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Renzi e le autonomie.
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Il caso Durnwalder-Unità d’Italia continua a scatenare commenti nazionali. Il tema «basta privilegi all’Alto Adige ricco e ingrato» tiene ancora banco. Particolarmente vivace il sindaco di Firenze Matteo Renzi (Pd): «Il presidente della Provincia di Bolzano festeggi l’Unità come tutti: altrimenti, se non vuole farlo, abbia il coraggio di restituire i denari che riceve da questo Paese al quale si sente di non appartenere. Credo che il presidente della Provincia di Bolzano debba iniziare a restituire un po’ di credibilità alle istituzioni ricordandosi che se la sua Provincia autonoma ha tutti quei denari, questo deriva da una norma ad hoc della Costituzione che consente ad alcune regioni di essere a statuto speciale e ad altre no. Questo aveva un significato 60 anni fa, oggi non più. Che le nostre tasse debbano andare a finanziare il loro sentimento anti italiano mi sembra un errore».

Dal quotidiano A. Adige del 12.02.2011 (segnalato da Fabio Rigali)

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Dio, patria, famiglia.
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Dio, Italia e famiglia
Restano questi i valori più importanti

È l’esito di una ricerca realizzata dal Censis nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia: il primo gradino è occupato dal nucleo familiare, anche se con ‘format’ diversi dal matrimonio. In calo il desiderio di consumare

Al primo posto, la famiglia. Poi il luogo – l’Italia – dove più si è affinata la qualità della vita e il culto della bellezza (sic). A seguire la fede anche nelle vesti della tradizione religiosa. È questa, secondo un’indagine realizzata dal Censis nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la ‘scala’ dei valori in cui credono gli italiani.

[…]

Il gusto per la qualità della vita resta “una forza che genera coesione nell’individualismo italiano”, osserva il Censis nella sua ricerca sui valori degli italiani, che dimostrano di sentire l’orgoglio di appartenere al Paese del buon vivere. Il 56% dei cittadini è infatti convinto che l’Italia sia il Paese al mondo dove si vive complessivamente meglio. E anche se in futuro avessero la possibilità di andarsene via dal Paese d’origine, due terzi dei cittadini (66%) non lo farebbero in nessun caso.

[…]

Fonte: la Repubblica online

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Non celebriamo l’Italia, ma le Italie.

di Alessandro Michelucci*

Molti italiani vorrebbero festeggiare il 150° anniversario dell’unità facendo tabula rasa di tutte le entità politiche e culturali non italofone che compongono lo stato italiano. La loro equazione è molto semplice: Italia = italiani = italofoni. In questo modo dimenticano che la penisola contiene popoli con storie che precedono l’unità di molti secoli. E’ necessario chiarire una volta per tutte che negando le culture non italofone presenti nella penisola:

  1. Si calpesta la Costituzione: l’articolo 6 afferma che “La Repubblica protegge con apposite norme le minoranze linguistiche”. Approvata nel 1947, la nostra fu la prima Costituzione dell’Europa post-bellica a prevedere espressamente questa tutela: è un primato del quale dovremmo essere orgogliosi.
  2. Si abbraccia lo stesso nazionalismo ottuso e intollerante che per quasi mezzo secolo ha contraddistinto la posizione del Movimento Sociale Italiano. Il partito di Almirante, infatti, dichiarava apertamente l’obiettivo di cancellare l’autonomia sudtirolese. Allo stesso modo, faceva di tutto per limitare i diritti della minoranza slovena di Trieste. In modo del tutto incoerente, però, invocava la tutela della minoranza italiana stanziata in Jugoslavia. Evidentemente i neofascisti erano mossi dall’anticomunismo e dalla slavofobia, anziché da un sincero interesse per i diritti delle minoranze. Altrimenti avrebbero capito che non si può difendere le proprie minoranze all’estero mentre si dimenticano quelle straniere che vivono in Italia.
  3. Si dimentica (o si dimostra di non conoscere) il proprio patrimonio storico. La minoranza grecanica stanziata in varie regioni meridionali è l’erede della Magna Grecia; quella albanese è arrivata nella penisola in seguito a migrazioni che risalgono alla fine del quattordicesimo secolo; in Val d’Aosta il francese è lingua ufficiale dal 1561, etc. Eppure si rivendicano poeti, scrittori e artisti vissuti nei secoli passati: Dante, Goldoni, Leopardi, Michelangelo, Petrarca…
    L’Italia non è nata come un fungo nel 1861, ma è il frutto di un lungo processo storico al quale hanno contribuito anche tanti non italofoni. Metterli da parte equivale a mutilare la propria storia.
  4. Si disprezzano delle conquiste sociali e politiche che il mondo ci invidia: pensiamo all’autonomia sudtirolese. Ogni anno Bolzano viene visitata da studiosi, giornalisti e uomini politici di tutto il mondo: dal Tibet alla Transilvania, dal Kashmir allo Sri Lanka. In questa città studiano l’autonomia locale per capire se può essere applicata ai conflitti che interessano le loro terre.
  5. Si abbraccia una posizione che contrasta con l’integrazione europea. Negli ultimi anni perfino la Francia, patria storica del centralismo e del monolinguismo, sta cambiando: nel 2008 l’Assemblea nazionale ha approvato una modifica della Costituzione riconoscendo ufficialmente le lingue minoritarie.
  6. Si discrimina secondo la logica tipica di tanti regimi autoritari o totalitari, che vedono nella varietà linguistica, anziché una ricchezza da tutelare, un nemico da abbattere.
  7. Si abbraccia una posizione che contrasta con il diritto internazionale: molti documenti dell’ONU, del Consiglio d’Europa e di altri organismo sovranazionali prevedono la tutela e la promozione delle lingue minoritarie.
  8. Si esercita una delle forme di prepotenza più odiose, quella dove il forte opprime il debole. Naturalmente non tutte le minoranze sono deboli allo stesso modo: esiste un abisso fra la situazione dei Sudtirolesi e quella die Croati molisani. Ma lo spirito è lo stesso: utilizzare la propria forza – numerica, linguistica, politica – per negare o limitare i diritti di entità culturali meno numerose. Una vera pace sociale non sarà mai possibile se la maggioranza si serve del suo peso per limitare i diritti delle minoranze.
  9. Si dimentica che in tutti i campi – dalla biologia alla flora, dalla fauna all’alimentazione – la varietà è una condizione necessaria per un corretto sviluppo. Le lingue non fanno eccezione.
  10. Si dimentica che l’Italia unita ha un senso se protegge e valorizza queste diversità, parte irrinunciabile della sua struttura, anziché cercare di annegarle in un’italianità forzata e antistorica. Altrimenti questa unità diventa una gabbia.

Naturalmente non possono esistere diritti senza doveri: le minoranze, da parte loro, devono conservare un atteggiamento leale nei confronti dello stato.

Infine, una considerazione doverosa. Coloro che vorrebbero negare i diritti delle minoranze in Italia talvolta sono anche gli stessi che col loro voto accettano un’inesistente “Padania”, mentre vorrebbero che Bolzano e Catania, tanto per fare un esempio, fossero italiane allo stesso modo. In questo caso la contraddizione è talmente ridicola che non ha bisogno di commenti.

* presidente del Centro di Documentazione sui Popoli Minacciati, Firenze

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La fête pour la fête.

Mentre s’avvicina la ricorrenza dell’unità d’Italia (17 marzo) istituzioni e organizzazioni fanno a gara per improvisare atti «una tantum» che diano una parvenza festosa a una giornata istituita per decreto governativo.

E meno l’unità è reale e sentita dalla popolazione, più si lavora su un piano simbolico completamente slegato, cercando un significante a prescindere dal fatto che il significato, quel significato che si cerca di «attivare», non esiste.

L’ultima trovata in ordine cronologico è la proposta estemporanea del CONI di suonare l’inno nazionale prima di ogni evento sportivo da oggi fino a domenica. Un festeggiamento imposto dall’alto che qui in Sudtirolo diventa una grottesca citazione colonialista.

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[Unità] tra parentesi | in Klammern.

Am 17. März feiert Italien den 150. Jahrestag seiner Vereinigung. Dieser Tag bietet uns die Gelegenheit zum Nachdenken über die Bedeutung der Einheit Italiens und über die vielen Kräfte, die diese beeinflussen. Nachdenken werden wir auch über die Entwicklung, die die Einheit in einem Land wie dem unseren nehmen kann, das durch seine Besonderheit einen widersprüchlichen Umgang mit dem Konzept der Einheit pflegt.

Il 17 marzo, giorno in cui l’Italia celebra ufficialmente il giorno della sua unificazione avvenuta 150 anni fa, offre un’occasione per riflettere. Riflettere sul significato dell’unità nazionale, la sua complessa dinamica, ma anche sulle prospettive che essa può avere in un territorio, come il nostro, caratterizzato da peculiarità da sempre conflittuali rispetto a quell’idea di unità. Lo faremo in compagnia di:

Gabriele Di Luca
insegnante ed editorialista del Corriere dell’Alto Adige

Hans Heiss
Historiker und Landtagsabgeordneter der Grünen-Verdi-Vërc

Giorgio Mezzalira
storico ed editorialista del Corriere dell’Alto Adige

Hartmuth Staffler
Journalist und Gemeinderat der Süd-Tiroler Freiheit

Es moderiert/modererà Lucio Giudiceandrea
Journalist und Autor/autore e giornalista

Donnerstag | Giovedì 17.03.2011 – 17:00
Cusanus Brixen | Bressanone

Neue Wege des Zusammenlebens | Vivere qui

Die Arbeit an einer gemeinsamen Zukunft setzt eine gemeinsame Betrachtung der Vergangenheit un der Gegenwart voraus. In dieser Veranstaltungsreihe wollen wir das Verständnis für die Verletztheit der Südtiroler und für den “disagio” der Italiener in der jeweils anderen Gruppe wecken.

Per costruire un futuro comune è necessario avere una visione comune del passato e del presente. In questo ciclo di conferenze vorremmo sviluppare la reciproca comprensione del rammarico sudtirolese e del disagio degli italiani.

heimat Brixen Bressanone Persenon

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Unüberbietbare Ausfälligkeit.

Vittorio Sgarbi ist ein professioneller Provokateur, der aus der Vergiftung des politischen Klimas sein Metier gemacht hat. Doch diesmal hat er sich selbst übertroffen, als er im Beisein des Polizeipräsidenten und des Präfekten von Bozen die Situation der Italienerinnen in Südtirol — unwidersprochen! — mit jener der Juden im Dritten Reich verglichen hat. Und Landeshauptmann Luis Durnwalder mit dem Völkermörder Adolf Hitler. Extremer geht es kaum.

Natürlich entsprechen Sgarbis Beleidigungen in keinster Weise der Realität. Aber vor allem ist das eine nicht hinnehmbare Verharmlosung der industriellen Vernichtung von Millionen Juden, Nomaden, Homosexuellen, Behinderten und Andersdenkenden durch die Nazis.

Anlass für Sgarbis Aussagen war die Vorstellung des Programms für die 150-Jahr-Feierlichkeiten des italienischen Staates, die das ehemalige PDL-Mitglied im Namen eines Südtirol-Komitees als »Garant« koordiniert. Sein Unmut geht vermutlich auf die Ankündigung des Landeshauptmanns zurück, nicht an den Feiern teilnehmen zu wollen. Gerade die ungehaltenen Reaktionen darauf, einschließlich Sgarbis »totalitärer« Aussagen, bestätigen a posteriori die Richtigkeit dieser Entscheidung.

Die Volkspartei, die Demokratische Partei, die Süd-Tiroler Freiheit, die Grünen, die Union für Südtirol, die Freiheitlichen, die jüdische Gemeinschaft Südtirols, die Partisaninnenvereinigung ANPI, Futuro e Libertà haben — wie vermutlich jeder denkende Mensch in Südtirol — Sgarbis Aussagen verurteilt.

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Südtirol ist auch Italien.

Storia di un amore non contraccambiato.

di Valentino Liberto

I due uomini che dovevano dominare la scena politica italiana nel bene e nel male, a turno, per oltre trent’anni, si incontrarono il 7 marzo 1909 nell’albergo Alla Corona, a Untermais (Maia Bassa presso Merano). Era domenica e molti operai arrivarono con le mogli. Mussolini cominciò a parlare alle due, senza attendere il contraddittore, e attaccò l’azione della Chiesa, contraria agli interessi del popolo. Esortò quindi i lavoratori a fare la rivoluzione e a espropriare i capitalisti. De Gasperi, che nel frattempo era arrivato, espose concezioni più realistiche e immediate, le stesse che lo avrebbero guidato nell’opera di governo; invece di pensare a ipotetiche rivoluzioni lontane nel tempo, esortò gli operai a pensare agli scioperi del momento e auspicò la collaborazione fra cattolici e socialisti sul piano sindacale. Si sottrasse poi a un contraddittorio diretto con Mussolini, affermando che doveva prendere il treno delle 15,30 per Bolzano. La sua partenza fu salutata con frasi ironiche.

(Piero Ottone, “De Gasperi”, 1968)

Italia senza Sudtirolo?
Pisa. Guardando il cielo di Toscana, mi domando: è mai possibile che il ricco Südtirol non abbia dato alcun contributo positivo all’Italia in oltre 90 anni? E l’Italia davvero non c’azzecca nulla con la cosiddetta «minoranza austriaca» insediata nella provincia più settentrionale del Paese? Qualcosa non quadra. Visto dalla regione adottiva di Alexander Langer, lo scontro istituzionale in atto tra Luis Durnwalder e il Quirinale sulla partecipazione “altoatesina” ai festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia appare zeppo di contraddizioni, che producono in me una sensazione sgradevole e del tutto inedita. L’essere ’sudtirolese’ tra gli italiani (nella fattispecie, toscani e dintorni) e al contempo visto dai sudtirolesi come un italo-parlante qualunque costituisce infatti – agli occhi di chi mi sta accanto – potenziale motivo di vergogna. E’ la prima volta che m’accade, ma già quest’alternarsi di soggetti giudicanti riporta alla memoria le tormentate vicissitudini storiche che nel bene e nel male accomunano da quasi un secolo il Tirolo meridionale allo “stivale”. Andiamo con ordine.

Italien ist nicht Frankreich.
1. Come osservato da pérvasion, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poteva meglio calibrare la propria missiva al nostro Landeshauptmann: appellare i sudtirolesi come “italiani” a tutti gli effetti è quantomeno un’inopportuna etichettatura della minoranza, se non una forzatura in mala fede. 2. La tesi secondo cui «Südtirol ist nicht (nur) Italien» è difatti avvalorata da evidenti prove di matrice linguistica e storiografica; andrebbe però chiarito a quale orizzonte culturale (Kulturraum) il Sudtirolo intenda fare riferimento. 3. Luis Durnwalder ha commesso un’impropria semplificazione parlando di «minoranza austriaca» (chissà se i ladini vi si riconoscono): se il concetto di stato-nazione fosse definitivamente tramontato, non vedo ragione alcuna per considerarci a tutt’oggi un’exclave dell’Austria, tra l’altro erede del grande impero plurinazionale asburgico. 4. Fermo restando che la collaborazione con il Governo non equivale a condividerne i valori fondanti, è lecito – in virtù di una più corretta traduzione della contemporaneità sudtirolese – porsi la domanda se il Sudtirolo senza Italia sarebbe più povero: il partito di raccolta ostenta da molti anni l’efficace politica di contrattazione con Roma. 5. Pregherei Thomas Benedikter di mantenersi ligio all’onestà intellettuale che lo contraddistingue: moltissimi italiani, tanto quanto i sudtirolesi, si sentono ’cittadini italiani’ in quanto tali, e non secondo principi vetero-nazionalisti da lui descritti. Celebrare lo stato unitario non corrisponde affatto a esaltare un fantomatico nazionalismo italiano che commemora l’occupazione dell’Alto Adige; nemmeno l’irredentismo – al contrario di quanto scrive – si interessò poi molto al confine del Brenner/o. Di quale propaganda parla? Il trauma postumo dell’italianizzazione subita dai sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina, costringe loro in un’evidente sopravvalutazione del patriottismo italico, marginale nel paese della “pizza tirolese” ricoperta di speck. Il popolo italiano è talmente sprovvisto di radicati sentimenti nazionali (il richiamo all’unità tirolese li supera di gran lunga…) da riconoscersi a malapena nel tricolore della nazionale di calcio. Imperversano ovunque campanilismi medievali e dilaga il leghismo padano. L’Italia non è affatto la Francia; sembra quasi che i sudtirolesi (dai tempi di Andreas Hofer) conoscano meglio la Republique. 6. Benedikter potrà obiettare citando ad esempio la comunità italiana di Bolzano: chiunque abbia superato la Salurnerklause, però, è consapevole che i bolzanini non rappresentano un campione esemplificativo, avendo essi travasato le differenti provenienze regionali in un’unica identità italiana del tutto artificiale. 7. Ribalterei il nostro punto di vista (talvolta autoreferenziale) mettendoci nei panni dell’altro: siamo proprio sicuri che “gli italiani” non possano compiacersi della (più o meno volontaria) adesione sudtirolese ai festeggiamenti dello Stato al quale sviluppo – con importantissimi distinguo – contribuiamo anche noi? Cos’è ai loro occhi più “sacro”, la frontiera posta al passo del Brennero o gli onnipresenti angioletti Thun? Ergo: come ci vedono nella suddetta penisola?

L’immagine del Sudtirolo. Al supermercato.
Il Sudtirolo, oramai, non è affatto una terra sconosciuta agli italiani, semmai misconosciuta e fraintesa. L’ho compreso direttamente sulla mia pelle in un anno e mezzo di permanenza «in Italia» – ovvero entro quell’entità “nazionale” posta aldilà del confine linguistico di Salorno, che data la variegata articolazione territoriale tra le Alpi e il Mediterraneo non coincide propriamente (o non vi si riconosce sempre per ragioni di varia natura, tra cui quelle storico-geografiche) con la più ampia cornice statuale denominata «Repubblica italiana». L’ iconografia da cartolina narrata in riviste di viaggio e spot televisivi, pubblicazioni gastronomiche e prodotti tipici locali lanciati sul mercato dei consumi, l’efficiente macchina amministrativa promotrice di politiche ambientali all’avanguardia, a loro volta ispirate da un’eco-sostenibilità diffusa, contribuiscono da tempo ad affermare il nome della Autonome Provinz Bozen ben oltre quello di meta prediletta per turisti amanti della montagna. Un’avvertenza, onde evitare d’incorrere in prevedibili interpretazioni giornalistiche (e non) di quanto manifestato in queste ore da chi ci guarda da Sud: la composizione etnica e “strutturazione” stessa della società sudtirolese – e gli effetti che esse producono sul vivere quotidiano, sull’identità, la cultura politica, la visione del passato e le prospettive future – non hanno alcun riscontro nell’opinione pubblica italiana. Ciò che è investito di un enorme significato nel “rituale” dibattito interno sudtirolese, resta un mistero per gli “italiani d’Italia” che pur esprimono un periodico interesse a riguardo. Inoltre, è necessario sottolineare una seconda divergenza. Tra i diversi protagonisti del dibattito sull’identità in Sudtirolo, infatti, si riconosce una sola componente perché tale emerge verso l’esterno: quella “tedesca”, benché numericamente minoritaria in Italia. Ebbene sì. Agli occhi di un italiano medio, il sudtirolese idealtipo è un perfetto bilingue dal marcato accento tedesco, magari ospitale albergatore dal reddito alto, che beneficia dei privilegi dell’autonomia da Roma, un pizzico austriacante, attento conservatore di antiche tradizioni popolari, divoratore di Speck, Strudel & Sacher. Lo stereotipo è dunque in agguato: l’insidia del carattere prevalente nasconde da mezzo secolo la varietà del panorama socio-linguistico dell’Alto Adige-Südtirol, sì plurilingue ma a comparti stagni. A tre lingue corrispondono tre società distinte che procedono su binari paralleli; bilinguismo a parte, è impossibile evincerlo dagli ingredienti di uno yoghurt Sterzing/Vipiteno.

“Politica estera”. Ieri e oggi.
Ecco spiegata l’importanza di ogni uscita mediatica sulla stampa (inter)nazionale: suggerire all’attenzione dei media la questione dell’appartenenza ’alla nazione’ del gruppo linguistico tedesco e ladino, nonché porre gli italiani di lassù dinanzi alla sfida perenne d’un riconoscimento estero ancora mancante. Dar loro voce in capitolo è fondamentale: oltre a far uscire dall’oblio gli altoatesini, crea un ponte ideale verso sud, anziché spingerci tutti quanti «agli estremi confini della patria» in uno sciocco isolazionismo – camuffato in neutralità dal tocco filo-europeo. La “politica estera” sudtirolese denota il proprio esibizionismo (citando l’ottimo Francesco Palermo): attenti alle regole della comunicazione pubblicitaria e meno a quelle di altri mass media, trasmettiamo agli interlocutori stranieri informazioni parziali, incapaci di comunicare compiutamente le particolarità e complessità del nostro modello di Autonomia. Priva di un proprio ministero degli esteri, la nazione Südtirol s’ingolfa e il principale partito al governo del Land s’allontana dalla sua stessa storia. La SVP è il più antico soggetto politico presente in Parlamento e sopravvissuto al crollo della Prima Repubblica, da un decennio persino ago della bilancia che decide le sorti di un’intera democrazia. Da una cinquantina d’anni, Roma è destinataria e mittente della cooperazione sull’avanzamento autonomista, strada imboccata con coerenza, convinzione e coraggio dalla Stella Alpina; un processo dinamico alternativo alla richiesta immediata di autodeterminazione, salto nel vuoto bocciato al Congresso di Merano del 1969. L’impegno preso dalla Volkspartei e la diplomazia messa in campo dalle forze politiche e dall’establishment governativo italiano, poi, hanno dato lustro al compromesso sul nuovo Statuto d’Autonomia del Trentino-Alto Adige, contributo fondamentale al sistema regionale/federale cui ora partecipa la Provincia Autonoma di Bolzano. La potestà legislativa autonoma garantisce oggi pari dignità e diritti allo sviluppo culturale ed economico dei sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina. Va riconosciuto perciò all’Italia repubblicana il merito di aver compreso – dopo i primi pericolosi tentennamenti – la necessità d’una pacificazione compromissoria nei rapporti tra gruppi linguistici, divenuto poi modello esportabile di conciliazione fra etnie. Un riguardo che fa onore al paese già cofondatore della Comunità Europea, al pari dell’Austria (futuro membro dell’UE) nella veste di potenza tutrice del Sudtirolo e promotrice dell’indispensabile intervento ONU sulla cd. questione sudtirolese. Il cammino di reciproca legittimazione e parificazione non passa soltanto attraverso atti giuridici: ben tre presidenti della Repubblica (Pertini, Cossiga e Ciampi) e diversi presidenti del Consiglio (da Andreotti a Prodi) hanno trascorso le proprie vacanze tra le Dolomiti e Merano. Se di gesti simbolici dobbiamo parlare, gli incontri dei leader italiani con Magnago e Durnwalder costituiscono l’emblema dell’alleanza strategica di Via Brennero con la capitale. In lotta con(tro) Roma, parafrasando Claus Gatterer.

Gioco degli specchi. Ed emancipazione.
Le dimostrazioni di forza non giovano; costituiscono un danno all’immagine e alla credibilità. Oltre a provocare un vespaio di dichiarazioni incrociate, infatti, le parole indelicate di Luis Durnwalder alimentano consueti pregiudizi patriottardi sia italioti che pantirolesi, provocando l’ennesima levata di scudi “simbolica” contro i presunti privilegi dell’Autonomia o un inesistente colonialismo italiano. Citare ripetutamente l’ingiusta annessione di Saint-Germain nel 1919 come principale motivazione del suo niet provinciale e – nel caso del Colle – l’astratta italianità dei sudtirolesi, ha riportato indietro le lancette della storia; si riaccendono così gli animi attraverso valutazioni poco consone riguardo l’acquisizione territoriale dell’Alto Adige, celebrata da Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera come irrinunciabile esito della Grande Guerra e quindi del cammino italiano di unificazione nazionale. Occorre invece abbattere i confini mentali per superare qualsivoglia pretesa ideologica su quelli “sacri” e porre fine all’inutile “gioco di specchi” tra Bolzano e Roma – di cui è illustre vittima lo stesso Giorgio Napolitano. Non è alzando barriere di pregiudizio e marginalizzandoci al cospetto del vicino “gigante buono” chiamato Italia che faciliteremo la comprensione delle specificità nostrane nell’autogoverno (o futura autodecisione). Non si tratta affatto di snazionalizzare i cittadini sudtirolesi, ma di collocarne l’esperienza nel solco d’una storia europea che (in quanto frutto delle consistenti richieste di minoranze “nazionali”) li vede parte d’uno Stato democratico prima che di una (non-)nazione italiana. Un’esperienza fruttuosa aimè sottovalutata. I sudtirolesi devono affrontare una volta per tutte il mito fondante dell’avvenuta emancipazione geopolitica – da sotto-provincia dell’Impero asburgico a nazione de facto – sebbene sancita sul tavolo degli accordi di pace. Senza passaggio all’Italia, non esisterebbe alcuna «questione sudtirolese» né buona parte del capitale umano accresciuto al suo progredire. Una crescita graduale verso la compiuta auto-coscienza del Südtirol, come territorio a sé stante e dotato di autonomia culturale dal restante Tirolo austro-ungarico, costellata da momenti di coesione anche sofferta (ad es. Sigmundskron nel 1957) in grado di implementare esponenzialmente la consapevolezza identitaria dei sudtirolesi, superando ogni divisione interna e cementificando il consenso attorno alla SVP come Sammelpartei. Battaglie vittoriose rinfrancano le forze messe in campo, ma ai comandanti delle truppe spetta l’onore delle armi e il rispetto dei “vinti”. Se vogliamo allontanarci il più possibile dal paradigma della vittoria, non dovrebbero esserci né vincitori né sconfitti. Questione di lealtà costituzionale: entrambe le parti si sono (è proprio il caso di dirlo) arricchite della pratica autonomista sancita dalla Carta, primo passo compiuto dall’Italia post-bellica nella direzione di un più ampio e necessario federalismo su scala regionale. Un ulteriore guadagno ci sarebbe qualora il Sudtirolo partecipasse più attivamente all’evoluzione in chiave europeista del Belpaese, in termini solidaristici, anziché cadere in anacronistici battibecchi frutto di feticismi circoscritti geograficamente.

Nation building senza senso. Dello Stato.
Il senso dello Stato, appunto, manca non solo alla classe politica romana bensì anche a quella bolzanina. Il processo di nation-building del Sudtirolo passa giocoforza per il riconoscimento dell’Italia come d’uno Stato-Nazione anomalo perché dai tratti poco “nazionali” (al punto da interrogarsi sul significato stesso della propria esistenza a 150 anni dalla nascita) e dalle sfaccettature “multinazionali”, decisamente meno centralista di altri paesi dell’Europa. Non siamo né San Marino né il Canton Ticino per permetterci di ignorarlo del tutto: per essere coerenti nel rinnegare ogni legame con l’Italia repubblicana, dovremmo rinunciare ai seggi SVP in entrambi i rami del Parlamento, chiudere l’ippodromo di Maia e ogni struttura riconducibile al Ventennio, abbattere ogni singolo esempio d’architettura razionalista nelle città della provincia, ritirare ogni sportivo o squadra sudtirolese da competizioni o campionati italiani, impedire qualsiasi manifestazione sportiva di carattere nazionale sul suolo provinciale (tappe del “Giro d’Italia” comprese) e ritirare i nostri bravi atleti dalle nazionali di sport invernali, compresi Innerhofer, Zöggeler e Kostner vincitori di recenti medaglie; non riconoscere alcuna legittimità al sistema giudiziario italiano, pretendere il mantenimento della sicurezza senza forze dell’ordine statali, impedire l’arruolamento di sudtirolesi di lingua tedesca in Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito nonché il servizio militare in quest’ultimo. Generazioni di sudtirolesi fecero servizio di leva in Italia. Una violenza? Vero, ci si poteva opporre, ma “fare il militare” portò nella Heimat una porzione di “italianità” vissuta, giovane, popolare, umana, diversa dall’italianizzazione fascista. Quindi, negando la storia condivisa (certo, spesso nostro malgrado) con l’Italia e rifiutandosi di riconoscersi in qualsiasi emanazione dotata di valori positivi anche se proveniente dal potere centrale (Costituzione compresa), non si renderà onore all’epopea dell’Autonomia targata SVP, come compromesso risultato da una dura trattativa e a sua volta alternativa all’autodeterminazione d’ispirazione separatista degli attivisti anni ’60. E si infangherà il nome del principale protagonista della lotta per il suo ottenimento, Silvius Magnago, predecessore illustre di Luis Durnwalder. Senza dimenticare il danno morale inferto alla seconda generazione dell’Autonomia, ovvero ai tanti figli plurilingui di coppie miste, Gesamtsüdtiroler meritevoli di maggiore riguardo.

Bagno caldo. Conclusioni.
Torno a casa e mi preparo un bagno caldo, riflettendo sugli interventi nella querelle tra “Italia 150” e Land Südtirol. Alcuni (pochi) osservatori additano la mia terra come ingrata e opportunista; altri sottolineano come abbia peccato d’orgoglio – si direbbe, tirolese. Cadendo in un tranello giornalistico costituito da accuse reciproche che non hanno riscontro nella consuetudine quotidiana, nell’essenza di chi vuole vivere e lasciar vivere in pace, penso che 20 anni di sofferenze non ci consentano di gettare una cattiva luce su 20 di benessere. Ottenuti anche grazie al dialogo con ’sta strana Italia, fatta di comunità, luoghi e territori, luci e microcosmi differenti e dissonanti. Non pretendo certo né una particolare riconoscenza né pretestuosi ringraziamenti ufficiali: basta non deludere le aspettative chi ci guarda con ammirazione e rispetto, chi spera in una maturità di giudizio tale da non assecondare opposti revanscismi identitari. Un Sudtirolo forte della sua storia e orientato al futuro, in Europa. Mi si perdoni per i cattivi pensieri; il bagno è pronto, mi immergo e taccio per un po’.

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Quando una nazione festeggia l’unità.

“Non sarebbe pensabile un gesto di amicizia e rispetto verso questo Stato?” domanda F. Cumer nel suo intervento sul Corriere dell’Alto Adige, chiedendo a Durnwalder di aderire alla celebrazione dell’unità d’Italia. Infatti, ci si potrebbe complimentare con il popolo italiano che 150 anni fa ha raggiunto la sua unità, sullo sfondo della storia europea dell’800 generalmente marchiata da questa tendenza fra le nazioni. E sarebbe senz’altro più facile se oggi i nazionalismi fossero superati. Riconoscere questo passo essenziale della storia italiana e aderire ad una grande celebrazione nazionale restano però due paia di maniche distinte. “Il 1861 e il 2011 hanno nulla a che fare con l’annessione seguita alla Grande guerra,” prosegue poi Cumer, “è la grande festa di un paese amico di cui la storia ha reso lei, obtorto collo, cittadino”. La storia, con permesso, ha reso i sudtirolesi cittadini, ma non italiani. Strano che anche Napolitano, nella sua lettera di rimprovero a Durnwalder, scarti questa distinzione — familiare ad ogni sudtirolese e tante altre minoranze nazionali — fra italiani e cittadini italiani. La Costituzione comunque parla solo di cittadini. Il 1861 e la Grande guerra non sono però momenti storici così avulsi l’uno dall’altro come li presenta Cumer. Il Risorgimento italiano non è stato considerato compiuto nel 1861, ma solo alla fine della Grande Guerra, quando l’Italia occupò terre non abitate da italiani. I sudtirolesi sono diventati vittime di una concezione dell’Italia, sviluppata dai movimenti irredententisti, che ha esteso i confini statali oltre l’Italia culturalmente definita. Dopo, come altri nazionalismi europei prima, il nazionalismo italiano è sfociato nel fascismo ed imperialismo. Anche le avventure italiane in Africa prima e dopo la Grande Guerra furono delle tragedie immani per le popolazioni della Libia, Eritrea e Abissinia. Il monumento all’alpino di Brunico, eretto nel 1938, fra i sudtirolesi è disdegnato non solo per il suo significato di trionfo militare, ma anche perché commemora le campagne coloniali di queste truppe.

Da una parte, quindi, nella percezione storica dei sudtirolesi lo stato unitario italiano, l’annessione e l’esasperazione del nazionalismo nel successivo fascismo sono fortemente intrecciati. Dall’altra parte, nell’ottica di gran parte dei sudtirolesi, la nuova repubblica in Sudtirolo ha dimostrato più continuità nazionalista che altrove. L’italianizzazione in modi più sottili è proseguita — tant’è vero che anche sul piano dei simboli il fregio di Mussolini di Piffrader è stato completato solo negli anni 1950. Ci sono voluti 27 anni per strappare un’effettiva autonomia provinciale che non ha potuto intaccare né i monumenti fascisti, né i nomi di Tolomei. Anzi, per effetto dell’autonomia la maggior parte dei concittadini di lingua italiana da più di 30 anni si sono compattati attorno alle forze politiche eredi del pensiero della destra nazionalista. L’immagine dell’Italia con la sua ricca vita democratica, le grandi conquiste delle lotte operaie, la modernizzazione economica e sociale, l’apertura al mondo, la sua grande cultura nella percezione dei sudtirolesi “medi” è rimasta intorbidita dai moti nazionalisti locali. Il fatto che una vasta maggioranza dei cittadini di Bolzano abbia ribattezzato una piazza “della vittoria” anziché “della pace” lo riconferma. Quando nel 2010 forze politiche locali spingono per tolomeizzare tutti i sentieri di montagna, ciò certamente è stato percepito come momento di continuità, non di rottura con il passato. Ultimo rigurgito di nazionalismo la rivolta contro la musealizzazione dei monumenti fascisti, però voluta dal Governo, che non può affatto invogliare i sudtirolesi ad unirsi gioiosi ai vicini per celebrare l’unità d’Italia.

In questa situazione possiamo pacificamente concedere a Durnwalder che, rifiutando l’adesione della Provincia alla celebrazione del 17 aprile, non solo ha espresso la sua opinione sincera, ma ha interpretato bene l’indole della stragrande maggioranza dei sudtirolesi. L’unificazione dell’Italia da queste parti non solo viene percepita come qualcosa di alieno a questa terra, ma lo si associa anche a tappe storiche tristi: nella memoria collettiva sudtirolese il nazionalismo italiano dai momenti della propaganda irredentista per il confine del Brennero fino alla lotta per l’autonomia degli anni 1960 si è presentato aggressivo o perlomeno minaccioso, non amico (Cumer). Si tratta perciò di una “dissociazione irriducibile” (Gabriele Di Luca), o diffidenza di fondo, nutrita da fatti recenti, ancora lontana da una memoria condivisa. Sarebbe già tanto se si iniziasse a interessarsi della storia dell’altro. Giustamente Luisa Gnecchi afferma che non si può imporre ai sudtirolesi di festeggiare un evento che non scalda i loro sentimenti. Festeggiare il raggiungimento dell’unità nazionale è legittimo, per carità, ma è anche la celebrazione del sentimento nazionale per eccellenza. Ipotizzare, come fa Cumer, un dovere morale di partecipazione a tale evento da parte delle minoranze nazionali, diventate tali controvoglia, invece è poco legittimo. Anziché strappare ai sudtirolesi simpatie per l’unità italiana sarebbe meglio concentrarsi sui valori condivisibili oggi, sui progetti comuni odierni che vanno oltre l’idea dello stato-nazione che si festeggia il 17 marzo: un’autonomia provinciale che funziona più o meno bene, la convivenza e la conoscenza della lingua e della cultura dei vicini, un’Europa sempre più unita, nuove forme di cooperazione transfrontaliera. Il 20 gennaio per esempio: festa dell’autonomia e della convivenza su una nuova Piazza della Pace a Bolzano?

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