Kommt die Landespolizei?

Heli mossos d'esquadra.Wenn es nach den Wünschen der SVP geht, soll das Land jetzt doch eine eigene Polizei erhalten. Die entsprechende Forderung wurde von Parteiobmann Richard Theiner offiziell gegenüber Rom erhoben. Bald vier Jahre sind vergangen, seit sich unsere Plattform erstmals für eine Landespolizei ausgesprochen hat, was damals noch herätisch klang — obwohl schon zahlreiche Autonomien in Europa (Wales, Katalonien, Baskenland…) über diese Zuständigkeit verfügten.

Der Grund für dieses Umdenken ist angeblich, dass zwei Dienstjahre beim Berufsheer zur Voraussetzung erklärt wurden, um in den Polizeidienst aufgenommen zu werden. Durch diese Hürde gibt es bei der Staatspolizei immer weniger Südtirolerinnen, was der Zweisprachigkeit des Dienstes deutlich schadet. Von den Folgen für unser Land einmal abgesehen, ist es eine merkwürdige, eines Polizeistaates würdige Voraussetzung für den zivilen Polizeidienst, zuerst beim Militär gedient zu haben.

Ob es sich bei Theiners jetziger Forderung nur um ein billiges Druckmittel handelt, eigene Stellenausschreibungen für Südtirolerinnen bei der Staatspolizei zu erwirken, oder ob es sich um die ernstgemeinte politische Absicht handelt, diese Schlüsselkompetenz für das Land gewinnen, wird sich erst noch zeigen.

Im Bild: Hubschrauber der katalanischen Landespolizei mossos d’esquadra.

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Zuwanderung — eine Ressource.

Die Süd-Tiroler Freiheit hat am Samstag ihre dritte ordentliche Vollversammlung ausgetragen, zu der neben anderen Gästen auch Johanna Plasinger-Scartezzini vom Landesamt für Statistik (Astat) eingeladen war. Sie hat für die Teilnehmerinnen ein Referat zum Thema Demografie gehalten, aus dem hervorgeht, dass die ausländische Bevölkerung in Südtirol bis 2020 auf rund 14% steigen wird. Für die Landeshauptstadt bedeutet dies, dass sie zu jenem Zeitpunkt mehr ausländische als deutschsprachige Einwohnerinnen zählen könnte.

Diese Prognose veranlasste Sven Knoll zur Aussage, dass die Ausländerinnen die Rolle der Italienerinnen übernehmen könnten, woraus er schließt, dass für die Selbstbestimmung nur noch 10-15 Jahre bleiben [weil wir dann nicht mehr die Mehrheit im eigenen Land wären].

Die statistische Vorhersage kann man jedoch nur dann negativ beurteilen, wenn man davon ausgeht, dass wir mit der Integration der Zuwandernden dieselben Fehler begehen, wie dazumal mit den Italienerinnen — obwohl uns heute völlig andere Mittel und Zuständigkeiten zur Verfügung stehen, dies zu verhindern. Es zeugt von Pessimismus und Desinteresse gegenüber den »neuen Südtirolerinnen«, wenn man glaubt, diese als Hindernis, und nicht als Chance und Ressource für ein unabhängiges Südtirol betrachten zu müssen.

Es wäre sinnvoller, wenn die Süd-Tiroler Freiheit ein Konzept entwickelte, wie man die Zuwandererinnen durch eine offene Aufnahme- und Integrationspolitik zu mehrsprachigen Südtirolerinnen macht, die den gesellschaftlichen Zusammenhalt zwischen den Sprachgruppen stärken — anstatt Ängste zu schüren, indem man sie a priori zu Feinden unserer künftigen freien Entwicklung stempelt.

Die heutige, nicht existente Integrationspolitik der SVP, welche Ausländerkinder höchstens noch in italienische Schulen abschiebt, ist dagegen wirklich eine tickende Zeitbombe — weil sie Parallelgesellschaften und gesellschaftliche Marginalisierung erzeugt, und dem Zuwandererinnen nicht das Bewusstsein vermittelt, sich in einem besonderen (weil mehrsprachigen und autonomen) Land zu befinden, in dem sie als Mensch willkommen sind.

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La democrazia diretta nel dilemma etnico.

Thomas Benedikter per Brennerbasisdemokratie

Il sistema di democrazia diretta, come progettato nella “legge migliore” dell’Iniziativa per più democrazia, per un soffio non approvato nel referendum provinciale del 25 ottobre scorso, è teso a dare più voce e potere ai cittadini in quanto tali e nel loro insieme rispetto le competenze politiche provinciali, né di più né di meno. I cittadini avrebbero potuto votare su quasi ogni materia di cui discutono i nostri rappresentanti nel Consiglio ed anche sui megaprogetti decisi dalla Giunta provinciale, non invece sulla modifica dello statuto di autonomia. Un tale sistema può funzionare in una società plurietnica, in cui i gruppi non solo sono diversi per lingua, ma presentano anche caratteristiche sociali ed interessi politici divergenti, sono due mondi intersecanti, ma paralleli? Tali strumenti possono funzionare in una provincia che risente ancora di tensioni etniche? In cui si minaccia ancora “Oggi referendum, domani autodeterminazione?” Si può propagare un’idea liberatrice quale la democrazia diretta, che rafforza i cittadini in quanto tali nei confronti del sistema partitico, se non regna un’atmosfera di fiducia reciproca fra i gruppi che permette di articolare gli interessi politici in forma trasversale?

Naturalmente no, risponderebbe quel giornalista dell’Alto Adige che all’indomani del referendum in un commento allucinante ha spazzato via le proposte dei cittadini come “5 quesiti che puzzano”. “Gli italiani, soprattutto gli italiani”, scrisse Campostrini, “non c’entrano nulla con questi due quesiti sulla democrazia diretta dell’Union für Südtirol: questi quesiti provengono da un mondo culturale pre-urbano, rurale e valligiano. È la piazza dei borghi elvetici che decide sì­ o no per alzata di mano, senza andare troppo per il sottile. Rappresentano un mondo cantonale, dove decidono le famiglie che vivono in valle da venti generazioni, come in Svizzera o come in certe contee della provincia americana profonda, dove lo sceriffo guarda con sospetto non solo lo ‘straniero’, ma anche gli agenti federali arrivati da Washington.” Senza dilungarmi nella delirante idea che si è fatto questo ‘giornalista’, che non solo con incredibile accuratezza attribuisce entrambe le proposte di riforma delle regole referendarie all’Union, ma offende un’avanzata cultura politica quale quella svizzera ed ignora che la democrazia diretta moderna è proprio nata nelle grandi città svizzere e californiane e funziona benissimo in realtà sociali più complesse, si potrebbe dire: se fosse questo l’atteggiamento prevalente nel gruppo italiano della nostra provincia nei confronti di una politica più partecipata, buona notte democrazia diretta.

Effettivamente nell’elettorato di lingua italiana ha dilagato l’astensione. Mentre in 89 su 116 comuni della nostra provincia il quorum è stato raggiunto, in alcuni quartieri di Bolzano si sono recati alle urne neanche il 10% degli aventi diritto. I 6.000 voti mancanti a livello provinciale per raggiungere il quorum sono in primo luogo mancati nelle città, cioè a Bolzano (25% di partecipazione), Merano (28%) e Laives, ma non a causa di un presunto dualismo fra città e valli, ma senza dubbi a causa dell’astensione italiana. Un astensionismo non solo dovuto ai preconcetti ottusi di certi giornalisti e all’ostilità di certi giornali nei confronti della democrazia diretta. Ci sono altri tre fattori essenziali: la carenza di informazione, il ruolo dei partiti italiani e della destra tedesca, la strumentalizzazione delle paure italiane da parte dell’SVP. Buona parte del gruppo italiano inclusi tanti politici sembra essere stato effettivamente informato male. La responsabilità ricade sia sulla Provincia autonoma, che non ha assolto ai suoi doveri previsti dalla legge, sia sui partiti che non hanno seriamente affrontato né l’esigenza né la natura del progetto di riforma, un po’ anche sui promotori dei quesiti stessi che hanno incontrato limiti nella comunicazione interetnica.

Poi, i partiti. La destra italiana ha respinto le proposte sulla Democrazia diretta, mentre i partiti della sinistra (PD, Rifondazione e Italia dei Valori) si sono espressi a favore della proposta dell’Iniziativa senza però minimamente impegnarsi per mobilitare i loro elettori. Anzi, il PD ha abusato dei pannelli ufficiali per pubblicizzare le sue primarie, ed i suoi assessori non hanno levato neanche una timida parola di dissenso quando la Giunta provinciale il 22 ottobre ha cercato di affossare tutte le proposte. L’opposizione tedesca nell’elettorato italiano nella realtà politica sudtirolese ha l’impatto di scardinare un rigetto generico. Il puro fatto che un quesito provenga da un partito come l’Union für Südtirol, discreditata nell’opinione pubblica italiana, basta per gettare il bambino con l’acqua sporca. Lo testimonia meglio di tutti l’atteggiamento di Rifondazione, che ha dedicato due righe al referendum: ha chiamato a votare SI sui quesiti dell’Iniziativa per più democrazia e del Dachverband, ma ha cestinato le tre proposte dell’UNION come razziste e anticostituzionali, travisando che la sua proposta sulla democrazia diretta era quasi identica a quella dell’Iniziativa.

Infine la SVP, che ha astutamente strumentalizzata il clima di sfiducia fra gli italiani. Durnwalder, Messner ed altri nemici dichiarati di più diritti referendari hanno soffiato nel fuoco ipotizzando che in assenza di un basso quorum di partecipazione gli italiani rischierebbero di essere messi continuamente in minoranza da parte “dei tedeschi”. Il segretario SVP Achammer è arrivato a dire a che presto il monumento degli alpini di Brunico sarebbe stato oggetto di un referendum popolare. Volutamente il vertice SVP ha taciuto il fatto che sia la legge vigente sia le proposte di legge referendarie escludono l’ammissibilità al voto di quesiti che possano violare i diritti dei gruppi linguistici, come affermato anche dallo Statuto di Autonomia. In pratica l’SVP si è alleata con la parte più nazionalista dell’elettorato italiano per difendere il suo modello di decisionismo, il suo sistema di potere. Durnwalder a votazione vinta è perfino arrivato a dire che si era riusciti ad evitare che “le valli” abbiano potuto dettare legge: l’illuminato uomo di Falzes che in tema di diritti civili difende la colta cittadinanza urbana dall’urto della plebe rurale…..

Politicamente cosa significa questo voto? Evidentemente la maggioranza dell’elettorato tedesco desidera strumenti più efficaci di partecipazione politica. Dall’altra parte la stragrande maggioranza degli elettori italiani non apprezza regole migliori di partecipazione temendo che possa essere non a vantaggio dei cittadini, ma a svantaggio degli italiani come gruppo. Perciò, il voto può essere interpretato come atto di sfiducia del gruppo italiano nell’elettorato tedesco, invece di fiducia nel vertice SVP che si presenta come forza moderata, capace di mediare gli interessi di tutti, gestendoli a livello di vertici dei partiti e associazioni di categoria.

Cosa significa tutto questo per il futuro di una democrazia diretta migliore per la nostra provincia?In presenza di un quorum del 40%, significa la possibilità di un veto permanente di questa nuova alleanza: basta che il vertice SVP, sostenuto dal giornale dominante, e la maggioranza italiana (che si richiama in primo luogo agli appelli della destra e del giornale italiano dominante) si alleano, per far fallire ogni referendum. Significa che nessun iniziativa popolare potrà passare contro questa alleanza strumentale fra italiani mal informati, disinteressati, impauriti da una parte e sistema di potere della SVP dall’altra, con le varie associazioni di categoria che difendono i loro interessi particolari. Significa che nessuna istanza referendaria di carattere sociale o ambientale, sostenuta con un’ampia raccolta di firme, non ha modo di passare perché non avvallata dalla popolazione di Bolzano-Merano-Laives. Di tal maniera politicamente si apre una nuova spaccatura etnica. La maggioranza della popolazione tedesca chiede di portare a votazione popolare quesiti urgenti che toccano tantissimi sudtirolesi. Ma è bloccata dal quorum, operato dal partito “di raccolta” in connivenza con la maggioranza del gruppo di lingua italiana: così­ si ammazza un diritto civico.

Naturalmente vanno presi sul serio le paure dei cittadini di lingua italiana, certamente va discusso più a fondo una tale riforma dei diritti referendari. La democrazia diretta in Sudtirolo non può funzionare, se non è coinvolta tutta la società; non potrebbe dispiegare i suoi effetti integranti, se il gruppo italiano non fosse coinvolto nella determinazione delle regole, e continuasse a percepire ogni referendum come minaccia, e la democrazia diretta come una “roba dei tedeschi”. Ma dall’altra parte non si può espropriare il 70% della popolazione dall’esercizio di un diritto, solo perché non interessa la maggioranza dei concittadini italiani che abitano a Bolzano-Merano-Laives o perché questa teme che il gruppo di lingua tedesca possa esprimere in forma compatta orientamenti diversi. Affermare che “gli interessi” dei tre gruppi etnici sono troppo diversi oppure che gli interessi degli abitanti delle città e delle valli divergono non è legittimo, perché la politica di interesse provinciale fatta nel Consiglio e soprattutto in Giunta provinciale è unica. È valida per tutti, viene finanziata da tutti i contribuenti, è decisa da politici eletti da cittadini di tutte le parti. Il Sudtirolo non è diviso in cantoni. Questioni attinenti aspetti che rientrano nell’autonomia culturale dei tre gruppi in termini quantitativi sono pochi; le questioni “trasversali” sono assolutamente prevalenti. Quindi a parte clausole più severe per la non-referendabilità di argomenti sensibili per i gruppi etnici, va ribadito il principio che porta a chiedere l’abolizione del quorum: chi va alle urne, deve poter decidere; chi non ci va, lascia decidere gli altri. Nel Wallis bilingue o nei Grigioni trilingui non esiste un diritto di veto di uno dei gruppi nel momento di decidere insieme sulla politica cantonale.

Che fare? La grande sfida sarà quella di coniugare bene il rafforzo dei diritti di tutti i cittadini in quanto tali e la tutela dei diritti dei tre gruppi. Una nuova proposta di legge sulla democrazia diretta può precisare ancora meglio l’esclusione delle materie che possano violare i diritti fondamentali e culturali dei gruppi linguistici. La convivenza va costruita anche dal basso: ci sono centinaia di sforzi ed iniziative del mondo associazionista locale accomunati dagli stessi problemi. Più democrazia diretta promuove l’impegno civico dei cittadini ed il senso di responsabilità fra tutti i gruppi. L’impegno per la soluzione di problemi comune richiede una collaborazione trasversale e crea legami sia fra i gruppi sia fra le persone. È questo il dilemma: lasciare la democrazia diretta cosà­ come la vuole il vertice SVP, significa di fatto bloccare la voglia di contare e l’iniziativa dei cittadini. Lasciare l’iniziativa a qualche partito della destra tedesca ci porta ad una situazione simile a quella scaturita da decenni battaglie referendarie dei Radicali: lo strumento in mano a un piccolo partito di opposizione, non ai cittadini in primo luogo. Dall’altro canto, una vera riforma della democrazia diretta non può far a meno dell’abbattimento del quorum. Possiamo avere fiducia: più partecipazione diretta alla politica provinciale fa crescere una cittadinanza più condivisa di questa terra, al di là delle differenze culturali.

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40 Jahre Paket.

2311Am morgigen 23. November jährt sich die Paketannahme durch die Landesversammlung der SVP zum 40. Mal. Es war damals eine richtige Entscheidung, und mit an Sicherheit grenzender Wahrscheinlichkeit auch die bessere. Aus diesem Grund sollte dies für alle Südtirolerinnen — auch jene, die nun an der Überwindung der Autonomie arbeiten — ein Feiertag sein.
Der Volkspartei ist zu wünschen, dass sie wieder die Interessen der Bevölkerung in den Mittelpunkt stellt und sich eine neue Vision für dieses Land zulegt. Auf Lorbeeren sollte man sich nur am Jubiläumstag ausruhen.

Geschichte Politik Termin | | | | Südtirol/o | SVP | Deutsch

Holzkopf im Schafs-Outfit.

Die Bozner Rechten wollen bei den im nächsten Jahr anstehenden Kommunalwahlen Herrn Giorgio Holzmann als Bürgermeisterkandidaten ins Rennen schicken. Allseits als gemäßigter Vertreter des PDL bekannt, sollte man sich dennoch einige Aspekte seiner politischen Gegenwart vor Augen halten.

Als er von den Potentaten seiner Partei vor wenigen Wochen als möglicher Kandidat lanciert wurde, hat er über die Medien sofort ein mehrere Punkte umfassendes Grundsatzprogramm verbreiten lassen. Neben viel Nichtssagendem schlägt Herr Holzmann darin auch die Schaffung eines neuen Denkmals für den 4. November auf den Talferwiesen vor, wo alle Sprachgruppen gemeinsam den »Feiertag« begehen sollen, an dem Italien der »vittoria« im 1. Weltkrieg gedenkt. In Bozen zusätzlich zum Siegesdenkmal ein weiteres Monument zu bauen, das dem 4. November gewidmet ist, kommt einer als Entspannungsgeste verschleierten neuerlichen Demütigung gleich. Da der 4. November kürzlich zum »Tag der Streitkräfte« erklärt wurde, steht er außerdem für Militarismus und Gewalt.

Im Jahr 2006, also bereits nach seiner angeblichen »Läuterung«, hat Holzmann zudem einen Gesetzesvorschlag ins Parlament gebracht, mit dem er das Autonomiestatut abändern wollte. Einige Punkte dieser Vorlage verraten die wahre Gesinnung des Bürgermeisterkandidaten in spe:

  • Anerkennung der Italiener als territoriale Minderheit;
  • Endgültige Bestätigung der gesamten Tolomei-Toponomastik per Autonomiestatut und Übersetzungszwang für alle neuen Ortsnamen;
  • Delegierungsverbot von Zuständigkeiten der Region an die Länder;
  • Spaltung der Landesregierung nach Sprachgruppen: die italienischen Landtagsabgeordneten wählen die italienischen Landesräte, die deutschen Landtagsabgeordneten wählen die deutschen Landesräte;
  • Proporzbindung an die Volkszählung von 1971 und damit Überbewertung der Italiener gegenüber ihrer tatsächlichen Anzahl;
  • Keine Ernennung von Verwaltungsrichtern durch den Landtag mehr;
  • Vorrang des Italienischen bei allen zweisprachigen Akten;
  • Vorrang des Italienischen in der öffentlichen Beschilderung.

Der vollständige Gesetzesvorschlag kann hier als PDF-Datei angesehen bzw. heruntergeladen werden.

Wie schon bisher ist auch bei den kommenden Gemeindewahlen zu erwarten, dass der SVP die Rolle der Königsmacherin zukommen wird. Da besonders unter den Relativisten die Versuchung groß ist, eine Koalition mit dem PDL einzugehen, wird es gut sein, Holzmann immer wieder als den Wolf im Schafspelz zu entblößen, der er tatsächlich ist. Mal von der Partei ganz abgesehen, die hinter ihm steht.

Die Volkspartei tut gut daran, eine Fortsetzung der aktuellen Konstellation ins Auge zu fassen — selbst wenn es ihr Zeitgenossen wie Guido Margheri nicht leicht machen. Der Wahlgang ist übrigens ein guter Anlass, auch in den eigenen Reihen aufzuräumen — zum Beispiel mit der Altlast Ellecosta.

Politik Zentralismus | Gemeindewahl 2010 | Giorgio Holzmann | | Südtirol/o | PDL&Co. SVP | Deutsch

Landesreferenda auf Ladinisch.

In Südtirol muss immer von neuem für Rechte gekämpft werden, die eigentlich längst selbstverständlich sein sollten — und das ist derart mühsam, dass man oft mittelfristig ganz aufgibt. Die Ermüdungstaktik steckt denn wohl desöfteren bewusst hinter den immer wieder festzustellenden Unzulänglichkeiten. Bei den kürzlich abgehaltenen Landesreferenda hat es die Ladinerinnen erwischt, die ihre Sprache auf den Stimmzetteln vergeblich gesucht haben, obwohl die Fragestellungen bei staatsweiten Befragungen meist dreisprachig abgedruckt sind.

Erst jetzt hat sich die Landesregierung auf Druck der Partei Ladins Dolomites nachträglich dafür ausgesprochen, bei kommenden Befragungen auch die kleinste Sprachgruppe zu berücksichtigen. Dies bleibt jedoch auf die ladinischen Täler beschränkt. Die SVP Ladina hatte sich bei der Verabschiedung des Landesgesetzes zur direkten Demokratie ganz offensichtlich nicht für die Berücksichtigung der ladinischen Sprache eingesetzt. Fragt sich noch, mit welcher Begründung sich die Volkspartei als Vertretung der ladinischen Minderheit definiert.

Siehe auch:

Democrazia Minderheitenschutz Mitbestimmung Plurilinguismo Politik | Landesvolksabstimmung 2009 | | | Ladinia Südtirol/o | Ladins SVP | Deutsch

Thomas Benedikter zum Landesreferendum.

Thomas Benedikter* hat uns folgenden Text zukommen lassen, den wir hiermit sehr gerne veröffentlichen.

Ein Drittel der Südtiroler stimmt — unter widrigsten Bedingungen — für eine moderne und bürgerfreundliche Regelung der direkten Demokratie. Dennoch:

Eine verpasste Chance

Die erste landesweite Volksabstimmung in der Geschichte Südtirols hat nicht das von uns erhoffte Ergebnis erbracht. “Jetzt nimmt das Volk Platz” titelten wir, doch aus verschiedensten Gründen haben 61,8% nicht den Weg zu den Wahlsektionen gefunden. Dennoch: die Bevölkerung des ganzen Landes hat zum ersten Mal ihren Willen zu konkreten Fragen ausdrücken können und das hat, unabhängig von der rechtlichen Wirkungslosigkeit aufgrund des verfehlten Quorums, politische Wirkung. Die politische Vertretung wird beginnen sich nicht nur im Hinblick auf Wahlen auf das Volk einzustellen.
Ohne Quorum hätten wir jetzt fünf neue Landesgesetze, die von der Mehrheit der interessierten und beteiligungswilligen Wähler/innen gutgeheißen worden sind. Dabei ist das Quorum in der deutschsprachigen Bevölkerung deutlich erreicht worden, während die große Mehrheit der italienischen Mitbürger/innen diese Chance nicht wahrgenommen hat. Unsere Vorlage zur direkten Demokratie hat überhaupt die größte Zustimmung erhalten: 83% JA-Stimmen. Etwa ein Drittel aller wahlberechtigten Südtiroler haben mit der Stimmabgabe gezeigt, dass sie solche modernen und wirksamen Mitentscheidungsrechte in der Landespolitik wünschen.

Ein Teil der Bevölkerung hat noch nicht den Mut oder hat keine Vorstellung von den Möglichkeiten einer konkreten politischen Mitentscheidung
Freilich, ein beträchtlicher Teil der Bevölkerung aller Sprachgruppen hat noch nicht erkannt, dass die politische Vertretung ihre Vertretungsaufgabe viel besser erfüllt, wenn politische Entscheidungen nicht nur einigen Wenigen ganz oben überlassen bleiben, sondern Bürger ein umfassendes Recht auf Mitentscheidung wahrnehmen können. Offensichtlich muss in unserer Gesellschaft noch das Vertrauen der Bürger in die Mitbürger selbst wachsen. Sowohl Großprojekte wie Landesgesetze werden folglich weiterhin im kleinen Kreis der mächtigen Politiker und ihrer Hintermänner beschlossen, bislang ohne echte Mitentscheidungsrechte der Bevölkerung. Durnwalder behauptet, die Menschen wollten, dass der Landtag weiterhin das Entscheidungszentrum bilde. Doch ist es kein Geheimnis, dass auch die wesentlichen Entscheidungen für neue Landesgesetze in der Landesregierung fallen, und die Vorentscheidungen in ein-zwei Parteizentralen und einflussreichen Verbandsspitzen, nicht im Landtag. Mit dem geltenden Gesetz für direkte Demokratie bleibt dem Bürger der Zugriff darauf weiterhin verwehrt.

Strategie der SVP aufgegangen
Die Strategen der SVP haben ganze Arbeit geleistet, doch letztlich nicht nur zum Schaden der Bevölkerung, sondern auch zum eigenen: zunächst haben sie mit der Frage der angeblichen Verfassungswidrigkeit der Vorlagen zur direkten Demokratie die Menschen im Land verwirrt. Dann hat sich die SVP der inhaltlichen Diskussion bis zuletzt entzogen, vielmehr über den Landeshauptmann und Obmann klar gemacht, dass es eigentlich besser wäre, nicht hinzugehen. Mit dem hauseigenen Blatt “Das Land Südtirol” ist auf Geheiß von oben nicht rechtzeitig bzw. irreführend informiert und schließlich in der letzten Woche eine einzigartige Panikmache aufgezogen worden mit der Warnung, dass in Südtirol ein Verwaltungschaos ausbrechen würde, wenn die Bürger mehr Mitentscheidungsrechte bekämen. Den Rest haben die beiden größeren Tageszeitungen mit ihrer unfairen und jeder Gleichberechtigung Hohn sprechenden Art der Berichterstattung übernommen. Dieser Zangengriff hat die gewünschte Wirkung gehabt, ein Teil der Bevölkerung hat sich davon beeinflussen lassen. Möglich war das aber nur, weil die politische Vertretung “vorsorglich” mit dem Beteiligungsquorum die Entscheidungsmacht des Volkes unterwandert hat.

Das Beteiligungsquorum ist der Ruin funktionierender Bürgermitbestimmung
Fehlgeschlagen ist unser Projekt allein wegen des Beteiligungsquorums. Die SVP konnte es sich leisten, keine ernsthafte Debatte zu den Inhalten der Vorlagen zu führen und Durnwalder hat das Nicht-Wählen und Nicht-Beteiligen zur demokratischen Tugend erklärt. Die mangelnde Information, die bewusste Irreführung der Wähler, die Panikmache kurz vor der Abstimmung durch die gesamte Landesregierung (“In Südtirol bricht bei direkter Demokratie das Verwaltungschaos aus”) und die einseitige Berichterstattung in großen Printmedien haben das Übrige getan. Die beträchtlichen Subventionen, die diese Zeitungen jährlich vom Staat als “Minderheitenzeitungen” erhalten, sind mit diesem Hohn auf jede par condicio schlecht vereinbar. Die Rechnung der SVP ist jedenfalls aufgegangen: mit einem Quorum werden die Enthaltungen und Nichtbeteiligung immer mit den echten Nein-Stimmen summiert; mit dem Quorum wird immer ein Abstimmungs- und Diskussionsboykott gefördert, und mit dem Quorum können sich Regierungsparteien immer der freien, demokratischen Auseinandersetzung entziehen. Überall ist dies zu beobachten, in Italien, in Deutschland und anderen Ländern. Die regierenden Parteien wollen nicht, dass die Bürger frei abstimmen können nach dem Prinzip: “Wer hingeht entscheidet; wer nicht hingeht, überlässt die Entscheidungen anderen.”

Klärung durch Volksabstimmung
Volksabstimmungen führen zu einer Klärung der politischen Positionen, für die Bürgerinnen selbst und der Position der politischen Vertreter/innen. Wer aufgerufen ist, zu entscheiden, überlegt, wie er abstimmen soll und bildet sich eine Meinung. Die Volksabstimmung hat lebhafte Diskussionen zum Für und Wider ausgelöst. Eine größere Weiterbildungsveranstaltung zur Demokratie als diese Volksabstimmung ist nicht denkbar. Es ist grundfalsch – wie eine Tageszeitung heute scheibt – dass 3 Millionen Euro “für die Katz” ausgegeben worden seien. Volksabstimmugnen sind ein wichtiger Lernprozess und die Bevölkerung ist in die Lage versetzt worden, zu beurteilen, wer z.B. bessere Mitbestimmungsrechte begrüßt, wer z.B. eine glaubwürdige Klimaschutzpolitik betreibt, wer die Zersiedlung durch Zweitwohnungsbau einschränken will, aber auch welche Zeitungen ausgewogen informieren und welche nicht. Als Bürger und Bürgerinnen sind wir nicht machtlos, sondern können eine Partei eben nicht mehr wählen, die sich modernen politischen Bürgerrechten entgegenstellt; wir können eine Zeitung nicht mehr abonnieren oder lesen, die ganz krass jede Regel ausgewogener Berichterstattung bricht. Als kritische Bürger/innen dieses Landes bleibt uns trotz solcher Rückschläge der Ausbau der Mitentscheidungsrechte aller ein Herzensanliegen.

*) Thomas Benedikter ist Wirtschafts- und Sozialforscher in Bozen. Er ist u. a. Autor von »Autonomien der Welt« (Athesia, Bozen 2007) und »The World’s Working Regional Autonomies« (Anthem, London/Neu-Delhi 2007).

Mitbestimmung Politik | Landesvolksabstimmung 2009 | Thomas Benedikter | | | SVP | Deutsch

Südtirol verliert.

Südtirol verliert, nicht weil die Vorlagen des ersten Landesreferendums nicht umgesetzt werden, sondern — weil mit teils unlauteren Mitteln erfolgreich verhindert wurde, dass sich die Südtiroler überhaupt dazu aussprechen. Dabei wäre die Abstimmung in der Schweiz, in Bayern und selbst in der Gemeinde Urtijëi gültig gewesen — weil es dort kein Quorum gibt.

Mit einer so mächtigen, wenngleich bröckelnden Einheitspartei wie hier, die jederzeit dafür sorgen kann, dass Volksabstimmungen ins Leere laufen, ist eine Beteiligungsschwelle von 40% vernichtend. Eine Chance werden nur Referenda haben, zu denen die SVP selbst aufruft — aber dann kann sie sie auch gleich durch den Landtag schleusen.

Eine Analyse der abgegebenen Stimmen werde ich mir (weil müßig) sparen.

[Diesen Eintrag schreibe ich übrigens aus der Schweiz, wo, wie ich bemerke

  • ebensowenig Chaos herrscht, wie in Bayern seit Einführung der direkten Demokratie die Lichter ausgegangen sind;
  • die Politiker wesentlich bescheidener und weniger arrogant/abgehoben sind als bei uns;
  • die ethnischen Minderheiten auch nicht unter die Räder gekommen sind, im Gegenteil;
  • die Blut- und Boden-Ideologie der Nazis keinen Anklang gefunden hat, Herr Campostrini;
  • über die Machtallüren von König Durnwalder gelacht wird und ein Berlusconi undenkbar wäre;
  • die Städte offener und kosmopolitischer sind als wohl überall sonst in den Alpen, obwohl das Stimmvolk dem EU-Beitritt (noch) nicht zugestimmt hat.]
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