Weltfremder Ehrenbürger.

Italien ist nicht Italien.Mein Brixner Mitbürger, moralische Instanz der laizistischen Republik Italien, hat ein gravierendes Imageproblem — weil er an die Ermordung von Millionen Juden, Nomaden und anderen »Anderen« nicht dieselben, strengen moralischen Maßstäbe anlegt, wie an Verhütung, Abtreibung oder, aktuell, den Abbruch lebensverlängernder Maßnahmen bei einer apallischen Komapatientin.

Ich habe enorme moralische Schwierigkeiten damit, sein Mitbürger zu sein und bitte die Gemeinde, die Ehrenbürgerschaft auszusetzen. Es wäre angebracht, ihm auch als Stadtverwaltung klarzumachen, dass man mit Holocaustleugnern nichts am Hut haben möchte.

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Demo für Religionsfreiheit.

Die Lega Nord organisiert heute eine Kundgebung gegen den Bau eines islamischen Gebetshauses in Bozen. Ursprünglich war geplant, am ausgewählten Ort am Bozner Boden ein Schwein auszuführen; dieses menschenverachtende Ansinnen wurde mittlerweile zugunsten einer nicht minder lächerlichen Speckjause fallengelassen.

Dagegen formiert sich Protest: Eine Stunde früher — um 10.00 Uhr — beginnt am selben Schauplatz, vor der Großmarkthalle am Bozner Boden, eine Gegendemonstration. Alle Bürgerinnen, die für die Achtung von Menschen- und verfassungsmäßig verbrieften Bürgerinnenrechten, vor allem jedoch für ein friedliches Zusammenleben mit den neuen Südtirolerinnen aller Religionen einstehen, sind zur Teilnahme herzlich eingeladen.

unterstützt diese Demo: Präsenz gegen Rassismus! Für religiöse Selbstbestimmung!

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Apologeta della Resistenza.

Documenti dell’odio giudaico.
«I ‘Protocolli’ dei Savi di Sion»

Sono i «Protocolli dei Savi di Sion» un documento dell’internazionale ebraica contenente i piani attraverso a cui il popolo ebreo intende giungere al dominio del mondo. La logica costruzione del testo trae ragione e causa da un esame critico e profondo della realtà del mondo e della natura umana. Non vi sono perciò ragionamenti aprioristici ed astratti, ma solo studio, critica, deduzione e, come ultimo risultato, la proposizione. Il povero «gojm» o «gentile» così il testo chiama i non ebrei, leggendo quei «Protocolli» rimane al tempo stesso stupito ed atterrito. Anche se è in grado di sceverare da ciò che ha effettivo valore tutto quello che può essere enfasi ieratica o presunzione propria di chi si crede prediletto da Dio, il lettore ariano rimane impressionato dinanzi ad un opera così macchinosa e gigantesca, così ammalata di criminalità con tanta tenacia e spaventosa perseveranza condotta attraverso ai secoli da esseri che si sono sempre tenuti nell’ombra ed al riparo di propizi paraventi. Il testo, dopo aver enunciato il principio che diritto è uguale a forza, descrive i mezzi ed indica i risultati a cui il popolo ebreo è già arrivato e quali mete dovrà ancora raggiungere per possedere il monopolio della forza, cioè del diritto, cioè del dominio del mondo. In questo intento il popolo eletto, sparsosi per volontà di Dio in tutte le parti del mondo, ha lottato e lavorato per allontanare i «gentili» sempre più da una visione realistica della vita, per gettarli in braccia all’utopia, per indebolire la forza dei loro governi e per carpire nel frattempo le loro sostanze per mezzo della speculazione. Lungo tempo è durata la preparazione consistente nella formazione di un reticolo capillare, unito negli intenti e potente nella finanza; quindi ha avuto inizio l’opera di dissolvimento. I primi ostacoli da abbattere erano le due forze dell’aristocrazia e del clero. Gli ebrei preparano la rivoluzione francese; l’aristocrazia cade nelle loro mani per mezzo del denaro, il clero viene combattuto e discreditato per mezzo della critica e della stampa.
Il malgoverno da essi prodotto stanca e disgusta il popolo.

Gli ebrei lanciano allora il grido: «Libertà, eguaglianza, fratellanza».
La massa illusa e piena di speranza abbatte le solide istituzioni e prepara il campo a quelle forme di governo liberali e democratiche in cui gli ebrei, padroni dell’oro, divengono i dominatori. Dice il testo: «Abbiamo trasformato i loro governi in arene dove si combattono le guerre di partito» e più oltre «l’abuso di potere da parte dei singoli farà crollare tutte le istituzioni». Un gran passo è già stato fatto, ma altre forze sono ancora da abbattere: la famiglia e la religione. Menti ebraiche preparano allora e confezionano per i veramente ingenui «gentili» un’altra più affascinante utopia: il collettivismo. Cervelli ebraici dirigono la rivoluzione bolscevica, banchieri ebraici la finanziano. Dice il testo: «Lasceremo che cavalchino il corsiero delle vane speranze di poter distruggere l’individualità umana». Quando non esisteranno più nerbi di forza che si possano opporre, quando i popoli saranno esasperati dal fallimento di queste teorie e delle forme di governo che ne sono la conseguenza, allora, con la forza del denaro, gli ebrei imporranno la loro autocrazia, solida, forte e decisa, unita nella persona del monarca del sangue di Davide, imperniata sulla divisione gerarchica delle caste. Non tutti i «gentili» – per sfortuna degli ebrei – sono stati però degli «ingenui» o «zucche vuote» come essi amano chiamarli. Anche essi, o almeno una parte di essi ha saputo guardare il viso non amabile forse, ma pur tuttavia immutabile, della realtà. Un colpo tremendo deve aver subito il cuore ebreo nel vedere sorgere un movimento, quale quello fascista che denunciava la inconsistenza pratica della parola libertà nel campo politico dove gli uomini sono in tal modo costrutti da trasformare la libertà loro accordata in anarchia. Una rabbia immensa deve aver riempito il cuore degli anziani di Sion, nel sentire dei non ebrei dire che il comunismo è un utopia irraggiungibile e che le sue applicazioni pratiche sono costruzioni meccaniche e crudeli dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di dirigenti (ebrei).

L’odio di chi vede svelati i suoi piani è enorme, l’odio di chi vede rovinati i propri piani è tremendo.
Questo odio degli ebrei contro il fascismo è la causa prima della guerra attuale. La vittoria degli avversari solo in apparenza, infatti, sarebbe una vittoria degli anglosassoni e della Russia; in realtà sarebbe una vittoria degli ebrei. A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere in un tempo non lontano essere lo schiavo degli ebrei? E’ certo una buona arma di propaganda presentare gli ebrei come un popolo di esseri ripugnanti o di avari strozzini, ma alle persone intelligenti è sufficiente presentarli come un popolo intelligente, astuto, tenace, deciso a giungere, con qualunque mezzo, al dominio del mondo. Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù.

Giorgio Bocca

Letteralmente pazzesco.

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Gedenken ans Pogrom.

Auch im Bundesland Tirol wird heute der Reichskristallnacht von 1938 gedacht: Noch vor gerade einmal siebzig Jahren war es möglich, dass auch dort zahlreiche jüdische Mitbürger brutalst schikaniert, verfolgt, verhaftet und ermordet wurden.

Tirol war — gemessen an seiner jüdischen Bevölkerung — sogar reichsweit einer der blutigsten Schauplätze jener Schreckensnacht.

Zu diesem Anlass wird im Festsaal der Theologischen Fakultät in Innsbruck heute Abend eine Gedenkveranstaltung stattfinden, die ganz im Zeichen des Komitees für christlich-jüdische Zusammenarbeit steht, welches 1989 auf Anregung des damaligen Bischofs Reinhold Stecher als entscheidender Brückenschlag zwischen den Religionen gegründet wurde. Erwartet werden hochrangige Vertreter von Politik und Zivilgesellschaft, bis hin zu Bürgermeisterin und Landeshauptmann.

An der Medizinfakultät wird außerdem ein Mahnmal enthüllt, das an die vom NS-Regime ausgegrenzten und vertriebenen Professoren, Studenten und Ärzte erinnern soll.

Im südlichen Tirol wurde dagegen noch immer keine öffentliche und offizielle Geste der Versöhnung und der Entschuldigung getan. Zwar gab es hier keine Reichskristallnacht, da wir dazumal eben nicht Teil des Reiches waren. Die Judenverfolgung, die an jenem Datum symbolisch und faktisch losgetreten wurde, setzte jedoch spätestens zur Zeit der Operationszone Alpenvorland ein — mit tatkräftiger Unterstützung von Südtirolern.

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Zensiertes Vater Unser.

Zur selben Zeit, als in Brixen sogar der Papst einige Worte auf Ladinisch spricht, diskriminiert die Kirche diese Sprache im nahegelegenen Fodom: Der Bischof von Belluno, Giuseppe Andrich, sorgte vergangene Woche für Ärger und Aufsehen, als er dem Coro Fodom untersagte, das »Père Nòst« auf Ladinisch zu singen. So blieb eine Veranstaltung, die an das Ende des 1. Weltkriegs vor 90 Jahren erinnern sollte, ohne Vater Unser in jener Sprache, die wohl die meisten Kriegsopfer des Dolomitentales gesprochen und verstanden haben. Die Entscheidung des kirchlichen Würdenträgers ist ein typisches Symptom für den mangelnden Schutz und Respekt, den die ladinische Sprache und Kultur in der Nachbarregion genießen.

Das ladinische Fodom (Buchenstein) gehört seit dem Faschismus zur italienischen Region Venetien. Bis ins Jahr 1964 war es jedoch noch Teil der Diözese Brixen.

Am 27. Oktober 2007 sprach sich die Bevölkerung des Tals zusammen mit Cortina de Anpezo eindeutig für eine Rückkehr zu Südtirol aus. Mangelnden Respekt für eine Minderheit kann man eben auch mit mehr Geld in Venetien nicht wettmachen.

Aus der Wochenzeitung La Usc di Ladins:

Al Coro Fodom no i é sté mpermetù del cianté sun Col de Lana a la Mëssa per i mòrc n vièra. Ntà¡nt a Persenon l Papa l saludà¡va per ladin al Angelus.

Fodom – Ntel medemo moment che a Persenon, ndomënia passada, l Papa Benedët XVI l saludà¡va per ladin ntà¡nt l Angelus, al Coro Fodom no i é vigniva mpermetù de de cianté l Père Nòst per fodom a la Mëssa sun Còl de Lana per duc i mòrc de la vièra e per i 90 agn da la fin de la Pruma Vièra. A di de nò l Vësco de la Dioceji de Belum – Feltre Giuseppe Andrich, che dijà¡va la Mëssa. Puoc chilometri in linea d’aria ntra la ponta del Còl de Lana e la senta vescovila de Persenon, da ulà che dependà¡va fin al 1964 ence Fodom, Còl e Ampëz, ma agn lum nte la sensibilité desmostrada ntei confronc de la mendrà¡nza ladina da chëla Gliejia che se proclama universal e apostolica.

Doi peris e doi mesure ntei confronc de la medema popolazion. L Coro Fodom l eva sté nvié a acompagné co le cià¡ntie la celebrazion dal grop alpini da Fodom, che ogni ann, la pruma domënia de agost, l organizeia chësta comemorazion. Davà¡nt de scomencé la Mëssa l diretor Lorenzo Vallazza l ava prejenté al secretèr del Vësco l program de le cià¡ntie. Ntra chëste ence l Père Nòst per Fodom. Per duta respòsta l se sentiva di na pruma che ”con duta probabilité l Vësco l no fossa sté d’acòrdo. A na seconda domà¡nda l no definitif. Chël Père nost no l é dal fè. Parola del Vësco. Deguna spiegazion. Da capì la delujion, la marevoia e ence ncin la rabia dei corisć co i à  sapù de chësta dezijión a la fin de la Mëssa. No l eva miga l prum viade che chëla cià¡ntia la vigniva fata e no l eva mèi sté trat ca dificolté o problemi co le regole de la liturgia.

D’autra pèrt ntel le val ladine de Südtirol la Mëssa la ven celebrada con normalité ence per ladin ( almà¡nco nte trope sue pèrt ), auna al talià¡n e al todësch. No se conta le publicazion co le traduzion de cià¡ntie e pèrt de la liturgia per ladin. L medemo Vësco de Persenon Egger, de mère lenga todëscia, l à  frecuenté n corso de ladin e l lo doura co l à  da descore ai ladins. L cajo vòl che dagnà¡ra ndomënia passada, nvalgugn prevesc ladins i à  abe consigné nte le mà¡n del Papa Benedët XVI l test de la liturgia traslatada per ladin per l’aprovazion del Papa e podei coscita ester dourada nte la Mëssa a la pèr de chëla taliana e todëscia. ”De ca no se pò gnà¡nca cianté n Père Nòst. La cià¡ntia l ’é stada metuda ju ncora davà¡nt troc agn da Nani Pellegrini, che l à  fat ence la traduzion. Na traduzion no zèrto ufizial, ma che no l’à  nconté problemi gnà¡nca per ejemple n l ann passé, cà¡nche l’é stada ciantada proprio al posto del Père Nòst a la Mëssa al santuar de Weissenstein, n ocajion del pelegrinagio dei ladins del Sela. Ilò no n eva demé ladins, ma ence taliagn e todësć, ma l Père Nòst l é sté lascé cianté mpò per ladin. Lascé cianté chël tòch fossa sté n at de sensibilité da pèrt del Vësco. Tà¡nto plu nten luoch sacro come l Còl de Lana, ulà che à  combatù e i é mòrc, auna a austriaci e taliagn, ence troc ladins. Colassù davà¡nt novà¡nta agn, i fodomi che combatà¡va per sua patria, L Imper Austro – Ungarico, ntra de lori i descorà¡va ladin e de segur i avarà  ence perié per ladin, nte la disperazion de savei sue fameie dalonc e ntel vedei, ju nte la val, sue cèse che brujà¡va, bombardade.

Ndomënia passada nte la buja de la mina l eva rapresentà¡nc de nvalgugn de chi còrp militari che davà¡nt 90 s’ava scombatù: alpini, kaiserjaeger, schützen. Ma demè l prescident del Altkaiserjaegerklub, Manfred Schullern l à  recordé la verité storica. Che le val ladine nviade le fajà¡va pèrt del Tirol, con suo lengaz e sua cultura. L aut prelat belumat no l à  demé desmentié de acené a chëst fat storich, ma l à  chinamèi porté sun Col de Lana la censura. Andrich l à  clamé le rapresentà¡nze austriche ”concitadins europei”. Ma ci concét alo l Vësco de l’Europa se l desmentia e l mët l bavaruol davà¡nt a la bocia ai Ladins, l plu vegle pòpol de le Dolomiti e spò ncuoi de l’Europa Unida?

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Sollte Herr Pahl…

oder irgend ein anderer Politiker – mit oder ohne Hungerstreik – erreichen, dass ein Kunstwerk aus einem Museum entfernt wird, dann haben alle Südtiroler, denen an den liberalen Grundrechten, an den Menschenrechten, am Rechtsstaat und nicht zuletzt am Grundgesetz gelegen ist, die bürgerliche Pflicht, den Weg auf die Straße zu suchen.

Wer schweigt macht sich mitschuldig, und wir dürfen nicht zulassen, dass dieses Land von reaktionären Talibans überwältigt wird, die sich selbst zu Sittenwächtern erheben.

Ironisch übrigens, dass gerade Franz Pahl sich über die Rückständigkeit und Aggressivität der Moslems beklagt hat – Eigenschaften, die er nun ungeniert selbst an den Tag legt. Aus der Präsentation seines Buches mit geradezu prophetischer [!] Wortwahl:

[…]
In den 57 islamischen Staaten herrscht weltweit die Orthodoxie. Sie verstärkt sich immer mehr zur neototalitären Ideologie des Islamismus. Die Hoffnung auf einen aufgeklärten europäischen Islam ist eine Illusion.

[…]

Ihre Zahl wächst ständig. Sie bringen eine Weltanschauung mit, die mit dem demokratischen Rechtsstaat und den Menschenrechten unvereinbar ist.

[…]

Die orthodoxe islamische Weltsicht entrechte die Frauen und betreibe die Zerstörung der Demokratie durch “aggressive Missionierung, Massenzuwanderung und Lenkung der Finanzströme in vielen Banken”, erklärte Pahl weiter.

[…]

Südtirol habe den “Weg in die Scharia schon auf leisen Sohlen angetreten” und weiche bereits ängstlich zurück, meinte Pahl.

Hervorhebungen von mir.

Wie wahr Herr Pahl, den Weg in die Scharia haben wir angetreten! Nur gut, dass Sie sich zu einem Ramadan entschlossen haben.

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Zuerst die Füße.

Zeitgenössische Kunst strebt ihrem Selbstverständnis nach nicht vordergründig nach Harmonie und Schönheit, sondern provoziert und rüttelt auf. Daher dürfte es ganz in ihrem Sinne sein, dass ein kirchlicher Würdenträger Einspruch erhebt, wenn ein gekreuzigter Frosch gezeigt wird. Freilich muss dann die Frage erlaubt sein (und gehört zum ausgelösten Denkprozess), ob der Bischof auf einer ethischen Grundlage handelt – ob er also ähnlich reagiert hätte, wenn der Angriff einer anderen Glaubensgemeinschaft gegolten hätte.

Etwas völlig anderes ist jedoch der Eingriff aus der Politik. Es ist äußerst bedenklich, wenn der Gesetzgeber seinen Einspruch erhebt und unter Umständen Kunst zensiert. Das ist dann keine »immanente« Auseinandersetzung mehr, sondern ein Angriff auf die Freiheit der Auseinandersetzung selbst. Im Jahr der zeitgenössischen Kunst, da Südtirol sich öffnen soll für den Diskurs um den Zustand und Fortschritt unserer Zivilisation, ist der kalte Wind aus dem Landhaus ein denkbar schlechter Auftakt. Im Augenblick scheint es, als könne das Museion dem Druck der Macht standhalten, sich ihm widersetzen. Sollte dies jedoch misslingen, wäre es das erschreckende Zeugnis einer feudalen Gegenwart — eine Offenbarung übrigens, die wir dann ebenfalls der Kunst verdanken.

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Europäische Werte.
Kommentar

Unter dem Titel »mehr Werte — mehr Respekt« schrieb Chefredakteur Toni Ebner in der gestrigen Dolomiten-Ausgabe einen Leitartikel zum Thema Homoehen. Als Vorwand diente ihm dabei die durchaus teilbare Auffassung, die westliche Welt müsse ihre eigenen Werte bewusst pflegen, damit sie von Zuwanderern aus aller Welt — besonders Musliminnen — mit Glaubwürdigkeit Respekt dafür einfordern könne. Namentlich genannt wurden dabei der Humanismus, eine nicht näher definierte »Tradition« und das Christentum, wobei vor allem letzteres als Grundlage für die Anfeindungen gegen Homosexuelle herhalten musste.

Lassen wir einmal beiseite, dass gerade das Christentum jene Nächstenliebe predigt, die die Kirche in ihren Attacken gegen Anderslebende stets pünktlich untergräbt. Wie aber lässt sich die Ansicht Herrn Ebners mit humanistischen Werten vereinbaren? Eine der wohl größten Errungenschaften westlicher Demokratien ist die Trennung von Staat und Kirche. Wir werden von muslimischen Mitbürgerinnen ohnehin kaum verlangen können (und wollen), dass sie sich dem Diktat der katholischen Kirche unterordnen. Was wir jedoch einfordern sollten, ist die Akzeptanz unserer laizistischen und liberalen Grundordnung, die die Religion zur Privatsache erklärt. Darin besteht wohl auch der größte Unterschied zwischen einem großen Teil der islamischen Staatengemeinschaft und dem europäischen Selbstverständnis.

Wie jedoch können wir — frei nach Toni Ebner — von Zugewanderten verlangen, dass sie unsere humanistischen Werte respektieren, wenn wir selbst fordern, dass religiöse Grundsätze unsere Rechtsordnung bestimmen? Der Chefredakteur widerspricht sich darin selbst, mit dem einzigen Zweck, Homoehen und Immigration — kurzum: das »Fremde« — zu verteufeln.

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