«Provocazioni razziste e xenofobe.»

A un lettore, Roberto Fabbro, che fra le altre cose in una lettera farneticante scrive che

  • «passando davanti al Monumento alla Vittoria o al bassorilievo di Piffrader» non si dovrebbero vedere offese «ma solo opere artistiche di indiscutibile bellezza che andrebbero tutelate dalla stupidità umana»;
  • lo statuto di autonomia prevedrebbe «l’italiano come prima lingua» (il che è falso) ma «aprendo qualsiasi sito pubblico si trovano le definizioni (sic) prima in tedesco e poi in italiano» (il che è altrettanto falso);
  • «come cattolico convinto della riappacificazione, mi dispiace e mi imbarazza dover mettere sullo stesso piano la richiesta del Vescovo» di rinominare piazza della Vittoria in piazza della Pace e la stupida «iniziativa dello Heimatbund, entrambe provocazioni razziste e xenofobe»;
  • «Ciò che è stato fatto negli ultimi quarant’anni è opportunismo politico, è apartheid allo stato puro, è odio nei confronti di tutto ciò che è italiano, è convivenza a senso unico. Il rispetto è dovuto solo ad una etnia, e solo in questa direzione si guarda.»
  • la decisione del sindaco di Bolzano Caramaschi di non riposizionare lupa romana e leone di San Marco prima delle celebrazioni del 4 novembre (alla luce di tutto ciò) non è sensibilità, ma accondiscenza

e infine lancia la divertentissima «provocazione» di cambiare

il nome da Bolzano a Pretoria del Nord. Tutto sommato in questa provincia, in quanto ad apartheid, non abbiamo niente da imparare da nessuno.

il direttore del quotidiano A. Adige Alberto Faustini (colui che va ai festival delle resistenze a parlare di non so che) risponde così:

La sua provocazione finale è eccessiva, ma il resto del suo ragionamento merita rispetto e attenzione (e anche una risposta del sindaco). Anch’io speravo che il 4 novembre potesse diventare la “festa” di tutti. […]

E perché lo sperava davvero molto, il giorno prima sbatteva in prima pagina al suo giornale un fondo in cui la vittoria (anzi: la Vittoria) veniva ribadita e rivendicata.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8]

L’Italia nelle terre «irredente»…
Quotation 504

Gli italiani presero tutti i maschi adulti, sessantuno contadini tra i quarantacinque e i sessantacinque anni (quelli più giovani erano al fronte, in Galizia). Li portano oltre l’Isonzo, al ponte di Idrsko, dove li misero in fila e ne fucilarono alla schiena uno ogni dieci. Gli uccisi vennero sepolti sul posto.

Di cos’era accusata, o meglio, ‘sospettata’ la popolazione di quei paesini? Di avere nascosto disertori italiani (la guerra era appena cominciata ma ce n’erano già molti) e di avere rivelato le posizioni italiane all’esercito austriaco… cioè quello che da seicento anni era l’esercito del loro paese. L’esercito nel quale stavano combattendo i loro figli.

Aggiungiamo che, sul fronte italiano, migliaia di civili furono arrestati e internati per vari motivi, perché “spie”, o “austriacanti”, o “disfattisti”, o meramente perché slavi, o per un semplice capriccio delle nuove autorità.

Ancor prima di annetterle, l’Italia si presentò nelle terre “irredente” nel modo peggiore, e in quel modo avrebbe continuato.

•••

Insubordinazione e diserzione erano gli incubi dell’alto comando, ‘et pour cause’. Durante la guerra si svolsero ben 162.563 processi militari ad accusati ti diserzione. Di questi, 101.685 furono riconosciuti colpevoli. Le condanne a morte furono 4028, di cui 2967 emesse in contumacia. Quasi un decimo dei mobilitati subì indagini disciplinari. Dall’aprile del 1917 la pena di morte scattò per qualunque soldato tardasse di tre giorni nel rientrare dalla licenza.

Questi sono numeri record. Gli storici che hanno tentato raffronti non hanno riscontrato nulla di tali proporzioni negli altri eserciti, alleati o nemici che fossero.

Wu Ming I (‘Cent’anni a Nordest’, ‘Rizzoli’, 2015)

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8]

Da Trieste a Gorizia.
Se dal confine orientale si scrive una nuova pagina di storia per l'Italia e l'Europa

di Marco Barone

Questo 3 novembre 2018 verrà ricordato per i prossimi anni che verranno per quanto successo dalle parti del confine orientale italiano. In due località simbolo per il nazionalismo italiano, da quella che era la Nizza d’Austria, per diventare nei canti contro la guerra, Gorizia “maledetta”, a quella che era la piccola Vienna d’Italia, Trieste, per diventare insieme a Trento la luce del nazionalismo italiano che porterà al buio più totale di quel secolo breve che l’Italia non riesce a lasciarsi alle spalle perchè non ha avuto una sua Norimberga.

Da un lato una delle più grandi manifestazioni antifasciste degli ultimi decenni, a Trieste, con dieci mila partecipanti, ma sarebbero potuti essere molti di più se non avessero blindato la città in stile Genova 2001 e reso difficoltoso spostarsi per la stessa. Manifestazione  resa possibile oltre che dal grande lavoro svolto dall’assemblea antifascista anche dalla convergenza di una pluralità di realtà, che nella vita “ordinaria” forse neanche si guardano in faccia, ma sotto il timore di ripiombare in un periodo che qui non si vuole più neanche minimamente sfiorare, si è scesi in piazza convintamente per ribadire che nel ventunesimo secolo i fascismi, macchia vergognosa di un tempo che non si vuole più rivivere, non devono avere più alcun tipo di spazio, e dimensione riconosciuta. Dunque, un chiaro stop a quel processo di “democratizzazione” che ha caratterizzato lo scorso secolo, il fascismo, in quella contraddizione in termini diabolica, funzionale solo al fascismo. D’altronde la democrazia non è stata pensata per i fascismi e non si può essere democratici con il fascismo. Contemporaneamente nella vicina Gorizia, una importante manifestazione dichiaratamente antimilitarista, in una Gorizia che ha conosciuto morte e distruzione, attraversata da quel Fiume Isonzo, su cui in tanti hanno speculato, ora sacro alla patria, ora sacro all’Europa dei popoli, quando in realtà è un fiume che ha visto il suo meraviglioso color verde diventare tristemente rosso sangue con i migliaia di corpi che lo hanno attraversato in quella carneficina umana che l’Italia avrebbe potuto evitare, ma non ha evitato.  Una città che ha fatto del militarismo la sua ragione di essere se non di esistere, marginale e periferica, e che nel vuoto di questo centenario della fine della prima guerra mondiale è stata riempita da centinaia di contenuti antimilitaristi.  Questa è una nuova storia che si sta scrivendo proprio dal confine orientale, da quel luogo estremo d’Italia che ha conosciuto le peggiori cose del ‘900 ma che ha saputo resistere ed andare avanti, nonostante tutto, nonostante ci sia più di qualcuno che vorrebbe questo territorio ancorato a quel maledetto secolo breve, solo perchè non ha altra ragione di vita. Ma nel ventunesimo secolo non c’è più spazio per militarismi e fascismi. Questo è il messaggio lanciato chiaramente da Trieste e Gorizia in questo inizio novembre 2018, per l’Italia e l’Europa dei popoli che lo dovranno fare proprio per alzare la testa e pretendere una nuova visione del mondo.

Testo apparso sul blog di Marco Barone.

Vecchio armamentario nazionalistico.
Quotation 503

Oggi ha sfilato l’Italietta patriottica. Coccarde, bandiere, gagliardetti, frecce tricolori, corsa dei bersaglieri. “Il Piave mormorava”, cantato con orgoglio nazionalistico, con particolare enfasi sul ritornello “non passa lo straniero!”. Intorno a questo vecchio armamentario una folla che per qualche istante scopre di essere così italiana.

Donatella Di Cesare, filosofa, scrittrice, professoressa alla ‘Sapienza’ di Roma (su ‘Facebook’)

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5]

Europa 1918/2018.
Quotation 502

Landeshauptmann Arno Kompatscher hat zum hundertsten Jubiläum des Kriegsendes äußerst passende Worte gefunden, die von den Lehren der Geschichte und der besonderen Sensibilität dieses Landes zeugen. Sie heben sich wohltuend von den meist unnötig spalterischen Tönen dieser Tage ab, weshalb ich sie hier in vollem Umfang wiedergeben will.

Avendo fatto tesoro delle lezioni della storia e delle particolari sensibilità di questa terra, il Presidente sudtirolese Arno Kompatscher ha trovato parole assai consone per il centenario della fine della prima guerra. Esse si distinguono beneficamente dai toni spesso inutilmente divisivi di questi tempi ed è per questo che voglio riproporle integralmente.

Denktage 1918/2018: Imperialismus und Nationalismus haben zum 1. Weltkrieg mit 17 Millionen Toten, unsäglichem Leid und Zerstörung geführt. Es war der Krieg, an dessen Ende auch die Teilung Tirols und die Grenzziehung am Brenner stand. Erst nach Faschismus und Nationalsozialismus, einem weiteren Weltkrieg und dem Holocaust hat Europa die richtigen Lehren gezogen und den Weg der Zusammenarbeit gefunden. Das europäische Projekt hat uns 70 Jahre Frieden, Sicherheit und Wohlstand beschert. Heute müssen wir aber mit großer Sorge feststellen, dass Herausforderungen wie Migration, Globalisierung und Digitalisierung viele Menschen verunsichern und wieder anfälliger für vermeintlich einfache Lösungen gemacht haben. Der Ruf nach einem starken Führer in einem starken Staat, der allein die Interessen der eigenen Nation vertritt, ist wieder laut hörbar. 100 Jahre nach dem Ende des ersten Weltkrieges sollten wir uns daran erinnern, dass gerade solche Vorstellungen in die Urkatastrophe des 20. Jahrhunderts geführt haben und umso entschlossener gegen Nationalismus und für ein geeintes Europa kämpfen.

Giornate della riflessione 1918/2018: L’imperialismo e il nazionalismo hanno causato la Prima Guerra Mondiale con 17 milioni di vittime, dolori inenarrabili e distruzione senza fine. E’ stata la guerra la cui fine ha significato lo smembramento del Tirolo e lo spostamento del confine italiano al Brennero. Solo dopo l’esperienza del fascismo e del nazionalsocialismo, di una nuova guerra mondiale e dell’Olocausto, l’Europa ha appreso la giusta lezione e trovato la strada per una collaborazione proficua. Il progetto europeo ci ha portato 70 anni di pace, sicurezza e benessere. Oggi dobbiamo però prendere atto con grande preoccupazione che sfide come le migrazioni, la globalizzazione e la digitalizzazione rendono insicure molte persone e le hanno rese più inclini a cercare soluzioni semplici ai propri problemi. Il fascino di una guida forte in seno a uno Stato forte, che porti avanti unicamente gli interessi della propria nazione, sta diventando sempre più forte. Un secolo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale sappiamo che è stato esattamente un approccio di questo tipo a provocare la più grave catastrofe del ventesimo secolo, portandoci a lottare con ancora maggiore determinazione contro il nazionalismo e per un’Europa unita.

Quelle: ‘Facebook’.

Siehe auch: [1] [2] [3] [4] [5] [6]

Vittoria ribadita e rivendicata.

Pochi giorni fa il vescovo aveva rilanciato l’idea di dare un nome diverso — quello della Pace — all’odierna piazza Vittoria di Bolzano. Ma il sindaco del capoluogo rifiutava: perché i tempi, come al solito, «non sono maturi».

Nella sua edizione odierna il quotidiano in lingua italiana del gruppo Athesia, l’A. Adige, ne ha voluto dare esplicita conferma. Anzi, ospitando in prima pagina un fondo aberrante (firmato Federico Guiglia) ha addirittura alzato la posta, dimostrando che maturi i tempi non saranno proprio mai. L’autore, infatti, non solo rispedisce al mittente l’idea di cambiare nome alla piazza, ma rivendica la vittoria (rigorosamente con la «V» maiuscola), definita «italiano-europea» — ma sì! — e «di popolo», come cosa buona e giusta, portatrice di libertà e di pace.

Semmai fu la bellicosa controparte a incarnare un regime autoritario e oppressore. L’Italia stava dalla parte della libertà: stava dalla parte giusta.

A fronte di una realtà parecchio più sfumata e ingarbugliata, solo certezze. Non sembra nemmeno sfiorarlo — ad esempio — il dubbio che:

  • la guerra non fosse tanto di popolo, quanto delle élite (non solo) aristocratiche;
  • proprio in Sudtirolo (ma non solo) il passaggio dalla monarchia plurinazionale alla logica riduttiva degli stati-nazione avesse portato a grandi e gravi sofferenze e
  • dunque alla supposta libertà degli uni fosse indissolubilmente associata la sottomissione delle altre;
  • la decantata pace avesse portato in via diretta a guerre d’aggressione in Africa, al nazifascismo e alla follia della seconda guerra mondiale;
  • anche a Trento e Trieste forse non tutti sentissero la necessità di venire liberati, tantomeno con la forza delle armi;
  • «esercitare» (ma chi esercita e chi subisce? «il tranquillo e sacrosanto diritto, anche toponomastico, di ricordare, rispettare e tramandare la memoria italiano-europea» in Sudtirolo, sotto un monumento mussoliniano, possa risultare un tantino paradossale;
  • affermare che «Vittoria significa essere riconoscenti a chi ci ha resi, anche col massimo sacrificio della vita, uniti e liberi per sempre da ogni patibolo» sia una semplificazione confutata pochi anni dopo con l’avvento della dittatura;
  • i soldati di allora non avessero «dato [!] la cosa più cara e importante che aveva[no], cioè la vita, per la patria» ma fossero stati semplicemente mandati al macello, oltrettutto per un ideale sbagliato.

Pensavamo che certe cose non ci sarebbe più toccato leggerle. E invece pare che ci sia chi, fino ai giorni nostri, preferisce soleggiarsi in una vittoria di Pirro, anche per esercitare i suoi tranquilli e sacrosanti diritti di sopraffazione, piuttosto che cercare una pacificazione vera. Ne prendiamo atto, come prendiamo atto che nel centenario una tale aberrazione finisca in prima pagina su un giornale sudtirolese.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6]

La difesa dell’italianità.
Quotation 501

[…] a quali condizioni entrerete in giunta?
Non a qualsiasi condizione; non siamo disposti — tanto per capirci — a svendere italianità. A questo punto molto meglio stare all’opposizione.

Su cosa sarete irremovibili?
Sulle questioni linguistiche, ad esempio.

Si riferisce alla toponomastica.
Ovviamente. Per noi tutti i toponimi devono essere bilingui e nelle valli ladine trilingui.

Parliamo di scuola. Gran parte della popolazione la vorrebbe bi o addirittura trilingue.
Il modello al quale mi ispirerò è quello ladino, dove le lezioni si fanno in tre lingue e funziona benissimo.

Dall’intervista a Massimo Bessone (‘Lega’) apparsa oggi sull’A. Adige.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4]

Il plurilinguismo che non piace a (certa) sinistra.

Sanca, sinistra veneta indipendentista, denuncia di essere stata esclusa dalla manifestazione «No al razzismo» del 27 ottobre a Treviso per aver chiesto di tradurre il relativo appello anche in lingua veneta.

Si rafforza, purtroppo, ancora una volta l’impressione che il mantra della sinistra (e non solo) sul plurilinguismo valga laddove, come in Sudtirolo, serva a rafforzare la lingua franca nazionale e venga invece rifiutato e combattuto dove ad aproffittarne sarebbe una lingua diversa. Il denominatore comune sarebbe quindi il rafforzamento (o il non indebolimento) della lingua italiana e non già il plurilinguismo in quanto tale.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12] [13]

Spulciando Massimo Bessone.

La retorica degli ultimi giorni vuole che «la Lega de noantri non è mica Salvini», è molto meglio e quindi una coalizione se può fà. Una visitina al profilo Facebook del «commissario» Bessone, possibile futuro assessore, è sufficiente a confutare questa tesi edulcorata. Alcuni esempi:

17 ottobre 2017, in difesa della giustizia fai da te:

Sparare ad un delinquente non piace a nessuno! In uno Stato “normale”, nessuno si sognerebbe mai di sparare ad un ladro. È proprio la mancanza della certezza della pena, della giustizia, la sensazione di essere abbandonati in un Paese ove chi sbaglia non paga mai e le forze dell’ordine sono messe in condizione di non potere agire, che impone alla gente la necessità di doversi fare giustizia da soli. Certo, non mi piace, ma meglio loro sdraiati a terra che il proprio figlio o la moglie violentata da queste bestie senza pietà. Succederà, PURTROPPO, la stessa cosa anche con gli immigrati. Ce li impongono per interessi loro, ma ce li subiamo noi. Le ingiustizie, la crisi, la sensazione d’abbandono, nostra e loro, ci porterà a una guerra tra poveri! Ma che importa!? Chi ora governa sarà lontano a godersi soldi e benessere nella totale impunità!

Eh?

27 ottobre 2017, commentando la notizia «MERANO, TENTANO DI DERUBARE UN NEGOZIO IN CENTRO: ARRESTATI – I carabinieri della radiomobile di Merano hanno arrestato tre cittadini extracomunitari ventenni (un turco, un albanese e un marocchino) […]:

COME NELLE BARZELLETTE… C’erano un Turco, un Albanese, un Marocchino e non un Italiano, ma milioni di Italiani, tutti stufi di questi delinquenti! Già, come nelle barzellette, ma qui C’È POCO DA RIDERE!

28 ottobre 2017, pena di morte:

A VOLTE UNA BUONA SEDIA ELETTRICA… […] Ebbene il signore in questione, secondo quanto espresso dalla magistratura, una volta accortosi di aver contratto il virus del HIV ha cercato di fare l’amore con più donne possibili, se ne contano più di 30 […] Ebbene ieri è stato condannato a 24 anni di carcere, nemmeno un’anno (sic) per ogni donna che alla quale (sic) ha rovinato per sempre la vita! PERSONALMENTE IO SAREI STATO PER LA SEDIA ELETTRICA, tanto che (sic) tra indulti delle sinistre e buona condotta, tra dieci anni l’untore sarà di nuovo libero. Se in un caso del genere vogliamo trovare qualcosa per cui abbozzare un sorriso, rimane un mistero il come un cesso così possa aver fatto l’amore con più di trenta donne in pochi anni?

27 novembre 2017, commentando un articolo de l’Adige dal titolo «Irrompe nell’obitorio e semina il panico»:

In Africa hanno risolto il problema dei costi di carceri e manicomi! Li hanno aperti e ce li hanno mandati tutti qui! Sicuramente non scappano dalla guerra, ma probabilmente ci porteranno alla GUERRA!

9 dicembre 2017:

Con tutti i problemi contemporanei del nostro Paese, oggi a Como il #PD manifesta contro il #Fascismo! Se prima erano dubbi, ora ne abbiamo le prove, la sinistra in Italia è 90 anni indietro!

O forse è la destra estrema a portarcela?

27 dicembre 2017, periodo natalizio — post con foto di un barcone di immigrati, didascalia:

Ogni mattina c’è chi scappa e chi va a lavorare! 😉 Buongiorno amici. 😊

Che spasso.

13 gennaio 2018, vi sembro razzista?

Siamo realisti, se gli Italiani sono restii ad affittare a talune etnie NON lo fanno per razzismo o cattiveria, ma per esperienza! […] A LAVORARE E FARE SACRIFICI COME TUTTI NOI E METTERE AL MONDO UN NUMERO DI FIGLI PROPORZIONALE AL TENORE DI VITA. Vi sembro razzista?

Assolutamente sì.

10 febbraio 2018, a proposito del corteo antirazzista di Macerata:

Sogno un’Italia con meno cortei, ma più italiani intelligenti che sappiano mettere al primo posto il bene del proprio Paese, il futuro dei loro figli! #Macerata

Il bene del priorio paese, dunque, escluderebbe l’opposizione al razzismo.

16 febbraio 2018, commentando il titolo «Val Pusteria, pronti alloggi per 31 profughi»:

O cambiamo questo Paese il 4 marzo, o ci riempiranno talmente tanto di questa gente che l’Italia sarà persa per sempre!!! #OAdessoOMaiPiù

9 maggio 2018, commentando un articolo di Secolo Trentino dal titolo «[Mirko] Bisesti (Lega Nord): a Sociologia vigliacchi profanano il ruolo degli Alpini»:

Bravo Mirko, a Trento, come ovunque… PIÙ #ALPINI E MENO CRETINI!

Più Alpini? No, grazie.

16 maggio 2018:

L’ISTAT ci dice che l’Italia è un paese di #vecchi, il secondo al mondo, con un bassissimo numero di nascite. Quello che non dice è che per ovviare a questo trend non bisogna riempirci di migranti, ma attuare politiche che incentivino gli italiani a fare #figli! Vogliamo aiutare il mondo? Bene, iniziamo prima dagli Italiani! Vi sembro razzista?

Ancora una volta: sì, certo.

22 giugno 2018, il carcere a chi osa criticare un ministro:

“Ministro della malavita” dice Saviano a Salvini. Come si permette!?! PIÙ CHE SCORTA…GALERA! Almeno lo proteggiamo meglio!

24 giugno 2018, condanna a morte per Saviano:

#RobertoSaviano ha più scorta di un ministro, e noi paghiamo! Via la scorta ed i poliziotti vengano utilizzati nelle strade a proteggere donne, bambini, anziani.

29 giugno 2018, la cultura:

LA SOTTILE DIFFERENZA TRA APERTURA CULTURALE E STUPIDITÀ! Il sindaco Beppe Sala propone la consigliera comunale del #PD, esponente di punta della comunità islamica, Sumaya Abdel Qader a capo della commissione Cultura di #Milano. Nulla contro la signora, la sua cultura, la sua fede religiosa o politica, tutto contro la stupidità di chi svende una cultura storicamente importante come quella italiana. Gente senza arte, ne parte, senza spina dorsale, ideali, attributi che crede di elevarsi alla massima espressione della cultura e dell’apertura mentale, ma in realtà svende, umilia, deride un popolo, una storia, una cultura, degli ideali ed i diritti conquistati con tempo e fatica dalle donne. Essere fieri e voler mantenere le proprie radici, la propria cultura, i propri usi e costumi NON È #RAZZISMO È #INTELLIGENZA! Un popolo senza storia è un popolo destinato a scomparire. Milano, la Lombardia, l’Italia hanno uomini e donne capaci e fieri di portare avanti ed evolvere la loro cultura! Vergogna!

4 luglio 2018, messaggio corredato di foto con Bessone e Salvini presso il cippo del Brennero:

L’eventuale “chiusura” del #confine del #Brennero da parte dell’Austria non ci piace, ma capiamo e condividiamo l’esigenza di un Paese di tutelare i propri confini da un’invasione programmata!

7 luglio 2018, i rom non lavorano:

Il 12 LUGLIO I ROM ALTOATESINI MANIFESTANO CONTRO #SALVINI [che li vuole far schedare]! Noi andiamo a lavorare, loro manifestano contro chi vorrebbe farli lavorare! #IoStoConSalvini #CensimentoRom»

12 luglio 2018, commentando un meme razzista in cui la nazionale di calcio francese del 1982 (tutti bianchi) e quella del 2018 (molti giocatori di colore) vengono affiancate dal commento «effetti del cambiamento climatico»:

Certo, il colore della pelle non conta e siamo tutti uguali, ma questa foto fa davvero riflettere su quello che sarà il nostro futuro se non poniamo un freno a questa immigrazione incontrollata, se non operiamo politiche che tornino a incentivare la natalità autoctona. Non vogliamo il male di nessuno, ma non meritiamo di scomparire! Questo non è #razzismo, questo è #buonsenso. #IoStoConSalvini

27 luglio 2018, i nomadi non si preoccupano dei loro figli:

Lo sgombero di un campo #rom, da parte della #Polizia, è quel momento in cui i nomadi, in presenza dei mass media, si preoccupano e si ricordano dei loro figli!

11 agosto 2018, viaggio nel tempo:

Matteo Salvini toglie la dicitura “GENITORE 1” e “GENITORE 2” dalla carta d’identità elettronica. Che dire? Tra le tante follie lasciateci in eredità dal regime comunista che ci ha preceduto, questa è una delle più assurde, ma allo stesso tempo una cartina di Tornasole del fare del PD. Come i Talebani altrove, anche loro qui hanno cercato di cancellare la nostra dignità, la nostra cultura, la nostra storia. Hanno provato a far piegare testa e schiena al nostro popolo dinnanzi ad ogni cultura, religione, lobby. Piano piano, però, stiamo tornando a riprenderci i nostri valori, stiamo rialzando la testa fieri di essere Italiani. Benché la stampa, di parte, ci voglia far credere altro, questo è normale, non è razzismo, non è offendere nessuno, questa è dignità. In fondo è meraviglioso essere chiamato #PAPÀ e che tu sia etero o omosessuale la tua prima parola, il tuo primo amore era e resterà sempre la #MAMMA! […]

Grassetto nelle citazioni aggiunto da me.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6]

Riapre la delegazione catalana a Roma.

Foto: Govern.cat

Questo pomeriggio il ministro degli affari esteri della Catalogna, Ernest Maragall (ERC), è presente a Roma per la riapertura «fisica» della rappresentanza catalana (Diplocat) nella capitale italiana. Sarà accompagnato da Luca Bellizzi, delegato di Barcellona in Italia, cui l’incarico era stato restituito lo scorso luglio e che da allora ha ripreso il lavoro.

Le delegazioni catalane all’estero erano state chiuse dal governo spagnolo di Mariano Rajoy (PP) che, attivando l’articolo 155 della costituzione aveva preso in mano le redini della Generalitat catalana.

Quella italiana è la terza rappresentanza a venire effettivamente riaperta, dopo quelle in Germania e Regno Unito, in seguito al relativo annuncio fatto da Maragall a fine giugno. Non era mai stata chiusa invece quella presso l’Unione Europea, a Bruxelles, ora guidata da Meritxell Serret, una delle esiliate politiche all’estero.

Vedi anche: [1] [2] [3]

Ivo Muser: non parliamo di vittoria.
Quotation 500

Nel fare memoria di questa catastrofe primigenia del XX secolo dobbiamo dare un nome alle radici della guerra: come il nazionalismo, diventato un surrogato della religione; l’odio, il disprezzo e l’arroganza verso altri popoli; la pretesa ingiustificata di potere assoluto su vita e morte, ma anche la brama di ricchezza e di conquista. Allora come oggi la pace viene minacciata da massicci deficit di giustizia e violazioni dei diritti umani. Particolarmente pericolose sono anche la glorificazione e la giustificazione della violenza: un chiaro e forte no deve attraversare tutta la nostra società, quando gruppi di persone sono sospettati in modo generico o quando si invita a ripulire la nostra terra da determinate categorie di persone.

In questi giorni in cui si ricorda, si riflette e si commemora, nessuno dovrebbe parlare di vittoria. I monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte. Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, al la comprensione, alla volontà di convivenza! Non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti!

Dalla lettera pastorale del vescovo Ivo Muser, pubblicata in occasione di Ognissanti e dedicata al centenario della fine della prima guerra mondiale.

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6]

Conferenza: ‘I Tatari di Crimea’.
Un popolo perseguitato - Ieri, oggi e domani

In occasione della visita ufficiale di una delegazione di Tatari di Crimea a Bolzano, l’Associazione per i popoli minacciati (GfbV) in collaborazione con l’associazione degli Ucraini in Sudtirolo Soniashnyck, invita ad una serata di incontro con due membri della delegazione, Suleiman Mamutov e Serdar Seitaptiev.

Venerdì, 26 ottobre 2018, ore 20.00
Biblioteca Culture del Mondo, via Macello 50, Bolzano – Ingresso libero

Saluti: Thomas Benedikter (GfbV), Luba Starovska (Presidente di Soniashnyck)

Introduzione: Mauro di Vieste (GfbV), Cenni sulla storia dei Tatari di Crimea

Documentario “Crimea Unveiled” di Olga Morkova (originale ucraino con sottotitoli inglesi), 20’. Il film racconta la storia dell’artista tataro Rustem Skibin, rifugiato a Kiew dopo l’invasione russa in Ucraina.

Interventi: Suleiman Mamutov, presidente della società per il diritto internazionale di Crimea, e Serdar Seitaptiev, direttore della ONG tatara DEVAM.

Interventi in inglese con traduzione in italiano. Dialogo con gli ospiti di Crimea e dell’Ucraina

Piccolo rinfresco con specialità ucraine

Il popolo dei Tatari di Crimea conta circa mezzo milione di persone di cui 260.000 ancora residenti in Crimea. La tragedia dei Tatari è iniziata già nel 1783 con la prima annessione della penisola alla Russia ed è culminata nella deportazione collettiva dei Tatari nel 1944/45 ad opera del regime di Stalin. A differenza di altri popoli deportati i Tatari non potevano tornare in patria prima del 1989. La situazione dei Tatari è migliorata dopo l’inserimento della Crimea nella repubblica ucraina. I Tatari fino al 2014 erano uno dei tre gruppi etnici principali della Regione autonoma di Crimea (Ucraina). Sin dall’annessione della Crimea alla Russia nel marzo 2014 i Tatari di Crimea sono tornati ad essere vittima di persecuzioni e discriminazioni sistematica. 30.000 si sono rifugiati in Ucraina. Si registrano continui arresti, perquisizioni domiciliari, sequestri di persona, processi penali per motivi politici. I rappresentanti politici tatari esiliati non possono tornare in patria, giornalisti e avvocati non hanno accesso alla penisola e i media tatari si trovano sotto stretto controllo se non addirittura vietati. Qual’è la situazione attuale di questa minoranza perseguitata, quali sono le prospettive di protezione e di ricostituzione dell’autogoverno dei Tatari di Crimea? Nel corso della serata si parlerà anche della sorte della minoranza degli italiani di Crimea.

(Thomas Benedikter / GfbV)

Contributori netti per oltre un miliardo.

Il Sudtirolo è il quarto contributore netto dello stato italiano, con € 2.117,- pro capite che si incamminano verso Roma e non tornano più sul territorio. Questo è il dato che emerge da uno studio di Eupolis* riferito all’anno 2016, e che vede ai primi tre posti la Lombardia, l’Emilia Romagna e il Veneto.

Mentre il Sudtirolo — sempre nell’anno di riferimento — lasciava allo stato centrale un importo totale di 1.100 milioni, il vicino Trentino otteneva 249 milioni netti, equivalenti a € 464,- pro capite.

È del 2014 l’accordo fiscale che (oltre a regalare vari miliardi allo stato) limitava a circa 480 milioni annui (dal 2015 al 2017) il contributo diretto del Sudtirolo alle casse centrali. Tuttavia, evidentemente, ulteriori fattori come le minori spese dello stato sul nostro territorio o i numeri della previdenza sociale fanno sì che l’importo complessivo risulti più che raddoppiato.

Tutto questo mentre, come si diceva, il vicino Trentino — firmatario dello stesso accordo fiscale — risulta ricevere più di quel che versa.

Vedi anche: [1] [2] [3]

*) confluito in ‘PoliS – Istituto regionale per il supporto alle politiche della Lombardia’

‘Wahllokal’: Limitare il turismo?

Secondo una statistica pubblicata recentemente da Südtiroler Wirtschaftszeitung, il Sudtirolo sarebbe la quarta regione dell’Unione Europea per pernottamenti turistici, dopo l’Egeo Meridionale, le Isole Ionie e le Baleari*.  Siamo dunque in testa alla classifica di tutte le zone non marittime.

Le voci che chiedono una limitazione del turismo per limitare l’antropizzazione del territorio e proteggere l’ambiente si fanno sempre più insistenti. E anche Wahllokal, iniziativa di Südtiroler Jugendring per aiutare i giovani a orientarsi in vista delle elezioni sudtirolesi del 21 ottobre, ha chiesto alle singole liste che cosa pensano di un’eventuale giro di vite.

Solo quattro di loro — Team Köllensperger (TK), Noi A. A. Südtirol, Verdi e Lega Nord — si dicono favorevoli alle limitazioni. TK, che ritiene «importante» la questione, si dice favorevole allo sviluppo qualitativo e contrario a quello quantitativo, «la tutela del paesaggio e il controllo del traffico hanno la priorità». Anche Noi specifica «più qualità meno quantità», mentre Verdi e Lega Nord (entrambi ritengono la questione «molto importante») non danno ulteriori spiegazioni.

Contrari a «limitare lo sviluppo dell’industria turistica» si dicono invece tutti gli altri: da Süd-Tiroler Freiheit (STF) alla Sinistra Unita passando per AAnC/FdI («molto importante»); BürgerUnion, Forza Italia e M5S («importante»); Freiheitliche, SVP** e PD («meno importante»).

Mentre STF si dice favorevole a trovare un giusto equilibrio (senza spiegare come, visto che ci si dice contrari a qualsiasi limitazione), i Freiheitlichen in perfetto stile neoliberale si dichiarano del tutto contrari a interventi di questo tipo nella libera economia, con BürgerUnion che invece chiede meno letti e maggiore qualità.

La Sinistra Unita punta su «sostenibilità e regionalità» mentre i Cinque Stelle propongono una riconversione dell’industria turistica «secondo modelli ecosostenibili» con «sostegno all’agroturismo e all’eco bio turismo con mobilità dolce».

Vedi anche: [1] [2] [3] [4] [5] [6] | [7] [8] [9] [10] [11]

*) pernottamenti rapportati al numero di abitanti, dati 2016 relativi alle regioni NUTS-2
**) risposta elaborata dal comitato scientifico di ‘Wahllokal’ sulla base del programma SVP

Catalogna: condanna a Felipe VI.
Su iniziativa di ‘CatComú Podem’ – dura reazione di Madrid

Il parlamento della Catalogna ieri ha approvato una risoluzione di condanna al discorso del Re del 3 ottobre scorso, fatto in reazione al referendum di autodeterminazione organizzato dalla Generalitat due giorni prima. Lo stesso documento ratificato (con 69 a 57 voti, 4 astensioni) si esprime anche a favore dell’abolizione della monarchia, definita «caduca e antidemocratica».

Iniziativa dei partiti secessionisti? No, la risoluzione era stata presentata da Catalunya en Comú – Podem, coalizione favorevole al diritto di autodeterminazione ma allo stesso tempo contraria alla separazione della Catalogna dalla Spagna. Tuttavia, chiaramente, i voti di Junts per Catalunya (JxC) ed Esquerra Repúblicana (ERC) sono stati decisivi per l’approvazione del documento, a fronte del voto contrario di Partido Popular (PP), Ciutadans (Cs) e Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC). Astensione dell’anticapitalista e secessionista CUP che ritiene la risoluzione troppo «blanda».

La reazione del governo centrale del PSOE non si è fatta attendere e ricorda i metodi di Mariano Rajoy (PP). Ecco il tweet minaccioso del presidente Pedro Sánchez:

È inammissibile la risoluzione votata questo pomeriggio nel Parlamento di Catalogna di rifiuto e condanna del capo dello Stato. Questo #Governo adotterà le misure legali a sua disposizione in difesa della legalità, la Costituzione e le istituzioni dello Stato.

Traduzione:

Vedi anche: [1] [2]