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Proposta d’intervento sulla toponomastica.

Discussione

Aktion Ortsnamen
Lunedì, 12 novembre 2012 ore 20.00
Augustinersaal Kloster Neustift

di Fabio Rigali

Quando mi chiesero di partecipare a una serata sul problema della toponomastica fin da subito non mostrai molto entusiasmo. A parte il fatto che nei tempi delle discussioni pubbliche difficilmente si riesce a rendere completamente giustizia alla propria opinione, in realtà questo è un argomento che ho accuratamente evitato per anni: è un tema in cui il rischio di parlare in modo isterico-emozionale, di dire cose impopolari o banali è altissimo; mentre non esiste nella situazione attuale, a mio avviso, una reale possibilità di risolvere il problema in maniera soddisfacente per tutti.

Genesi di un problema:

Tanto per cominciare le cose con ordine, consiglio a tutti di (ri)leggere l’introduzione al Prontuario di Ettore Tolomei. La si può trovare facilmente online e, anche se è scritta in un italiano stucchevolmente pomposo e sembra a prima vista noiosa, è una vera miniera di informazioni: l’evoluzione dell’opera, gli scopi, i principi ispiratori, i criteri, e la prima accoglienza da parte di alcuni settori della sfera pubblica vi sono descritti accuratamente. Mi piacerebbe potermi convincere che molti l’abbiano letto; ma, dai commenti che sento in giro, ho come l’impressione che non sia così. E’ invece un testo che andrebbe conosciuto e studiato. Leggendolo si verrebbe subito a contatto con i miti nazionalisti del primo Novecento: quelli del barbaro tedesco che, “invadendo” l’Italia “inquina” il glorioso sostrato culturale romano-latino. Per questi discendenti dei barbari Tolomei ha in mente un destino preciso (che poi approfondirà anche nel suo famigerato programma di italianizzazione del 1923): la progressiva assimilazione al resto dello Stato grazie al “tempo”, dice nel Prontuario, ed a non meglio precisati “coefficienti economici” (ma sappiamo che i suoi interventi in proposito furono invece molto forti). Il primo passo da compiere perché ciò avvenga è, a suo avviso, sicuramente quello di imprimere (o “restituire”, secondo la sua concezione) l’italianità dei nomi: questo ha il preciso scopo di dimostrare a tutti, tanto all’opinione pubblica italiana, che  ai migranti in Sudtirolo, ai sudtirolesi ed agli osservatori stranieri, l’italianità del Tirolo meridionale. Questa è, in estrema sintesi, la cornice dell’opera di Tolomei: per poter cominciare oggi qualsiasi confronto sul tema, occorre secondo me partire sottolineando che l’ottica dello scontro tra una presunta civiltà italiana-romana e tirolese-barbarica è aberrante ed infondata (la cultura di ogni europeo moderno è in qualche misura debitrice sia del mondo greco-romano, che delle popolazioni migrate in seguito e del cristianesimo); e che i vaneggiamenti nazionalisti di Tolomei si risolsero nella pratica con un tremendo sopruso nei confronti della popolazione (in particolare tedesca) allora residente ed in definitiva con un’umiliazione di tutte le culture tirolesi (Tolomei esprime nel Prontuario l’intenzione di italianizzare anche alcuni nomi Trentini, a suo avviso troppo poco italiani, ed è ormai risaputo che considerasse il ladino un mero dialetto italiano) a vantaggio di un’italianità artificiale.

Riguardo ai criteri “scientifici” adottati, di cui talvolta si discute, io non ho strumenti per pronunciarmi definitivamente. D’altra parte nella prefazione Tolomei stesso ammette una certa superficialità dovuta alla fretta che scaturiva dai “felici eventi bellici” (i circa 650.000 morti non bastarono, evidentemente, a rendere questi eventi minimamente tristi) e asserisce che “Vanno sempre evitati in questa materia, i criteri assoluti; conviene procedere con una certa relatività dettata da accorgimenti varii e da temperanza e buon gusto”; ed inoltre: “La toponomastica dell’Alto Adige va trattata in rapporto al fatto dell’avanzata etnica nostra. Non dev’essere accademica, ma pratica”. Queste affermazioni di principio non mi sembrano certamente un ottimo biglietto da visita per un lavoro scientifico: d’altra parte chi si mette all’opera sulla base di un deliberato intento, ovvero quello di dimostrare l’incontestabile italianità del Sudtirolo non può che essere un giudice parziale nelle sue conclusioni. Possiamo lasciare a Tolomei il beneficio del dubbio, ma fa comunque specie che oggi ci sia ancora chi cerchi di salvare in un modo o nell’altro l’opera di Tolomei facendo leva sul suo presunto valore accademico perché è come se i mezzi utilizzati giustificassero il sopruso. In quest’ottica è anche difficilmente comprensibile che nelle commissioni per la toponomastica recentemente istituite siano stati invitati in qualità di consulenti membri dell’Istituto di Studi per l’Alto Adige di cui Tolomei fu il fondatore; i quali, manco a dirlo, continuano imperterriti sui binari del Prontuario.

In realtà già all’epoca, come l’autore stesso ci riporta, l’opera incontrò notevoli critiche sia sui contenuti che sull’applicazione pratica (ricordiamo in proposito il celebre giudizio del socialista coevo Salvemini secondo cui Tolomei fu “il boia del Tirolo […] l’uomo che escogitò gli strumenti più raffinati per tormentare le minoranze nazionali in Italia”) nella sua prefazione, il pioniere dell’italianità, ci racconta che durante la guerra i comandi militari non ne vollero punto sapere dei nuovi nomi, anche perché usavano cartine austriache; ed aggiunge che dopo esser stato nominato Commissario per l’Alto Adige nel 1918 ed aver cominciato ad imporre la nuova toponomastica, in seguito ad un cambio di governo nazionale(come spesso succede in Italia) tutto tornò come prima: i nuovi nomi sparirono in toto e non se ne riparlò prima del 1921, arrivando all’approvazione definitiva della toponomastica contenuta nel Prontuario solo nel 1923.

Due visioni antitetiche :

“Nell’atto di riprendere il proprio suolo fino ai termini sacri, di riunire alla Patria i lembi avulsi della Regione Veneta, in parte inquinati nei secoli da genti straniere, l’Italia doveva affermare il suo diritto e il suo genio reimprimendo con tutti i nomi dei monti e delle acque, delle città e dei paesi, fino all’ultimo casolare, il sigillo perenne del nazionale dominio.”

Questo primo paragrafo dell’introduzione al Prontuario riassume straordinariamente bene i termini della questione della toponomastica tolomeiana. Cosa direbbe leggendole un giovane sudtirolese tedesco oggi, a 90 anni di distanza? Io mi immagino qualcosa del genere:

”E’ una vergogna: queste parole danno la dimensione dell’ingiustizia subita dai sudtirolesi e quel che è peggio è che nessuno in 90 anni è stato ancora in grado di rimediarvi o ha anche solo pensato di chiedere scusa. Nell’opera veniamo presentati come barbari ed i nostri nomi, il modo in cui noi chiamiamo i luoghi della nostra vita, vengono senz’altro considerati come deformazioni prive di valore. Addirittura veniamo dipinti come invasori di un territorio definito “veneto” ed “italiano”, ma che storicamente sappiamo non esser mai rientrato nell’orbita politica italiana. Che motivo abbiamo per tollerare ulteriormente queste bugie e queste umiliazioni? Che genere di convivenza potrà mai nascere sulla base di queste parole?”.

E cosa ci si sentirebbe invece rispondere, se si provasse a proporre il tema della toponomastica ad un giovane italiano di oggi. Io credo qualcosa di simile:

“L’imposizione dei noi italiani durante il fascismo fu senza dubbio un provvedimento ingiusto. Oggi però viviamo a 90 anni di distanza e nessuno dei colpevoli è ancora vivo. In realtà la stragrande maggioranza degli italiani che venne in Alto Adige per trovare un lavoro non ha mai avuto nulla da decidere su tutta quest’operazione ed i nomi se li è già trovati belli e pronti per essere usati. Nessuno vuole scusare Tolomei, ma i suoi nomi sono ormai nell’uso collettivo: anche molti sudtirolesi tedeschi li usano oggi senza problemi. Io, ad esempio, li uso e sono nato qui: perché mai qualcuno dovrebbe aver diritto togliermeli? Non ha in fondo ognuno il diritto di chiamare come vuole il posto in cui è nato?”

Bene! Ora posso dirlo con assoluta franchezza: odio occuparmi di toponomastica, perché ognuno dei due discorsi che ho proposto contiene, a mio avviso alcuni buoni argomenti, che non possono essere facilmente accantonati. E’ quindi difficile dare del tutto torto ad uno dei due e del tutto ragione all’altro (o meglio, è facile solo se non prendiamo veramente in considerazione le motivazioni altrui): non esiste, a mio avviso, una soluzione completamente “giusta” per tutti e le proposte che prevedono la totale sparizione della toponomastica tolomeiana o la sua totale riconferma tendono a non tener conto abbastanza delle differenti sensibilità. Inoltre per mia esperienza, i nomi sono un tema ancora più spinoso dell’appartenenza statale, forse perché direttamente legati in modo inconscio all’auto-affermazione sul mondo esterno (chi non ricorda  il celebre passo della Genesi che dice: “Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati”). Proprio per questo non gradisco parlarne: è facile deludere questa o quell’altra parte col proprio discorso; e questo indipendentemente dal fatto che io, il sig. Fabio Rigali, possa vivere benissimo sia con, che senza i nomi di Tolomei e che spesso tenda ad evitare di usarli per principio. Ma la toponomastica non è un problema che coinvolge solo me e quindi non mi sento di poter decidere per tutti.

Alcune polemiche recenti:

D’altra parte questo genere di scrupoli, che spingono me a fare un passo indietro ed a non voler imporre la mia visione personale, non sembrano aver sufficientemente informato l’agire di importanti associazioni come AVS, da una parte, o molte Tourismusvereine ed SMG dall’altra.

Il caso AVS: un bel giorno verso la fine del 2009 mi sveglia e notai dalla finestra alcuni volontari con una Jeep che stavano sostituendo i vecchi cartelli di legno del sentiero fuori casa mia. Quando uscii il toponimo “Gargazzone”, dopo 2 secoli di onorato servizio, era ormai stato mandato in pensione. Al suo posto rimaneva invece “Gargazon” con l’indicazione funzionale “Dorf”; arrivato in paese incontrai l’Hauptmann, che accatastava la legna e gli raccontai l’accaduto: lui scosse la testa e si lasciò andare a qualche commento sarcastico sui questi improvvisati “Möchtegern-Tiroler”. Immagino che queste sostituzioni siano avvenute più o meno a tappeto in tutto il Sudtirolo con tempi e modalità diverse. Delle molte reazioni isteriche a cui dovemmo assistere allora, per fortuna non rimane che un blando ricordo ed ora è possibile parlarne in modo pacato. Gli errori dell’AVS sono secondo me stati molteplici: un primo errore grave è aver agito semplicemente come se gli italiani non esistessero affatto. Chiunque viva in un condominio sa che spesso non ci si trova d’accordo sui lavori da eseguire; ma chi cominci direttamente un lavoro che interessa tutti i condomini senza prima chiedere niente a nessuno, passa automaticamente dalla parte del torto. Per i cartelli di montagna un vero momento di confronto preventivo, da quel che ricordo, non c’è stato ed i risultati si son visti. Secondo errore madornale: si sono cancellati indiscriminatamente toponimi storici ed inventati: si è così definitivamente bruciata la possibilità di affermare il principio dei toponimi storici almeno in un settore marginale come i cartelli dei sentieri. E’ chiaro che non si può prima semplicemente eliminare tutti i nomi italiani dai cartelli ed un paio di mesi dopo “rinsavire” e presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica italiana come dei candidi paladini dei toponimi storici. In questo ristretto ambito che è la toponomastica di montagna, secondo me una soluzione che avrebbe potuto essere accettabile per molti ci sarebbe stata: cercare innanzitutto il confronto con l’opinione pubblica italiana, spiegare pubblicamente le proprie ragioni e presentare una proposta che salvasse tutti i toponimi storici delle tre lingue (es: Rina – Welschellen, Burgstall – Postal, etc..) e che, nel caso per una determinata località ne fosse disponibile solo uno, riportasse però almeno le indicazioni funzionali (es. Pfandler Alm – Malga Pfandler). Non è detto che questa proposta sarebbe stata accettata da tutti senza malumori, ma certamente ora, dopo tutto quel che è successo, sarà molto più difficile far passare una proposta del genere.

Il Caso SMG: correva sempre l’anno 2009, quando mi capitò per le mani un opuscolo pubblicitario in cui vedevo un quartetto di musicanti assorti ad ammirare il paesaggio circostante col venerabile costume del Burgraviato indosso. Una scena normale che avevo visto e vissuto più volte; quello che davvero stonava era la scritta che accompagnava la foto: “Die italienische Oper ist wunderbar, von der Blasmusik ganz zu schweigen”. A breve distanza, poco dopo aver assistito al Krampuslauf dei miei amici di Mals (totalmente estasiati da questa pittoresca usanza a base di maschere in legno e pelli di animale), lessi un articolo pubblicitario, che, a memoria, descriveva Mals  come una ridente cittadina italiana. Subito pensai che i Krampus non sarebbero certamente stati d’accordo! Nessuno “del bel paese là dove ‘l sì suona” si sognerebbe mai di associare Mals ed i suoi simpatici abitanti o i costumi del Burgraviato con i caratteri l’italianità: non sarà certo un caso se Vassalli per la copertina del suo libro Sangue e Suolo scelse proprio l’immagine di un impettito Burggäfler. Analizziamo le cose razionalmente: le società pubblicitarie, se è vero che non hanno vincoli stretti nel loro agire, è anche vero che finiscono per trasmettere l’immagine di un luogo verso l’esterno. Paradossalmente, se volessero eliminare in toto ogni traccia della toponomastica tolomeiana dai dépliant, non credo che alcun giudice li potrebbe condannare. Eppure la loro tendenza è esattamente opposta: Val Gardena sostituisce in gran parte Gherdëina e Gröden e Alta Pusteria è divenuto ormai lo standard.

Non vorrei sembrare scortese con nessuno, ma giocare sui nomi dei luoghi per aumentarne l’appeal mi ricorda la celebre (ma non proprio lusinghiera) scena cinematografica in cui la moglie di Fantozzi, cominciando un servizio telefonico per adulti, si inventa un nome di fantasia nel tentare di darsi un improbabile tono erotico. Al dell’aspetto buffo della questione, le possibilità sono essenzialmente due: per effetto della pubblicità i potenziali turisti credono effettivamente di arrivare in Italia e legittimamente si aspettano di sentire suonare il mandolino a St. Walburg o di ballare la tarantella a Steinhaus. Se ne torneranno a casa davvero delusi perché questo è un eccellente esempio di pubblicità ingannevole. La seconda possibilità è che i turisti sappiano già che il Sudtirolo è come è (e si chiederanno probabilmente perché i sudtirolesi ci tengano ormai così tanto a presentarsi come perfetti italiani): dopo una scrollatina di spalle decideranno allora di venire o non venire da noi, indipendentemente dalle illusorie immagini che evoca la pubblicità. L’utilità quindi in entrambi i casi mi sembra piuttosto limitata. E, anche se si riuscisse ad attestare che l’accostamento all’Italia faccia vendere qualche piccola percentuale in più di pacchetti turistici, resta il problema morale se sia davvero il caso di presentarsi ai clienti con un’immagine che, in gran parte, non è quella che noi stessi abbiamo di noi e che verosimilmente non aderisce quindi alla realtà.

Uno sguardo al futuro:

Dopo aver commentato l’opera di Tolomei, aver cercato di rendere le diverse visioni sull’argomento e aver accennato ai casi recenti di AVS e SMG, sarà forse il caso di proporre anche una possibile soluzione di più ampio respiro alla questione della toponomastica che, come detto, se considerata isolatamente nei suoi termini non è di facile soluzione; e visto che tutto è scaturito dal Prontuario, io credo che la soluzioni si trovi proprio lì. Tolomei, infatti, non si stanca di ribadire la relazione che c’è tra i suoi nomi e l’appartenenza nazionale, quasi i primi siano principalmente un espediente creato in funzione della legittimazione del dominio statale. Ora, dal punto di vista del Sudtirolo, dalla semplice combinazione di questi due fattori (nomi e appartenenza politica) nascono 4 possibilità che brevemente elenco e vale forse la pena di vagliare:

  • 1: Sudtirolo italiano e toponomastica di Tolomei;
  • 2: Sudtirolo italiano senza toponomastica di Tolomei;
  • 3: Sudtirolo indipendente e toponomastica di Tolomei;
  • 4: Sudtirolo indipendente senza toponomastica di Tolomei.

Ora: la prima possibilità è in sostanza quello che abbiamo avuto negli ultimi 90 anni e stiamo cercando di migliorare. La seconda possibilità potrebbe togliere qualche spina dalla simbolica Dornenkrone dei sudtirolesi tedeschi, ma contribuirebbe anche ad aumentare quel senso di impotenza (disagio) dei sudtirolesi italiani, delegittimati e tagliati fuori ormai anche simbolicamente da tutto quel che in Sudtirolo più conta e li vedrebbe quindi sempre meno partecipi e più costretti a ricorrere a Roma per ottenere qualcosa. La quarta soluzione sarebbe poi avvertita da questi ultimi proprio come un’umiliazione a tutto campo, senza alcuna speranza. L’unica soluzione che mi pare soddisfacente è la terza: un Sudtirolo autodeterminato non più facente parte dell’Italia, ma senza prendersi la briga di cancellare i nomi di Tolomei. Perché? Semplicemente perché se il pensiero di Tolomei venisse sconfitto su tutta la linea, con la secessione dall’Italia e la cessazione di ogni possibile tendenza assimilatoria, i semplici nomi perderebbero quella valenza oppressiva che hanno avuto in passato. A chi importerebbe di eliminare il tanto contestato nome della “Vetta d’Italia” se questa non fosse più in Italia? Credo che di fronte all’innegabile successo che la sicurezza di uno stato autonomo nei confronti dell’assimilazione comporta, i rappresentanti dei sudtirolesi tedeschi potrebbero finalmente rinunciare a fare dei nomi una questione di principio e scegliere a quel punto di non mortificare quegli italiani che ai “loro” nomi sono legati. E d’altro canto, forse con una certa sorpresa, in un Sudtirolo indipendente i sudtirolesi italiani potrebbero trovare riconosciuta in modo tangibile (e senza alcuna costrizione esterna: ricordate l’esercito che doveva cambiare i cartelli) la loro presenza, grazie all’accettazione dei nomi che usano per indicare i luoghi dove vivono. Ma queste ora sono solo speculazioni: nel presente, come detto, il problema della toponomastica continua a sembrarmi solo parzialmente solvibile.

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Sudtirolesi ingrati.

di Fabio Rigali

Sulla scena politica di oggi esistono purtroppo pochissime figure che possano contare sul “posto fisso”, come nei secoli passati; la precarizzazione, che ormai pare affligga quasi tutte le professioni, è cominciata in politica già molti decenni fa con la deprecabile pratica delle elezioni; sicché oggi, malgrado una retribuzione appena migliore e qualche minuscola agevolazione, un ministro, un consigliere od un assessore, non è affatto diverso da un precario. Il mandato è in sostanza un contratto a termine, che, a scadenze regolari, rimette l’interessato in balia della volubile “volontà popolare”. Alle migliaia di persone che oggigiorno cercano di arrabattarsi in rapporti lavorativi di questo tipo, non risulterà difficile da capire come la più grande preoccupazione di questi poveri salariati della politica sia quella di scongiurare la disoccupazione. I partiti in questo senso ne sono un po’ la corporazione: si occupano di distribuire al meglio tra gli affiliati i posti vacanti secondo apposite liste elettorali, simili alle graduatorie; si impegnano nell’assicurare la rielezione e, se possibile, nel creare nuovi posti di lavoro; il loro unico problema è il consenso.

L’esigenza cruciale della politica moderna è dunque quella di creare consenso in modo efficace e duraturo. Fin dall’inizio dev’essere chiaro che il buongoverno non è una tecnica su cui vale la pena di impegnarsi troppo a fondo: moltissime sono le scelte più o meno radicali che, pur sembrando utili alla collettività, metterebbero un politico rampante in pessima luce. Piuttosto che mettersi in gioco e spiegare il proprio operato pubblicamente, è molto più prudente rimandare all’infinito o fare le cose a metà: si rischia molto meno di creare malumori e di venir silurati dal verdetto popolare. Anche i comizi, i manifesti e le iniziative porta a porta non sono granché: a fronte di un grande dispendio di soldi ed energie i risultati, a livelli più alti delle elezioni comunali, sono modesti. Ne consegue che la strada migliore per non ritrovarsi disoccupati è un’altra.

La preziosa esperienza di generazioni di professionisti della politica ha fortunatamente rivelato come i finanziamenti pubblici e i provvedimenti “amichevoli” siano il miglior strumento per creare consenso. I gruppi di potere, le famiglie influenti, i grandi gruppi industriali, le organizzazioni e le associazione sono in tutto il mondo i migliori amici di un politico; e viceversa. Funziona così: i primi forniscono voti e una forma di pubblicità presso i loro affiliati incomparabilmente più persuasiva degli slogan e dei brutti ceffi ritratti sui manifesti; il politico, dal canto suo, ricompensa questo favore fornendo a questi benefattori mezzi burocratico-legislativi e finanziari utili alle loro attività. E’ un connubio perfetto che può durare per decenni, in cui gli interessi di politica e gruppi vari vengono armonizzati e si fondono in una perfezione commovente. Il “bene comune”? Il “buongoverno”? Gli “ideali”? Come si può essere così naïf e insensibili da mettere in dubbio la bontà di questo tipo di sistema, ignorando egoisticamente il dramma di migliaia di amministratori che in tutto il mondo rischiano il loro posto di lavoro ad ogni elezione?

D’altra parte anche nel Sudtirolo più idilliaco dei balconcini fioriti, dove una schiera di associazioni contribuiscono da oltre 60 anni in maniera determinante a far eleggere i rappresentanti di un unico partito, non tutto funziona come dovrebbe. Molti elettori cominciano purtroppo a chiedersi se veramente gli interessi di questo partito coincidano coi loro; ed a parte questi vaneggiamenti ci sono poi le solite beghe da condominio degli italiani piagnoni e dei tedeschi antipatici, i secessionisti rompiscatole, gli ambientalisti furiosi e molte altre fole; lo si vede dai volti stanchi dei poveri consiglieri di maggioranza: non è più come ai bei tempi, dove bastava far voce grossa contro Roma ed i voti eran sicuri.

Negli ultimi anni ci si è messa pure una fastidiosa associazione che per decenni era stata serbatoio di voti per il partito ed oggi lo critica con sempre maggiore insofferenza; di più: sprona gli eletti (e gli elettori) ad interrogarsi sul futuro del Sudtirolo, in aperta antitesi con le visioni del partito. Non solo si immischia nelle discussioni su temi di esclusiva proprietà dei politici, ma anzi le solleva di propria iniziativa, aggiungendo così al danno elettorale anche la beffa. In questo modo non si poteva andare avanti e, quindi, giustamente, si è ora deciso di dare una bella sforbiciata ai contributi provinciali di questa infida associazione, lo Schützenbund, per il suo progressivo allontanarsi dal partito. Era davvero ora che qualcuno prendesse dei provvedimenti ed ora possiamo solo sperare che i tagli agli Schützen insegnino alle altre associazioni a stare buone ed a rimanere al loro posto: visto tutto quello che il partito fa per loro, sarebbe davvero una sfacciataggine dissentire!

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Gli Schützen agli italiani.

di Fabio Rigali

Ieri mattina dopo aver letto le solite polemiche pretestuose e dopo aver sentito in giro tutto ed il contrario di tutto sulla “Freiheitsmarsch“, mi son detto che sarebbe stato il caso di chiarire alcuni dei principali equivoci con un comunicato che avesse, oltre un carattere informativo, anche quello di invito alla partecipazione di quanti vengono sempre dati per esclusi, ovvero i sudtirolesi italiani. L’ho proposto al Landeskommandant Elmar Thaler e lui mi ha subito risposto che era un’ottima idea e mi ha pregato di occuparmene assieme al Kulturreferent, Günther Morat, che è anche un affezionato lettore di . Questo è il testo che abbiamo steso:

Cari concittadini,

la fatidica data del 14 aprile e con essa la nostra annunciata “Freiheitsmarsch” si avvicina, portando con sé polemiche che, spesso di natura strumentale, divengono ogni giorno più roventi. Noi Schützen non siamo un partito, ma come ogni associazione presente in provincia, dal CAI al Bauernbund, ci occupiamo dei temi politici che ci stanno più a cuore; e ci teniamo a dire la nostra, magari in modo un po’ spettacolare, ma restando sempre in una prospettiva pienamente democratica. Per questo è da lunghissimo tempo che abbiamo in mente di fare una manifestazione per spingere la società e la politica ad interrogarsi su quali siano le migliori prospettive per il futuro del Sudtirolo; e non è nemmeno un caso se durante l’anno di celebrazione dei 150 anni d’Italia non abbiamo indetto alcuna grande manifestazione, che avrebbe potuto essere avvertita come provocazione. Nonostante questo oggi si sente spesso dire in giro che quella da noi organizzata sarà una marcia “contro gli Alpini” o addirittura “contro gli italiani”, anche se cioè è del tutto falso. Noi non marciamo contro qualcosa, ma marciano per qualcosa.

Non è colpa nostra se la crisi del debito pubblico, il cambio di governo e le correlate politiche di risanamento sempre più fortemente centraliste, nazionaliste e antiautonomiste siano intervenute proprio nel periodo precedente al raduno nazionale degli Alpini. E, se è vero che non siamo per nulla entusiasti del loro mastodontica adunata dal forte sapore nazionalista, con questa marcia non ci rivolgiamo contro di loro, ma al futuro della nostra (e vostra) Heimat, che è decisamente più importante. Non si tratta perciò affatto di una provocazione, ma di un argomento per noi serissimo. Noi non possiamo tra il resto più dare fiducia ad uno stato, che ha tenuto in piedi come sua guida un signore come Silvio Berlusconi per un ventennio quasi. E non abbiamo nemmeno fiducia in un presidente manager, il cui passato sta proprio in quel mondo delle banche, che ci ha canalizzato verso una crisi mai vista dai giovani d’oggi.

Riguardo invece alla sempre ricorrente affermazione che vogliamo escludere una parte della popolazione, in particolare quella di lingua italiana, dalle nostre visioni per il futuro, vorremmo far innanzitutto notare che l’autonomia si è dimostrata un bene per tutti e che i cospicui tagli al bilancio ed i continui attacchi alle prerogative della Provincia finiranno per ripercuotersi senza distinzioni di lingua. E’ quindi pura calunnia che la nostra marcia sia indirizzata contro qualcuno, ma anzi, ci teniamo ad invitare alla nostra manifestazione quanti di lingua italiana, a prescindere dalle diverse prospettive (Vollautonomie, Freistaat, Euregio, ritorno all’Austria), si preoccupino per il futuro del Sudtirolo e si auspichino una maggior autonomia da Roma. Noi tutti insieme abbiamo dimostrato di aver versato sempre tasse in abbondanza e di aver contribuito alla buona amministrazione della nostra terra. Marciamo insieme e vedrete che il cammino futuro non sarà nuovamente un sentiero diviso!

Fabio Rigali, Gargazon/Gargazzone
Mjr. Günther Morat, Margreid/Magrè

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Le colpe degli altri.

di Fabio Rigali

Quanto è di moda parlare delle colpe degli “altri”: ci permette di tacere su noi stessi e ci attribuisce una legittimità morale superiore a loro. “Altri” possono essere gli odiati vicini, i colleghi antipatici, gli avversari politici; in quest’ultimo caso in Sudtirolo dietro la mera appartenenza politica si maschera quasi sempre anche quella linguistica, creando il gruppo del noi e degli altri.

Così è spontaneo che chi voglia affermare la superiorità morale di un presunto gruppo debba ingigantire gli errori altrui e nascondere o negare i propri. E’ uno schema comportamentale pervicacemente radicato: vi ricorrono persino i bambini allorché debbano render conto alla maestra del proprio comportamento; chi non ha mai sentito giustificazioni cominciare con un “ma lui”? Il “fanciullo” di oggi, Alessandro Bertoldi, ha invece qualche anno in più e sembra ben avviato al cursus honorum nel partito di Berlusconi; l’argomento del contendere sono in questo caso le infami torture in carcere dei terroristi. Tralasciando l’interessante argomento di come questa destra si comporti con sconcertante indulgenza verso casi di maltrattamento ben più recenti, voglio concentrarmi sul caso specifico: a dire di Bertoldi si sarebbe trattato di  “due sberle” in carcere, come afferma in un commento sul sito di ST-F. Le “torture”, “se mai vi siano state, sono state poco e sempre troppo poco”, secondo il suo comunicato ufficiale, che sembra pervaso dal rammarico di non aver usato maggiore brutalità; in più “i terroristi non hanno scontato un giorno soltanto di carcere”, sostiene il giovane “berluschino”.

Si tratta di argomenti inauditi, che tradiscono una sconcertante immaturità ed una fondamentale ignoranza dei fatti in questione. Tutti sanno che si tratta di palesi falsità, che le torture ci furono eccome ed ebbero conseguenze croniche per alcuni e fatali per altri; non occorre quindi addurre prove in questa sede: a noi, di fronte a cotanta incompetenza, interessa solo smascherare e confutare la logica sottesa a queste dichiarazioni:

  • In primo luogo la responsabilità è personale, non di gruppo, e Bertoldi potrebbe tranquillamente continuare a parteggiare per lo Stato anche condannandone i soprusi dei singoli.
  • Seconda cosa: nego che chi si consideri genuinamente democratico possa in questo caso parteggiare per le forze dell’ordine, che hanno infranto quello stato di diritto, che erano chiamate a difendere: si può non essere d’accordo sui metodi ed anche sui fini degli attivisti e si può finanche giudicarli gli “assassini e i terroristi degli anni ’60”, come fa Bertoldi, ma non si può non condannare l’uso della tortura perché è fuori da ogni principio giuridico.
  • Terzo, chi ripudia la gli attentati in modo così deciso ed inappellabile non si capisce come possa tollerare invece la violenza nel carcere.
  • L’ultimo principio che mi preme rovesciare è quello che ci impedisce rigidamente di individuare colpe nel nostro gruppo linguistico o che ci porta, anche in casi conclamati, a sminuirle. La vogliamo dire finalmente una cosa: io non sento per me di avere proprio nulla in comune con chi umilia e distrugge con tortura la dignità (propria e) altrui.

Cosa avrei fatto io negli anni ’60? Pur comprendendo ed appoggiando le motivazioni profonde della protesta, non avrei probabilmente preso parte agli attentati, perché troppo pericolosi per l’incolumità propria ed altrui (esattamente come fece la maggioranza della popolazione); avrei quindi deprecato ogni vittima civile e militare e mi sarei sicuramente indignato di fronte al perpetrare di azioni tanto vigliacche come la tortura di prigionieri.

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[Piccola] rettifica.

di Fabio Rigali

Vorrei fare alcune considerazioni sull’articolo di Davide Pasquali apparso sull’Alto-Adige di domenica, riprendendo alcuni lacerti della discussione sulle parole di Mitterhofer, A’ benigni lettori.

In primis voglio precisare che la pubblicazione è avvenuta a mia insaputa e mi ha colto completamente di sorpresa: non voglio sembrare permaloso, ma personalmente mi avrebbe fatto piacere essere almeno avvertito prima di scoprire parte del mio testo corredato di nome e cognome sul giornale. Pazienza.

In ogni caso gli articoli e le discussioni online sono fatte per essere lette ed il fatto che un giornale abbia citato il blog significa che i dibattiti che vi si svolgono hanno un certa risonanza ed un certo livello. Mi pare una risposta indiretta a quelli che sostengono che serva a poco o nulla.

Il pezzo in questione, purtroppo però, non rende giustizia alla nostra discussione e finisce, secondo l’impressione di molti, con l’inquadrarla nel trito palinsesto delle contrapposizioni etniche. Sembra infatti, fin dalle prime righe che le reazioni contrarie a Mitterhofer assumano valore non in virtù degli argomenti espressi, ma in quanto opinioni “pure di tedeschi” oltre che italiane. Gli interventi citati in coda, poi, restano quasi tutti nel ritualizzato scambio di reciproche accuse di fascismo e non sembrano tenere conto dell’evoluzione  positiva della discussione: viene dato risalto al fatto che la condanna di immigrazione e matrimoni misti fatta da Mitterhofer venga giustamente considerata inaccettabile e primitiva; ma si tace purtroppo del generale accordo sul fatto che debbano essere intraprese politiche che valorizzino maggiormente anche le lingue di minoranza.

Del tutto passata sotto silenzio è anche la visione in prospettiva di : quella dell’indipendenza del Sudtirolo su base territoriale, in chiave eco-social-democratica ed inclusiva di tutti i gruppi linguistici, allo scopo di depotenziare molti degli annosi conflitti “etnici” esistenti. Dato che si tratta di una posizione assolutamente unica, direi che il silenzio a riguardo risulta un po’ deludente.

Ma non voglio vedere tutto in negativo, anzi: sono contento che Pasquali abbia scoperto la nostra comunità di discussione dove si scrive di politica “sia in italiano che in tedesco”. Spero che continui a seguirci (suoi eventuali interventi sono benvenuti) e a scoprire un po’ alla volta la complessità della nostra posizione e di quanto sia difficile far emergere degli spazi di confronto post-etnici in un contesto così portato all’inquadramento ed alla contrapposizione come il dibattito pubblico sudtirolese.

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A’ benigni lettori…

di Fabio Rigali

…ed a voi tutti che coi vostri preziosi argomenti contribuite a rendere questo Blog così interessante, oggi mi permetto umilmente di chiedere un piccolo sforzo aggiuntivo: il nostro caro pérvasion mi ha chiesto di scrivere un articolo su alcune affermazioni che ho udito sabato alla Grosskundgebung di Frangart e che mi hanno subito gettato nello sconforto, per via del loro carattere primitivo. La mia forte indignazione e l’aspetto emotivo di averle sentite pronunciare davanti a migliaia di persone che applaudivano, non mi mettono però in condizione di farlo con serenità. Per questo chiedo oggi l’aiuto vostro ed anche di quelli che seguono senza commentare: per favore, leggetele e commentatele numerosi. Grazie!

[…] Ich sehe immer klarer, dass es notwendig ist, dass wir alle zusammenstehen und für ein Ziel mit geistigen Mitteln dafür kämpfen müssen, denn die Assimilierung schreitet unaufhaltsam weiter. Viele Südtiroler nähern sich immer mehr der italienischen Mentalität.

Im Kindergarten fängt es schon an, es ist schon soweit, dass manche italienisch besser beherrschen als die Muttersprache. In einigen Jahren ist es soweit, dass wir die gemischte Schule bekommen. Der Sport ist ein weiterer gefährlicher Punkt, wo die Assimilierung stärker greift. Mit der Zweisprachigkeit und den Formularen in den öffentlichen Ämtern geht es auch wieder rückwärts. Eine weitere Gefahr sind die Ausländer, wenn sie einmal zum Wählen kommen, werden die meisten italienisch wählen, weil sie die Geschichte des Landes nicht kennen. Von den volkstumspolitisch gefährlichen Mischehen spricht ja schon niemand mehr.

In der Politik haben wir Verantwortungsträger, welche für die Volkstumspolitik das Gespür verloren haben, die Macht und das Geld hat Vorrang. […].

Sepp Mitterhofer, Ehrenobmann des Heimatbundes am 11.06.2011.

Quelle: Süd-Tiroler Freiheit.

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L’argomento dell’ultimo momento.

di Fabio Rigali

In questi giorni rilevo un certo interesse mediatico nei confronti dei partiti di opposizione: si parla del loro successo di iscrizioni, ma non solo. Oggi, ad esempio, c’è stata la presentazione di un’autorevolissima statistica: ben lo 0,1% della popolazione è stata interrogata sul suo gradimento della secessione. Ebbene, il 56% della popolazione tedesca e ladina si è detta favorevole e questo assicura, in un’ipotetica votazione, un sensazionale risultato complessivo del 40% circa: una vittoria epocale secondo alcuni; una sconfitta piuttosto netta, secondo la matematica. Il fatto che il 100% della popolazione italiana interrogata abbia risposto di essere contraria rende di fatto superflua un’ulteriore analisi delle cause dell’insuccesso. Ma non sono questa le considerazioni principali che mi impongono un breve commento: lo studio è stato commissionato proprio in occasione dei 50 anni della Feuernacht ed a corollario dello stesso si aggiunge che occorre sbrigarsi, perché ci troveremmo di fronte all’ultima occasione utile per esercitare la Selbstbestimmung.

Questo argomento dell’ultimo momento non è affatto nuovo ed, assieme alla ricorrenza storica, offre lo spunto per una doverosa riflessione: se oggi siamo agli sgoccioli, quando sarebbe stata possibile la Selbstbestimmung? Ecco un brevissimo excursus storico: durante il fascismo e la guerra, la secessione era semplicemente un suicidio: Mussolini e Hitler ci avrebbero massacrati senza pietà; durante la guerra fredda era pura follia, perché avrebbe potuto portare ad un’escalation mondiale; per tutti gli anni ’90 le frontiere erano ancora delle fortissime linee di demarcazione fra Stati poco comunicanti tra loro. In più dal principio e fino a pochi anni fa in Sudtirolo, la situazione interna ed i rapporti tra i gruppi linguistici erano all’insegna della diffidenza, quando non dell’ostilità: la guerra civile era una possibilità reale. Quando sarebbe stata dunque possibile la Selbstbestimmung? Solo oggi; e solo a patto che si lavori nell’alveo del dialogo e si ottenga la fiducia di tutti i gruppi. Ci troviamo perciò nel primo momento utile, non nell’ultimo, perché prima era semplicemente un progetto folle. Questo si vede anche dal fatto che occorra più che mai rimboccarsi le maniche, invece di insistere sugli argomenti del passato.

Ecco dunque una piccola riflessione per i 50 anni della Feuernacht: oggi, per quanto il raggiungimento dell’indipendenza sia un cammino lungo e per nulla scontato, vi siamo immensamente più vicini di quanto non lo fossimo negli anni ’60, nonostante all’epoca si usassero “metodi” a dir poco spettacolari. Le condizioni oggettive che impedivano questo processo oggi non ci sono più o possono essere ragionevolmente superate. Tutto questo, però, non lo dobbiamo alla strategia della tensione, ma unicamente alla pacifica situazione internazionale ed alla pacifica convivenza interna. Prendiamone finalmente piena coscienza e non sprechiamo l’occasione!

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Storia ed esempio.

di Fabio Rigali

Dopo aver letto l’articolo «Via Tridentina» sull’Alto Adige del 15 maggio sono stato preso dallo sconforto: trovo francamente imbarazzante sia la logica ad esso sottesa, sia le argomentazioni. Per legittimare l’intitolazione di una via alla brigata “Tridentina” si è infatti ricorsi all’espediente puerile di raccogliere pareri favorevoli tra i cittadini “tedeschi”, confermando implicitamente l’impostazione strettamente etnico-nazionalista della discussione. Ma purtroppo lo si è fatto anche esplicitamente, ventilando la tesi che il gruppo linguistico italiano si identifichi con un corpo militare e che la cosa non debba costituire nulla di strano: si tratta di un’anomalia mostruosa ed il fatto che molti cittadini degli altri gruppi vi si siano abituati, non la rende di una virgola più accettabile. Mi vengono in mente le grandi parate novecentesche in cui i popoli europei giubilavano al passaggio del loro esercito, ritenuto “l’orgoglio della nazione”: militarismo e nazionalismo questo, in sostanza, sarebbe in Sudtirolo il vero “compromesso per la convivenza”.

Dietro la sublimazione dei fasti delle parate, delle belle uniformi e delle mostrine si cela però, oggi come ieri, la cruda realtà della guerra, che oggi sempre più spesso viene ribattezzata “missione di pace”, a condizione che gli spari, le bombe, il sangue ed i corpi straziati siano lontani dai nostri occhi. E’ questo l’altro argomento che non condivido: si sottolinea più volte come gli alpini siano, quasi a priori, una forza di pace; lo sarebbero se avessero dei fucili a salve e se non si trovassero impegnati a migliaia di chilometri da casa loro in vari teatri di guerra. Pare invece che proprio la brigata “Tridentina” fosse impegnata attivamente in vari conflitti, tra cui anche l’aggressione dell’URSS a fianco dei nazisti; storia, si dirà, e pertanto degna di essere ricordata. Non voglio rubare il mestiere agli storici, ma trovo che tra memoria e celebrazione debba essere mantenuta una linea riconoscibile. Ritengo poi che alcuni esempi siano più validi di altri, anche se nella storia, come nella vita, non tutti gli attori si prestano ad essere catalogati senz’altro in buoni e cattivi. Con questo voglio dire che, nonostante sicuramente moltissimi alpini avranno prestato servizio secondo i migliori ideali, la brigata nell’insieme non si delinea come chiaro esempio di “funzione di pace”, come vuol farci credere l’Alto Adige.

Pertanto la mia controproposta, posto che si voglia ricordare dei soldati, è quella di intitolare piuttosto la via all’ SS-Polizeiregiment “Brixen” che, a dispetto del nome, essendo in gran parte formato da Dableiber e cattolici convinti, si rifiutò coraggiosamente di giurare fedeltà a Hitler. Ironia del destino, anche questo reggimento finì a combattere sul fronte sovietico, come la “Tridentina”; in questo caso si trattò però di una dura punizione per la fedeltà rifiutata: male equipaggiati e peggio armati, questi soldati pagarono a carissimo prezzo la loro scelta etica. E’ una storia edificante che pochissimi sanno e che, ritengo, meriterebbe di essere approfondita, raccontata e celebrata molto di più di altre. Ma non mi faccio illusioni a riguardo: so già che la mia opinione verrà letta attraverso la lente etnica ed incasellata nello spazio riservato a quelli che sono “di lingua italiana e Schützen”.

Vedi anche: 1/

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