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  • In sanità la lingua è una questione di sopravvivenza.

    In Sudtirolo c’è chi sostiene che nella sanità conti soltanto la competenza del medico e che la lingua sia un aspetto secondario. Se il medico è bravo, secondo alcuni poco importa se parla solo cinese o arabo.

    La ricerca scientifica racconta però una storia molto diversa. La lingua non è soltanto una questione di identità, di cortesia o di comodità del paziente, ma un fattore di salute pubblica. Numerosi studi hanno mostrato che quando medico e paziente parlano la stessa lingua — o, ancor meglio, condividono la stessa madrelingua —, la comunicazione è più efficace, l’anamnesi è più completa, le diagnosi risultano più accurate, i pazienti comprendono meglio le terapie, seguono con maggiore precisione le prescrizioni e gli errori si riducono notevolmente (cfr. 01 02).

    Ora però un ampio studio pubblicato su AJE Advances: Research in Epidemiology (Oxford Academic) aggiunge un tassello particolarmente significativo. Analizzando i dati amministrativi e sanitari di decine di migliaia di canadesi fra il 2003 e il 2014, ricercatori delle università di Ottawa (Ontario), del Manitoba e di Sherbrooke (Québec) assieme a colleghi di ulteriori istituti di ricerca hanno messo in relazione la mortalità complessiva con la concordanza linguistica tra paziente e medico.

    I risultati sono davvero impressionanti. Per i canadesi francofoni, essere seguiti da un medico che parla la loro lingua è associato a un rischio di morte inferiore dell’11% («hazard ratio» 0,89). Ancora più marcato il risultato per gli allofoni — ossia le persone che non hanno né l’inglese né il francese come madrelingua — per i quali la concordanza linguistica è associata a una riduzione del rischio di morte del 27% («hazard ratio» 0,73).

    L’associazione rimane anche dopo aver corretto i risultati per numerosi fattori come età, reddito, livello di istruzione e stato di salute. Si tratta quindi di risultati scientificamente molto robusti.

    Il dato è particolarmente rilevante perché la mortalità è uno degli esiti clinici più importanti che possano essere misurati. Molti studi precedenti avevano già collegato la concordanza linguistica a una maggiore soddisfazione dei pazienti, a una migliore aderenza alle cure, a meno errori terapeutici e a migliori risultati clinici.

    Questo studio compie un ulteriore passo, mostrando un’associazione perfino con la sopravvivenza.

    La lingua, quindi, non è soltanto uno strumento di comunicazione. È prima di tutto uno strumento diagnostico e terapeutico. Una descrizione più precisa dei sintomi, una migliore comprensione delle indicazioni mediche, un rapporto di fiducia più solido e una maggiore aderenza alle cure si traducono in benefici chiari e misurabili per la salute.

    Proprio per questo i risultati assumono un forte significato anche per il Sudtirolo. Il bilinguismo nella sanità, anche dagli addetti ai lavori o da chi ci governa, viene talvolta presentato come una formalità amministrativa, un retaggio del passato o un mero ostacolo al reclutamento del personale. La ricerca mostra invece che la possibilità di essere curati nella propria lingua non riguarda soltanto i diritti delle minoranze o la generica qualità del servizio, ma può incidere profondamente sugli esiti delle cure.

    In questa prospettiva, il patentino di bilinguismo non può venire considerato un adempimento burocratico ormai superato, bensì come uno strumento — attualissimo — volto a garantire un’assistenza sanitaria sicura e di qualità a tutti i gruppi linguistici. Non tutela soltanto un diritto astratto, ma è una concreta misura di sicurezza del paziente.

    Mi colpisce come in tempi in cui si insiste su una medicina basata sull’evidenza, proprio l’evidenza scientifica che conferma l’importanza fondamentale della lingua venga spesso e volentieri banalizzata o addirittura ignorata.

    Considerare irrilevante la competenza linguistica del personale sanitario significa infatti ignorare un fattore che la letteratura scientifica ormai da anni associa regolarmente a una qualità delle cure nettamente migliore e che, in questo studio, viene esplicitamente collegato perfino a una mortalità sensibilmente maggiore.

    Ciò vale anche per chi ha falsificato certificati linguistici o ha minimizzato la gravità di tali comportamenti sostenendo magari che nessuno ne sarebbe stato danneggiato. Probabilmente nessuno può affermare che un particolare caso abbia avuto conseguenze fatali. Tuttavia, se l’evidenza scientifica mostra che la concordanza linguistica è associata a una minore mortalità, diventa impossibile sostenere che il rispetto dei requisiti linguistici nella sanità sia privo di conseguenze per i pazienti.

    Anzi, in molti casi può essere una questione di vita o di morte.

    Cëla enghe: 01 02 03 04 05 06 07 08



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  • Das Landespresseamt ›kürzt‹ die deutsche Sprache.

    Die offizielle Zwei- bzw. Dreisprachigkeit ist eine tragende Säule der Südtirolautonomie. Umso ärgerlicher ist es, wenn das Land selbst dazu beiträgt, die deutsche Sprache auch dort in eine Nebenrolle zu drängen, wo dies absolut unnötig wäre.

    Das passiert zum Beispiel immer wieder in Aussendungen des Landespresseamtes (LPA). So verwendet das offizielle Sprachrohr des Landes auch in deutschen Mitteilungen regelmäßig italienische Abkürzungen, obwohl eigentlich etablierte deutsche Entsprechungen existieren.

    Dabei ist die Ausgangslage ja schon stark asymmetrisch: Für unzählige staatliche Einrichtungen und Begriffe gibt es ausschließlich italienische Akronyme — etwa INAIL, RFI, ANPAL oder SPID. Umso wichtiger wäre es, dass das Land wenigstens in den Bereichen, in denen es autonom handeln und eine eigene Terminologie schaffen kann, die Minderheitensprachen konsequent pflegt und sichtbar macht.

    Die folgenden Beiden Aussendungen verdeutlichen das Problem exemplarisch:

    Bildschirmfotos zweier LPA-Meldungen (01 02) – Hervorhebungen von mir

    In der ersten Meldung wird die Landesstraße 44 als »SP 44« statt als »LS 44« bezeichnet. Wie der Name schon sagt, fallen Landesstraßen in die direkte Zuständigkeit des Landes. Das deutsche Kürzel hat hier also exakt dieselbe Legitimität und Daseinsberechtigung wie das italienische SP (für Strada Provinciale). Erst kürzlich hatte ich darauf hingewiesen, dass die Brennerautobahn die deutsche Bezeichnung ignoriert. Doch wenn das Land selbst dies in einem offiziellen deutschsprachigen Text tut, leistet es dieser Unsichtbarmachung indirekt Vorschub.

    Noch befremdlicher ist aus meiner Sicht der zweite Fall: Die Gemeindeimmobiliensteuer (GIS) ist eine der wenigen vom Staat ans Land delegierten Steuern. Viele Jahre lang gab es für die staatlichen Vorgänger (ICI, dann IMU) keine deutschen Entsprechungen. Seit der Übernahme durch das Land wurde nun erstmals eine offizielle deutsche Bezeichnung geschaffen.

    Wenn das LPA nun in deutschen Texten dennoch auf das italienische Kürzel (IMI) zurückgreift, verwendet es nicht bloß die falsche Abkürzung. Es entwertet damit eine eigene sprachpolitische Leistung. Das Land schafft eine offizielle deutsche Terminologie — und behandelt sie anschließend selbst so, als wäre sie der italienischen untergeordnet und eigentlich verzichtbar.

    Dass das Presseamt bei solchen Begriffen auf italienische Abkürzungen zurückgreift, ist mehr als ein kleiner Verstoß gegen gesetzliche Verpflichtungen. Es zementiert nämlich die unterschwellige Wahrnehmung der deutschen Sprache in Südtirol als bloße Sekundär- und Hilfssprache. Die italienischen erscheinen als die maßgeblichen Bezeichnungen, während die deutschen lediglich als Übersetzungen wahrgenommen werden.

    Die Folgen sind real und reichen weit über die Landesverwaltung hinaus. Regelmäßig werden LPA-Mitteilungen von Medien (wie z.B. hier) Wort für Wort übernommen. Das LPA fungiert somit als Multiplikator, dessen Sprachgebrauch sich unmittelbar auf Zeitungen, Portale und soziale Medien auswirkt. Was womöglich als Schlampigkeit — oder Nachlässigkeit — beim Land beginnt, etabliert sich anschließend in der Öffentlichkeit.

    Für sich genommen mag das nebensächlich erscheinen. In der Summe mit vielen anderen vermeintlichen Nebensächlichkeiten ist es jedoch das, was die Marginalisierung der deutschen Sprache in Südtirol vorantreibt.

    Cëla enghe: 01 02 03 04 05



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  • Die ›italienische Minderheit‹, das ›Siamo in Italia‹.
    Logische Kurzschlüsse

    In Bezug auf das von Alessandro Urzì (FdI) vorangetriebene Gerrymandering wird auf Salto behauptet, der Abgeordnete könne »den Minderheitenschutz als Beweggrund für sein Handeln ins Feld führen« — und zwar »mit Fug und Recht«.

    Ich glaube nicht, dass diese Einschätzung auf mangelnder Sachkenntnis beruht. Vielmehr zeigt sie, wie begriffliche Verkürzungen unser Denken beeinflussen können, wenn wir nicht differenzieren. Bestimmte politische Schlussfolgerungen erscheinen dann sehr plausibel, obwohl sie einer näheren Überprüfung gar nicht standhalten.

    In Südtirol verwenden wir den Begriff »Minderheit« in der Regel als Synonym für »Sprachminderheit«. Im Alltag spielt diese Unterscheidung auch kaum eine Rolle.

    Sie kann jedoch mitunter entscheidend sein. Wer »Minderheit« hört, denkt zunächst an eine rein mathematische Kategorie: Eine Gruppe ist kleiner als eine andere — und davon wird dann voreilig eine angebliche Schutzbedürftigkeit abgeleitet. Genau das ist aber mit dem Begriff »Minderheitenschutz« nicht gemeint. Er dient nicht dem Schutz einer beliebigen statistischen Minderheit, sondern von Gruppen, die gegenüber einer staatlich dominierenden Mehrheit benachteiligt oder assimilationsgefährdet sind.

    Die italienische Sprachgruppe ist in Südtirol zwar zahlenmäßig kleiner als die deutsche, gehört aber gleichzeitig der Titularnation des italienischen Staates an, dessen Institutionen und einzige Staatssprache sie teilt. Davon abzuleiten, ein ethnisch motivierter Zuschnitt von Wahlkreisen zugunsten dieser Gruppe sei »Minderheitenschutz«, vermischt zwei völlig unterschiedliche Ebenen.

    Gerade deshalb wäre es sinnvoll, häufiger von »Minorisierung« und »minorisierten Gruppen« als von bloßen »(Sprach-)Minderheiten« zu sprechen. Diese Begriffe lenken den Blick auf gesellschaftliche Machtstrukturen und nicht nur auf Zahlenverhältnisse.

    Urzìs Vorschlag jedenfalls schützt keine Minderheit. Er verfolgt vielmehr das Ziel, die politische Stellung der Titularnation innerhalb Südtirols weiter auszubauen und zu konsolidieren.

    Dass solche begrifflichen Kurzschlüsse überhaupt funktionieren, ist erstaunlich. Doch offenbar neigt unser Denken dazu, komplexe Zusammenhänge auch auf unzulässige Weise zu vereinfachen — und die Sprache kann diesen Prozess fördern.

    Wie ich finde, ist das ein ähnliches Muster wie bei: »Wir sind in Italien, also wird hier Italienisch gesprochen«. Der Satz wirkt unmittelbar plausibel — nicht etwa weil er logisch und richtig wäre, sondern vor allem, weil Staat, Staatsvolk und Sprache terminologisch verschwimmen.

    Wie sehr dieser Effekt von der Begrifflichkeit abhängt, lässt sich vielleicht am besten mit einem Gedankenexperiment aufzeigen.

    Hieße Italien nicht Italien, sondern beispielsweise Apenninien, klängen Aussagen wie »Wir sind in Apenninien, also wird hier Italienisch gesprochen« oder »Du bist Apenninierin, also sprich Italienisch« gleich weit weniger selbstverständlich. Der rhetorische Trick würde nicht richtig funktionieren.

    Dasselbe gilt für die Staatsangehörigkeit. Das Wort »Italienerin« bezeichnet sowohl eine italienische Staatsbürgerin als auch eine Angehörige der italienischen Sprach- und Kulturgemeinschaft. Die begriffliche Unschärfe begünstigt logische Fehlschlüsse wie: »Sportlerin XY ist Italienerin, also soll sie Italienisch sprechen.«

    Mit Formulierungen wie »Sportlerin XY ist Apenninierin, also soll sie Italienisch sprechen« oder auch »Sportlerin XY ist Österreicherin, also soll sie Deutsch sprechen« funktioniert dieselbe Logik weit schlechter, obwohl Österreich genauso ein Nationalstaat ist wie Italien, Deutschland oder Frankreich. Staaten, deren Name sich nicht von der dominierenden Sprachgemeinschaft ableitet, machen uns aber unsere gedankliche Faulheit nicht so leicht.

    Wo Staat und Sprache denselben Namen tragen, arbeitet die Begrifflichkeit dem Staatsnationalismus gewissermaßen zu.

    Ähnliche Phänomene begegnen uns ständig. Auch die Gleichsetzung von Selbstbestimmung und Sezession ist Ausdruck von mangelnder Differenzierung, ebenso wie unser Schlagwort von der »Nation ohne Nation« auf Verständnisprobleme stößt, weil es — bewusst — auf zwei unterschiedliche Bedeutungen des Nationenbegriffs angespielt wird.

    Umso wichtiger ist es, Begriffe nicht verwaschen zu lassen und sich stets zu vergegenwärtigen, worum es inhaltlich geht. Wenn die Titularnation als bedrohte Minderheit und nationalistische Machtpolitik als Diskriminierungsschutz missverstanden werden können, ist der Punkt längst überschritten, an dem begriffliche Fehlleitungen noch harmlos sind.

    Cëla enghe: 01



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  • Die Trumpisierung der Volkspartei.


    von Günther Pallaver

    Die Südtiroler Volkspartei (SVP) wird im Senat gegen das neue Wahlgesetz stimmen, sofern es dort zur Abstimmung kommt. Dagegen ist die Volkspartei, weil sie gegen die Verkleinerung des Wahlkreises Bozen-Unterland ist, um die Wahl eines italienischen Senators oder einer Senatorin wahrscheinlicher zu machen.

    Der Rückzieher kam gestern nach einer Aussprache mit dem SVP-Bezirk Überetsch-Unterland, der laut Presseberichten »stinksauer« ist, dass die SVP dagegen nicht massiv auf die Barrikaden gegangen ist, obwohl sie seit Ende Juni von Urzìs Plänen wusste. Protestiert hatten aber nicht nur die direkt Betroffenen, sondern auch die Junge Generation in der SVP und die SVP-Altmandatare, Parteiämter waren zurückgelegt, Parteiaustritte angedroht worden.

    Parteiobmann Dieter Steger erklärte nach der Sitzung am gestrigen Montag, die SVP habe keine rechtlichen Instrumente gegen die Verkleinerung des Senatswahlkreises Bozen-Unterland, man könne nur politisch agieren. 

    Unter »politisch agieren« verstand Steger bislang allerdings nicht einen lautstarken Protest, die unmittelbare Informierung der Öffentlichkeit, die Mobilisierung seiner Partei, vor allem des Unterlandes, die offizielle Inkenntnissetzung Österreichs, sondern einen Deal mit Alessandro Urzì von Fratelli d’Italia, der den Verkleinerungsantrag in der Kammer eingebracht hatte. Dieser Deal sieht vor, dass die Hürde bei der Wahl der Abgeordneten auf regionaler Ebene für ethnoregionale Parteien von 20 auf 15 Prozent herabgesetzt wird. Die Rechnung ging auf, Wahlkreisverkleinerung gegen Herabsetzung der Wahlhürde, welche die SVP wegen des Wähler:innenschwundes befürchtet, irgendeinmal nicht mehr zu schaffen.

    Noch am 16. Juli bekräftigte die SVP den »Kurs des Dialogs« mit Urzì und meldete: »Internationale Absicherung der drei Kammersitze in greifbarer Nähe.« Die Enthaltung in der Kammer sei »Ausdruck einer konstruktiven Haltung.« Klingt das nach Ablehnung der Wahlkreisänderung, wie man jetzt zu verstehen geben will? Im Gegenteil, es ging nur um den Deal.

    Dieser Deal weist auf die schleichende Trumpisierung der SVP hin. Trump versteht Politik als eine ständige Abfolge von Deals zu seinen Gunsten. Alles ist Ware, mit der man Geschäfte machen kann. Koalition mit den rechts-rechten Parteien in der Landesregierung? Ziehen wir durch, wenn ein »Paket 2« winkt. Wahlkreisverkleinerung? Lässt sich machen, wenn die Wahlhürde gesenkt wird.

    Beim trumpschen Deal treten Werthaltungen oder langfristige Grundsatzfragen in den Hintergrund. Müssen wir dies mit Bedauern nicht auch bei der SVP feststellen?

    Trump behauptet heute felsenfest etwas, und morgen das Gegenteil davon. Die SVP präsentiert den Deal zur Wahlkreisverkleinerung mit dem Hinweis auf das Gegengeschäft als Erfolg, um tags darauf strikt dagegen zu sein.

    Den Deal fädelt Trump höchst persönlich ein. Den Deal mit Rom fädelt Parteiobmann Dieter Steger höchst persönlich ein. Früher hat die SVP ihre Basis bei wichtigen Entscheidungen miteinbezogen, heute reagiert sie höchstens, wenn es an der Basis gefährlich brodelt. Die ehemalige große und erfolgreiche Sammelpartei hat es verlernt, die Basis zu befragen, mit der Basis zu diskutieren, die Basis miteinzubeziehen.

    Was bei solchen Deals wie mit der Wahlkreisverkleinerung, bei der man zuerst dafür und dann dagegen ist, für die SVP verloren geht, ist ihre Glaubwürdigkeit. Wenn eine Partei ihre Glaubwürdigkeit verliert, verliert sie in gleichem Ausmaß den Wähler:innenkonsens.

    Wenn der Parteiobmann daran denkt, sich um die Nachfolge von Landeshauptmann Arno Kompatscher zu bewerben, hat er mit diesem Deal nicht gepunktet.

    Dieser Beitrag ist als Gastkommentar auch auf Salto erschienen.


    Autor:innen- und Gastbeiträge widerspiegeln nicht notwendigerweise die Meinung oder die Position von BBD, so wie die jeweiligen Verfasser:innen nicht notwendigerweise die Ziele von BBD unterstützen. · I contributi esterni non necessariamente riflettono le opinioni o la posizione di BBD, come a loro volta le autrici/gli autori non necessariamente condividono gli obiettivi di BBD. — ©


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  • Sensationell: Regionalteam gewinnt Fußballweltmeisterschaft!
    Bunte Flaggenparade beim Sieg der Mannschaft aus Spanien

    Die Selección de fútbol de España hat gestern im Finale der 23. FIFA-Fußballweltmeisterschaft der Männer in den USA, Mexiko und Kanada im MetLife-Stadion in New Jesery (USA) die Albiceleste aus Argentinien mit 1:0 nach Verlängerung besiegt. Das Spiel war größtenteils Fußball zum Abgewöhnen – was aber nicht an der souveränen Furia Roja lag, sondern am über weite Strecken dekonstruktiv und unfair agierenden Gegner, der in der regulären Spielzeit kein einziges Mal einen Schuss in Richtung spanisches Tor abgab. Ein unrühmlicher Rekord. Ebenso unrühmlich war auch die Reaktion eines Teils der argentinischen Spieler nach der Niederlage. Tätlichkeiten (die dem Vernehmen nach auch nach dem Schlusspfiff noch zu einer roten Karte führten) und ein demonstratives Rückenkehren bei der Pokalübergabe an die spanischen Spieler waren Manifest dieser unappetitlichen Unsportlichkeit und ein gehöriger Schatten auf dem wohl letzten WM-Auftritt des GOAT, Lionel Messi.

    Wobei die Pokalübergabe durchaus sehenswerte Bilder bot (abgesehen vom POTUS der in narzisstischer Manier wieder einmal ein Jubelfoto crashen musste und nicht einmal von Gianni Infantino davon abgehalten werden konnte). Wie schon bei anderen Gelegenheiten (EM-Titel, U-19-Weltmeisterschaft usw.) zeigten die spanischen Spieler Flagge – und soweit ich das überblicken konnte in keinem Fall die spanische. Zahlreiche Weltmeister hüllten sich vor einem Milliardenpublikum in Flaggen der autonomen Gemeinschaften bzw. Regionen Spaniens oder ihrer Heimatstädte.

    Bildausschnitt von den Siegesfeierlichkeiten der Fußballweltmeisterschaft – Bildschirmfoto von mir

    Während der Jubelszenen, an denen auch König Felipe VI. beteiligt war, trugen Yeremi Pino und Pedri eine kanarische Flagge, Dani Olmo jene der Stadt Terrassa in Katalonien, Gavi hatte die andalusische Flagge um die Schultern und Borja Iglesias war in eine galicische Flagge gewickelt. Álex Baena nutzte die Flagge seiner Heimatstadt Roquetas de Mar als Schürze, Siegestorschütze Ferrán Torres war mit der Flagge der valencianischen Gemeinschaft unterwegs und Pau Cubarsi mit jener der katalanischen. Pedro Porro zeigte Farbe für die Extremadura (Angaben ohne Gewähr und Anspruch auf Vollständigkeit).

    Das Verhalten der Spieler aus Spanien zeigt und bewirkt gleich mehrere Dinge: Es verleiht der föderalistischen Struktur des Königreichs sowie den Gebietskörperschaften und deren Kultur Sichtbarkeit – vor hunderten Millionen von Menschen. Es negiert die nationalistische Idee, dass es nur die eine – nämlich die nationale – Identität gäbe und man nur ein “guter Bürger” sei, wenn man sich ausschließlich zu dieser einen Identität bekenne. Gar manche Südtiroler Sportlerinnen können davon – im wahrsten Sinne des Wortes – ein Lied (Stichwort: Mameli-Hymne) singen. Die Praxis spanischer Fußballteams hingegen unterstreicht das Prinzip multipler Identitäten. Weil sich die spanischen Spieler der nationalistischen Logik entziehen, weckt dies auch das Interesse der Medien und die Aktion wird dementsprechend rezipiert 01 02, was wiederum Aufklärung über regionale und lokale Begebenheiten bringt und weitere Exposition bedeutet.

    Cëla enghe: 01 02 03 04 05 06 07 08 09



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  • Das Feigenblatt, das keines ist.


    Der Senatswahlkreis Bozen-Unterland und die Paketmaßnahme 111

    Etwas zu rechtfertigen, das nicht zu rechtfertigen ist, fällt immer schwer. Das zeigte sich auch vergangene Woche erneut sehr deutlich.

    Aus heiterem Himmel schlug die Nachricht ein, dass die Parlamentsmehrheit in Italien den Senatswahlkreis Bozen-Unterland neugestalten will. Von offizieller Südtiroler Seite gab es keinen Aufschrei, keinen Protest, kein Aufbegehren. Stattdessen wurde trocken und nüchtern mitgeteilt, dass die Neugestaltung nun erfolgen werde und man nichts dagegen unternehmen könne.

    Für besagte Neugestaltung soll das Unterland wahltechnisch »zerstückelt« und dessen Gemeinden zwischen den Wahlkreisen Bozen-Süd und Meran aufgeteilt werden. Man will sicherstellen, dass auch in Südtirol ein italienischer Senator bzw. eine italienische Senatorin gewählt wird. Zunächst wird dies Alessandro Urzì sein, ein ausgesprochener »Südtirolfreund« (Achtung Ironie!).

    Von politischer Seite versucht man, der Empörung dadurch zu entkommen, dass man auf die Paketmaßnahme 111 verweist. Alessandro Urzì und die römische Parlamentsmehrheit sollen sich darauf berufen haben, und man müsse den Verweis auch gelten lassen und der römischen Forderung zustimmen. Die Paketmaßnahme 111 besage nämlich, dass die Senatssitze in Südtirol verhältnismäßig zur Stärke der Volksgruppen zu vergeben sind. Daher sei einer der drei Südtiroler Senatssitze der italienischen Sprachgruppe vorbehalten.

    Das ist schlichtweg falsch (und es ist auch geschichtsvergessen).

    Das Paket wurde nämlich bereits umgesetzt und kann daher auch nicht mehr aufgeschnürt werden. Anders ausgedrückt: Es ist die derzeitige Regelung, die dem Paket entspricht, was Österreich mit der Streibeilegungserklärung von 1992 auch offiziell bestätigt hat. Wer die derzeitige Regelung abändert, erfüllt somit nicht das Paket, sondern verletzt vielmehr dessen Vorgaben.

    Vor allem aber wurde die Paketmaßnahme 111 eingeführt, um genau das zu verhindern, was nun geschehen soll.

    Zur Erinnerung: Die italienische Verfassung sieht vor, dass der Senat auf regionaler Ebene gewählt wird, das heißt, dass jeder Region eine bestimmte Anzahl an Senatssitzen zusteht. Für die Region Trentino-Südtirol waren dies ab 1948 die Wahlkreise Trient, Rovereto, Pergine, Mezzolombardo, Bozen und Brixen. Während das Trentino somit über vier der sechs regionalen Senatssitze verfügte, standen Südtirol und der deutschsprachigen Minderheit lediglich zwei zu (Bozen und Brixen). Dies war die Ausgangslage zu Beginn der Paketverhandlungen.

    Die Paketmaßnahme 111 hat Italien dazu verpflichtet, die damals bestehenden sechs regionalen Senatswahlkreise so abzuändern, dass  »die Teilnahme der Vertreter der italienischen und deutschen Sprachgruppen der Provinz Bozen im Parlament im Verhältnis zur zahlenmäßigen Stärke der Gruppen« ermöglicht wird.

    In Umsetzung dieser Vorgabe wurde der Wahlkreis Mezzolombardo aufgelöst, der Wahlkreis Meran eingeführt und der Wahlkreis Bozen so umgestaltet, dass beide Sprachgruppen Aussicht auf den entsprechenden Senatssitz haben.

    Der Sinn und Zweck der Paketmaßnahme 111 besteht darin, zu verhindern, dass die Mehrheit der regionalen Senatssitze automatisch der italienischen Sprachgruppe zufällt. Zudem geht es darum, die historisch gewachsenen Südtiroler Bezirke besser abzubilden.

    Bis zum Paket waren nämlich vier der sechs regionalen Senatswahlkreise klar der italienischen Sprachgruppe vorbehalten (Trient, Rovereto, Pergine und Mezzolombardo). Aufgrund der Paketmaßnahme 111 sind es hingegen nur mehr drei (Trient, Rovereto und Pergine) während im vierten – dem Senatswahlkreis Bozen-Unterland – beide Sprachgruppen Chancen auf den Wahlerfolg haben.

    Mit der nun anstehenden Änderung wird die Paketmaßnahme 111 im Wesentlichen aufgehoben.

    Sollte sie tatsächlich Erfolg haben, fallen vier von sechs regionalen Senatswahlkreisen italienischsprachigen Vertreterinnen und Vertretern zu, während die Vertretung der deutschen Sprachgruppe auf zwei Sitze zurückgestuft wird.

    Wir sind also wieder dort, wo wir 1969 waren. Alessandro Urzì hat 57 Jahre Paket- und Autonomiegeschichte im Handstreich abgewickelt. Und Südtirol sieht zu.


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  • ›Schottisch‹ in Westminster.

    Kürzlich hatte ich darüber berichtet, dass Schottland mit dem Scottish Languages Act 2025 Gälisch und Scots in den Rang von Amtssprachen erhoben hat. Im schottischen Parlament selbst können beide Sprachformen schon seit Jahren verwendet werden.

    In Südtirol ist die Lage bekanntlich eine ganz andere: Im Landtag ist Ladinisch bis heute nicht vorgesehen. Zudem wurde erst kürzlich beschlossen, dass dort auch keine Dialekte gesprochen werden dürfen.

    Schottische Abgeordnete sprechen hingegen nicht nur im Parlament in Edinburgh (Holyrood), sondern regelmäßig auch in Westminster eine ausgeprägt schottische Sprachvarietät. Dies beschränkt sich keineswegs auf den Akzent. Häufig werden auch typisch schottische Wörter (wie aye, wee, bairn, ken, outwith oder nae) und Wendungen verwendet, die südlich des Hadrianswalls ungebräuchlich bis unverständlich sind.

    Dabei handelt es sich zwar meist nicht um »reines« Scots, doch zwischen Englisch und Scots besteht ein sprachliches Kontinuum, die Übergänge sind fließend. Sprachliche Authentizität wird jedenfalls nicht als Problem betrachtet, sondern als selbstverständlicher Bestandteil politischer Kommunikation und demokratischer Repräsentation.

    Hier etwa eine Rede der ehemaligen SNP-Abgeordneten Mhairi Black im britischen Unterhaus:

    Und hier ein ziemlich erstaunliches Beispiel:

    Ich habe mich nicht näher mit der Materie in dem Sinne befasst, dass ich sagen könnte, welches die Abgeordneten mit dem stärksten schottischen »Einschlag« sind.

    Wer mit schottischen Sprachformen nicht vertraut ist, wird vermutlich Mühe haben, jedes Wort auf Anhieb zu verstehen. Das geht so weit, dass der Protokollierungsdienst des Hauses manchmal Schwierigkeiten mit der Verschriftlichung hat und bei den Abgeordneten nachträglich nachfragen muss, was sie gesagt haben. Dennoch käme wohl kaum jemand auf die Idee, daraus ein parlamentarisches Problem zu machen oder gar ein Dialektverbot abzuleiten.

    Im Gegenteil: Von Abgeordneten wird erwartet, dass sie so sprechen (dürfen), wie sie selbst und die Menschen in ihrer Herkunftsregion sprechen. Die sprachliche Vielfalt wird als Teil der demokratischen Realität verstanden und nicht als Makel, der aus dem Parlament beseitigt werden müsste. Eher wird — so wie es bereits möglich ist, in bestimmten Situationen Walisisch zu sprechen — über die Zulassung weiterer Sprachen auch im Londoner Parlament diskutiert als über eine Einschränkung der akzeptierten Varietäten.

    Ob es analog zu Südtirol auch in Schottland Menschen — etwa Zugewanderte aus London oder Oxford — gibt, die den Leuten auf sprachimperialistische Weise erklären wollen, wie sie zu reden hätten, weiß ich nicht. Wenn ja, lassen sie sich davon mit Sicherheit nicht beeindrucken.

    Cëla enghe: 01 02 03 04 05 06 07 08 | 09



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  • Das Zeitalter der Heuchler.


    Der Generalanwalt am EuGH bezeichnet die österreichischen Anti-Transitmaßnahmen als EU-widrig. Die Branche freut sich.

    Der Generalanwalt empfiehlt also nachdrücklich seinem Europäischen Gerichtshof, sich mit den italienischen Anti-Transit-Klagen auseinanderzusetzen. Eine Entscheidung ist noch nicht gefallen, auch wenn der Generalanwalt das Lkw-Nachtfahr-,  das Branchen- sowie das Winterfahrverbot als EU widrig bezeichnet. Seine Feststellung ist nicht bindend. Man kann aber annehmen, dass der Gerichtshof nach der Empfehlung des Generalanwaltes handeln und die Anti-Transitmaßnahmen aufheben wird, weil sie EU-Recht verletzen.

    Die Branche freut sich darauf und die Freude in Italien ist besonders groß. Der klageführende Minister Matteo Salvini (Lega), er hat viele Freunde in Südtirol, sieht in der Empfehlung die Anerkennung des unantastbaren Rechts auf den freien Warenverkehr.

    Die Transportvereinigung Anita, die Bozner Fercam gehört dazu, kritisierte schon immer die österreichischen Transitmaßnahmen als einseitig, weil sie angeblich den Binnenmarkt behinderten. Schräg wird es, wenn Anita sich »voll und ganz« hinter das Ziel Umweltschutz stellt. Es brauche dafür »wirksame statt diskriminierende Maßnahmen«.

    Billige Polemik. Trotz der verschiedenen Maßnahmen wuchs der Transit über den Brenner, Pkw wie Lkw, in den letzten Jahren. Fast 14 Millionen Fahrzeuge, Tendenz steigend, passieren den Brenner, behinderter Binnenmarkt?

    Die Tiroler Landesregierung lässt kontinuierlich die Schadstoffe in der Luft entlang der Brennerautobahn messen. Seit es die verschiedenen Beschränkungen gibt, wurde die Luft besser. Also sind die Einschränkungen wirksam.

    Pünktlich vor der Anti-Transitdemo Ende Mai auf der Brennerautobahn bei Matrei bezifferte die Wirtschaftszeitung Il Sole 24 Ore den wirtschaftlichen Schaden wegen der Tiroler Verkehrsbeschränkungen auf 540 Millionen Euro pro Jahr. Die Daten lieferte das Konsortium Uniontrasporti der Handelskammern.

    Das Gegenstück dazu lieferte die Studie der Alpenraumstrategie EUSALP der EU. So verursacht der Transport von Waren der Studie zufolge jährlich 1,1 Milliarden Euro an externen Kosten, die der Allgemeinheit in Form von Kosten für Umwelt, Gesundheit und verringerter Lebensqualität »angelastet« werden. Den Personenverkehr hinzugerechnet, ergibt sich gemäß der Studie sogar eine Summe von jährlich mehr als 2,1 Milliarden Euro.

    Das kümmert weder die Transportbranche, noch Minister Salvini und offensichtlich auch nicht den Generalanwalt am Europäischen Gerichtshof. Für die EU scheint der freie Warenverkehr wichtiger zu sein als das Recht auf Gesundheit. Die Verschmutzung der Luft und der Lärm sind also EU-konform.

    Was auffällt, ein Sturm der Entrüstung blieb aus. Sogar im Bundesland Tirol. Die Nordtiroler haben mit Entscheidungen des Gerichtshofes ihre Erfahrungen gemacht. Bereits zweimal kippte der Gerichtshof im Sinne des freien Warenverkehrs die Tiroler Fahrverbote, 2005 und 2011. Die Fahrverbote wurden nachjustiert und wieder in Kraft gesetzt. Auch deshalb sprach Minister Salvini, ausgerechnet er, von »österreichischer Arroganz«, zitiert ihn die Wochenzeitung Die Zeit.

    Die Südtiroler Gegner der Tiroler Anti-Transitmaßnahmen werden sich wohl klammheimlich darüber freuen, dass der EuGH die Verbote kippen wird. Und diese Gegner sind die informellen und formellen Machtgruppen im Land, die wie die italienischen und deutschen Frächter darauf drängen, Tirol in die Mangel zu nehmen.

    Die üblichen Grünen und der Dachverband für Natur- und Umweltschutz bewerten die Empfehlung des Generalanwalts des EuGH als ein »fatales Signal«. Die Neue Südtiroler Tageszeitung zitiert den Dachverband folgendermaßen: »Die Folge wären LKW-Kolonnen entlang der Brennerachse auf Nord- und Südtiroler Seite nicht nur tagsüber, sondern auch nachts und an Wochenenden. Mit den bekannten negativen Auswirkungen auf Klima, die Natur- (sic) und Umwelt und die Gesundheit der Menschen.«

    Der Verkehr auf der Brennerautobahn wird spürbar anwachsen. Die bereits erwähnte Uniontrasporti geht ja davon aus, dass die Tiroler Fahrverbote die Transportkapazität entlang der Brennerroute um ein Drittel verringern. Genauer, durch das Nachtfahrverbot sinkt laut Uniontrasporti die Leistungsfähigkeit der Infrastruktur um 32 Prozent, durch weitere Beschränkungen am Wochenende um weitere 16 Prozent. Fallen also die Beschränkungen, nimmt der Verkehr — siehe Zahlen oben — dann um satte 40 Prozent zu?

    Was bedeutet das für Autobahn-Anrainer:innen im Wipp- und Eisacktal? In Bozen? Im Bozner Unterland?

    Und es wird noch dicker kommen. Was passiert, wenn die Konzession für die Brennerautobahn an irgendeinen europäischen Bieter geht? Kann der verpflichtet werden, Schutzbauten für die Anrainer:innen zu errichten? Fällt dann das Lkw-Überholverbot, schränkt es doch auch den freien Warenverkehr ein? Und warum sollte die Maut, wie immer wieder von Landeshauptmann Arno Kompatscher (SVP) angedacht, drastisch angehoben werden?

    Zusammengefasst, der freie Warenverkehr rangiert deutlich vor dem Recht auf Gesundheit. Das Erwachen an der Transitroute in Südtirol wird böse sein, aber zu spät.


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