Il gioco del quindici

In un suo intervento precedente, dedicato al “decimo carattere” (Rispondendo a Musil come se fosse un nick), Loiny ci ha introdotto in un ambito teoretico che è di straordinaria importanza strategica per il lavoro della nostra piattaforma. Il seguente contributo prosegue quanto iniziato e ne specifica ulteriormente il significato (n.d.r.).

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In un post di qualche giorno fa, cercando di attenermi il più possibile al testo di Musil, ho scritto che ”il decimo carattere, anziché funzionare fluidamente a modo di salutare ”caratteriologia dei caratteri” (Bovo), invade gli altri nove (nove tasselli che compongono il nostro mosaico identitario) riempendoli della propria assenza e dunque prosciugandone il senso”. In quel contesto, il mio proposito non era tanto quello di descrivere il ”decimo carattere” in qualità  di concetto astratto – astrattamente slegato, cioè, da una qualche pratica storica – ma di mettere in risalto lo sviluppo ipertrofico che esso ebbe in Cacania. Oggi, muovendomi nella direzione opposta, cercherò invece di isolare la nozione di ”caratteriologia dei caratteri” dalle atmosfere absburgiche dell’Uomo senza qualità , per considerarla nei suoi aspetti eminentemente formali. Molto semplicemente, mi limiterò a sottoporre alla vostra attenzione un oggetto che ognuno di noi, quand’era bambino, ha tenuto almeno una volta tra le mani: il gioco del quindici. Per farvi capire di cosa si tratta, cito liberamente da Wikipedia:

”Il gioco del quindici è un rompicapo classico inventato da Samuel Loyd nel 1878. Esso consiste di una tabellina di forma quadrata, solitamente di plastica, divisa in quattro righe e quattro colonne (quindi 16 posizioni), su cui sono collocate 15 tessere quadrate, numerate progressivamente a partire da 1. Le tessere possono scorrere in orizzontale o in verticale, ma il loro spostamento è ovviamente limitato dall’esistenza di un singolo spazio vuoto. Lo scopo del gioco è riordinare le tessere dopo averle “mescolate” in modo casuale. La posizione da raggiungere è quella con il numero 1 in alto a sinistra e gli altri a seguire da sinistra a destra e dall’alto in basso, fino al 15 seguito dalla casella vuota”.

Bene. In questa descrizione del gioco del quindici c’è tutto quel che ci serve per capire che cosa sia una ”caratterologia dei caratteri” nella sua accezione neutra. Con un’avvertenza: l’estensore della voce di Wikipedia ha senz’altro ragione quando scrive che ”le tessere possono scorrere in orizzontale e in verticale, ma il loro spostamento è limitato da un singolo spazio vuoto”. Per noi, però, è importante rilevare qualcosa di diverso: i movimenti delle tessere, oltre ad esserne limitati, sono resi possibili PROPRIO dall’esistenza di uno spazio vuoto. Niente di strano: come ebbe a scrivere Gilles Deleuze in un saggio straordinario che vi esorto a leggere (Da che cosa si riconosce lo strutturalismo?) ”i giochi hanno bisogno della casella vuota, senza di che il meccanismo non potrebbe procedere né funzionare”. Luogo delle possibilità  creative per eccellenza, la casella vuota è allora ”quel valore simbolico zero circolante nella struttura” che consente alle caselle numerate di muoversi e spostarsi, permettendo loro di approdare all’ordine agognato o ritornare al disordine. In virtù della sua assenza sostanziale, la casella vuota decide di volta in volta della posizione di ogni singola casella numerata e della configurazione dell’intero. Il nostro oggetto = x, però, stando a quel che scrive Gilles Deleuze nel testo citato, ”non è un inconoscibile, un puro indeterminato”. Al contrario, ”esso è perfettamente determinabile, compresi i suoi spostamenti e quindi anche il modo di spostamento che lo caratterizza. Semplicemente, esso non è assegnabile: ossia non è associabile a un posto, non è identificabile con un genere o con una specie. Il fatto è che esso stesso costituisce il genere ultimo della struttura o il suo posto totale: esso non ha dunque un’identità  se non per mancare da questa identità , e non ha un posto se non per spostarsi relativamente a ogni posto”.

Ecco. Il gioco del quindici (e il ruolo svolto in esso dalla casella vuota) non può che ricondurci a Musil e all’Uomo senza qualità : il decimo carattere, nella sua accezione neutra, fa sì che gli altri nove caratteri che compongono il nostro assetto identitario si rimescolino di continuo, impedendo loro di calcificarsi o di bloccarsi. Il carattere professionale, il carattere nazionale, il carattere di classe, il carattere sessuale, ecc…, intrattengono tra loro un rapporto di predominio-gerarchizzazione, che soltanto la presenza del decimo carattere è in grado di rimettere costantemente in gioco.

Il nostro oggetto = x, allora, non è ”l’essere del negativo, ma l’essere positivo del problematico”. Ovvero, almeno mi pare, qualcosa di non molto diverso dal vuoto di cui scrive Foucault in uno dei passaggi più vertiginosi di Le parole e le cose: ”Questo vuoto non scava una mancanza, non assegna una lacuna da colmare. Esso non è nulla di più e nulla di meno del dispiegarsi di uno spazio in cui è infine di nuovo possibile pensare”.

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23 replies on “Il gioco del quindici”

@ Loiny

Mm…Credo di aver capito. Ma che relazione ci sarebbe tra le pappolate che vai scrivendo e l’Alto Adige/Südtirol?

(…) la différence est précisément le mouvement “producteur” de ces différences : elle est le “processus” par lequel diffèrent les concepts. Contemporain du structuralisme, Derrida élabore une différance proche de celle qui, chez Ferdinand de Saussure, donne sens aux éléments signifiants, sous forme de trace. La “trace”, cependant, ne permet pas de remonter à  une quelconque origine : les concepts diffèrent, ne sont jamais pleinement en eux-màªmes et sont intriqués malgré leur apparente opposition, mais il n’y a aucune vérité première, aucune différence transcendentale à  poursuivre (…)

Trovo che il testo di Musil sia qualcosa di straordinario e affascinante, anche se i contenuti sono tutt’altro che allegri. Pensando al gioco del 15, che ricordo di aver fatto centinaia di volte fino a età  non proprio adolescenziale, quello spazio vuoto è indispensabile affinché gli altri possano trovare una loro collocazione in un disegno che li prevede in successione. Nel gioco, ogni elemento sembra avere propri confini e vivere di vita propria, in realtà  è sempre comunicante con almeno due degli altri 14 e ne dipende. Lo spazio vuoto, infatti, si rigenera sfruttando la perdita di legame fra i vari componenti, approfitta della loro separazione per prendere il sopravvento.

@ Hoiny

Ti risponderò in modo secco: quel che ci manca, in Sudtirolo, è precisamente l’esercizio del decimo carattere nella sua accezione neutra, ovvero ”la fantasia degli spazi non riempiti”.

(È possibile che quel che ci manca sia sempre una mancanza?)

@ Loiny

Senti Loiny: per una volta potresti smetterla di giocare a fare il francesino e rispondermi con parole tue?

@ Hoiny

Va bene. Proverò a spiegarmi con un vecchio aforisma che rischia di diventare eterno:

”Se il centro dell’Impero absburgico era per Broch il palco del sovrano, lasciato vuoto in tutti i teatri del regno in vista di un possibile arrivo dell’Imperatore, il centro del Sudtirolo è invece la seggiola accanto al bancone, che in ogni taverna della provincia è permanentemente occupata dal Landeshauptmann.
La prima immagine rinvia all’ubiquità  di un’assenza, la seconda a una presenza ubiqua: è forse questo l’unico rimarchevole scarto tra la Cacania di Musil e il nostro Sudtirolo?”

Una curiosità : non è che per caso sei Renata Ranetta?

@ Loiny

L’aforisma non mi ha convinto. Riprovaci con una fiaba, visto che alle elementari riuscivi abbastanza bene in italiano…

Ma porcazza miseriazza, è mai possibile che ogni commento scritto in un certo stile (non proprio sublime, ecco) debba essermi attribuito? Loiny carissimo, tu quoque…

@ Renata Ranetta

Non te la prendere cara… In fondo, se non ti chiami Renata Angelicata un motivo ci sarà .

@ Hoiny

E vada per la fiaba. Ti ricordi i ruscelletti di Musil? I caratteri? La conca dilavata e tutto il resto? Bene. Qui da noi, il ruscelletto etnico e quello economico han preso accordi tra di loro, sono confluiti l’uno nell’altro diventando un unico torrente. Questo torrente, a un certo punto, è precipitato in una fossa e vi ha formato un laghetto sotterraneo che adesso è una palude. Degli altri ruscelletti non si sa niente. Forse sono secchi o scorrono altrove. Capito adesso?

@ Hoiny

Anche a me. Forse perché il nostro, più che a un dialogo, somiglia molto a un monologo a due voci.

Pongo qui una domanda matrjoÅ¡ka che non ha ancora trovato cio’ che cerca. Ma capire “Il gioco del 15” serve a capire “Il decimo carattere”? E capire “Il decimo carattere” serve a capire Musil? E capire Musil, serve a capire la realta’ o solo Musil?
PS
Quale dei due – Hoiny e Loiny – e’ l’immagine nello specchio?

“Un nome pronunciato davanti a noi ci fa pensare alla galleria di Dresda… Giriamo per le sale… Un quadro di Téniers… rappresenta una galleria di quadri… I quadri di questa galleria, a loro volta, rappresentano dei quadri, che a loro volta rappresentano delle descrizioni decifrabili, ecc…” (E. Husserl, citato da Derrida all’inizio della “Voce e il fenomeno”)

@ hoiny e medico di campagna: complimenti, siete molto più acuti dell’onnisciente! secondo me manco s’era accorto del nome di hoiny!

@ Colendissimo medico di campagna

”Pongo qui una domanda matrjoÅ¡ka che non ha ancora trovato ciò che cerca”.

Ti risponderò aprendo una bambolina per volta:

”Ma capire ”Il gioco del 15″ serve a capire ”Il decimo carattere”?”

In parte sì. Nel senso che il ruolo svolto dalla casella vuota nel gioco del quindici ci aiuta a capire la funzione del decimo carattere nella sua accezione neutra. Le due immagini, però, pur coincidendo per larghi tratti, non sono sovrapponibili. Il gioco del quindici ci fornisce soltanto informazioni di tipo spaziale (o topologico), mentre l’immagine di Musil, molto più ricca ma meno precisa, ha il merito di scavare in profondità , portando la struttura a cimento con la storia.

”E capire ”Il decimo carattere” serve a capire Musil?”

Non tutto Musil, ma uno degli aspetti cardinali del suo romanzo maggiore: la grammatica profonda della cosiddetta ”dispersione contemporanea”.

”E capire Musil, serve a capire la realta’ o solo Musil?”

Capire Musil serve a capire quel che la realtà  austroungarica è diventata nel grande racconto della sua rovina (un racconto così grande, in effetti, da contenere non soltanto le macerie dell’impero, ma anche tutte le macerie successive e pure le nostre).
La realtà  di cui parli è forse il vuoto cui andiamo incontro aprendo l’ultima bambolina.

”Quale dei due – Hoiny e Loiny – è l’immagine nello specchio?”

In questo caso, l’immagine dello specchio cade in terra e si frantuma in mille pezzi. Loiny e Hoiny sono semplicemente due caratteri della stessa personalità .

@ à‰tranger & Pérvasion

Vi invio tre brani tratti dal saggio di Deleuze citato nel testo d’apertura di questo thread. Quello che volevo segnalarvi è il terzo, i primi due servono a contestualizzarlo. Ho l’impressione che la nozione di ”soggetto nomade che accompagna gli spostamenti della casella vuota senza mai riempirla” sia consustanziale al vostro progetto.

1. ”In un certo senso, i posti non sono riempiti o occupati da esseri reali se non nella misura in cui la struttura è ”attualizzata”. Ma, in un altro senso, possiamo dire che i posti sono già  riempiti o occupati dagli elementi simbolici, al livello della struttura stessa; e sono i rapporti differenziali di questi elementi a determinare l’ordine dei posti in generale. C’è dunque un’occupazione simbolica primaria, anteriore a ogni occupazione o a ogni riempimento secondari da parte di esseri reali. Solo, ritroviamo il paradosso della casella vuota, poiché questa è il solo posto che non possa e non debba essere riempito, neppure da un elemento simbolico. Essa deve conservare la perfezione del suo vuoto per spostarsi rispetto a se stessa e per circolare attraverso gli elementi e le varietà  dei rapporti. Simbolica, essa dev’essere a se stessa il proprio simbolo e mancare eternamente dalla propria metà  suscettibile di venire a occuparla”.

2. ”Ora, se il posto vuoto non è riempito da un termine, è nondimeno accompagnato da un’istanza eminentemente simbolica che ne segue tutti gli spostamenti: accompagnata senza essere occupata né riempita. E i due, l’istanza e il posto, non cessano di mancare l’uno dall’altra e di accompagnarsi in quel modo. Il soggetto è precisamente l’istanza che segue il posto vuoto”.

3. ”Si possono definire due grandi accidenti della struttura. O la casella vuota e mobile non è più accompagnata da un soggetto nomade che ne sottolinea il percorso e il suo vuoto diventa una vera mancanza, una lacuna; oppure essa è al contrario riempita, occupata da ciò che l’accompagna, e la sua mobilità  si perde nell’effetto di una pienezza sedentaria e irrigidita”.

Non so voi: io sto sbavando sulla tastiera…

@Loiny
Sì: aprendo l’ultima matrjoÅ¡ka, si scopre che all’interno non v’è la bambolina di legno pieno ma il semplice vuoto. Ovvero la realtà  non è conoscibile. Sono invece noti gli involucri della realtà  (i gusci che compongono la matrjoÅ¡ka): infatti sono le sovrastrutture cognitive con le quali rivestiamo – pena l’horror vacui – l’inconoscibilità  della realtà .

Ancora sul gioco del quindici: una digressione

La Cacania…il Sudtirolo: lì un centro vuoto, in virtù del quale era possibile organizzare la molteplicità  dell’esistente; qui un centro sfarzoso e troppo pieno, da cui germogliano, anacronistiche o ultramoderne, le turgide figurazioni del neovuoto.

Caro Loiny, tu sai che la tua particolare attitudine a “ruminare” Musil, anzi, alcune pagine del suo capolavoro, è particolarmente importante per tutti noi. A questo proposito direi che non possiamo più nemmeno parlare di “ruminazione” (termine che rimanda ad un’attività  solipsistica e alla fine inconcludente), bensì di un autentico “mantra”.

[da Wikipedia: La parola mantra deriva dalla combinazione delle due parole sanscrite manas (mente) e trayati (liberare). Il mantra si può quindi considerare come un suono in grado di liberare la mente dai pensieri. Sostanzialmente consiste in una formula (una o più sillabe, o lettere o frasi), generalmente in Sanscrito, che vengono ripetute per un certo numero di volte al fine di ottenere un determinato effetto, principalmente a livello mentale, ma anche, seppur in maniera ridotta, a livello fisico ed energetico]

Ma anche questo, forse, è solo una approssimazione. Tu infatti non ci “liberi” dai pensieri, piuttosto riesci ad arricchirci, obbligandoci a pensarne di nuovi.

@ à‰tranger

Tu mi ricopri di complimenti, il Muro di Radio Tandem di sterco. Sarà  forse per questo che ho una personalità  equilibrata?

Va bene. Siccome non è affatto mia intenzione ucciderti (o strangolarti) “per entusiasmo”, passo a considerazioni più costruttive.

Dall’analisi che fai del “decimo carattere” si evince, riassuntivamente, quanto segue. La “caratteriologia” tratteggiata da Musil può essere compresa come un meccanismo di pensiero che, facendo leva sulla tessera vuota del “decimo carattere”, dissolve la rigidità  degli altri nove caratteri mostrandone una possibile genealogia. In altre parole: i nove caratteri – per affermarsi, per essere propriamente avvistati – hanno bisogno di stagliarsi in uno spazio concettuale che è segretamente alimentato da una “spaziatura” originaria, indefinitamente riempibile e per questo mai completamente riempibile.

L’analisi equivale ad un avvertimento. Guai se si dimentica che la fissità  di quei caratteri (tra i quali, per quel che ci interessa, spicca quello dell’identità  nazionale) “poggia”, per così dire, su una mobilità  che li precede e che li fa apparire alla fine soltanto come tessere puntuali di un gioco in costante evoluzione (e qui mi torna in mente il titolo dello splendido scritto di Enrico Filippini dedicato a Musil: “sotto di voi la terra trema”: “trema la terra dei fondamenti della fisica e della matematica, il campo stesso della verificabilità . E a maggior ragione la terra trema nel campo delle leggi morali, dell’emotivo e dell’estetico…”).

La scrittura di Musil a questo punto si pone in essere come un laborioso presidio di una duplice impossibilità : impossibilità  di pervenire ad una “caratteristica” definitiva del proprio tempo (al limite: il dato oggettivo e senza scarti o la mappa completa dei “caratteri” descritti) e impossibilità  di schizzare con dei tratti sufficientemente “marcati” e “stabili” quell’ambito per definizione “sfumato” ed “instabile” che in realtà  si sottrae e sfugge proprio per consentire a ciò che è caratteristico di affiorare.

A questo punto, caro Loiny, siamo davvero nel cuore di quella letteratura absburgica che a noi piace più di ogni altra. Siamo cioè sull’orlo di un mito che, corrispondentemente, prende a disfarsi nel momento stesso in cui fa la sua tremula apparizione.

Termino queste mie considerazioni citandoti allora alcune parole di Claus Gatterer, poste a sigillo di uno straordinario saggio dedicato indirettamente a questi temi (Abschied der Italiener vom Reichsrat, in Aufsätze-Reden, Raetia, pp. 57-74), che, sono convinto, ti faranno correre qualche brivido lungo la schiena:

Die Überwundene Erbfeindschaft: dies ist der allen hier gebotenen Zitaten gemeinsame Nenner. Viele Namen, die hinter ihnen stehen, sollten uns indes auch in anderer Hinsicht interessieren. Sie sind in einem gewissen Sinne österreichische Literatur, die sich – für eine nicht klar abgrenzbare und möglicherweise noch gar nicht abgeschlossene Zeitspanne – als ein Baum mit vielen nationalen Ästen präsentiert. Der gemeinsame historische Humus, die Gemeinsamkeit oder Parallelität des Schicksals, das gemeinsame Esperanto der deutschen Sprache verbindet sie alle, ob sie Kafka oder Svevo, Stuparich oder Krleza heißen, deutsch, italienisch oder slawisch schreiben. Doch trägt jeder von ihnen zum gemeinsamen Reichtum den unverwechselbaren Klang der eigenen nationalen Seele bei. Es ist nicht einerlei, ob man gemeinsam (miteinander und gegeneinander) erlebt und das Erleben zur Dichtung sublimiert oder ob man das von den anderen Erlebte sich erliest und derart intellektuell aneignet. Gerade der Glanz der Triester Literatur zeigt, um wieviel reicher das Geistesleben an nationalen Nahtstellen sein kann, wenn es nicht aus irregeleitetem Nationspatriotismus unter Käsegklocke des Provinzialismus erstickt wird. Nationale Abkapselung bedeutet nationale Verarmung. Das Leben in der Vielfalt aber ist stete Herasusforderung.

Caro Loiny, rischio ancora di ucciderti “per entusiasmo” se adesso, come a me sembra, dico che quello che scrivi e che vai scrivendo è “durch und durch” intonato a quel “Klang” ed immerso in quel “Glanz” proprio della migliore letteratura austriaca concepita tra gli spazi di giuntura nazionali (Nahtstellen) che continuano ancora incessantemente a distruggere e ricostruire il profilo di quel famoso mito?

@ à‰tranger

Grazie. Anche in questo caso sei riuscito a trasformare un tentativo dilettantesco (il mio post d’apertura) in un’analisi convincente (la tua).

”Caro Loiny, rischio ancora di ucciderti per entusiasmo…?”

No, non mi uccidi per entusiasmo. Fai qualcosa di peggio: una piccola mosca entra nel tuo campo visivo e tu erigi un monumento equestre che dovrebbe raffigurarla. Poi, com’è giusto, passano i piccioni del Muro e imbrattano la statua con le loro cacchine. (Del resto a cosa servirebbe un monumento se non ci fossero i piccioni?) Alla mosca, per non spiaccicarsi contro la statua che le erigi o per non essere seppellita dalle cacchine che piovono dal cielo, resta solo una cosa da fare: distogliere lo sguardo e volare altrove.

Loiny carissimo, mi pare che la tua immagine del monumento, dei piccioni e delle cacchine debba essere leggermente corretta. Qui, infatti, ci troviamo nella strana situazione di piccioni che coincidono, senza scarti appartenti, con i loro escrementi. Non piccioni e cacchine, dunque, bensì direttamente piccioni-cacchine (o cacchine-piccioni). L’evoluzione della specie.

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