Zeitbombe für die Integration.

Um in Südtirol eine dauerhafte Aufenthaltsgenehmigung zu erlangen, müssen Zugewanderte seit Juni Kenntnisse der Staatssprache Italienisch belegen. Weder dürfen sie stattdessen einen Deutsch- oder Ladinischtest ablegen, noch werden die Kenntnisse dieser beiden Landessprachen gleichwertig erhoben. Einen Vorstoß der Landesregierung, die tatsächliche Gleichstellung von Deutsch und Italienisch zu erwirken, wurde von Rom entschieden zurückgewiesen. Lediglich ein freiwilliger zusätzlicher Deutschtest wurde in Aussicht gestellt.

Auch bei der Integration von Zugewanderten gibt es also nur eine »lingua franca«, die Sprache des zentralistischen Nationalstaates, während die anderen auf den Status von Folklore-Sprachen degradiert werden. Diese klare Hierarchie wird den neuen Südtirolerinnen fortan vermittelt werden, wobei auch die konkrete Gefahr besteht, dass gut integrierte Migrantinnen, die gut Deutsch und schlecht Italienisch sprechen, ausgewiesen werden — während etwa einsprachig italienisch sozialisierte Zugewanderte den Test problemlos bestehen. Die an und für sich bereits schwierigere Integration in eine Minderheitensprache wird hierdurch tatkräftig behindert.

Das ist eine regelrechte Zeitbombe für den gesellschaftlichen Zusammenhalt und für die effektive Integration neuer Mitbürgerinnen in unser mehrsprachiges Land. Gleichzeitig stellt die Regelung die fehlende Zuständigkeit des Landes (Autonomiemodell) in zukunftsträchtigen Schlüsselbereichen bloß und belegt, dass eine vollumfängliche Gleichstellung der Landessprachen nicht existiert.

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La liberazione dall’etnicità.
Stefano Fait e Mauro Fattor all'attacco dei miti etnici

di Thomas Benedikter

«Un’analisi corrosiva e spietata degli idoli e dei miti etnici che frenano la società sudtirolese e non solo», promettono i due autori Stefano Fait e Mauro Fattor con la loro opera «Contro i miti etnici» (uscita nel settembre scorso presso l’editore Raetia), con cui si mettono «alla ricerca di un Alto Adige diverso.» Partono dall’ipotesi che questa provincia sia afflitta da «orpelli etnici istituzionalizzati», quindi da una specie di fumogeno — oppure oppio per il popolo come la religione per Karl Marx — creato «dalle persone che campano grazie alla separazione, perché laddove non esiste un problema non c’è bisogno di pagare qualcuno per gestirlo e contenerlo (senza risolverlo).» Quindi il tema dei due autori non è la difficile organizzazione della convivenza quotidiana di due-tre gruppi etnolinguistici che chiedono pari diritti, e le sue implicazioni, ma la dimensione fittizia dell’etnicità stessa, strumento escogitato da qualche politico per dividere e dominare i cittadini, e la proiezione di un’alternativa trans-etnica. Per liberarsi da questo fumo negli occhi i miti etnici vanno smontati e non solo. Con grande impeto e ricco bagaglio scientifico i due autori si accingono a distruggere l’etnicità come categoria esistenziale utile per una società libera e moderna. Una volta liberati dai paraocchi etnici, cioè dalla «benevola segregazione etnica altoatesina», ogni vittimismo e patriottismo sarà roba di altri tempi e potremo finalmente goderci la nuova società non solo multiculturale, ma transculturale.

Per sollevare i sudtirolesi, sudditi dei miti etnici, dalla «ipnosi delle radici e della patria», Fait e Fattor partono da una critica di fondo dei concetti di «Volk», «Heimat» e delle politiche nazionaliste che «bovinizzano» le masse. Con un argomentario filosofico che spazia da Socrate fino Chomsky gli autori mettono in questione non solo l’etnicità, ma postulano di andare «oltre il culturalismo», affermando che non esistono lingue minacciate, ma solo politici che fanno crede alla gente che qualcuno voglia sottrarre loro la propria lingua. Sorprendentemente, anziché passare da questo teorema forte a una critica generale del nazionalismo delle 190 nazioni-stato in cui è suddiviso il mondo odierno, gli autori sono dell’avviso che questi presunti mali storici si concentrino nel gruppo etnico tedesco del Sudtirolo. Avrei meno problemi ad accettare il loro approccio se domani tutti i governi nazionali si mettessero ad un tavolo per decidere l’abolizione ufficiale delle lingue nazionali, l’abbandono immediato del principio dell’integrità nazionale degli stati membri (che il Trattato di Lisbona dell’UE riconosce come principio supremo), se scegliessero una lingua mondiale di comunicazione lasciando ogni altra attività culturale alla libera scelta dei privati post-etnici e atomizzati. Certo, sarebbe un mondo più tetro e noioso, ma sicuramente libero di proporzionali etniche e patentini di bilinguismo, eroi nazionali e lotte sui toponimi bilingui. Ingenuamente mi vien da chiedere: ma perché con quest’opera di de-costruzione etnica e culturale dovremmo iniziare proprio nel piccolo Sudtirolo, lo 0,1% della popolazione dell’UE? Perché dovrebbero essere le minoranze nazionali a liberarsi del bagaglio etnico lasciando fuori considerazione chi esercita dominio culturale in forma statale?

Una tesi centrale del lavoro di Fait e Fattor è la «superstimolazione etnica», che in Sudtirolo vedono concretizzarsi in una serie di sintomi partendo da manifestazioni dello Heimatbund, passando alle posizioni di qualche esponente della SVP e le rivendicazioni politiche della destra patriottica per arrivare a qualche spericolata affermazione di giovani Schützen. A parte l’analisi fin troppo unilaterale della società locale che da per scontato che la parte italiana non mostri nessun sintomo di «superstimolazione» o di attaccamento a simboli etnico-culturali, questo concetto non mi pare possa riflettere il carattere della società sudtirolese e delle forze che animano la sua dinamica interna. Non dubito che in Sudtirolo l’identità etnico-culturale — l’atteggiamento di «essere la mia lingua, essere la mia cultura», direbbero Fait e Fattor — sia particolarmente sentita. Anche chi ha solo sfiorato la storia di questa terra dell’ultimo secolo può facilmente spiegarsene le ragioni. È un fenomeno risaputa da chiunque si occupi di minoranze etniche. Il sudtirolese medio non è più legato alla presunta ideologia del «Bergbauer», è molto più «moderno» di quanto i due autori dalla loro scrivania a Bolzano immaginino. Ma nella vita quotidiana del Sudtirolo non credo si possa vivere più «stimolazioni identitarie» che in altre regioni alpine simili. Piuttosto si tratta di gente che vuole vivere e organizzare la sua comunità secondo i propri valori e parametri culturali, come pure i vicini al sud e al nord. Invece di estenuare il lettore con tante pagine di approcci filosofici post-etnici, gli autori avrebbero fatto meglio a calarsi di più nella realtà quotidiana della vita dei sudtirolesi.

Gli autori riscoprono l’acqua calda quando affermano che l’etnicità sia una costruzione sociale, basata su processi di ricerca e trasmissione di identità individuali e collettivi. Un concetto primordiale di etnicità basato su «Blut und Boden», su caratteristiche etniche di gruppi endogami o omogenei è superato pure dalle nostre parti. E chi dubita che l’etnonazionalismo possa sfociare in gravi conflitti come quelli vissuti in Bosnia, in Irlanda del Nord e in Palestina. Paragoni fin troppo sviati per il tranquillo Sudtirolo. Dopotutto, del nazionalismo non sono attori principali gli stati nazionali con i rispettivi popoli titolari? Le minoranze etniche lo sono semmai di riflesso, dovendo organizzare la loro identità culturale in un contesto dominato dalla cultura dominante dello stato. Oppure Fait e Fattor considerano l’Italia un paradiso multiculturale, il migliore dei mondi per le minoranze etniche?

Nell’ottica di Fait e Fattor il cittadino globale post-etnico percepisce «l’etnicità» come puro fardello, come retaggio pesante del passato. È un soggetto multilingue libero da costumi tradizionali, che gira il mondo senza «culturalismi», si diverte negli spettacoli folcloristici (che vanno bene per i popoli indigeni), assaggia le ricette etniche, ammira l’architettura etnica e si stupisce della cultura religiosa. Un bel supermercato, in cui l’etnicità diverte e non da fastidio. Guai se «l’etnico» si fa anche politico. Tornato a casa, il cittadino post-etnico non è interessato a confrontarsi con tali relitti del passato. Un atteggiamento che mi ricorda le autorità cinesi, che dall’alto della loro civiltà coccolano le minoranze etniche finché si limitano a coltivare i loro costumi. Appena affiorano le rivendicazioni politiche di autogoverno l’etnicità si fa sospetta, la tolleranza inizia a sgretolarsi. Presentata in questi termini, la visione di Fait e Fattor di una società post-etnica del Sudtirolo finisce ad essere una proiezione di un nuovo mito, sganciato sia da un’elaborazione della storia della minoranza sudtirolese, sia da un’analisi empirica della realtà quotidiana dei sudtirolesi. «Il presupposto per una buona convivenza — così­ una delle conclusioni degli autori — è andare oltre il culturalismo». Di culturalismo probabilmente pochi sudtirolesi s’intendono, ma difficilmente immaginano un futuro senza la loro lingua e cultura, senza uno stretto legame alla loro territorio, senza collegamento al mondo linguistico tedesco, cioè le condizioni culturali «normali» di ogni cittadino nei paesi confinanti. Tutto questo non è insolito per le microsocietà regionali europee non dico le più «moderne», ma quelle normali, tipiche, riscontrabili dovunque. Fait e Fattor nel loro lavoro stimolante (poteva sicuramente essere più conciso) propongono una visione idealista, normativa sull’etnicità, ma troppo lontana dalla realtà che le persone vivono, e dalle preferenze che concretamente ogni giorno esprimono. Inoltre, a parte le schermaglie sui vari simboli, il Sudtirolo oggi non sembra essere zona di un conflitto etnico acceso. Nella democrazia, con tutti i suoi limiti, la popolazione sceglie secondo le sue preferenze e conoscenze, che piaccia o meno agli scienziati post-etnici. Senza soccombere al potere dei fatti, voler insegnare cosa in fondo dovrebbero volere è un atteggiamento non poco arrogante. L’uomo post-etnico, che «contiene la moltitudine culturale» ovviamente non fa per i sudtirolesi. Forse sono semplicemente come i trentini e i nordtirolesi, interessati a vivere nella propria cultura, organizzando una buona convivenza con gli altri gruppi presenti sullo stesso territorio, aprendosi e modernizzandosi secondo i propri canoni e bisogni. Forse occorre una certa dose di modestia per rispettare delle scelte culturali di gruppi che poi si riflettono sul livello politico, senza stigmatizzarli come «bovinizzati dai manipolatori etnici».

Bibliografia:

Stefano Fait/Mauro Fattor
Contro i miti etnici

Alla ricerca di un Alto Adige diverso
RAETIA, Bolzano 2010, 222 pp., 18.- Euro

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E ora il Bauernbund.

Da tempo si era ormai giunti al colmo — ma la caccia dell’A. Adige alle associazioni ree di non far uso del prontuario fascista continua imperterrita. Se nel caso dell’AVS era legittima l’irritazione, non tanto perché ha agito come concessionario pubblico (lo dubito), ma perché ha marcato il territorio senza attenersi alle più fondamentali regole del rispetto (bilinguismo nelle descrizioni funzionali e binomismo nei toponimi di maggior rilievo), l’attuale accusa del quotidiano non sta più né in cielo né in terra: il Bauernbund, in un opuscolo dedicato all’ospitalità  contadina avrebbe rinunciato ad alcuni nomi inventati. Ora, è vero che il Bauernbund riceve soldi pubblici, ma resta pur sempre un’associazione privata. Nessuno pensa che gli Schützen o le associazioni dei rioni «italiani», solo perché percepiscono denaro pubblico, debbano attenersi all’obbligo del bilinguismo o magari alla proporzionale etnica — sarebbe francamente ridicolo!

Fa però specie che l’A. Adige vada ora a spulciare le pubblicazioni di un’associazione, mentre non commenta (e non ha mai commentato) le evidenti e sistematiche infrazioni di istituzioni e aziende pubbliche (che pubbliche lo sono a tutti gli effetti) che come poste, ferrovie, autostrade non rispettano né il bilinguismo né la toponomastica «tedesca» e «ladina». Così diventa palese l’intento (riuscito) di creare tensioni etniche, e non di denunciare i veri soprusi da entrambe le parti.

P.S.: È già  stato notato altrove, ma è un punto da tener presente: Il 2009, anno uno dei cartelli incriminati, in cui il tema è stato reso pubblico a livello nazionale (italiano), ed in cui le minacce di boicottaggio — dirette e indirette — da parte del turista italiano erano onnipresenti, è stato invece l’anno record degli italiani. Una notizia basata sulle rilevazioni dell’ASTAT e molto enfatizzata proprio dall’A. Adige (che non si è reso conto della palese contraddizione?). Ovviamente, questo dato statistico, per se, non giustifica nulla, ma si limita a smontare una delle tesi predilette dei tolomeisti.

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Im Namen der Post.

Post-Karte.

Heute bei Bekannten eingegangen. Merkwürdig, dass der Umgang der (öffentlichen!) Post mit den Ortsnamen (Makro-Toponomastik wenn man so will), anders als die AVS-Schilder, niemals einen Staatsanwalt oder einen Präfekten beschäftigt hat. Warum diese augenscheinliche Schieflage in der Wahrnehmung und in der Ahndung von Vergehen?

Übrigens erbringt die Post mit dieser Karte selbst den Beweis, dass die Firmenbezeichnung PosteItaliane übersetzbar ist — und somit die einsprachige Beschriftung von Postämtern, Fahrzeugen u.v.m. ebenfalls gegen die Zweisprachigkeitspflicht verstößt.

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»Es muss ursprünglich sein.«

Die Diskussion um die Toponomastik nimmt kein Ende. Der Bozner Anwalt Gianni Lanzinger hat klare Vorstellungen: Wie Ortsnamen zu gebrauchen seien, welchen Wert die ursprünglichen Bezeichnungen für Italiener und Deutsche haben sollten und warum es keine Entscheidung auf politischer Ebene geben werde.

aus der heutigen Ausgabe der TAZ

Tageszeitung: Herr Lanzinger, was bedeuten Ihnen die ursprünglichen Ortsnamen?
Gianni Lanzinger: Die ursprüngliche Toponomastik ist ein kulturelles und sprachliches Denkmal. Diese Denkmäler dürfen nicht zerstört werden. Ich beziehe mich hier nur auf jene Bezeichnungen, die in ihrer gesamten Entwicklung nicht durch irgendeine politische Entität eingesetzt worden sind.

Wieso gelten in Südtirol noch die faschistischen Ortsnamen?
Es hat in den Nachkriegsjahren einen Versuch der Assimilation des italienischen Staates gegenüber Minderheiten gegeben. Es herrschte das Denken vor, dass man hier in Italien sei und damit auch Italienisch sprechen müsse. In der Folge ist es nicht zu einer Wiederherstellung der deutschen Namen gekommen.

Ist Italien immer noch intolerant gegenüber sprachlichen Minderheiten?
Ja. Ich kann das in zwei Punkten aufzeigen. Wenn wir heute die Italiener ansehen, so müssen wir uns klar werden, dass die wenigsten nur einen Ortsnamen in der deutschen Sprache wissen [sic]. Wieso können die Italiener die französischen Namen im Aostatal aussprechen, aber nicht die deutschen in Südtirol?

Was ist der zweite Punkt?
Man geht davon aus, dass Italien sprachlich ein homogenes Land wäre. Das ist einfach nicht wahr. Ich habe eine Landkarte von Pantelleria. Darauf sind Ortsbezeichnungen in der arabischen Sprache. Die Ortsbezeichnung hat sich in ganz Italien in den unterschiedlichsten Sprachen entwickelt. Es gibt viele Ortsnamen, die slawischer, longobardischer und eben auch deutscher Herkunft sind.

Was geschieht mit der geforderten Zweisprachigkeit der Ortsnamen?
Zweisprachigkeit hat nichts mit Ortsnamen zu tun. Ich kann nicht eine Ortschaft in eine andere Sprache übersetzen, wenn seine [sic] ursprüngliche Bezeichnung nur in der einen Sprache vorhanden ist. Es darf nicht auf eine Erfindung von Ettore Tolomei zurückgegriffen werden. Wenn Auer seit Jahrhunderten auch Ora bezeichnet wird, dann ist es eine echte Bezeichnung.

Also keine Übersetzung?
Ich kann es mir nur für Sachen vorstellen, die übersetzbar sind. Fluss ist Fiume und Alm ist Malga. Aber alles andere ist für mich nicht relevant. Man kann nicht einen Begriff erfinden, nur weil er in meiner Sprache sonst nicht existieren würde.

Sind die Bezeichnungen in Südtirol alle deutsch?
Wahrscheinlich nicht. In den alpinen Bereichen gibt es eine geschichtlich wichtige Entwicklung. Die Alpen wurden immer wieder von anderen Völkern regiert. Gleichzeitig wurde von den meisten auch die Ortsbezeichnung übernommen. Wir können damit nicht von einer ursprünglichen Bezeichnung sprechen.

Was sagt die italienische Verfassung dazu?
Im Artikel neun der Verfassung wird darauf Bezug genommen, dass das historische und kulturelle Erbe schützenswert sei. Meiner Meinung nach sind auch die Ortsbezeichnungen in den unterschiedlichsten Tälern ein kulturelles Erbe; angefangen bei der keltischen Bezeichnung bis zu der heute gebräuchlichen. Es muss klar werden, dass der Schutz der ursprünglichen Ortsbezeichnungen nicht nur die deutschen Namen schützt, sondern auch die italienischen. Ich kann nicht verstehen, dass Ortsbezeichnungen, die bisher für 500 Jahre Gültigkeit hatten, heute nicht mehr gelten sollten.

Bringt die Übersetzung von Ortsnamen nicht ethnischen Frieden mit sich?
Nein. Wenn ich heute zwei Bezeichnungen für ein und denselben Ort habe, dann ist das konfliktträchtig. Kultur ist nicht ein dauernder Streit. Kultur ist der Versuch von Vermittlung und Versöhnung. Ich hoffe, dass unsere Kinder diesen Streit einmal beilegen werden.

Wenn Sie deutscher Muttersprache wären, würden Sie als intolerant dargestellt werden?
Ich trete nicht für die deutsche Bezeichnung ein. Ich mache mich stark dafür, dass die ursprünglichen Ortsbezeichnungen verwendet werden. Dann ist es mir wirklich egal, ob diese nun deutscher oder italienischer Herkunft sind. Die politische Diskussion kann nur mit der historischen Wahrheit gelöst werden. Es geht nicht darum, dass eine sprachliche Minderheit nur ihre eigenen Ortsnamen haben will. Es geht darum, dass die deutschen Bezeichnungen ein Reichtum aller ist [sic]: sowohl der Deutschsprachigen wie auch der Italienischsprachigen.

Was können wir jetzt machen, wenn nicht eine sprachliche Bereinigung?
Es öffnet sich mir ein wichtiger gesellschaftlicher Diskurs. So etwas können wir nicht durch eine Abstimmung regeln. Man darf die Gesellschaft nicht ausspielen. Es darf nicht ein nationalistisches Geplänkel werden. Darin sehe ich die größte Gefahr. Eine Kommission aus Sprachwissenschaftlern und Historikern soll entscheiden. Ohne die Anerkennung der ursprünglichen Bezeichnungen werden sich die Italiener in Südtirol nie richtig zuhause fühlen.

Interview: Hannes Senfter.

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Guerre… Mondiali.

Il quotidiano A. Adige pubblica oggi un’analisi di Ferdinando Camon che rende evidenti — condividendole — le ragioni politiche e militari del tifo calcistico. Benvenuti in Europa.

Radio Padania tifa contro l’Italia, esulta per il gol del Paraguay contro di noi (bello, in realtà), impreca per il nostro gol (casuale, ammettiamolo), il ministro Calderoli vuol ridurre i premi ai calciatori, Cannavaro risponde che i premi stan bene così, cioè alti, ma che una parte sarà devoluta alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità, che è una ricorrenza che la Lega odia e boicotta, i giocatori cantano l’inno di Mameli, ma il governatore Zaia è sospettato di averlo sostituito col “Va’ pensiero”. Ce n’è per tutti.
Che i redattori di Radio Padania esultino per un gol contro l’Italia è il massimo del masochismo. Da tutti i punti di vista. Compreso quello politico. Perché il calcio è visto da tutti gli italiani in grado di intendere e di volere (esclusi i malati e i neonati). Perché tutti gli italiani tifano per la nazionale. Infine perché lo sport è il sostituto civile della guerra: l’altro non è tuo nemico ma è tuo avversario, come fai a gioire per la gioia dell’avversario e per il dolore dei tuoi? In tutto il mondo la Destra conquista voti appellandosi ai vincoli di sangue e di vita: “Mio fratello viene prima di mio cugino, mio cugino prima del mio amico, il mio amico prima dello straniero”. La Lega in Italia che fa, ama lo straniero più del fratello? Assurdo, soprattutto per la Lega.
Bandiera e Inno nazionale sono simboli della patria. La patria non è suolo e sangue, perché su questi ci possiamo dividere. Uno è nato qui come me, ma evade il fisco, non è mio fratello di patria. “Tà pàtria” in greco significa “le cose dei padri”, ciò che ereditiamo dai padri e trasmettiamo ai figli. È lo scopo e il senso della nostra vita. In questa operazione siamo uniti dalla bandiera e dall’inno. Sono simboli che dobbiamo rispettare finché non saranno sostituiti. Sono nati dalla storia e la storia può modificarli o cambiarli. L’inno tedesco è nato con Bismarck, l’inno francese con la Rivoluzione. Il primo è razzialmente imperialista (“La Germania sopra tutto nel mondo”: Israele non permette che venga suonato sul proprio territorio), il secondo è sanguinario (“Che un sangue impuro abbeveri i nostri solchi”: i pacifisti lo contestano). Questo significa che noi italiani possiamo sognare inno e bandiera diversi (il tricolore non è nostro, ci fu dato da Napoleone), non che possiamo sputarci sopra: finché sono quelli, usarne altri significa rinnegare la nazione, che è, etimologicamente, il luogo dove siamo nati. Tutto ciò che è stato fatto dall’uomo è criticabile, compresa (con buona pace di Scalfaro) la Costituzione. L’Inno di Mameli non è bello. È vecchio e scaduto. Chiamava a fare una patria che ormai è stata fatta. È un pessimo testo letterario. Suonarlo e cantarlo quando gioca la nazionale o quando vince la Ferrari non eccita e non esalta. È una marcetta modesta e retorica, invita a un eroismo (stringersi a coorte e morire) che non ha senso. Il Parlamento farebbe bene a bandire un concorso per sostituirlo (ci ha pensato, qualche volta). Ma servirsi del “Va’ pensiero” è insensato. È un canto di nostalgia del popolo ebraico in esilio, piange la patria perduta, le città distrutte, e le chiama con nomi in disuso da secoli. I carabinieri suonano l’Inno di Mameli tenendo davanti agli occhi uno spartito dove sta scritto “stringiamoci a corte” invece che “stringiamci a coorte”: una bestemmia politica, non più “formiamo una schiera armata” ma “raduniamoci alla corte”, sottinteso “del re che ci comanda”. Nel “Va’ pensiero” s’invita a salutare “di Sionne le torri atterrate”, ma chi sa che Sion è Gerusalemme? E che c’entra Gerusalemme con noi? Migliorare la tradizione è saggio. Proviamoci. Ignorarla è da ignoranti. Evitiamolo.

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Der Mai… macht was er will.

Tränitalia.Auf für Trenitalia überraschende Weise ist in diesem Jahr der Monat Mai zwischen April und Juni gelandet! Der Betrieb, dessen wichtigste Erneuerung der letzten Jahre die (nicht ganz günstige) Änderung des Firmenlogos durch Einbau der Trikolore war, konnte durch das plötzliche Eintreffen des Monats Mai leider nicht auf die zahlreichen Maiausflügler reagieren — was heillos überfüllte Züge und stehende Fahrgäste zur Folge hat. Überschüssige Kinder werden schon mal viehgleich in das Fahrradabteil gequetscht, Alte bekommen keinen Sitzplatz. Wir entschuldigen uns für die (alljährlich wiederkehrenden) Unannehmlichkeiten.

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