma più vicino agli intendimenti.

3) Alla fine manca un pezzo. Si potrebbe aggiungere una frase che spieghi meglio l’obiettivo, ad es.: “Il ripensamento, anche provocatorio, delle categorie ormai obsolete di identità, appartenenza e nazione intende fornire il presupposto per la creazione di una nuova forma di identificazione condivisa con il territorio, responsabilizzando così maggiormente la popolazione a farsi padrona dei propri destini non già per guardare ad antichi miti vetero-nazionalistici, ma per acquisire la consapevolezza della propria libertà”, o qualcosa del genere. Forse si può rendere ancora più concreto specificando che non ci sono intendimenti partitici, che l’obiettivo è intellettuale e il risultato intende essere un contributo ad una nuova cultura politica della responsabilità (autodeterminazione) anziché della delega in bianco.

Insomma, con qualche ulteriore limatura mi pare che ci siamo. Sottopongo a te e a chi ritieni (questa mail non deve intendersi come confidenziale, quindi falla pure girare) queste proposte di emendamento e resto a disposizione per discutere i passi successivi, tra cui l’apertura delle sottoscrizioni. Lavorare attraverso il blog è interessante e moderno. Personalmente devo dire che non riesco a stare dietro a un blog e al tipo di comunicazione che impone, perché non sono tutto il giorno davanti al computer (il nostro lavoro secondo me viene ucciso dai computer: quando si legge? Io poi sono sempre in viaggio) e, quando ci sono, sono sommerso di mail ed altre sollecitazioni e il tempo per guardare un blog non c’è. Forse almeno in parallelo si può pensare a qualche forma più tradizionale come la carta?

Bald wird es also so weit sein, dass wir das call for paper veröffentlichen können. Wir danken Herrn Palermo für seine wertvolle Hilfe.

AN = MSI?

Dies jedenfalls behauptet in einem Artikel für die Wochenzeitschrift »L’espresso« der Journalist und ehemalige Widerstandskämpfer Giorgio Bocca:

Perché Msi e An per me pari sono
di Giorgio Bocca

Questo fascismo visionario, arrogante e voltagabbana piace agli italiani. Perché, come la Chiesa, concede a tutti confessioni e perdoni

Donna Assunta Almirante, la vedova di Giorgio Almirante fondatore del Msi in una intervista a ‘La Stampa’ chiarisce alcuni aspetti del neofascismo italiano. Il primo è che questo neofascismo è la copia conforme di quello di regime: un ceppo originario socialfascista, autoritario, mussoliniano in cui si è appaiato in Alleanza nazionale un fascismo borghese di regime.

L’interessante dell’intervista di donna Assunta è che in questo ibrido politico la forza dirigente e portante è ancora quella missina, che cioè Alleanza nazionale resta un partito fascista.

Dice donna Assunta: “Fra An e Msi non c’è differenza. La casa è la stessa, le persone che vi abitano pure, la via politica del partito non è cambiata”.

“Scusi”, le chiede l’intervistatore, “ma Fiuggi?”. “A Fiuggi si va a bere l’acqua minerale per curare i reni. Il partito è ancora quello e l’elettorato, sebbene sia aumentato, anche. Fini sta sbagliando. Non capisce che la sua gente non vuole perdere la sua identità. Fini è giovane, non ha vissuto la parte più dura della nostra storia, quella che hanno vissuto i Matteoli, i Nania, i La Russa, i Gasparri che erano giovani di piazza. Io sono felice di celebrare con loro la storia gloriosa degli uomini che hanno fatto quel partito”.

Fa eco alla vedova Almirante Maurizio Gasparri: “Io non mi vergogno delle mie origini politiche, anzi ne vado orgoglioso”.

Dice la vedova Almirante che il partito neofascista di Alleanza nazionale non vuole perdere la sua identità, ma la vera identità del partito neofascista è di esserne priva, di comporre tutte le contraddizioni come del resto fa donna Assunta per la sua biografia. Lei è fascista ma nel suo cuore anche di sinistra, suo marito a volte aveva l’impressione dell’aver sposato una comunista.

La ubiquità ideologica è tipica dei fascismi: non era nazional socialista il regime nazista? Non era sociale la repubblica di Salò?

Il primo poteva così permettersi di avere strutture e valori medioevali e pratiche schiavistiche, la seconda di resuscitare le corporazioni avendo per motto di ‘andare verso il popolo’.

A oltre mezzo secolo della sua presunta morte, il fascismo italiano conosce una nuova fortuna non avendo fatto nulla per meritarla. Il suo vergognoso passato trova per strada le vergognose giustificazioni del revisionismo storico: è rimasto legato fino all’ultimo al nazismo delle camere a gas? Sì, ma lo ha fatto per rimaner fedele al compagno d’arme.

Poi con i suoi ‘ascari’ ha venduto i suoi voti alla Democrazia cristiana? Sì, ma lo ha fatto per salvare l’Italia dal comunismo.

Ha poi compiuto il suo impudente voltafaccia con la visita al sacrario dell’Olocausto a Gerusalemme? Sì, ma in difesa della civiltà cristiana minacciata dal terrorismo islamico.

Alleanza nazionale è la più fedele alleata di Berlusconi, cioè della borghesia capitalista per cui il socialista Mussolini aveva seminato di mine la pianura padana? Sì, ma come dice donna Assunta, sia lode ai sempre fascisti del Msi e di An per aver riportato il partito al governo del Paese.

Agli italiani questo fascismo visionario, arrogante nel vuoto, voltagabbana nei sacri ideali piace, lo vota, perdona i suoi delitti. È un modo di essere, di stare in politica disponibile, ma a parole fiero, onesto ma pronto ai buoni affari. È un fascismo che, come la Chiesa, concede a tutti le confessioni e i perdoni.