Zusammenhänge durchbrechen.

Wenn Sepp Kusstatscher davon spricht, ein unabhängiges Südtirol schaffe automatisch »neue Minderheiten«, so hat er wie die meisten anderen Südtiroler nicht verstanden, dass ein nicht national definiertes Land keine »nationale« Minderheit hervorbringen muss. Was freilich nicht bedeutet, dass nicht auch dort besondere Maßnahmen und Schutzmechanismen erforderlich sein können.
Umgekehrt erklärt sich jedoch die Besonderheit Südtirols im Nationalstaat Italien — und somit unser Anspruch auf Autonomie — gerade durch »nationale Andersartigkeit«. Wir genießen also eine Sonderbehandlung, die zu ihrer Rechtfertigung die konstante Unterstreichung der »Besonderheit« einfordert. Je deutscher (und ladinischer…) wir sind, desto besser ist unsere Eigenregierung legitimiert.
Somit wird samt und sonders klar, warum die Schaffung einer ungeteilten, »postethnischen« Gesellschaft gegen das Selbstverständnis, ja gegen die ureigensten Interessen dieser Autonomie läuft. Erst wenn wir den oben beschriebenen Zusammenhang durchbrechen, können wir den Weg in ein neues Südtirol ebnen. Schon viele vor Herrn Kusstatscher haben davon geträumt, »die Grenzzäune auch innerhalb Südtirols nieder[zu]reißen« — ohne Erfolg.
Denken wir die Kette logisch zurück, müssen wir zum Schluss kommen, dass es für dieses Ansinnen nur zwei Lösungswege gibt: Den durchaus legitimen Verzicht auf unsere Autonomie, oder die Abkoppelung vom Nationalstaat zur Schaffung einer drei- und mehrsprachigen Willensgemeinschaft, in der die Sprachen keine politische Bedeutung mehr haben.

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5 replies on “Zusammenhänge durchbrechen.”

Siccome ho condiviso per anni l’impostazione di pensiero di pérvasion (contribuendo persino a legittimarla e a modellarla) penso di avere qualche titolo per difendere quello che dice Kusstatscher. Pongo una domanda: il cambiamento della cornice istituzionale esistente è condizione necessaria e sufficiente per dissolvere i confini etnici che attualmente dividono (secondo modalità  e caratteristiche più o meno note: in realtà : non troppo note) i diversi gruppi linguistici? Prima di rispondere, pongo un’altra domanda: a livello diffuso (dunque non in rapporto a piccole elites) si avverte l’esigenza di rendere gli spazi dei quali attualmente dispongono i gruppi linguistici più “porosi” e “intersecati”? La mia sensazione è che a questa seconda domanda si debba rispondere con un “no”. Ovvero, al di fuori di una ristretta cerchia di altoatesini/sudtirolese (quelli che con Langer diremmo appartenenti ai cosiddetti “gruppi misti”) non esiste l’esigenza, in Sudtriolo, di dar vita a una maggiore “promiscuità  etnica” di quella della quale già  oggi disponiamo (che non è molta, ma non è neppure pochissima). Se è vera questa mia affermazione, allora dovrebbe risultare più chiaro perché anche alla prima domanda (il cambiamento della cornice istituzionale esistente è condizione necessaria e sufficiente per dissolvere i confini etnici che attualmente dividono i diversi gruppi linguistici?) non può essere data una risposta perentoria à  la BBD (cioè “sì”). Sicuramente il cambiamento della cornice istituzionale esistente contribuirebbe a riformulare le regole del gioco della nostra convivenza. Ma ciò non implica NECESSARIAMENTE e in MODO SUFFICIENTE che da lì in poi non avremmo più i problemi che siamo stati abituati ad avere (nel linguaggio di Kusstatscher: la dialettica tra minoranza e maggioranza pensata in senso etnico).

Riassumo: il cambiamento della cornice istituzionale non offre alcuna garanzia per lo sviluppo o l’edificazione di una società  compiutamente post-etnica. Al contrario, se questa direzione dello sviluppo auspicato (creazione di una società  post-etnica) continua a rimanere un “sogno” di una ristretta elite, c’è il rischio (serissimo) che il mutamento di paradigma istituzionale ci faccia tornare indietro di sessant’anni, cioè ad un’epoca nella quale i conflitti identitari (anche nel senso della “spartizione delle risorse”) erano cruenti.

Spero di essermi spiegato con chiarezza. Un caro saluto.

Ich argumentiere stets aus der Perspektive heraus, dass ich mir eine ungeteilte Südtiroler Gesellschaft wünsche. Auch Kusstatscher tut dies, wenn er sagt, er möchte die Grenzzäune innerhalb Südtirols niederreißen. Nur unter dieser Voraussetzung haben meine Ausführungen einen Sinn.

In dieser Hinsicht ist meine Auffassung, dass die Überwindung unseres derzeitigen Status’ eine vermutlich notwendige, aber partout nicht hinreichende Bedingung zur Erreichung dieses Zieles ist.

Ich wünsche Herrn Kusstatscher beim Niederreißen der Zäune viel Spaß — einmal im Bewusstsein, dass es ihm genausowenig gelingen wird, wie allen anderen vor ihm, und weiters mit der Befürchtung, dass dies den »durchaus legitimen Verzicht auf unsere Autonomie« zur Folge haben würde.

Io sono d’accordo con te quando auguri a Kusstatscher “viel Spaß” a proposito dell’abbattimento delle barriere (giacché per me, come per te, è chiarissimo: l’autonomia COINCIDE con l’approntamento di CERTE BARRIERE). Ripeto però il mio argomento: quante persone, oggi, sono disposte veramente a far crollare queste famose barriere? E per raggiungere cosa? Insomma, quanti condivodono la prospettiva che tu indichi essere la tua, quella di Kusstatscher e diciamo pure anche la mia? Se non chiariamo prima questo punto (che poi è il punto del “Miteinander”, della sua qualità , della sua forma, della sua articolazione) penso che rimaniamo impigliati in una lotta di posizioni tutte inverificabili.

Le istitituzioni sono frutto dell’anima di una società  e non viceversa. Chi può sapere come va a finire. bbd ha una Heilserwartung in confronto a questo stato libero, che margina ad una Ersatzreligion.

Mà  chi può garantire che non vadi, in tendenza sintende, come in Cosovo dove i Serbi kosovari sono diventati una nuova minoranza con delle nuove tensioni ed ostillità .

E con lo sviluppo degli ultimi anni dei due grandi gruppi lingusitici di allontanarsi fra di loro (nel gradi di apprendimento della seconda lingua di può prendere come indice primario) uno stato libero rafforzi ancora questa tendenza?

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