Es reift schön langsam…

Da ist man mal kurz weg — im Urlaub — und schon steht die (Blog-)Welt auf dem Kopf! Im Laufe der letzten Tage hat sich in der Sache viel getan, angefangen beim Leitartikel der aktuellen ff bis hin zur regen Diskussion hier bei uns.

Mit freundlicher Genehmigung Norbert Dall’Òs gebe ich hier seinen Beitrag wieder, erschienen in ff 09 vom 26. Februar:

Ich hatte einen Traum

Die “dynamische Autonomie” ist zum Stillstand gekommen, die Sache mit dem Föderalismus überzeugt nicht. Wennschon – dennschon: Man müsste vielleicht nur etwas Phantasie walten lassen.

Die Sache mag eine Bagatelle sein – ist aber bezeichnend für die verfahrene Situation in Sachen dynamische Autonomie: An den Grenzen Südtirols wachen acht sogenannte Grenzveterinäre, dass bei den Lebensmittelimporten alles mit rechten Dingen zugeht. Die Veterinäre sind sicherlich tüchtig und professionell. Aber es handelt sich um Beamte des italienischen Staates. Sie sind organisiert, wie die Beamtenschaft in Italien halt organisiert ist. Der Dienst funktioniert schlecht. Die betroffenen Unternehmen müssen sich alles Erdenkliche einfallen lassen, um ihre Produkte in vernünftigen Zeiten über die Grenze zu bringen. Warum sind die Grenzveterinäre nicht Landesbeamte? Warum übernimmt das Land Südtirol nicht den Dienst? Der Übergang vom Staat aufs Land hätte schon längst vonstattengehen sollen – aber Rom bockt. Seit Berlusconi und seine Mander am Ruder sind, geht nichts mehr in Sachen Kompetenzabtretung. Ob ein Dienst funktioniert oder nicht, interessiert die Herren in Rom nicht. Wichtiger ist offensichtlich, uns Crucchi zu zeigen, wo der Bartl den Most holt. Um die dynamische Autonomie ist es still geworden. Der Grund: Mit der – ausgerechnet von der Wirtschaft torpedierten – Mitte-links-Regierung war gut Kirschen essen. In Bozen und in Rom hatte man ein gemeinsames Interesse: den öffenlichen Dienst effizienter gestalten. Warum sollten die Straßen beim Staat bleiben, wenn das Land Südtirol viel besser dafür sorgen kann? Rom sparte – und Südtirol konnte seine Effizienz unter Beweis stellen. Nicht, dass hier alles bestens läuft. Aber die Regel: Südtirol macht es besser als Rom – diese Regel ist unbestreitbar. Wenn die dynamische Autonomie zum Stillstand gekommen ist, heißt das, dass Südtirol keine zusätzlichen Kompetenzen übertragen bekommt. Das heißt weiters: Die angestrebte Vollautonomie ist eine Illusion. Mit dieser Situation könnte ich durchaus leben, würde sich der Staat Italien, dessen Politik und stolzes kulturelles Erbe sich in eine Richtung entwickeln, die ich irgendwie mittragen kann. Aber genau das tut es nicht. Als einst glühender Fan der italienischen Art zu leben, leben zu lassen und zu überleben, stelle ich Tag für Tag mit Grausen fest, dass es bald nichts mehr gibt, mit dem ich mich identifizieren kann. Vielleicht inspiriert vom Schützenaufmarsch am Sonntag in Meran hatte ich einen sonderbaren Traum: Barbara Repetto, die Landesrätin, stand an der Bozner Talferbrücke und sammelte Unterschriften. Auf einem Plakat stand geschrieben: “Per l’autodeterminazione. Für die Selbstbestimmung.” Hunderte Menschen standen Schlange, warteten darauf, ihre Unterschrift auf das Dokument setzen zu können. Alle sprachen italienisch. Tags drauf hatte ich den Traum längst vergessen, da traf ich einen Freund, der wild über die Zustände in der Post schimpfte – und dann meinte: “Wenn ich ein deutschsprachiger Südtiroler wäre, wäre ich für die Selbstbestimmung.” Hoppla! Und was, wenn man der Selbstbestimmung die ethnische Sprengkraft nehmen würde? Was, wenn man die Rückkehr zu Österreich mal ausschließen und stattdessen andere Varianten durchdenken würde: Südtirol als autonome, selbstständige Pufferregion, eingebettet und geschützt von Europa, mit gewissen Bereichen (zum Beispiel Außenpolitik), die entweder an Rom oder Wien delegiert werden? Wer sollte was dagegen haben, wenn das Ziel eine bessere, möglichst bürgernahe Verwaltung ist? Wer sollte was dagegen haben, wenn die Gesetze, die unser Leben bestimmen, in Bozen und nicht mehr in Rom geschrieben werden? Hand aufs Herz: Können Sie sich am Föderalismus, so wie ihn sich Berlusconi oder Bossi vorstellen, erwärmen? Ich nicht. Aber ich habe auch keine Lust, weiterhin zwischen der Nicht-Alternative Italien oder Österreich entscheiden zu müssen. Vielleicht sollten wir doch unsere Phantasie walten lassen – und alle gemeinsam, Deutsche, Italiener, Ladiner, mal darüber nachdenken, ob es denn nicht einen machbaren Weg gibt, um diesem Staat auf eleganter Weise “Ciao” zu sagen. Und wenn es nur ein Traum ist.

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Freistaat und Panzer.

Per gentile concessione di Riccardo Dello Sbarba, pubblico qui la versione integrale del suo resoconto, apparso anche sul Corriere dell’A. Adige di ieri:

“Ma se facciamo la Selbstbestimmung, poi Berlusconi ci manda i panzer?”. A quel punto ho cercato di buttarla in battuta: “beh, bisogna vedere se ha la benzina…”. Molti hanno sorriso, ma la domanda era seria.

Eravamo alla Cusanus Akademie di Bressanone, il convegno si intitolava “Die Vision Freistaat” e io ero l’unico italiano sul podio.

Il professor Günther Pallaver, introducendo, aveva invitato tutti alla prudenza. Se autodeterminazione significa secessione, aveva avvertito, allora sappiate che un diritto alla secessione dalle norme internazionali non è riconosciuto. A meno che non ci sia consenso di tutte le parti in gioco e allora si può fare quel che si vuole (vedi Cechia e Slovacchia).
Poi aveva invitato a distinguere: tra autodeterminazione esterna (cioè la secessione) e autodeterminazione interna (cioè autonomia e autogoverno, tipo Freistaat Bayern). E tra visione nazionalistica della Selbstbestimmung (ristabilire una omogeneità etnico-nazionale dove non c’è, che equivale a un nazionalismo in piccolo che nel mondo centuplicherebbe gli stati esistenti) e una visione democratica della Selbstbestimmung (fondata sull’idea che ogni persona deve essere libera di decidere di se stessa, ma che presuppone la rinuncia alla violenza, l’accettazione delle diversità di lingua, cultura e religione e il riconoscimento di pari diritti a chiunque). Distinzione che a diverse persone (tutti maschi i numerosi intervenuti) non è piaciuta gran che.
La discussione infatti si è svolta partendo dal: “Facciamo finta che la Selbstbestimmung la facciamo davvero”, che succede dopo? Berlusconi manda i panzer? E degli italiani che ne facciamo? E qui tutti guardavano me.

Dunque, ho giocato a fare l’italiano. Dando dei consigli su come conquistare il consenso degli italiani del Sudtirolo all’idea di uno stato indipendente. Che potrebbe fare strada, ho detto subito ancora con ironia, tra i tanti italiani che si sentono in esilio in questa Italia berlusconiana.
Il problema, ho spiegato, è di quale Freistaat si parla, come ve lo immaginate e come lo proponete. Inaccettabile è qualsiasi visione di uno stato libero del Tirolo dei tempi andati, dove dominino una memoria, una identità, una cultura a senso unico. Insomma, questo “stato indipendente” non dovrebbe cancellare la storia del Novecento, ma metabolizzarla, contestualizzarla certo, ma in qualche modo farla propria come storia comune (comprese le tracce che ha lasciato), con con-passione per i dolori che ha portato e con-piacimento per i successi ottenuti nel cammino dell’autonomia. Va costruita quella reciproca fiducia che oggi non c’è e che sola può rassicurare il mondo italiano che chi parla di Selbstbestimmung lo fa avendo a cuore tutte le persone di questa terra e non invece perché sta mettendo fuori l’avviso di sfratto per gli ultimi arrivati.

Per questo, ho detto, la “Vision Freistaat” dovrebbe contenere:

  1. L’idea di una regione europea aperta e plurilingue di diverse culture, esperienze, storie tutte dotate di uguale dignità e diritti.
  2. La promessa dell’abolizione di ogni logica e misura di separazione etnica: un unico sistema scolastico plurilingue, la fine dei partiti etnici, il principio della cittadinanza universale e uguale.
  3. Il riconoscimento di un Heimatrecht uguale per tutte le persone che vivono sul territorio di questo “Stato libero”. Ciò vuol dire che la terra non appartiene a nessuno, ma a tutti (a Dio, dicevano i medioevali), che non ci sono primi arrivati e ultimi arrivati, che non ci sono proprietari e ospiti. Ciò vuol dire che ogni decisione politica su questa strada la prendono tutti e tutte, senza sbarramenti dovuti alla anzianità di residenza (Eva Klotz aveva sostenuto che secondo le norme internazionali in un referendum sulla Selbstbestimmung potranno votare le persone che hanno una residenza di 50, oppure ad essere generosi, di 30 anni in Sudtirolo!).
  4. Rinuncia alla violenza e alla glorificazione della violenza.
  5. Immediata cessazione di ogni provocazione. La strada per l’autodeterminazione, se questa vuol convincere gli italiani, non può passare per le marce e la richiesta di abbattere i monumenti, ma per il rispetto della storia e dell’esperienza di ciascuno, che va contestualizzata, resa testimonianza ed educazione alla democrazia, ma non rasa al suolo.

Ho detto insomma che andrebbe messo in moto un processo tutto diverso dall’attuale, un processo che crei calore e confidenza reciproca, tanto che ogni italiano/a possa e voglia dire “Ich bin ein Südtiroler und bin stolz darauf” (sono un sudtirolese e ne sono orgoglioso), ma anche che anche ogni tedesco/a e ladino/a gli voglia e possa dire: “Ja, du bist ein Südtiroler und ich freue mich darüber” (Sì, sei un sudtirolese e io ne sono proprio felice). Cose da cui, tra marce degli Schützen e corone militari, siamo oggi ben lontani.
Quel che domina attualmente, mi sembra, è da un lato la nostalgia di un Tirolo storico com’era prima dell’“ingiusto confine” e dall’altro la difesa a riccio di ogni “attestato di esistenza in vita”, anche se questo ha l’aspetto arcigno dei fasci littori di Piacentini.
Insomma, per ora la discussione è dominata dai panzer. E finché sarà così, l’autonomia resta l’unica forma di “autodeterminazione” in cui tutti vincono e nessuno perde.

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Und es dreht sich doch.

Nach unermüdlicher, konstanter Arbeit scheint das hier vorangetriebene Projekt seine ersten zarten Früchte hervorgebracht zu haben: In seinem Blog nimmt Riccardo Dello Sbarba, Fraktionsvorsitzender der Grünen und Landtagspräsident a. D., zur Unabhängigkeit Stellung, und knüpft sie an Bedingungen, die bereits hier formuliert und breit diskutiert wurden. Er schreibt unter anderem:

Per questo, ho detto, la ”Vision Freistaat” dovrebbe contenere:

  1. L’idea di una regione europea aperta e plurilingue di diverse culture, esperienze, storie tutte dotate di uguale dignità  e diritti.
  2. La promessa dell’abolizione di ogni logica e misura di separazione etnica: un unico sistema scolastico plurilingue, la fine dei partiti etnici, il principio della cittadinanza universale e uguale.
  3. Il riconoscimento di un Heimatrecht uguale per tutte le persone che vivono sul territorio di questo ”Stato libero”. Ciò vuol dire che la terra non appartiene a nessuno, ma a tutti (a Dio, dicevano i medioevali), che non ci sono primi arrivati e ultimi arrivati, che non ci sono proprietari e ospiti. Ciò vuol dire che ogni decisione politica su questa strada la prendono tutti e tutte, senza sbarramenti dovuti alla anzianità  di residenza (Eva Klotz aveva sostenuto che secondo le norme internazionali in un referendum sulla Selbstbestimmung potranno votare le persone che hanno una residenza di 50, oppore ad essere generosi, di 30 anni in Sudtirolo!).
  4. Rinuncia alla violenza e alla glorificazione della violenza.
  5. Immediata cessazione di ogni provocazione. La strada per l’autodeterminazione, se questa vuol convincere gli italiani, non può passare per le marce e la richiesta di abbattere i monumenti, ma per il rispetto della storia e dell’esperienza di ciascuno, che va contestualizzata, resa testimonianza di una educazione alla democrazia, ma non rasa al suolo.

Wieviel davon auf die Arbeit in diesem Blog und seinem Netzwerk zurückzuführen ist, sei dahingestellt. Dass wir jedoch dazu beigetragen haben (und weiterhin beitragen werden), das Thema Selbstbestimmung — gesellschaftlich — aus dem sicheren Griff der rückwärtsgewandten Rechten zu lösen und alternative Blickpunkte anzubieten, ist schwerlich leugbar.

Herrn Dello Sbarba spreche ich meine Genugtuung aus für den Mut, über seinen Schatten zu springen und neue Lösungsansätze zumindest zuzulassen. Die Stellungnahmen, die sich seinem Eintrag anschließen, lassen gleichwohl vermuten, dass sich die lange unterdrückte Seele der progressiven Unabhängigkeitsbefürworter langsam vom Tabu der Selbstbestimmung löst.

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Selbstbestimmungsrenaissance?

Gabriele Di Luca hat mit Günther Pallaver ein Interview zum Thema Selbstbestimmung geführt, das ich hier in vollem Umfang wiedergebe:

Martedì 17 febbraio, all’Accademia Cusano di Bressanone (ore 20.00) ci sarà  una discussione pubblica sul tema “Vision Freistaat” (Stato libero: una visione). Parteciperanno Martha Stocker (Svp), Pius Leitner (Freiheitlichen), Eva Klotz (Süd-Tiroler Freiheit) e Riccardo Dello Sbarba (Verdi). Il politologo Günther Pallaver (Università  di Innsbruck) introdurrà  e modererà  l’incontro.

Selbstbestimmungsrenaissance? Intervista a Günther Pallaver

Professor Pallaver, da qualche tempo, nel discorso pubblico sudtirolese, è tornato in auge un tema che sembrava ormai destinato a restare patrimonio esclusivo di cerchie politiche marginali: il tema dell’autodeterminazione. Secondo lei, quali sono i motivi di una simile Selbstbestimmungsrenaissance?

Il tema dell’autodeterminazione si ripresenta periodicamente, un po’ a ondate. Prima del “pacchetto” e dell’approvazione del secondo statuto era l’espressione di gruppi che non accettavano l’autonomia come soluzione del problema sudtirolese, perché l’autonomia prevede un accordo tra i gruppi linguistici del Sudtirolo, mentre una soluzione autodeterminista privilegia le esigenze del gruppo tedesco e ladino. Inoltre, la richiesta d’autodeterminazione si affaccia sempre in momenti di crisi economica. A parte gli attentati di Ein Tirol (1978-88) e la breve riflessione della Volkspartei durante il periodo della disgregazione yugoslava – in cui affiora l’ipotesi di una “via slovena”-, le istanze autodeterministe si erano smorzate anche in virtù della conclusione della controversia tra l’Italia e l’Austria davanti all’Onu (1992). Adesso, con la crisi economica e sociale in corso, possiamo riscontrarne la rinascita. Ma come avevano già  notato 100 anni fa i teorici della socialdemocrazia austriaca nel loro contesto multinazionale, è la crisi che riesce a trasformare le questioni sociali in questioni nazionali.

L’autonomia di cui gode la Provincia di Bolzano rappresenta una soluzione di “compromesso”, riconosciuta internazionalmente, che ha dato buona prova di sé sia in termini di benessere garantito a tutti i gruppi linguistici qui residenti, sia in rapporto al controllo delle pulsioni conflittuali sempre latenti. Chi però propone nuovamente il ricorso all’autodeterminazione sembra non apprezzare o comunque ritiene solo “provvisori” (e dunque insufficienti) questi risultati. Perché?

Ovunque la nostra autonomia riscuote consensi. Riceviamo delegazioni provenienti dall’Europa orientale, dall’Albania, dalla Slovenia, dalla Bosnia-Erzegovina, dalla Romania e dalla Cecenia, ma anche dal Tibet con il Dalai Lama, dalla Palestina o da Papua Nuova Guinea. Ciò significa che l’autonomia del Sudtirolo è riuscita in un’impresa che all’inizio non era scontata. La questione poteva anche finire come in Irlanda del Nord o nei Paesi Baschi. Certo, l’autonomia non è perfetta, il sistema tende a disattivare le occasioni di conflitto separando i gruppi linguistici e non vengono perseguite in modo esplicito politiche d’integrazione. Vorrei però richiamare l’attenzione sul processo, sulla procedura della sua costruzione: qui si è cercato sempre di coinvolgere tutti gli attori in gioco, senza esclusione alcuna. È prevalso il compromesso, il buon senso, ciò che risultava fattibile. In questo modo abbiamo evitato esiti cruenti. Chi confronta la nostra con la situazione di altre minoranze dovrebbe vedere i vantaggi dell’autonomia. Il futuro è nel miglioramento dell’autonomia, non nella rivendicazione dell’autodeterminazione.

Affrontiamo la questione dal punto di vista istituzionale. I fautori dell’autodeterminazione ritengono che la Provincia di Bolzano possa staccarsi dall’Italia mediante una consultazione referendaria. Essi fanno inoltre riferimento ad altre situazioni internazionali (come il Montenegro, il Kosovo o, più recentemente, la Groenlandia), indicate come esempi da seguire. Ma che cosa potrebbe o dovrebbe accadere, concretamente, per attivare un processo del genere anche qui da noi?

Esiste, a livello popolare, l’idea errata che l’autodeterminazione implichi la secessione. Nulla di più sbagliato. Il diritto internazionale non prevede un diritto di secessione (se non nel contesto della “decolonizzazione”). ll concetto stesso di autodeterminazione è complesso, ingarbugliato e spesso poco chiaro. Persino in molti documenti delle Nazioni Unite si fa riferimento all’autodeterminazione, senza precisarne il significato, giocando sull’ambiguità e sulle zone grigie. Certo, l’autodeterminazione non è vietata. Però osserviamo che la sua rivendicazione si connette a violenza e guerre. Vogliamo questo? Studi documentano che se venisse riconosciuto il diritto alla secessione avremmo circa tra 1500 e 3000 Stati. Se già  con 192 abbiamo una montagna di problemi, figurarsi con quel numero. Sarebbe peggio di una bolgia dantesca. Cosa dovrebbe succedere – lei chiede – per attivare un processo del genere in Sudtirolo? Un conflitto armato, cioè una guerra. Chiunque lo auspichi è una persona del tutto irresponsabile.

Lei insegna a Innsbruck e quindi conosce bene l’atteggiamento dei tirolesi del Nord (e più in generale degli austriaci) riguardo alla questione sudtirolese. Ritiene che gli indipendentisti nostrani potrebbero contare ancora sulla solidarietà  della “madrepatria” e più in generale degli altri stati che fanno parte della Comunità  europea?

Da alcune indagini risulta che una parte ancora consistente appoggerebbe la riunificazione del Sudtirolo con il Tirolo del Nord. Ma i risultati oscillano a seconda delle domande e dell’umore del momento. Inoltre, in queste indagini non vengono mai poste questioni precise (per esempio: se i tirolesi del Nord sarebbero d’accordo con l’introduzione della proporzionale etnica sul loro territorio). Possiamo essere certi che una volta confrontati con la realtà, i partecipanti a questi sondaggi offrirebbero risposte diverse. L’Austria fa comunque parte dell’Unione europea, una costellazione di 27 membri. A nessuno di questi Stati passerebbe per la mente di appoggiare una rivendicazione di tipo secessionista. Non l’ha fatto nemmeno Bruno Kreisky nel 1960 e 1961, davanti all’Onu, anche se il momento era il più favorevole di tutti i tempi. Nessuno poi ha voglia di mettere in moto una valanga. Se cominciasse il Sudtirolo domani potrebbe essere il turno di qualche altra regione. Impensabile. L’idea dell’autodeterminazione è un’idea del 19° secolo, noi viviamo nel 21° e abbiamo alle spalle due guerre mondiali nate dal nazionalismo. L’integrazione, l’abolizione delle frontiere, queste sono le idee portanti della cultura europea vigente.

Un punto generalmente trascurato – in questa discussione – riguarda gli effetti che la nascita di un ipotetico “Stato indipendente del Sudtirolo” (oppure, altra variante sul tappeto, un’integrazione della nostra provincia nel corpo della nazione austriaca) potrebbe avere sul nostro modello di convivenza. È possibile immaginarsi o anticipare a questo proposito di che genere sarebbero questi effetti?

Chi rivendica il diritto all’autodeterminazione sottolinea in continuazione che gli italiani – in uno Stato autonomo o nell’ambito dello Stato austriaco – sarebbero tutelati come lo sono i tedeschi in Italia. Ciò significa che la tutela attuale non può essere poi così male. Ma se penso a come l’Austria tutela le sue minoranze, allora il mio scetticismo si acuisce. Basta dare uno sguardo alla Carinzia, dove vive la minoranza slovena. Confesso che in uno Stato sovrano avrei paura del nazionalismo tedesco, dei suoi impulsi vendicativi. Solo fino a pochi anni fa gli Schützen dichiaravano che gli italiani sono solo ospiti in questa terra, un’assurdità che contrasta i diritti fondamentali dell’uomo, poiché ogni cittadino dell’Unione Europea ha il diritto di residenza in tutti i suoi Stati membri. Preferisco dunque le certezze di oggi: garanzie costituzionali e internazionali e una cultura politica europea di democrazia e tolleranza. Alle promesse di un radioso futuro preferisco le sicurezze del presente.

Un’ultima domanda. La Svp sta attraversando una profonda crisi d’identità, tanto che il suo ruolo storico (quello appunto di essere il partito di riferimento degli elettori di lingua tedesca) è stato recentemente messo in discussione da chi, per l’appunto, giudica l’appartenenza all’Italia come una condizione tutt’altro che definitiva. Qualche anno fa si era cominciato a parlare con una certa frequenza dell’Euregio, una “visione” geopolitica più praticabile e comunque in sintonia con lo sviluppo dell’autonomia. È possibile che – almeno in risposta alle tendenze più estremistiche delle quali abbiamo parlato – il progetto di una regione alpina transfrontaliera e plurilingue possa riprendere vigore?

Sin dagli anni ’50 sono sorti numerosi progetti, in vari paesi europei, orientati a una collaborazione transfrontaliera. Quando nacque, l’Euregio tirolese fu un progetto calato dall’alto, con il Sudtirolo ed il Tirolo che cercavano di far rientrare l’autodeterminazione dalla finestra, perché la porta era sbarrata. Ma già pochi anni dopo hanno capito che il progetto, se voleva avere qualche possibilità di riuscita, doveva essere allargato al Trentino, cercando di sensibilizzare la popolazione di tutte e tre le regioni in gioco. È interessante vedere che in un’ indagine del 1996 una grande maggioranza era a favore della cooperazione transfrontaliera, ma indipendentemente dalla storia comune. Ciò significa che la collaborazione potrebbe essere intensificata soprattutto dal punto di vista pragmatico (issues oriented) e non dal punto di vista ideologico (ideological oriented). In effetti, mi meraviglio che la classe politica dominante non abbia approfondito il discorso dell’Euregio davanti alle rivendicazioni degli autodeterministi. Fatto sta che la SVP, al momento, è occupata con se stessa e non ha né energie né idee chiare per il futuro.

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Mythos Volksbefragung?

Der katalanische Cercle d’Estudis Sobiranistes [siehe] hat im Herbst eine Studie zum Thema Unabhängigkeit veröffentlicht, deren Ergebnisse ich hier auszugsweise wiedergeben möchte:

Eine Reihe von Umfragen hat mit einer gewissen Übereinstimmung ergeben, dass sich derzeit, weitgehend unabhängig von der genauen Fragestellung (!), etwa 35% der Katalanen für die Unabhängigkeit von Spanien aussprechen, 45% dagegen und 20% unentschlossen sind. Die 21 (!) Erhebungen, auf die sich die Studie stützt, wurden von Zeitungen, Meinungsforschern, Universitäten und öffentlichen Instituten der katalanischen und spanischen Regierungen durchgeführt.

Davon ausgehend hat der Cercle seine Analyse entwickelt, mittels derer untersucht werden sollte, welche Bedeutung diese Daten im Falle eines Referendums tatsächlich haben könnten.

Von Unabhängigkeitsgegnern (oder »Unionisten«) wird gerne beteuert, der Wille zur Eigenstaatlichkeit sei minoritär, und im Falle einer Abstimmung eher noch weiter zum Sinken prädestiniert, da die Zukunftsangst und die Ungewissheit überwögen. Wenn dem tatsächlich so wäre, bleibt jedenfalls unverständlich, aus welchem Grund der Staat diesen Weg nicht beschreitet, wo er doch den Ruhm der Basisdemokratie und gleichzeitig den angeblich sicheren Erfolg einheimsen könnte.

Doch die Unabhängigkeit hätte heute in Katalonien realistische Chancen, ein Referendum zu gewinnen. Die Aussage mag ob der oben genannten Daten überraschen, stützt sich jedoch auf mehrere Vergleichsuntersuchungen.

Reine Meinungsumfragen (also keine Wahlabsichterklärungen) berücksichtigen nicht die Enthaltungsmöglichkeit, welche nicht mit Unentschlossenheit gleichsetzbar ist. Jene Umfragen, die sich nach Altersgruppen, Bildungsschichten oder Parteivorliebe aufschlüsseln lassen, zeigen zudem unmissverständlich, dass die Unabhängigkeitsgegner (in Katalonien) besonders in jenen Gruppen stärker vertreten sind, die viel deutlicher zur Enthaltung tendieren, als andere.

Dies legen auch Umfragen nahe, die vor anderen später geglückten Volksbefragungen durchgeführt wurden. So lag die Unterstützung für den Natobeitritt Spaniens im Vorfeld bei nur 33,4%, für die Europäische Verfassung bei 23,5% und für das neue katalanische Autonomiestatut bei 31,8%, und trotzdem konnten sich alle drei Vorlagen durchsetzen — weil die Gegner ebenfalls Wählergruppen angehörten, die zur Enthaltung tendieren.
Es lässt sich sogar allgemein beobachten, dass Gegner eines Vorhabens (zumindest in Katalonien) eher zur Enthaltung tendieren, als Befürworter. Die drei genannten Referenden sind zwar in der Wichtigkeit des Themas nicht mit der Loslösung von Spanien gleichzusetzen, doch alle waren sie von erheblicher Relevanz für die Bevölkerung.

Die Feststellung mag erstaunen, doch es gibt statistisch gesehen einen bestimmten Wähleranteil, der auch dann nicht zur Urne geht, wenn die Fragestellung ihre unmittelbaren Lebensumstände drastisch verändern kann. Diese Tendenz lässt sich weltweit feststellen, und hat selbst im Falle Montenegros (wo eine Zustimmung von 55% zur Erlangung der Unabhängigkeit gefordert war — ein Quorum, das von den Gegnern vergleichsweise leicht zu knacken gewesen wäre) nicht verhindert, dass sich 20% der Wahlberechtigten einer Aussage enthielten.

Das wohl erstaunlichste Ergebnis der Studie jedoch ist, dass die Zustimmung für die Sezession in allen untersuchten, konkreten Vergleichsfällen drastisch zugenommen hat, sobald eine Befragung im Raum stand. Es gilt als statistisch erwiesen, dass die Unabhängigkeit, wo sie auf demokratischem Wege geglückt ist, stets weit davon entfernt war, eine Bevölkerungsmehrheit anzusprechen, bevor sie konkret in Aussicht gestellt wurde. Erst als die Unabhängigkeit greifbar, legal möglich, und nicht (mehr) verboten, eversiv, utopisch erschien, nahm die Unterstützung für diese Option rasch zu.

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Völkerrecht-Dragées.

beruft sich nicht auf das Völkerrecht, oder speziell auf das Selbstbestimmungsrecht der Völker, um die Unabhängigkeit zu erlangen. Dennoch möchte ich mit dieser Serie dazu einladen, gemeinsam über das Völkerrecht nachzudenken, und zu verstehen was es ist und was es nicht ist.

Ich selbst bin kein Experte auf diesem Gebiet, und freue mich daher auf eine anregende Diskussion.

Zunächst möchte ich der Frage nachgehen, warum das Völkerrecht so heißt, und wie der Unterschied zur englischen, französischen oder italienischen Bezeichnung zu erklären ist, wo von »internationalem Recht« die Rede ist. Es wurde bereits gemutmaßt, dass dies etwas mit der Fixierung der Deutschen auf das Volk zu tun haben könnte.

Ich bediene mich dazu des Standardwerkes Völkerrecht*:

Der Begriff “Völkerrecht” könnte zu der falschen Schlussfolgerung verleiten, Regelungsgegenstand dieses Rechtsgebiets sei das Recht der Völker, ganz so, wie das Privatrecht die Beziehungen privater Bürger untereinander regelt. Dass dem nicht so ist, lässt sich bereits daran erkennen, dass eine partielle Völkerrechtssubjektivität von Völkern im Hinblick auf ihr Selbstbestimmungsrecht erst in jüngerer Zeit Anerkennung gefunden hat, mithin Völker als Zurechnungssubjekt solcher Rechtsnormen bis dahin nicht in betracht kamen. Erklärbar ist die deutsche Terminologie als allzu wörtliche Übersetzung des lateinischen “ius gentium”. Im römischen Recht wurden hiermit diejenigen Normen gekennzeichnet, die auf Rechtsbeziehungen privatrechtlicher Art zwischen Römern und Nichtrömern Anwendung fanden; es handelte sich also um eine Art Sonderrecht im Gegensatz zum “ius civile”, das zwischen Angehörigen des Römischen Reiches galt. Später bezeichneten u.a. Francisco de Vitoria und Francisco Suarez, zwei Exponenten der spanischen Spätscholastik, das “ius gentium” oder auch “ius inter gentes” (de Vitoria) die universell für alle Menschen und Herrschaftsverbände gleichermaßen geltende[n] Rechtssätze. Es war Jeremy Bentham, der in seinem 1780 erschienenen Werk “An Introduction to the Principles of Moral and Legislation” für das zwischenstaatliche Recht den präziseren Begriff des internationalen Rechts (international law) prägte, der heute im englischen (public international law) wie auch im französischen (droit international public) Sprachgebrauch vorherrscht. Dieses Begriffsverständnis eines zwischen den Staaten geltenden Rechts ist für die Definition des deutschen Begriffs “Völkerrecht” maßgeblich, wenn auch nicht erschöpfend. In jüngerer Zeit ist eine Ausdehnung des Regelungsbereichs des Völkerrechts auf nicht-staatliche Rechtssubjekte, namentlich auf Individuen zu verzeichnen […].

*) Kempen/Hillgruber, Völkerrecht, Verlag C. H. Beck, München 2007

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Alles oder nichts?

Im Gespräch um die Selbstbestimmung taucht mit Hartnäckigkeit immer wieder diese These auf: Eine Autonomie könne nie der Weg zur Unabhängigkeit sein, denn sie sei ein alternativer Ansatz dazu. Die beiden Lösungen schlössen sich also gegenseitig aus, und bevor man den zweiten Weg beschreiten könne, müsse der erste — die Autonomie — gescheitert oder einseitig beendet worden sein. Daraus könne man auch schließen, dass die Ausweitung der Autonomie nicht eine Annäherung, sondern eine Entfernung von der Unabhängigkeit bewirke.

Zu dieser Diskussion möchte ich mit einem Auszug aus dem Buch Autonomien der Welt* beitragen:

Grönlands Autonomie

[…]

Jüngste Entwicklungen

[…]

Heute bestehen verschiedene Optionen für eine Erweiterung der Autonomie: Siumut tritt für die Beibehaltung der heutigen Autonomie ein, will aber die vollständige Kontrolle über die Ressourcen der Insel […]. Atassut drängt auf die nationale Einheit für den Ausbau der Autonomie als bestmögliche Lösung für Grönlands Entwicklung und betont die Notwendigkeit, mehr Einfluss auf die auswärtigen Angelegenheiten zu gewinnen. […]
Inuit Ataqatigiit hingegen tritt für die völlige Unabhängigkeit von Dänemark ein. […]

Der Langzeit-Perspektive Eigenstaatlichkeit stimmen grundsätzlich alle Inuit-Parteien zu, vertreten jedoch unterschiedliche Positionen, wie es erreicht werden soll. So bilden die ILO-Konvention und der Ausbau der Autonomie heute die zentralen mittelfristigen Ziele der grönländischen Mehrheit. Mehr wirtschaftliche Eigenständigkeit soll den Boden für die volle Unabhängigkeit [zu] einem späteren Zeitpunkt bereiten.«

Unterstreichungen von mir.

Nicht nur die grönländischen Parteien, sondern auch der Autor stellt hier einen direkten Zusammenhang zwischen Erweiterung der Autonomie und dem Ziel Eigenstaatlichkeit her. Die Entwicklungen der letzten Monate zeigen übrigens, dass diese Vorgehensweise erfolgreich ist.

Was dagegen meines Erachtens gesagt werden kann, ist dass uns aus dem Völkerrecht kein Anspruch auf Selbstbestimmung erwächst, soweit eine ausreichende Autonomie vorhanden und der Minderheitenschutz gewährleistet ist. Insofern gilt es zu unterscheiden.

*) Benedikter, Thomas, Autonomien der Welt, Verlagsanstalt Athesia, Bozen 2007

Minderheitenschutz Mitbestimmung Publikationen Recht Selbstbestimmung | Zitać | Thomas Benedikter | Athesia | Grönland | | Deutsch

Auf dem Weg in die Unabhängigkeit.

Trotz, oder gerade wegen der großen wirtschaftlichen und sozialen Probleme des Landes, hat sich die Wahlbevölkerung Grönlands am vergangenen 25. November für eine weitgehende Ausweitung der Autonomie der Insel ausgesprochen. Über drei Viertel der Wählerinnen entschieden, nur noch wenige Zuständigkeitsbereiche, wie Außen- und Währungspolitik, bei Dänemark zu belassen — dem Land, zu dem die größte Insel der Erde noch gehört.

Grönlands sozialistischer Premierminister, Hans Enoksen, hatte das Reformprojekt auf den Weg gebracht, um den knapp 60.000 Inselbewohnerinnen [vgl] vollen Zugriff auf die Rohstoffe des Landes zu sichern und die Bindungen zu Dänemark weiter zu lockern. Über den Status des Arktisriesen bis hin zur endgültigen Loslösung vom Königsreich sollen künftig seine Einwohner selbst befinden dürfen.

Im Gegenzug zum Verzicht auf die enormen Rohstoffreserven wird Dänemark die Zuschüsse an die Inselbevölkerung weitgehend einstellen. Die angenommene Vorlage setzt auf die Beendigung eines historischen Abhängigkeitsverhältnisses gegenüber dem vergleichsweise kleinen, aber reichen Mutterland, bei gleichzeitiger Ausweitung der eigenen Verantwortung.

Das Referendum, an dem sich 72% der Wahlberechtigten beteiligt haben, ist rechtlich nicht bindend. Die dänische und die grönländische Regierung hatten sich jedoch im Vorfeld darauf geeinigt, den Wahlausgang zu respektieren und die Reform bei positivem Ausgang am kommenden 21. Juni in Kraft treten zu lassen. An diesem Datum jährt sich die Autonomie der Insel zum 30. Mal.

“Wir haben ja zum Selbstbestimmungsrecht gesagt”, kommentierte Premier Hans Enoksen das Ergebnis, und dankte Dänemark dafür, den Urnengang ermöglicht zu haben.

Siehe auch:

Politik Selbstbestimmung Wirtschaft+Finanzen | Good News | | | Grönland | |