Compromesso storico.

di Fabio Rigali

Ieri sera scendendo pigramente in moto dal versante fiammazzo del passo Manghen, di fronte allo scenario spettrale di devastazione che mi si presentava davanti e spronato da un semi-conscio senso di colpa che non riuscivo a reprimere, immediatamente le intuizioni degli ultimi anni si son condensate in una visione più ampia; anzi oserei quasi dire un anelito. Non volendo peccare di fantasia, chiamerò questa visione “compromesso storico” in omaggio ad un corso politico che si proponeva di dare risposte in un periodo di profonda crisi politica, ma che è naufragato, in ultima analisi, di fronte agli interessi elettorali dei singoli partiti coinvolti.

La crisi della politica, oggi c’è tutta e ci sono anche gravi problemi di non facile risoluzione. Sta ora a noi, di fronte a questi problemi, puntare sulle differenze per cercare di avere ragione a tutti i costi, mentre la situazione peggiora a vista d’occhio; oppure cercare un terreno comune per migliorare la situazione e smussare le nostre posizioni ideologiche.

Dietro la facciata di problemi minori, come il lupo ed i richiedenti asilo, il problema del nostro secolo sta lentamente ma inesorabilmente progredendo anche da noi. Questo problema è il degrado ambientale e l’inquinamento; un vecchio conoscente di tutte le società umane. Purtroppo ora è divenuto un problema mondiale, che non può essere risolto in un posto solo. Ma, come tutte le rivoluzioni, esistono dei paesi che lanciano un trend ed altri che si affrettano a seguirli, in una sorta di competizione per lo sviluppo. E’ stato così per ogni movimento economico, sociale o politico dalla nascita dell’agricoltura alla rivoluzione digitale. Oggi abbiamo bisogno di una rivoluzione verde, che si traduca in una gara delle nazioni verso un modello di società più sostenibile.

In sintesi, dobbiamo ripensare il nostro modello culturale, economico e sociale dalle basi. Non tutto sarà da buttare; anzi: molte soluzioni del presente o del passato potranno aiutarci ed altre verranno dal futuro; ma il passo più importante è la presa di coscienza ecologica. In altre parole, occorre porsi criticamente di fronte alle nostre azioni: ognuna delle quali ha un impatto sul mondo che ci circonda. Ogni giorno, dal caffè al mattino, al libro che leggiamo prima di addormentarci, facciamo una miriade di azioni che gravano sull’ambiente. Come piccolezze tipo una cialda di caffè o la carta riciclata, ogni oggetto, ogni azione ha un costo ambientale. Alcune, insospettabilmente più di altre. Questo non vuol dire che in futuro sarà impossibile vivere e che dovremo evitare tutto; ma significa che dobbiamo prendere coscienza ed informarci sul nostro ruolo nell’economia del pianeta. Una parte di questi calcoli va lasciata al singolo e al suo giudizio, proprio come avviene per l’etica di tutte le altre azioni. Certo per aiutare le nuove generazioni a capirci qualcosa e magari a non ripetere i nostri errori, si potrebbe pensare di introdurre nelle scuole un’educazione ecologica più incisiva.

Ma una parte di queste azioni, le più riprovevoli e dannose per la collettività, vanno disincentivate o vietate per legge. La creazione di spazzatura programmata, lo spreco di risorse idriche o alimentari, la speculazione edilizia e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, tanto per fare alcuni esempi, ma in generale tutte quelle attività che sono utili a pochi e creano danni ambientali, non possono più essere ignorate. Il mercato libero e la legge del profitto, da soli non sono in grado di dare tutte le risposte e sarà la politica a dover stabilire un codice etico di auto-limitazione delle società umane.

Da questo discorso globale, ne consegue che le tematiche ambientali devono sia diventare trasversali ai partiti, sia i partiti più sensibili, devono resistere alle tentazioni settarie ed aprirsi alla collaborazione con altre forze.

Da noi purtroppo la politica viene vissuta con una buona dose di determinismo sociale ed emotività, perché votare “grian”, SVP o blau, è prima di tutto un modo di essere; una specie di acconciatura politico-esistenziale: c’è l’alternativo coi capelli lunghi, i sandali e la Marijuana, quello con la Golf, la maglietta con l’aquila e le Marlboro, e quello che l’uno e l’altro gli sembra troppo ed allora, si rasa, si veste normale, guida un’auto normale e vota SVP. Poi c’è il bolzanino ed anche quello è a parte ed assolutamente irriducibile ai tipi pre-elencati. Tutti questi tipi più o meno hanno un elemento comune: sono influenzati dal luogo dove abiti ed anche dalle frequentazioni. Spesso così nasci e così muori. Mi ci è voluto anni per capirlo, perché le mode sono una cosa incomprensibile per me. Quello che mi è chiarissimo è che finché la coscienza politica individuale rimarrà un fenomeno di costume in una provincia ricca e viziata, non faremo passi avanti, perché una critica sul piano delle idee si traduce immediatamente in una critica al modo di essere.

Occorre che i “Tscheggl”, i “Grian”, i “Bolzanini” ed i “conformisti”, tutti questi ed altri variopinti abitanti delle nostre vallate, ma soprattutto i loro rappresentanti, trovino al più presto un terreno comune e facciano della nostra piccola regione un esempio che dimostri che ridurre l’impatto ambientale delle società umane e mantenere una buona qualità della vita è possibile. Invece sembra purtroppo che ognuno sia più interessato alla propria bandiera. In particolare sono molto deluso dal partito verde, che sembra più interessato a seguire battaglie che ne sottolineino l’alterità, più che al possibile successo di iniziative concrete. Il fatto che siano stati scartati come partner di governo, tra le altre cause, ha sicuramente la loro immagine: sono riusciti ad essere invisi a tutti i gruppi tradizionalisti, ai cattolici, ai moderati e non hanno mai raccolto il favore nemmeno degli italiani nonostante i loro partiti fossero in profonda crisi prima dell’avvento della Lega. Evidentemente, di fronte a certi atteggiamenti settari-elitari, delle volte, anche in cabina elettorale, turarsi il naso non è abbastanza.

Cosa intendo per compromesso storico dopo tutta questa manfrina? Intendo che qualcuno nei Verdi smetta di montare sul piede di guerra appena vede un crocifisso o una Tracht e che altri facciano lo stesso con loro; che tutti mettano da parte pregiudizi, interessi elettorali ed indicazioni delle potenti lobby locali; e che finalmente, almeno ad un livello così insignificante come la provincia di Bolzano, ci si rimbocchi le maniche per un futuro sostenibile in tutti gli ambiti. Di temi per il futuro ce ne sono tanti: bisogna proiettarsi i problemi presenti ed immaginarsi come vogliamo la nostra provincia fra 50 anni. Alcuni temi saranno: turismo, energia, tutela storico-paesaggistica, consumo di suolo/speculazione, antropizzazione del territorio, trasporti pubblici/privati, agricoltura/selvicoltura, traffico, gestione rifiuti, approvvigionamento idrico, consumi privati/industriali. In generale bisogna cambiare l’idea che il nostro territorio sia un grande Bancomat da cui ognuno tira fuori ciò che vuole per se e lascia i problemi in carico agli altri: agricoltori, albergatori, costruttori, industriali, automobilisti. C’è spazio per tutti; ma non si può sempre ottenere tutto ciò che si vuole. Ognuno dovrà accettare dei limiti. Io incluso.

Una volta che avremo risolto tutto questo, nessuno ci vieterà di ritornare un po’ al nostro bel giochino della femminista sessantottina, contro il Freiheitskämpfer 1809, contro il bolzanino disagiato ed altri personaggi tipizzati. Se però non interrompiamo il nostro svago per un momento e mettiamo le basi per un futuro più sostenibile, tutti i problemi sopra elencati peggioreranno e prima o poi ci chiederanno un conto salato.

Ecologia Migraziun Mobilität Politik Scola Soziales Wirtschaft+Finanzen | Disagio | Fabio Rigali | | Südtirol/o Trentino | Freiheitliche Lega SVP Vërc | Italiano

Hanno vinto loro?

di Fabio Rigali

Fra 10 giorni ricorrerà il 95° anniversario della morte di Franz Innerhofer. Sabato sulla piazza di Marling si terrà una messa ed un ricordo del maestro, organista e suonatore di banda che fu ucciso dai fascisti nel 1921 a Bolzano durante una Trachtenumzug. Da (ex-)maestro, organista e suonatore di banda non posso che provare una particolare simpatia per la figura di Innerhofer e son stato presente a tutte le celebrazioni in suo onore negli ultimi anni, anche se questa volta purtroppo non potrò.

D’altra parte, mi piacerebbe un bel giorno che il maestro di Marling divenisse una figura genuinamente storica, come potrebbe essere Gaismair o Hofer: mi piacerebbe ricordare Innerhofer come una vittima innocente di una forma di violenza definitivamente scomparsa dalla nostra società. Purtroppo questo giorno sembra divenire ogni giorno più lontano.
Come siamo messi, 95 anni dopo, in materia di fascismo a Bolzano e, per estensione, in Italia?

A spanne, direi peggio di pochi anni fa, come si vede nella banalità di questo video; una specie di biglietto da visita dello stile politico fascista. L’arroganza di filmarsi durante un’azione mette in risalto che l’accettazione di queste forze politiche è tale che si può anche ricominciare ad “osare”.

Pare che all’ombra del Siegesdenkmal e del DVCE a cavallo (che, per un motivo o per l’altro son sempre al loro posto con la loro carica offensiva), i cortei fascisti siano divenuti ben più popolari delle Trachtenumzüge, con molteplici associazioni di estrema destra ad occupare le strade.

Le aggressioni, a sfondo politico, continuano, forse aumentano. Ma poi sui media, si sa, salta fuori che sono sempre i militanti singoli o piccoli gruppi che prendono l’iniziativa (nel senso, probabilmente, che una vera squadraccia con pistole e bombe a mano come nel ’21 per adesso non si è vista, quindi va ancora tutto bene).

Pochi mesi fa i fascisti del terzo millennio, tra un saluto romano e l’altro, ce l’han fatta ad entrare anche in consiglio comunale e probabilmente verranno rieletti a maggio.
Hanno vinto loro: l’accettazione del fascismo e del loro stile politico, fatto di provocazioni, machismo ed arroganza, che a volte travalica anche il livello verbale, è ormai palese.

La società civile, da destra a (quel che rimane della) sinistra si è ormai afflosciata su un appeasement generale e sta in gran parte buona a guardare NPD e Forza Nuova che sfilano assieme sotto l’arco di Piacentini.

Non vedo purtroppo alcuna via di uscita semplice ed immediata a questa situazione anche perché l’arco parlamentare non pare dia alcun esempio positivo, troppo spesso impegnato com’è nel distribuire denaro e potere tra i propri membri. La sfiducia nella politica e nelle istituzioni e la distruzione delle speranze di futuro delle giovani generazioni, costituiscono una campagna elettorale in grande stile per l’estrema destra.

L’unica cosa che resta da fare è conservare la memoria del passato, di figure come Innerhofer e molti altri, e ricordare sempre e comunque a noi stessi ed agli altri che la tolleranza verso questo genere di stile politico ci rende pian piano loro complici.

Vedi anche:

Faschismen Geschichte Politik | Faschistische Relikte | Fabio Rigali | | Italy Südtirol/o | CPI | Italiano

«Nicht-Menschen»

Un commento di Fabio Rigali

Pare che nelle ultime ore sia montata una polemica sulla seconda discussione svoltasi nell’aula 1 dell’open space di Merano. Purtroppo è uno strascico che lascia l’amaro in bocca, a fronte di una discussione che io ho sempre percepito come molto positiva. Ora, leggendo su Salto e, specularmente, su unsertirol24 mi è giunta un’immagine riflessa, distorta e purtroppo abbastanza sgradevole della discussione che si è svolta a Merano. Un’immagine che non rende giustizia dell’evento e non voglio lasciare così.

Si da il caso che io fossi presente materialmente al diverbio tra «Nicht-Menschen» e la signora Ciola. Come presenti erano molti altri spettatori, di diverse aree politiche: la signora Kury, dello Sbarba, esponenti di Süd-Tiroler Freiheit, Schützen e molta altra gente che partecipava senza avere una collocazione politica precisa. Nel complesso il pubblico era molto variegato. La discussione, come ci si può immaginare, è spaziata dall’integrazione dei migranti alla scuola plurilingue. Con un ampio capitolo sulla questione dei relitti fascisti e dei toponimi, seguita all’intervento, incisivo ma corretto, di Cristian Kollmann. Era ovvio che alcune posizioni non fossero conciliabili ma, la discussione è stata fair e non si è mai arrivati allo scontro.

Entrando nel vivo del diverbio riportato dall’informazione online, il punto della discordia è stato la pretesa da parte di Kollmann di una decisa ed unitaria presa di distanza degli italiani dal fascismo. Al che, dopo aver detto che la visione generalizzata degli italiani come fascisti la offendeva, la signora Ciola, visibilmente commossa, abbandonava l’aula. I toni erano rimasti piuttosto pacati e, a parte qualche commento un po’ fastidioso e la moderazione poco energica, l’andarsene all’improvviso mi è parso una mossa molto emozionale ed esagerata anche al momento. Infatti nessun altro partecipante pareva scosso dall’andamento della dibattito. Ma, si sa, ognuno reagisce diversamente. Così dopo che si era creata un’aria particolarmente pesante ho deciso di prendere la parola e raccontare un aneddoto divertente sulle diverse posizioni che esistono in seno alla comunità  italiana.

Ora, entrando nel merito, si può dare atto che la generalizzazione italiani=fascisti è offensiva ed obbiettare che il pretendere scuse generalizzate da un gruppo, ritenendolo idealmente complice di una dittatura per il semplice fatto di parlare una lingua, non è probabilmente il primo passo da fare verso un dialogo interetnico. 
D’altra parte non viviamo in un mondo così innocente come crediamo ed esistono purtroppo un gran numero di esponenti in seno alla comunità  italiana della provincia che, quando non si arrivi proprio all’adesione ideale al fascismo, ha sicuramente una visione abbastanza «tollerante» del ventennio e del neofascismo. L’impressione che molti non abbiano mai fatto i conti con il fascismo in Sudtirolo ha una certa ragione d’essere, fermo restando che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli e che ognuno è responsabile solo di sé.

Visioni inconciliabili, dunque? Probabilmente. Ad ogni modo abbandonare la discussione per cominciarne una virtuale su Kollmann come «Nicht-Mensch», come ha deciso di fare la signora in questione, non rende giustizia al clima positivo che si è respirato a Merano. Negare l’umanità  a qualcuno, chiunque esso sia, solo perché non la pensa come vogliamo noi, è gravissimo e mi auguro si tratti solo dell’effetto temporaneo di un’emozionalità  esagerata.

Inoltre dipingere a toni foschi gli open spaces, descriverli come luoghi di scontro monopolizzati dalla «estrema destra tedesca», in cui si rischia di venir aggrediti verbalmente ed offesi, è falso, fuorviante, contrario allo spirito della manifestazione e controproducente. In questo modo, purtroppo si rischia anche di far passare la voglia a molti di parteciparvi. Probabilmente in primis proprio ai concittadini di lingua italiana, che già  non hanno brillato per numero di presenze.

Il mio consiglio a tutti è quello di andare a questi incontri, perché ne vale la pena. Io stesso ne son rimasto molto sorpreso. Credo che manifestazioni di questo tipo dovrebbero essere organizzate stabilmente. La cultura della discussione ha fatto passi da gigante e, anche partendo da posizioni divergenti, il dialogo ed il confronto costruttivo ha arricchito tutti i partecipanti.

Faschismen Kohäsion+Inklusion Medien Migraziun Mitbestimmung Plurilinguismo Politik | Südtirolkonvent | Fabio Rigali | Salto UT24 | | STF Vërc | Italiano

Cent’anni di menzogne.

di Fabio Rigali

Il testo che segue è tratto da un opuscolo, allegato a Il notiziario del FAI, 136 (settembre, ottobre, novembre 2015):

100 ANNI DI RICORDI,

150 ETTARI DI NATURA

La Grande Guerra, la suggestiva bellezza delle Alpi:

Monte Fontana Secca e Col de Spadaròt, il nuovo Bene del FAI.

[…] Su questi monti si combatté la Grande Guerra, un’occasione di scontro, ma anche di incontro. Fu infatti la prima guerra veramente italiana, combattuta da giovani soldati veneti, siciliani, liguri, campani, lombardi, calabresi che, nelle fredde e anguste trincee, hanno imparato a dialogare in una lingua comune, hanno compreso il concetto di patria, si sono sentiti per la prima volta italiani e hanno sacrificato la loro giovinezza per il nostro futuro.

Se ormai possiamo dirci abituati alla visione romantica della guerra, come elemento di fraternizzazione (che poi fu solamente un effetto collaterale più che un elemento strutturale della guerra); se possiamo dirci abituati al mito della Grande Guerra come fondatrice dell’identità nazionale italiana; se anche possiamo dirci abituati, per quieto vivere, agli sproloqui nazionalisti sul binomio Guerra-patria, quello che proprio non riusciamo a comprendere è in che modo i soldati si siano sacrificati per il nostro futuro, visto che dalla Grande Guerra, in fondo, non ci ha guadagnato nessuno in Europa.

Più che i vuoti discorsi sulla patria, che lasciano il tempo che trovano, è rischioso il genere di revisionismo che attribuisce un’utilità a questo genere di guerra, che fu, da parte italiana, sostanzialmente di aggressione. Il vero insulto alla memoria dei caduti è dire che ne sia valsa la pena! La diffusione di un po’ di italiano standard nelle trincee e l’annessione controvoglia di alcuni territori scarsamente popolati è valsa oltre un milione di morti tra civili e militari? Evidentemente solo chi dà un prezzo molto basso alla vita di queste persone può rispondere affermativamente.

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Where are you from?

von Fabio Rigali

Es passiert immer wieder in einer Universitätsstadt: Geht man zu einer Studentenparty oder ins Pub, so kommt man gleich mit Menschen anderer Herkunft in Kontakt. Heutzutage reisen Jugendliche in Europa viel mehr als vor nur 10 Jahren. Irgendwie bekommt man auch zu spüren, daß Europa langsam zusammenwächst: Man ist so gewöhnt mit Leuten aus verschiedenen Ländern in Kontakt zu kommen, daß es schon zur Normalität gehört, und man versteht sich unmittelbar mit Gleichaltrigen durch die sehr verbreiteten Englisch-Sprachkenntnisse und die vielen Gemeinsamkeiten, die junge Europäer heute haben.

Genauso wie all dies zur Normalität gehört, wird man auch täglich nach der eigenen Herkunft gefragt und gerade in jenem Moment bekommt man zu spüren wie zäh unsere Mentalität, trotz des europäischen Einigungsprozesses, immer noch an den Nationalstaaten festhält. Denn die Antworten der Befragten lauten immer nur “Deutschland”, “Spanien” oder “Polen”, statt etwa “Sachsen”, “Andalusien” oder gar “Antwerpen”, “Marseille”, usw. Nach genaueren Angaben wird auch nur selten gefragt, und zwar meistens wenn man aus dem gleichen Staat stammt. Denn man will ja möglichst unkompliziert scheinen und den anderen entgegenkommend: So traut man sich zunächst nicht, den Ansprechpartner mit komplexeren, ja vielleicht langweiligen, geographischen Angaben zu überfordern.

Genau als Südtiroler hat man damit aber sofort ein Problem, denn man paßt genau in keine nationalstaatliche Schublade und man spürt, dass man mit solchen Vereinfachungen der Realität unserer Identität nicht gerecht wird. Was soll man denn tun? Es kostet zwar ein wenig Mühe eine möglichst objektive Darstellung Südtirols stichwortartig zu skizzieren, es lohnt sich aber; aus Erfahrung kann ich das nur empfehlen, denn man weckt gleich Interesse und man wird sofort auf weiteres gefragt. Persönlich hätte ich es sehr leicht mich selbst als Italiener darzustellen; sprachlich gesehen bin ich es immerhin auch. Meine teure Heimat pflege ich aber so zu bezeichnen: “Südtirol, eine Region zwischen Italien und Österreich”. Sollte man weiter gefragt werden, kann man wohl ein wenig Geschichte erzählen und daß man alltäglich verschiedene Sprachen gebraucht, finden die meisten sehr interessant.

Es kostet ein wenig Mühe, dafür wirkt man aber gleich wenig “standardisiert” und man muntert auch andere auf, etwas Interessantes über ihr Land zu erzählen. Verschreiben will ich das freilich niemanden: jeder soll nur tun wie er besser mag. Mit diesem kurzen Beitrag will ich nur sagen, daß jeder, meiner Meinung nach, auch innerhalb der herrschende nationalstaatlichen Logik, ein wenig Platz für die vielen verschiedenen “Heimaten” Europas schaffen kann.

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Islam e Sudtirolo.

di Fabio Rigali

I rapporti tra Islam e Cristianesimo, così come la convivenza tra musulmani e cristiani è certamente uno dei temi più caldi a livello mondiale. In barba al provincialismo di cui il Sudtirolo viene immancabilmente accusato, il problema è molto sentito anche da noi e le notizie che circolano su possibili aperture di centri islamici in provincia non tardano a suscitare dibattiti.

Le fazioni sono, semplificando volutamente, sostanzialmente due: una la chiameremo, “NO-Islam”, l’altra “NO-Crocifisso”. Entrambe hanno un certo fascino e mi sento in obbligo di descriverle brevemente, per chiarire cosa intendo, prima di abbozzarne una terza possibile.

I più agguerriti e multiformi son certamente i “NO-Islam”: si va dalle innocue vecchiette dell’oratorio a quelli che si salutano col braccio destro alzato, passando anche per insospettabili amanti delle deiezioni suine, come la sorprendente consigliera Artioli (SVP, poi Lega, poi PD, poi?). Appartengono a questo orientamento anche quei distinti giovincelli che vanno a serate di gala con divise, berrettini e bandierine germaniche e molta altra gente che in chiesa raramente si fa vedere. La fazione è dunque talmente vasta che si va da fautori di blandi divieti a dei veri e propri crociati con Bibbia e Fucile. Devo ammettere che Bibbia e fucile è un’idea che affascina pure me: il mio sogno inconfessabile è quello di sottomettere la Svezia con l’esercito papale come fece Cesare Borgia con la Romagna. Sarei poi un terribile sanguinario: imporrei ai sottomessi di assumere abitudini propriamente cattoliche come bere alcolici spesso ma senza stordirsi, intrattenere rapporti umani, non pensare unicamente al lavoro e dedicare tempo alle relazioni sociali. Sfortunatamente per me e per i “NO-Islam” che si ergono a paladini del cristianesimo, purtroppo la Bibbia è chiara nel condannare propositi belligeranti e l’immagine di Gesù, da come è descritta nei Vangeli è quella dell’uomo tollerante: egli è ricordato per l’aver detto di porgere altra guancia, non per aver incitato a ferire di spada. Se poi ci fosse qualche irriducibile che non potesse rinunciare al proposito di voler occidentalizzare (o addirittura convertire) gli islamici, allo stesso modo in cui io vado predicando agli Svedesi, a suon di serate tra amici, che essere socievoli è meglio per tutti, non credo ci sia cosa più persuasiva che mostrare ai musulmani con il proprio esempio come si possa vivere tutti meglio in una società tollerante e democratica, in cui ognuno possa vivere la propria sfera religiosa nel modo che preferisce. In nessun caso, da quel che io ho potuto apprendere dalle Sacre Scritture, un cristiano praticante, avrebbe ragioni per essere realmente “NO-Islam”: se è vero che in alcuni Paesi musulmani i diritti dei cristiani vengono calpestati, non per questo noi dovremmo trattar male coloro che arrivano in Europa, perché questo sarebbe rinnegare i migliori principi della nostra religione e civiltà.

Più ristretta, ma altrettanto supponente, è invece la cerchia dei “NO-Crocifisso”. La maggior parte di questi sono ostentatamente non cristiani e quelli che lo sono, se ne scusano. Sostanzialmente un po’ come alcuni credono che “de-tirolizzando” il Sudtirolo si possa rendere migliore la convivenza con gli italiani, questi credono che ogni simbolo del cristianesimo in Europa si ripercuota sui rapporti con l’Islam e sulla loro libertà religiosa o, meglio, di non-religione. L’Ateismo, così come ogni Credo è una scelta personale e non deve essere imposta, ma con una notevole differenza. Non c’è bisogno di togliere crocifissi o di legare le campane, se uno non crede: il fatto stesso di non credere dovrebbe essere sufficiente a fare di quei simboli qualcosa di totalmente vacuo. Chi crede all’astrologia, infatti, attribuisce grande importanza a date di nascita, ascendenti e posizione degli astri, ma chi non ci crede semplicemente si astiene dal leggere gli oroscopi. Se uno non crede in nulla, poi, non ha bisogno di simboli, perché il nulla e l’assenza sono non-essere. Vietare i simboli altrui, però, è l’imposizione del proprio non-credere ed è, secondo me, una forma di fondamentalismo. Questa è la differenza di fondo tra tolleranza ed ateismo. La negazione della religione, non è quindi garanzia sufficiente di tolleranza allo stesso modo in cui disprezzare la Heimat, come fanno alcuni, non è garanzia di cosmopolitismo. Inoltre semplici intuizioni sociologiche dovrebbero rendere evidente che è difficile educare qualcun altro al rispetto reciproco, se non si è in grado di rispettare la cultura dei propri padri.

La terza posizione non c’è; o perlomeno non è altrettanto visibile. Se ognuna delle due fazioni “NO” è in certa misura improntata all’integralismo, questa fazione dovremmo chiamarla del “SI”, perché dovrebbe essere manifestazione della più ampia e sincera tolleranza. SI all’Islam e SI al Crocifisso, perché essi possono pacificamente coesistere ed i rapporti sociali in una società moderna possono e devono fondarsi su livelli diversi dall’appartenenza ad una fede religiosa. Così come i fuochi di Herz-Jesu non possono rappresentare un pretesto per il Bolzanino di sentirsi a disagio, o il tifare di quest’ultimo per la nazionale italiana un pretesto per lo Schildhöfler di sentirsi umiliato, i simboli religiosi di Islam e Cristianesimo devono poter convivere gli uni accanto agli altri: chi si sente offeso dalla semplice esistenza di qualcosa di diverso è, in certa misura, intollerante. Ognuno deve avere la propria dignità ed il diritto di esistere non rappresenta, in sé, una minaccia per gli altri. Se il Cristianesimo, l’Islamismo o l’Ateismo di stato sono, a ragione, ritenuti vessatori ed intolleranti per le minoranze, l’altro approccio possibile è quello del Panteismo tollerante.

Un esempio concreto? Ecco una mia idea provocatoria di alcuni anni fa: siccome prima o poi la comunità islamica vorrà un centro religioso e culturale a Bolzano adeguato alle sue esigenze e dimensioni, sarebbe un’ottima idea mettere a loro disposizione dei locali in centro storico, con la sola condizione di renderlo aperto, accogliente ed accessibile a tutti (come le chiese o i centri culturali). La locazione centrale ha una forte valenza simbolica ed innumerevoli altri benefici, sia per la comunità che per la città, da cui non si può prescindere. Il centro, idealmente, potrebbe ospitare un vasto numero di attività culturali, da iniziative culinarie o di storia dell’arte islamica a serate sulla vita di Maometto ed ognuno dovrebbe poterci partecipare. Chi ne gioverebbe? Tutti. I partecipanti delle serate, che potrebbero approfondire aspetti una cultura a noi distante; la comunità islamica, che si vedrebbe simbolicamente accolta, visibile e riconosciuta; la cittadinanza, che percepirebbe una maggior distensione nel poter entrare in contatto e vedere coi propri occhi questa realtà. Siccome c’è già chi parla di monitoraggio da parte della DIGOS, l’ubicazione in centro, quindi sotto gli occhi dell’intera città, probabilmente renderebbe superfluo il controllo di polizia, a vantaggio di tutti. Chi ne trarrebbe danno? Soprattutto i seminatori d’odio. Quelli che vogliono riproporre lo scontro di civiltà e le crociate nel XXI secolo e che fanno della diffidenza il proprio capitale politico o anche quei musulmani che giocano sull’emarginazione delle comunità per fare proselitismo per conto di organizzazioni jihadiste. Ad una serata per ragazzi in centro su “Le Mille ed una notte”, questi sarebbero i primi a sentirsi fuori luogo!

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Renzi e le autonomie.
Quotation 117

Il caso Durnwalder-Unità d’Italia continua a scatenare commenti nazionali. Il tema «basta privilegi all’Alto Adige ricco e ingrato» tiene ancora banco. Particolarmente vivace il sindaco di Firenze Matteo Renzi (Pd): «Il presidente della Provincia di Bolzano festeggi l’Unità come tutti: altrimenti, se non vuole farlo, abbia il coraggio di restituire i denari che riceve da questo Paese al quale si sente di non appartenere. Credo che il presidente della Provincia di Bolzano debba iniziare a restituire un po’ di credibilità alle istituzioni ricordandosi che se la sua Provincia autonoma ha tutti quei denari, questo deriva da una norma ad hoc della Costituzione che consente ad alcune regioni di essere a statuto speciale e ad altre no. Questo aveva un significato 60 anni fa, oggi non più. Che le nostre tasse debbano andare a finanziare il loro sentimento anti italiano mi sembra un errore».

Dal quotidiano A. Adige del 12.02.2011 (segnalato da Fabio Rigali)

Nationalismus Zentralismus | Zitać | Fabio Rigali Luis Durnwalder Matteo Renzi | AA | | PD&Co. | Italiano

Überlegung.
Quotation 78

von Fabio Rigali

Je schlechter es Italien geht, desto schneller wird sich Südtirol von diesem Staat trennen. Besonders wenn Italien in Europa wegen seinem Ministerpräsidenten ausgelacht wird, an Ansehen verliert und es andauernd neue Skandale gibt, werden auch andere Staaten verstehen, dass wir nicht bei diesem Staat bleiben wollen.

Warum sollten wir aus dieser Überlegung heraus eigentlich nicht Berlusconi wählen?

Roland Lang, Obmann des Südtiroler Heimatbundes, Facebook

Da in Kürze Parlamentswahlen stattfinden, soll diese »anregende« Meldung Ausgangspunkt einer Diskussion sein: Ist Berlusconi für Italien, Südtirol und Europa der richtige Mann? Sind die Schicksale dieser drei politischen Einheiten voneinander zu trennen? Wortmeldungen erwünscht.

Politik | Parlamentswahl 2013 Zitać | Fabio Rigali Silvio Berlusconi | | | EU PDL&Co. | Deutsch