{"id":61517,"date":"2020-10-30T14:19:03","date_gmt":"2020-10-30T13:19:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.brennerbasisdemokratie.eu\/?p=61517"},"modified":"2024-06-07T07:43:58","modified_gmt":"2024-06-07T05:43:58","slug":"democrazia-e-prefetto-si-repugnano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.brennerbasisdemokratie.eu\/?p=61517","title":{"rendered":"Democrazia e prefetto si repugnano."},"content":{"rendered":"<p>Da molti anni il Sudtirolo \u2014 pur se a singhiozzo \u2014 sta chiedendo l&#8217;abolizione della figura del Prefetto o del Commissario del Governo che dir si voglia, come in Valle d&#8217;Aosta.<\/p>\n<p>La deputata pentastellata Elisa Tripodi, aostana, sta invece portando avanti la battaglia opposta: regalare un bel Prefetto anche alla <em>Vall\u00e9e.<\/em> Non c&#8217;\u00e8 che dire, bella prova di autonomismo.<\/p>\n<p>Nel dicembre 2019, a commento della proposta di Tripodi, l&#8217;ex presidente della Valle d&#8217;Aosta Luciano Caveri sul suo blog <a title=\"Luciano Caveri: Ricordando Einaudi, no ad un Prefetto in Valle.\" href=\"https:\/\/www.caveri.it\/blog\/2019\/12\/17\/ricordando-einaudi-no-ad-un-prefetto-valle\">segnalava<\/a> come \u00ablettura utile\u00bb un articolo di Luigi Einaudi (Presidente della Repubblica 1948-1955) apparso sulla <em>Gazzetta Ticinese<\/em> nel 1944.<\/p>\n<p>Che mi permetto di riprodurre qui:<\/p>\n<blockquote><p>Proporre, in Italia ed in qualche altro Paese di Europa, di abolire il &#8220;prefetto&#8221; sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto \u00e8 quasi sinonimo di Governo e, lui scomparso, sembra non esistere pi\u00f9 nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l&#8217;amministrazione pubblica? <strong>In verit\u00e0, il prefetto \u00e8 una luce che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone.<\/strong> Gli antichi Governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d&#8217;ogni parte, dai senati e dalle camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli Stati italiani governavano entro i limiti posti dalle &#8220;libert\u00e0&#8221; locali, territoriali e professionali. Spesso &#8220;le libert\u00e0&#8221; municipali e regionali erano &#8220;privilegi&#8221; di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all&#8217;universale. <strong>Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l&#8217;opera iniziata dai Borboni, le libert\u00e0 locali; e Napoleone, dittatore all&#8217;interno, amante dell&#8217;ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezion\u00f2 l&#8217;opera.<\/strong> I Governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. <strong>L&#8217;Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-Stati in un corpo unico, immagin\u00f2 che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d&#8217;ltalia, come le province ex-austriache, nelle quali la luce si era infiltrata con manifestazioni attenuate.<\/strong> Si credette di instaurare libert\u00e0 e democrazia e si foggi\u00f2 lo strumento della dittatura.<\/p><\/blockquote>\n<blockquote><p><strong>Democrazia e prefetto repugnano profondamente l&#8217;una all&#8217;altro. N\u00e9 in ltalia, n\u00e9 in Francia, n\u00e9 in Spagna, n\u00e9 in Prussia si ebbe mai e non si avr\u00e0 mai democrazia, finch\u00e9 esister\u00e0 il tipo di governo accentrato, del quale \u00e8 simbolo il prefetto.<\/strong> Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volont\u00e0 popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libert\u00e0 di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei Paesi a Governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di Governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro Paesi a Paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perch\u00e9 quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che \u00e8 cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da s\u00e9, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta, se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L&#8217;auto-governo continua nel cantone, il quale \u00e8 un vero Stato, il quale da s\u00e9 si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di Stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il Governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno cos\u00ec numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o Governo pi\u00f9 grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri pi\u00f9 piccoli. Cos\u00ec pure si usa governare in Inghilterra, con altre formule di parrocchie, borghi, citt\u00e0, contee, regni e principati; cos\u00ec si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. <strong>Nei paesi dove la democrazia non \u00e8 una vana parola, la gente sbriga da s\u00e9 le proprie faccende locali<\/strong> (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), <strong>senza attendere il la od il permesso dal Governo centrale.<\/strong> Cos\u00ec si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non \u00e8 certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei Cantoni o negli Stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da s\u00e9 n\u00e9 \u00e8 creata dal &#8220;fiat&#8221; di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e via via quelle delle cose nazionali od inter-statali pi\u00f9 grosse.<\/p><\/blockquote>\n<blockquote><p>La classe politica non si forma tuttavia se l&#8217;eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non \u00e8 pienamente responsabile per l&#8217;opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l&#8217;eletto non \u00e8 responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il Governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finch\u00e9 esister\u00e0 in Italia il prefetto, la deliberazione e l&#8217;attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al Consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al Governo centrale, a Roma; o, per parlar pi\u00f9 concretamente, al Ministro dell&#8217;interno. Costui \u00e8 il vero padrone della vita amministrativa e politica dell&#8217;intero stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il Governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l&#8217;iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l&#8217;approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. <strong>Chi governa localmente di fatto non \u00e8 n\u00e9 il sindaco n\u00e9 il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli \u00e8 stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico.<\/strong> Chi, se non un funzionario statale, pu\u00f2 interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni pi\u00f9 piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta \u00e8: non sono ancora arrivate le istruzioni, non \u00e8 ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente nel ministero l&#8217;idea semplice che l&#8217;eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa torner\u00e0 ad essere l&#8217;eletto del popolo in uno stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui ufficio principale \u00e8 essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di Stato e, meglio e pi\u00f9, perch\u00e9 di fatto pi\u00f9 potenti, presso direttori generali, capidivisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la &#8220;pratica&#8221; senza una spinta, una raccomandazione non \u00e8 recente n\u00e9 ha origine dal fascismo. E&#8217; antico ed \u00e8 proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l&#8217;orologio, diceva: a quest&#8217;ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; cos\u00ec si pu\u00f2 dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l&#8217;autonomia alle universit\u00e0; ma era logico che nel sistema accentrato le universit\u00e0 fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell&#8217;amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di universit\u00e0, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilit\u00e0 ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranit\u00e0 popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a valere la volont\u00e0 dei loro amministrati appariva camorra, o sopruso, privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventer\u00e0 Ministro dell&#8217;interno, disporr\u00e0 della leva di comando del Paese; sanno che nessun presidente del consiglio pu\u00f2 rinunciare ad essere Ministro dell&#8217;interno se non vuol correre il pericolo di vedere &#8220;farsi&#8221; le elezioni contro lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle Questure e dei Carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l&#8217;esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo pi\u00f9 che dai lavori parlamentari \u00e8 assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori.<br \/>\n<strong>Perci\u00f2 il delenda Carthago della democrazia liberale \u00e8: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni!<\/strong> Nulla deve pi\u00f9 essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorger\u00e0 una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l&#8217;amministrazione centralizzata \u00e8 scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadr\u00e0 alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L&#8217;unit\u00e0 del paese non \u00e8 data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L&#8217;unit\u00e0 del paese \u00e8 fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da s\u00e9. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Cos\u00ec si creano o si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e faccia da questa e dai comitati eleggere una costituente. Chi vuole che gli italiani governino se stessi, faccia invece subito eleggere i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio, quando non possano scaricare su altri, sulla autorit\u00e0 tutoria, sul governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma cos\u00ec: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed a successi.<\/p><\/blockquote>\n<blockquote><p>Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perch\u00e9 ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da una parte con il distretto o collegio o vicinanza, unit\u00e0 pi\u00f9 piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi ed affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall&#8217;altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune, il collegio e la regione dovranno amministrarsi da s\u00e9, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del Comune, del collegio e della Provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire.<br \/>\n<strong>Si potr\u00e0 discutere sui compiti da attribuire a questo o quell&#8217;altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranit\u00e0 e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione di vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale, con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall&#8217;alto, urge distruggere l&#8217;idea funesta della sovranit\u00e0 assoluta dello stato.<\/strong> Non temasi dalla distruzione alcun danno per l&#8217;unit\u00e0 nazionale. <strong>L&#8217;accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorit\u00e0 locali nel giorno delle elezioni generali;<\/strong> una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma divenuta strumento di inquisizione politica e di giustizia &#8220;economica&#8221;, ossia arbitraria. L&#8217;arbitrio poliziesco erasi affievolito all&#8217;inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come gi\u00e0 con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, \u00e8 pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica.<br \/>\nChe cosa ha dato all&#8217;unit\u00e0 d&#8217;Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene, al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo \u00e8 svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. \u00c8 lo stato il quale si rif\u00e0 spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come \u00e8 sua natura. <strong>Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unit\u00e0 \u00e8 salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo stato.<\/strong> La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l&#8217;occasione unica di ricostruire lo stato partendo dalle unit\u00e0 che tutti conosciamo ed amiamo; e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Cos\u00ec possederemo finalmente uno stato vero e vivente.<\/p><\/blockquote>\n<p><em><small>Evidenziamento in grassetto mio<\/small><\/em><\/p>\n<p><strong><span style=\"font-family: Helvetica, Arial, sans-serif; text-transform: uppercase;\">C\u00ebla enghe:<\/span><\/strong> <a title=\"Prefettura, chiesto il passaggio di competenze.\" href=\"https:\/\/www.brennerbasisdemokratie.eu\/?p=49810\"><code>01<\/code><\/a> <a title=\"\u00bbWachhund weg!\u00ab\" href=\"https:\/\/www.brennerbasisdemokratie.eu\/?p=18814\"><code>02<\/code><\/a> <a title=\"Der Beamtenstaat.\" href=\"https:\/\/www.brennerbasisdemokratie.eu\/?p=26459\"><code>03<\/code><\/a> <span style=\"font-family: Helvetica, Arial, sans-serif; font-weight: normal;\">||<\/span> <a title=\"Landtag wieder gegen Regierungskommissariat.\" href=\"https:\/\/www.brennerbasisdemokratie.eu\/?p=86168\"><span style=\"color: #ff8c00\"><code>01<\/code><\/span><\/a><\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da molti anni il Sudtirolo \u2014 pur se a singhiozzo \u2014 sta chiedendo l&#8217;abolizione della figura del Prefetto o del Commissario del Governo che dir si voglia, come in Valle d&#8217;Aosta. 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