Proposta d’intervento sulla toponomastica.

Discussione

Aktion Ortsnamen
Lunedì, 12 novembre 2012 ore 20.00
Augustinersaal Kloster Neustift

di Fabio Rigali

Quando mi chiesero di partecipare a una serata sul problema della toponomastica fin da subito non mostrai molto entusiasmo. A parte il fatto che nei tempi delle discussioni pubbliche difficilmente si riesce a rendere completamente giustizia alla propria opinione, in realtà questo è un argomento che ho accuratamente evitato per anni: è un tema in cui il rischio di parlare in modo isterico-emozionale, di dire cose impopolari o banali è altissimo; mentre non esiste nella situazione attuale, a mio avviso, una reale possibilità di risolvere il problema in maniera soddisfacente per tutti.

Genesi di un problema:

Tanto per cominciare le cose con ordine, consiglio a tutti di (ri)leggere l’introduzione al Prontuario di Ettore Tolomei. La si può trovare facilmente online e, anche se è scritta in un italiano stucchevolmente pomposo e sembra a prima vista noiosa, è una vera miniera di informazioni: l’evoluzione dell’opera, gli scopi, i principi ispiratori, i criteri, e la prima accoglienza da parte di alcuni settori della sfera pubblica vi sono descritti accuratamente. Mi piacerebbe potermi convincere che molti l’abbiano letto; ma, dai commenti che sento in giro, ho come l’impressione che non sia così. E’ invece un testo che andrebbe conosciuto e studiato. Leggendolo si verrebbe subito a contatto con i miti nazionalisti del primo Novecento: quelli del barbaro tedesco che, “invadendo” l’Italia “inquina” il glorioso sostrato culturale romano-latino. Per questi discendenti dei barbari Tolomei ha in mente un destino preciso (che poi approfondirà anche nel suo famigerato programma di italianizzazione del 1923): la progressiva assimilazione al resto dello Stato grazie al “tempo”, dice nel Prontuario, ed a non meglio precisati “coefficienti economici” (ma sappiamo che i suoi interventi in proposito furono invece molto forti). Il primo passo da compiere perché ciò avvenga è, a suo avviso, sicuramente quello di imprimere (o “restituire”, secondo la sua concezione) l’italianità dei nomi: questo ha il preciso scopo di dimostrare a tutti, tanto all’opinione pubblica italiana, che  ai migranti in Sudtirolo, ai sudtirolesi ed agli osservatori stranieri, l’italianità del Tirolo meridionale. Questa è, in estrema sintesi, la cornice dell’opera di Tolomei: per poter cominciare oggi qualsiasi confronto sul tema, occorre secondo me partire sottolineando che l’ottica dello scontro tra una presunta civiltà italiana-romana e tirolese-barbarica è aberrante ed infondata (la cultura di ogni europeo moderno è in qualche misura debitrice sia del mondo greco-romano, che delle popolazioni migrate in seguito e del cristianesimo); e che i vaneggiamenti nazionalisti di Tolomei si risolsero nella pratica con un tremendo sopruso nei confronti della popolazione (in particolare tedesca) allora residente ed in definitiva con un’umiliazione di tutte le culture tirolesi (Tolomei esprime nel Prontuario l’intenzione di italianizzare anche alcuni nomi Trentini, a suo avviso troppo poco italiani, ed è ormai risaputo che considerasse il ladino un mero dialetto italiano) a vantaggio di un’italianità artificiale.

Riguardo ai criteri “scientifici” adottati, di cui talvolta si discute, io non ho strumenti per pronunciarmi definitivamente. D’altra parte nella prefazione Tolomei stesso ammette una certa superficialità dovuta alla fretta che scaturiva dai “felici eventi bellici” (i circa 650.000 morti non bastarono, evidentemente, a rendere questi eventi minimamente tristi) e asserisce che “Vanno sempre evitati in questa materia, i criteri assoluti; conviene procedere con una certa relatività dettata da accorgimenti varii e da temperanza e buon gusto”; ed inoltre: “La toponomastica dell’Alto Adige va trattata in rapporto al fatto dell’avanzata etnica nostra. Non dev’essere accademica, ma pratica”. Queste affermazioni di principio non mi sembrano certamente un ottimo biglietto da visita per un lavoro scientifico: d’altra parte chi si mette all’opera sulla base di un deliberato intento, ovvero quello di dimostrare l’incontestabile italianità del Sudtirolo non può che essere un giudice parziale nelle sue conclusioni. Possiamo lasciare a Tolomei il beneficio del dubbio, ma fa comunque specie che oggi ci sia ancora chi cerchi di salvare in un modo o nell’altro l’opera di Tolomei facendo leva sul suo presunto valore accademico perché è come se i mezzi utilizzati giustificassero il sopruso. In quest’ottica è anche difficilmente comprensibile che nelle commissioni per la toponomastica recentemente istituite siano stati invitati in qualità di consulenti membri dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige di cui Tolomei fu il fondatore; i quali, manco a dirlo, continuano imperterriti sui binari del Prontuario.

In realtà già all’epoca, come l’autore stesso ci riporta, l’opera incontrò notevoli critiche sia sui contenuti che sull’applicazione pratica (ricordiamo in proposito il celebre giudizio del socialista coevo Salvemini secondo cui Tolomei fu “il boia del Tirolo […] l’uomo che escogitò gli strumenti più raffinati per tormentare le minoranze nazionali in Italia”) nella sua prefazione, il pioniere dell’italianità, ci racconta che durante la guerra i comandi militari non ne vollero punto sapere dei nuovi nomi, anche perché usavano cartine austriache; ed aggiunge che dopo esser stato nominato Commissario per l’Alto Adige nel 1918 ed aver cominciato ad imporre la nuova toponomastica, in seguito ad un cambio di governo nazionale(come spesso succede in Italia) tutto tornò come prima: i nuovi nomi sparirono in toto e non se ne riparlò prima del 1921, arrivando all’approvazione definitiva della toponomastica contenuta nel Prontuario solo nel 1923.

Due visioni antitetiche :

“Nell’atto di riprendere il proprio suolo fino ai termini sacri, di riunire alla Patria i lembi avulsi della Regione Veneta, in parte inquinati nei secoli da genti straniere, l’Italia doveva affermare il suo diritto e il suo genio reimprimendo con tutti i nomi dei monti e delle acque, delle città e dei paesi, fino all’ultimo casolare, il sigillo perenne del nazionale dominio.”

Questo primo paragrafo dell’introduzione al Prontuario riassume straordinariamente bene i termini della questione della toponomastica tolomeiana. Cosa direbbe leggendole un giovane sudtirolese tedesco oggi, a 90 anni di distanza? Io mi immagino qualcosa del genere:

”E’ una vergogna: queste parole danno la dimensione dell’ingiustizia subita dai sudtirolesi e quel che è peggio è che nessuno in 90 anni è stato ancora in grado di rimediarvi o ha anche solo pensato di chiedere scusa. Nell’opera veniamo presentati come barbari ed i nostri nomi, il modo in cui noi chiamiamo i luoghi della nostra vita, vengono senz’altro considerati come deformazioni prive di valore. Addirittura veniamo dipinti come invasori di un territorio definito “veneto” ed “italiano”, ma che storicamente sappiamo non esser mai rientrato nell’orbita politica italiana. Che motivo abbiamo per tollerare ulteriormente queste bugie e queste umiliazioni? Che genere di convivenza potrà mai nascere sulla base di queste parole?”.

E cosa ci si sentirebbe invece rispondere, se si provasse a proporre il tema della toponomastica ad un giovane italiano di oggi. Io credo qualcosa di simile:

“L’imposizione dei noi italiani durante il fascismo fu senza dubbio un provvedimento ingiusto. Oggi però viviamo a 90 anni di distanza e nessuno dei colpevoli è ancora vivo. In realtà la stragrande maggioranza degli italiani che venne in Alto Adige per trovare un lavoro non ha mai avuto nulla da decidere su tutta quest’operazione ed i nomi se li è già trovati belli e pronti per essere usati. Nessuno vuole scusare Tolomei, ma i suoi nomi sono ormai nell’uso collettivo: anche molti sudtirolesi tedeschi li usano oggi senza problemi. Io, ad esempio, li uso e sono nato qui: perché mai qualcuno dovrebbe aver diritto togliermeli? Non ha in fondo ognuno il diritto di chiamare come vuole il posto in cui è nato?”

Bene! Ora posso dirlo con assoluta franchezza: odio occuparmi di toponomastica, perché ognuno dei due discorsi che ho proposto contiene, a mio avviso alcuni buoni argomenti, che non possono essere facilmente accantonati. E’ quindi difficile dare del tutto torto ad uno dei due e del tutto ragione all’altro (o meglio, è facile solo se non prendiamo veramente in considerazione le motivazioni altrui): non esiste, a mio avviso, una soluzione completamente “giusta” per tutti e le proposte che prevedono la totale sparizione della toponomastica tolomeiana o la sua totale riconferma tendono a non tener conto abbastanza delle differenti sensibilità. Inoltre per mia esperienza, i nomi sono un tema ancora più spinoso dell’appartenenza statale, forse perché direttamente legati in modo inconscio all’auto-affermazione sul mondo esterno (chi non ricorda  il celebre passo della Genesi che dice: “Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”). Proprio per questo non gradisco parlarne: è facile deludere questa o quell’altra parte col proprio discorso; e questo indipendentemente dal fatto che io, il sig. Fabio Rigali, possa vivere benissimo sia con, che senza i nomi di Tolomei e che spesso tenda ad evitare di usarli per principio. Ma la toponomastica non è un problema che coinvolge solo me e quindi non mi sento di poter decidere per tutti.

Alcune polemiche recenti:

D’altra parte questo genere di scrupoli, che spingono me a fare un passo indietro ed a non voler imporre la mia visione personale, non sembrano aver sufficientemente informato l’agire di importanti associazioni come AVS, da una parte, o molte Tourismusvereine ed SMG dall’altra.

Il caso AVS: un bel giorno verso la fine del 2009 mi sveglia e notai dalla finestra alcuni volontari con una Jeep che stavano sostituendo i vecchi cartelli di legno del sentiero fuori casa mia. Quando uscii il toponimo “Gargazzone”, dopo 2 secoli di onorato servizio, era ormai stato mandato in pensione. Al suo posto rimaneva invece “Gargazon” con l’indicazione funzionale “Dorf”; arrivato in paese incontrai l’Hauptmann, che accatastava la legna e gli raccontai l’accaduto: lui scosse la testa e si lasciò andare a qualche commento sarcastico sui questi improvvisati “Möchtegern-Tiroler”. Immagino che queste sostituzioni siano avvenute più o meno a tappeto in tutto il Sudtirolo con tempi e modalità diverse. Delle molte reazioni isteriche a cui dovemmo assistere allora, per fortuna non rimane che un blando ricordo ed ora è possibile parlarne in modo pacato. Gli errori dell’AVS sono secondo me stati molteplici: un primo errore grave è aver agito semplicemente come se gli italiani non esistessero affatto. Chiunque viva in un condominio sa che spesso non ci si trova d’accordo sui lavori da eseguire; ma chi cominci direttamente un lavoro che interessa tutti i condomini senza prima chiedere niente a nessuno, passa automaticamente dalla parte del torto. Per i cartelli di montagna un vero momento di confronto preventivo, da quel che ricordo, non c’è stato ed i risultati si son visti. Secondo errore madornale: si sono cancellati indiscriminatamente toponimi storici ed inventati: si è così definitivamente bruciata la possibilità di affermare il principio dei toponimi storici almeno in un settore marginale come i cartelli dei sentieri. E’ chiaro che non si può prima semplicemente eliminare tutti i nomi italiani dai cartelli ed un paio di mesi dopo “rinsavire” e presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica italiana come dei candidi paladini dei toponimi storici. In questo ristretto ambito che è la toponomastica di montagna, secondo me una soluzione che avrebbe potuto essere accettabile per molti ci sarebbe stata: cercare innanzitutto il confronto con l’opinione pubblica italiana, spiegare pubblicamente le proprie ragioni e presentare una proposta che salvasse tutti i toponimi storici delle tre lingue (es: Rina – Welschellen, Burgstall – Postal, etc..) e che, nel caso per una determinata località ne fosse disponibile solo uno, riportasse però almeno le indicazioni funzionali (es. Pfandler Alm – Malga Pfandler). Non è detto che questa proposta sarebbe stata accettata da tutti senza malumori, ma certamente ora, dopo tutto quel che è successo, sarà molto più difficile far passare una proposta del genere.

Il Caso SMG: correva sempre l’anno 2009, quando mi capitò per le mani un opuscolo pubblicitario in cui vedevo un quartetto di musicanti assorti ad ammirare il paesaggio circostante col venerabile costume del Burgraviato indosso. Una scena normale che avevo visto e vissuto più volte; quello che davvero stonava era la scritta che accompagnava la foto: “Die italienische Oper ist wunderbar, von der Blasmusik ganz zu schweigen”. A breve distanza, poco dopo aver assistito al Krampuslauf dei miei amici di Mals (totalmente estasiati da questa pittoresca usanza a base di maschere in legno e pelli di animale), lessi un articolo pubblicitario, che, a memoria, descriveva Mals  come una ridente cittadina italiana. Subito pensai che i Krampus non sarebbero certamente stati d’accordo! Nessuno “del bel paese là dove ‘l sì suona” si sognerebbe mai di associare Mals ed i suoi simpatici abitanti o i costumi del Burgraviato con i caratteri l’italianità: non sarà certo un caso se Vassalli per la copertina del suo libro Sangue e Suolo scelse proprio l’immagine di un impettito Burggäfler. Analizziamo le cose razionalmente: le società pubblicitarie, se è vero che non hanno vincoli stretti nel loro agire, è anche vero che finiscono per trasmettere l’immagine di un luogo verso l’esterno. Paradossalmente, se volessero eliminare in toto ogni traccia della toponomastica tolomeiana dai dépliant, non credo che alcun giudice li potrebbe condannare. Eppure la loro tendenza è esattamente opposta: Val Gardena sostituisce in gran parte Gherdëina e Gröden e Alta Pusteria è divenuto ormai lo standard.

Non vorrei sembrare scortese con nessuno, ma giocare sui nomi dei luoghi per aumentarne l’appeal mi ricorda la celebre (ma non proprio lusinghiera) scena cinematografica in cui la moglie di Fantozzi, cominciando un servizio telefonico per adulti, si inventa un nome di fantasia nel tentare di darsi un improbabile tono erotico. Al dell’aspetto buffo della questione, le possibilità sono essenzialmente due: per effetto della pubblicità i potenziali turisti credono effettivamente di arrivare in Italia e legittimamente si aspettano di sentire suonare il mandolino a St. Walburg o di ballare la tarantella a Steinhaus. Se ne torneranno a casa davvero delusi perché questo è un eccellente esempio di pubblicità ingannevole. La seconda possibilità è che i turisti sappiano già che il Sudtirolo è come è (e si chiederanno probabilmente perché i sudtirolesi ci tengano ormai così tanto a presentarsi come perfetti italiani): dopo una scrollatina di spalle decideranno allora di venire o non venire da noi, indipendentemente dalle illusorie immagini che evoca la pubblicità. L’utilità quindi in entrambi i casi mi sembra piuttosto limitata. E, anche se si riuscisse ad attestare che l’accostamento all’Italia faccia vendere qualche piccola percentuale in più di pacchetti turistici, resta il problema morale se sia davvero il caso di presentarsi ai clienti con un’immagine che, in gran parte, non è quella che noi stessi abbiamo di noi e che verosimilmente non aderisce quindi alla realtà.

Uno sguardo al futuro:

Dopo aver commentato l’opera di Tolomei, aver cercato di rendere le diverse visioni sull’argomento e aver accennato ai casi recenti di AVS e SMG, sarà forse il caso di proporre anche una possibile soluzione di più ampio respiro alla questione della toponomastica che, come detto, se considerata isolatamente nei suoi termini non è di facile soluzione; e visto che tutto è scaturito dal Prontuario, io credo che la soluzioni si trovi proprio lì. Tolomei, infatti, non si stanca di ribadire la relazione che c’è tra i suoi nomi e l’appartenenza nazionale, quasi i primi siano principalmente un espediente creato in funzione della legittimazione del dominio statale. Ora, dal punto di vista del Sudtirolo, dalla semplice combinazione di questi due fattori (nomi e appartenenza politica) nascono 4 possibilità che brevemente elenco e vale forse la pena di vagliare:

  • 1: Sudtirolo italiano e toponomastica di Tolomei;
  • 2: Sudtirolo italiano senza toponomastica di Tolomei;
  • 3: Sudtirolo indipendente e toponomastica di Tolomei;
  • 4: Sudtirolo indipendente senza toponomastica di Tolomei.

Ora: la prima possibilità è in sostanza quello che abbiamo avuto negli ultimi 90 anni e stiamo cercando di migliorare. La seconda possibilità potrebbe togliere qualche spina dalla simbolica Dornenkrone dei sudtirolesi tedeschi, ma contribuirebbe anche ad aumentare quel senso di impotenza (disagio) dei sudtirolesi italiani, delegittimati e tagliati fuori ormai anche simbolicamente da tutto quel che in Sudtirolo più conta e li vedrebbe quindi sempre meno partecipi e più costretti a ricorrere a Roma per ottenere qualcosa. La quarta soluzione sarebbe poi avvertita da questi ultimi proprio come un’umiliazione a tutto campo, senza alcuna speranza. L’unica soluzione che mi pare soddisfacente è la terza: un Sudtirolo autodeterminato non più facente parte dell’Italia, ma senza prendersi la briga di cancellare i nomi di Tolomei. Perché? Semplicemente perché se il pensiero di Tolomei venisse sconfitto su tutta la linea, con la secessione dall’Italia e la cessazione di ogni possibile tendenza assimilatoria, i semplici nomi perderebbero quella valenza oppressiva che hanno avuto in passato. A chi importerebbe di eliminare il tanto contestato nome della “Vetta d’Italia” se questa non fosse più in Italia? Credo che di fronte all’innegabile successo che la sicurezza di uno stato autonomo nei confronti dell’assimilazione comporta, i rappresentanti dei sudtirolesi tedeschi potrebbero finalmente rinunciare a fare dei nomi una questione di principio e scegliere a quel punto di non mortificare quegli italiani che ai “loro” nomi sono legati. E d’altro canto, forse con una certa sorpresa, in un Sudtirolo indipendente i sudtirolesi italiani potrebbero trovare riconosciuta in modo tangibile (e senza alcuna costrizione esterna: ricordate l’esercito che doveva cambiare i cartelli) la loro presenza, grazie all’accettazione dei nomi che usano per indicare i luoghi dove vivono. Ma queste ora sono solo speculazioni: nel presente, come detto, il problema della toponomastica continua a sembrarmi solo parzialmente solvibile.

Ortsnamen Termin | Disagio | Ettore Tolomei Fabio Rigali | | | AVS Schützen | Italiano

Induktiv daneben.

Auf der Webseite der Tageszeitung A. Adige wurde gestern ein nur wenige Zeilen langer Artikel publiziert, der jedoch in vielerlei Hinsicht bemerkenswert ist. Unter dem Titel “Se il tedesco ‘traduce’ il ladino” wird dort das Foto eines einnamig ladinischen Wegweisers veröffentlicht, auf den mit einem Marker die Bezeichnung “Raschötz” geschrieben wurde. Der angebliche ladinischsprachige Einsender dazu:

Le traduzioni vanno bene solo se sono in tedesco?

Der Redakteur bestärkt sogleich diese Einschätzung indem er schreibt:

’Resciesa’ (Anm.: der besagte ladinische Flurname auf dem Schild) è il nome storico, quindi, secondo la logica dei ‘puristi’ non traducibile. Sul Salto di San Genesio, ad esempio, le traduzioni in italiano delle località aggiunte col pennarello dagli escursionisti su cartelli rigorosamente solo in tedesco, sono state cancellate perché ‘invenzioni tolomeiane’. Evidentemente, quando le invenzioni sono nella lingua di Goethe, il problema non sussiste. Tutto questo mentre rimane irrisolto il problema della sostituzione dei segnali monoligui (sic!) sui sentieri, dove, spesso, anche le indicazioni di pericolo sono solo in tedesco.

Ob es nun zündlerischer Vorsatz oder einfach nur grenzenlose Dummheit ist, kann und will ich nicht beurteilen. Wie man aber nach jahrelanger Diskussion immer noch so undifferenziert “argumentieren”, haarsträubende induktive Schlüsse ziehen und der Sachlage derart nicht mächtig sein kann, ist zumindest bemitleidenswert. Aus diesem Mitleid heraus erkläre ich die Materie noch einmal:

  1. Es stimmt, dass man Namen grundsätzlich nicht übersetzen kann, da sie im Gegensatz zu Wörtern, die etwas benennen, etwas bezeichnen und mit dem Bezeichneten untrennbar verbunden sind. Wenn auch die Wörter, aus denen der Name besteht, eine übersetzbare Bedeutung haben, so verlieren diese Wörter diese Bedeutung, sobald sie Teil eines Namens sind. “Dreikirchen” beispielsweise bezeichnet eine bestimmte Örtlichkeit, wo natürlich drei Kirchen stehen. Dennoch heißen andere Orte, wo es drei Kirchen gibt, nicht notwendigerweise so. “Dreikirchen” hat demnach seine wörtliche Bedeutung verloren, da es einen spezifischen Ort eindeutig definiert. Die Namensbestandteile können daher auch nicht – wie es in Übersetzungen vorkommt – durch Synonyme ersetzt werden. Am besten veranschaulicht dies der “semantische Umkehrschluss”. Ich kann von der Romantik der drei Kirchlein in “Dreikirchen” begeistert sein, nicht aber von der Romantik der drei Kirchen in “Dreikirchlein”.
    Dies ist, anders als es der Redakteur andeutet, keine schrullige Einzelmeinung von “Puristen”, sondern weit verbreiteter sprachwissenschaftlicher Konsens.
  2. Theoretisch kann man nur etwas übersetzen, was auch eine Bedeutung hat. Obwohl ich, wie ich unter Punkt 1 beschrieben habe, einen Ortsnamen auch dann nicht “übersetze” wenn ich die einzelnen Namensbestandteile, sofern sie etwas bedeuten bzw. uns die Bedeutung und Etymologie bekannt ist, in eine andere Sprache übertrage. Brennero ist demnach keine “Übersetzung” von Brenner, sondern lediglich eine phonetische Anpassung des Exonyms an das Endonym. Bisweilen gibt es auch zwei oder mehrere historisch gewachsene Bezeichnungen für ein und dieselbe Örtlichkeit. Der höchste Berg der Welt hat beispielsweise zwei Endonyme, da die Menschen sowohl dies- als auch jenseits des Himalayas unabhängig voneinander einen Namen für den Berg gefunden haben — Sagarmatha und Chomolungma — und ein sehr bekanntes und weit verbreitetes Exonym — Mt. Everest. Ähnlich verhält es sich – wenn ich nicht irre – mit Neumarkt vs. Egna. Es gibt also sowohl historisch gewachsene Endonyme (München) als auch Exonyme (Monaco). Manche Exonyme wurden “übersetzt” (Settequercie), andere haben eine völlig unterschiedliche Etymologie (Vipiteno). Nicht zuletzt muss man aber auch den qualitativen Unterschied zwischen einer mutwilligen “Übersetzung” bzw. “Bezeichnung” zum Zwecke der Assimilierung und einer historisch gewachsenen exonymen Betitelung berücksichtigen. Exonyme Bezeichnungen sind legitim, sollten aber keine Offizialität haben. “Raschötz” ist überdies keine “Erfindung”, sondern ein historisch gewachsenes Exonym – in gewissem Sinne sogar Endonym, da die Alm an deutschsprachiges Gebiet grenzt. [siehe]
  3. Abgesehen davon, dass “Raschötz” keine “invenzione” sondern argumentierbar ein historisches Endonym ist, setzt der abenteuerliche induktive Schluss, dass es auf “deutscher Seite” ok sei, Namen grundsätzlich zu übersetzen und Schilder illegalerweise zu beschriften, der ganzen Agitation die Krone auf. Aufgrund eines einzelnen einnamig ladinischen Wegweisers auf den eine andere Bezeichnung geschrieben wurde, auf die Allgemeinheit zu schließen, ist absurd. Wenn ich irgendwo im italienischen Viertel in Bozen eine faschistische Schmiererei finde, kann ich doch auch nicht daraus schließen, dass es den italienischen Antifaschismus nicht gibt. Mir ist jedenfalls nicht bekannt, dass es auf deutschsprachiger Seite nennenswerte Strömungen gibt, welche deutsche Exonyme auf einnamig ladinischen Schildern fordern. Ebensowenig wurden meines Wissens in Ladinien flächendeckend einnamige Wegweiser nachträglich mit deutschen Exonymen versehen, noch wird derartiges Vorgehen öffentlich goutiert oder gar eine Gefährdung deutschsprachiger Wanderer heraufbeschworen, weil in Ladinien die im deutschen Sprachraum gängigen Exonyme auf den Schildern fehlen. Im Gegenteil, Egon Kühebacher, eine der wichtigsten wissenschaftlichen Stützen der Befürworter der “historischen Lösung”, schlägt für Ladinien ein Zurückfahren der deutschen Exonyme vor, obwohl diese meist historisch gewachsen und keine faschistischen Erfindungen sind.

Abgesehen davon, dass Warnhinweise auf Wegweisern in den Bergen natürlich mehrsprachig sein müssen, dies nach meinem Dafürhalten auch von niemandem bestritten wird und der AVS zur Zeit Umgestaltungen vornimmt, die über das bloße Aufstellen von Warnhinweisen auf Italienisch hinausgehen (Stichwort: Tolomei hält in den Bergen Einzug), ist das unautorisierte Anbringen von zusätzlichen Bezeichnungen oder Informationen – seien sie nun deutsch, italienisch oder chinesisch – schlicht und einfach Sachbeschädigung, gegen deren Verursacher normalerweise ermittelt werden müsste. Diesbezüglich hab ich aber noch nie etwas in den Medien gelesen.

Medien Ortsnamen | Zitać | | AA | | AVS | Deutsch Italiano

Geschafft!

Neuer Erfolg für den Prontuario: Nach den vehementen Kampagnen der letzten Jahre hat der AVS begonnen, auch für Bezeichnungen kleinster Orte auf das Fälschungswerk zurückzugreifen. Damit kehren toponomastische Erfindungen zurück, die — zumindest von der Wanderbeschilderung — zum Teil schon seit Jahrzehnten verschwunden waren. Rund hundert Jahre, nachdem sie von Ettore Tolomei zum Zwecke der Assimilierung ersonnen wurden, erfahren sie somit im autonomen Südtirol eine zweite Blüte.

Dem AVS ist hierfür kein Vorwurf zu machen. Es ist nicht Sache eines privaten Vereins, Probleme der Politik zu lösen. Und die war in 40 Jahren seit Inkrafttreten des zweiten Autonomiestatuts (und in drei Jahren seit dem Wiederaufflammen der Diskussion durch nationalistisch motivierte Vereine und Medien) außerstande, eine brauchbare Lösung anzubieten. Trotz durchgehend absoluter Mehrheit im Landesparlament ist sogar die historische Toponomastik bis heute ohne rechtliches Fundament geblieben.

Nun wird also auch Tolomeis Mikrotoponomastik neue Verbreitung erlangen: Zuerst wird sie bekannt gemacht und in wenigen Jahren soll dann (geht es nach den Vorstellungen der SVP) ihre Bekanntheit als Grundlage für die Beibehaltung erhoben werden.

Das ist genauso sinnvoll, wie die nur sich selbst rechtfertigende, im luftleeren Raum schwebende Logik, die zur Aufrechterhaltung aller von Tolomei erfundenen Gemeindenamen führen soll: Landeshauptmann Luis Durnwalder hat schon mehrmals verkündet, sie müssten erhalten bleiben, weil sie bereits von Regionalgesetzen »festgestellt« worden seien. Bringen wir es auf den Punkt: Die Gemeindenamen sind in den Regionalgesetzen enthalten, weil sie (von nach wie vor gültigen faschistischen Dekreten) vorgeschrieben sind. Und jetzt sollen sie beibehalten werden, weil sie in den Regionalgesetzen enthalten sind. Die Logik ist sagenhaft.

Siehe auch:

Medien Ortsnamen Politik Vorzeigeautonomie | Italianizzazione | Ettore Tolomei Luis Durnwalder | | Südtirol/o | AVS SVP | Deutsch

Ricettazione, il CAI dice no.

Al CAI non lo ammetterebbero mai — i montanari son modesti — ma se la sezione di Bolzano qualche giorno fa ha rifiutato di vendere il Schlernhaus (o di permutarlo con altri due rifugi) è perché sanno che non si vende ciò che è stato sottratto a qualcun altro. Il prestigioso rifugio, costruito nel 1883 dal Club Alpino Tedesco ed Austriaco (DÖAV), era stato espropriato e consegnato al CAI dal regime fascista nel 1924 contestualmente alla dissoluzione forzata dell’Alpenverein Bozen.

Se gli fosse stato chiesto di restituirlo gratuitamente, come è giusto che sia, non avrebbero certamente rifiutato. Ma la ricettazione no. C’è chi obietta che il CAI avrebbe potuto restituire spontaneamente i rifugi ai legittimi proprietari alla fine dell’epoca fascista — ma non esageriamo. In fondo, anche le opere d’arte e gli altri oggetti di valore trafugati dai nazisti in molti casi sono stati restituiti solo parecchi anni dopo, e dietro presentazione di relativa documentazione.

Quindi: Chiedete, e vi sarà certamente dato.

Faschismen Geschichte Recht | | | | Italy | AVS CAI | Italiano

AVS-Wegweiser nicht illegal.

Im Sommer 2009 hatten der CAI und die Tageszeitung A. Adige eine aggressive Kampagne gegen den Alpenverein Südtirol (AVS) gestartet, welcher bei der Anbringung neuer Wegweiser weitgehend auf italienische Ortsbezeichnungen, aber auch auf Zusatzinformationen in italienischer Sprache verzichtet hatte. Binnen kürzester Zeit hatten sich der Präfekt, die Staatsanwaltschaft und die italienische Zentralregierung eingeschaltet, welche zeitweise sogar mit dem Einsatz des Heeres (!) zur Entfernung der Schilder gedroht hatte.

Heutigen Medienberichten zufolge wird Staatsanwalt Guido Rispoli demnächst seine Ermittlungen gegen den AVS einstellen, da die Schilder keinen Gesetzesverstoß darstellen; das Problem sei kein rechtliches, sondern vielmehr ein politisches. Wenn der Vergleich mit den Straßenbezeichnungen in Tramin stimmt, welchen der A. Adige heute zieht, dürfte für die Einschätzung der Staatsanwaltschaft nicht einmal ausschlaggebend gewesen sein, dass die Schilder von einem privaten Verein aufgestellt wurden: Vor etlichen Jahren war gegen den Bürgermeister des Dorfes im Unterland ermittelt worden, weil er in seinem Dorf großteils einnamige Straßenbezeichnungen eingeführt hatte. Auch damals wurde das Verfahren eingestellt.

Offensichtlich gibt es schlichtweg keine gesetzliche Vorschrift, welche die Zweinamigkeit vorschreibt. Dies eröffnet nicht nur für die Wanderbeschilderung, sondern auch für die umfassende Neuregelung der Ortsnamenfrage auf Landesebene völlig neue Perspektiven — in dem Sinne, dass man aufgrund eines rechtlichen Vakuums agieren kann. Der Landeshauptmann sollte daher umgehend seine Verhandlungen mit dem Regionenminister Fitto einstellen, zu denen er sich durch den massiven öffentlichen Druck der letzten Jahre hat verleiten lassen, und stattdessen die Materie dem Landtag überlassen, dessen Zuständigkeit sie ist.

hat von Anfang an unmissverständlich klargestellt, dass das Vorgehen des Alpenvereins inakzeptabel ist, was die einsprachigen Zusatzinformationen (Seilbahn, Hütte, Bushaltestelle, Parkplatz…) betrifft, und dass die Politik die Lösung der Ortsnamenfrage nicht aus Bequemlichkeit privaten Organisationen überlassen dürfe. Die damalige Stellungnahme scheint heute wieder aktueller denn je.

Medien Militär Ortsnamen Politik Recht | | | AA | Südtirol/o | AVS CAI Regierungskommissariat | Deutsch

Geschichtsaufarbeitung beim AVS.

Die drei Nachfolgevereine des Deutschen und Österreichischen Alpenvereins (DÖAV) — der Deutsche Alpenverein (DAV), der Österreichische Alpenverein (OeAV) und der Alpenverein Südtirol (AVS) — haben zusammen das Buch mit dem Titel »Berg heil!« herausgegeben. Es ist Ergebnis einer dreijährigen Studie über die dunkelsten Kapitel der gemeinsamen Vereinsgeschichte, welche in Zusammenarbeit mit unabhängigen Historikern durchgeführt wurde. Beleuchtet wurden unter anderem die deutschnationale Ideologie und der frühe Antisemitismus, welcher in einigen Sektionen des zunächst liberalen Vereins auf den Beginn des 20. Jahrhunderts zurückgeht. Das Alpine Museum in München zeigt vom 24. November bis zum 30. Juni eine entsprechende Ausstellung.

Die professionelle Geschichtsaufarbeitung ist besonders bei diesem einzigen »großdeutschen« Verein vor 1938, der sich den übersteigerten Nationalismus und Antisemitismus des vorigen Jahrhunderts spätestens ab 1920 zueigen machte, von großer Aktualität. Sehr positiv ist, dass sich auch der AVS am Projekt beteiligt hat, obwohl er im Zeitraum von 1918 bis 1945 — dem eigentlichen Fokus der Studie — nicht Teil des DÖAV war und seine Gründung als eigenständiger Verein auf die zweite Nachkriegszeit zurückgeht. Anstatt sich aus der Affäre zu ziehen, hat man die gemeinsame Verantwortung und die nationalistische Kontinuität bis 1945 in den Vordergrund gestellt. Zur Nachahmung empfohlen.

Faschismen Geschichte Politik Racism | Geschichtsaufarbeitung Good News | | | Deutschland Österreich Südtirol/o | AVS | Deutsch

Demokratie oder Privatverein?

Was der AVS mit privaten Geldern nicht durfte, mit unseren Steuergeldern durchgefütterte Tourismusvereine tun es einfach (und zwar mit größerer Außenwirkung und ohne das Einschreiten von Ministerinnen und Präfekten). Im Laufe der letzten Jahre hat sich eine haarsträubende Entwicklung sogar noch intensiviert, die man als neutolomeisch bezeichnen könnte: Ganze Tourismusregionen haben in Südtirol beschlossen, historische und von der Bevölkerung mehrheitlich gebrauchte Ortsbezeichnungen einfach per Handstreich auszulöschen. Das widerspricht nicht nur der weltweiten Tendenz, sondern hat auch nichts mit der vielbeschworenen Authentizität zu tun, von der Marketingfachleute gerne schwafeln. Ob südländisch klingende Ortsbezeichnungen für eine Bergregion überhaupt einen Mehrwert bringen, sei mal dahingestellt — Kulturgut darf ohnehin nicht für die kurzfristige Bereicherung einiger weniger zur Disposition stehen.

Das Vorgehen der Touristikerinnen wirft vielmehr ein grundsätzliches politisches Problem auf, das von den Regierenden bisher einfach ignoriert wurde: Der Fremdenverkehr hat hierzulande eine so starke Präsenz, dass er den Alltag der Bürgerinnen massiv beeinflusst. Wenn also private Tourismusvereine das Geld der Bürgerinnen einsetzen, um ohne demokratische Legitimierung einen schwerwiegenden Eingriff in ein derart wichtiges, öffentliches Kulturgut (wie die Bezeichnung von Ortschaften und ganzen Regionen) vorzunehmen, kann durchaus von schwerem Missbrauch gesprochen werden. Über kurz oder lang wird sich die Bevölkerung der von »Marketingfritzen« verordneten Realitätsmanipulation nicht entziehen können. Dass dies gerade für Minderheiten eine höchst sensible Angelegenheit ist, muss hier nicht ausgeführt werden.

Was für die Beschilderung von Wanderwegen gesagt wurde, muss also genauso für die Benennung ganzer Destinationen gelten: Das ist eine hoheitliche Aufgabe der Politik, die sich ihrer Verantwortung nicht weiter entziehen darf!

Siehe auch:

Außendarstellung Democrazia Faschismen Kunst+Cultura Minderheitenschutz Ortsnamen Politik Tourismus Wirtschaft+Finanzen | | | | Ladinia Südtirol/o | AVS Regierungskommissariat | Deutsch