Rifiuto del diverso, riflesso «nazionale».

Questa lettera è apparsa oggi sul quotidiano A. Adige:

POCA CORTESIA

Nel convegno medico di Merano le relazioni tutte in tedesco

È la prima volta che vengo a Merano: città bellissima e civilissima. Sono stato 2 giorni per il congresso internazionale sulla medicina delle catastrofi organizzato dal dott. Norbert Pfeifer dell’Ospedale di Merano. Me ne torno nella mia Milano arricchito dal punto di vista scientifico ma indignato per la scortesia “linguistica” perpetrata alla maggior parte dell’uditorio “italiano”.
Quasi sempre partecipo come relatore ai vari eventi, questa volta, anche attratto dal luogo, ho voluto esserci come un semplice partecipante anche perché ritengo utile saper anche ascoltare. Ma ascoltare (e leggere) è stato difficile. In maniera arrogante alcuni relatori che lavorano nello “stato italiano” hanno non solo parlato ad un uditorio italiano in tedesco ma hanno presentato le slides nella stessa lingua pur conoscendo benissimo l’italiano. Anche gli ospiti tedeschi pensando di parlare “a casa loro” si sono presentati con le diapositive scritte nella loro lingua. Solitamente negli eventi di carattere internazionale la lingua ufficiale è l’inglese. In questo caso si è preferito marcare la divisione etnico-culturale anche in un evento scientifico. Certo c’era la traduzione simultanea, per gli italiani…

Pietro Marino
Direttore del Dipartimento di
Emergenza Azienda Ospedaliera
Fatebenefratelli di Milano

Ciò che delude è che a fare affermazioni talmente dispregiative nei confronti delle specificità sudtirolesi non sia un incolto, ma evidentemente un medico di spicco, oltretutto abituato a fare il relatore. Parlare il tedesco in pubblico, questo il tono, nello «stato italiano» non va bene, è un’offesa, perfino arrogante. Negli eventi di carattere nazionale va usato l’italiano (tanto anche i sudtirolesi lo capiscono), mentre in quelli internazionali può bastare l’inglese, indipendentemente dal fatto che questa è una terra in cui coesistono varie lingue. La traduzione simultanea? Insufficiente. È una forma appena un po’ più sofisticata di dire: Siamo in Italia, si parli italiano.

22 Replies to “Rifiuto del diverso, riflesso «nazionale».”

  1. Consultando online l’opuscolo dell’evento — redatto in italiano, tedesco e inglese, in quest’ordine — si scopre che almeno cinque relazioni si sono svolte in lingua italiana (con traduzione inversa); ma questo, evidentemente, non ha disturbato il dott. Marino. Ancora più chiara dunque l’immagine che ci offre la sua lettera.

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  2. Dem Beitrag von pérvasion ist eigentlich wenig hinzuzufügen. Ein Kongress in Südtirol mit deutschsprachigen Referenten, die auch noch die Frechheit besitzen auf Deutsch zu referieren ist schon harter Tobak. Die Vorwürfe kommen nun nicht von irgendeinem Idioten, nein von einem Arzt eines bestimmten Renomees. Chauvinismus macht auch vor akademischen Titeln nicht Halt.
    Ein Kongress mit nur italienischsprachigen Beiträgen (ohne Simultanübersetzung – denn Italienisch hat man in Italien gefälligst zu verstehen) wäre für den Autor des Leserbriefs ja kein Problem gewesen. Wir sind ja in Italien und das Deutsche (das Ladinische sowieso) sind vielleicht für einige Beiträge im Folkloreabend als Rahmenprogramm gut, aber nicht für den Gebrauch auf einem Kongress.
    Soll noch jemand behaupten es gäbe im Sprachengebrauch keinen Druck Richtung nationalstaatliche Logik – die einschläfernde Couch der Autonomie ist langfristig jedenfalls keine ausreichende Garantie, dass Südtirol ein mehrsprachiges Land bleibt und die Sprache des Nationalstaates nicht automatisch die lingua franca wird.

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  3. Der Druck ist durchaus vorhanden.

    Das hat übrigens nichts mit »den Italienern« zu tun, sondern vielmehr mit dem nationalstaatlichen Reflex. Nehmen wir der Einfachheit halber eine italienische Minderheit in Österreich an, etwa nach einem Anschluss laut STF-Muster. Dann wären es umgekehrt wahrscheinlich Wiener Ärzte, die von muttersprachlich italienischen Südtiroler Ärzten fordern würden, doch bitteschön Deutsch zu sprechen. Gegen diesen schwer zu unterdrückenden Automatismus müssen wir uns zur Wehr setzen.

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  4. Das hat übrigens nichts mit »den Italienern« zu tun, sondern vielmehr mit dem nationalstaatlichen Reflex.

    Es geht darum, dass unserem Land in einem Europa, das von einigen Ausnahmen abgesehen, leider immer noch (oder wieder immer mehr) nationalstaatlich definiert wird, der mehrsprachige Quellcode fehlt. Hierfür benötigen wir einen anderen staatsrechtlichen Rahmen, eben den Rahmen der Unabhängigkeit im BBD Sinne.

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  5. Erinnert mich alles an die Situation im Trentino im (vor)letzten Jahrhundert. Da war es ziemlich normal, dass man in Welschmichael, Eichholz, Kronmetz, Trent, Rofreit, Reiff usw. mit deutsch ohne Schwierigkeiten durchkam (die Schwierigkeiten waren die Ausnahme, und wurden durchaus publizistisch angekreidet).

    Wer sich über den nationalstaatlichen Reflex italienischer Medien wundert, dass bei uns eben eine Minderheitensprache gesprochen wird, der schaue sich die Akten der Nationalversammlung in der Paulskirche an: Als sich die Trientner Abgeordneten zu Wort meldeten, in wohl bewusst holpriger Rede ihre Anliegen vorbrachten (Autonomie für das Trentino), und dabei die “Frechheit” besaßen, die italienischen Toponyme anstelle der deutschen Exonyme zu verwenden, wurden sie heftigst ausgebuht (“…das heißt Rofreit!”).

    Dazu fällt mir ein schöner Spruch von Mark Twain ein:
    “History may not repeat itself, but it rhymes a lot.”

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  6. Genau diese Einstellung hat das mehrsprachige Tirol zerstört. Aus diesen und anderen schä(n)dlichen Erfahrungen im 19. und 20. Jahrhundert sollten wir eigentlich gelernt haben — nämlich, wie man es nicht macht. Inzwischen gibt es ja einen europäischen Einigungsprozess, Minderheitenschutz-Standards, Menschenrechte usw. usf.

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  7. In maniera arrogante alcuni relatori che lavorano nello “stato italiano” hanno non solo parlato ad un uditorio italiano in tedesco ma hanno presentato le slides nella stessa lingua pur conoscendo benissimo l’italiano. Anche gli ospiti tedeschi pensando di parlare “a casa loro” si sono presentati con le diapositive scritte nella loro lingua.

    Mah… certo che la gente, quando ci si mette, è ben un po’ arrogante… ma a tutto c’è una soluzione: la traduzione simultanea non ti garba? imparati il tedesco! Uno che fa una relazione nella propria lingua ti offende? hai ragione, stattene a casa! Ma pensa te… gli ospiti tedeschi si sentono “a casa loro”… ah, questa è grave! e pensare che l’intellighenzia mitteleuropea frequenta Merano solo dal 1840 circa; come si permettono di trovarsi a proprio agio? scandaloso: dopotutto siamo in ITAGLIA!

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  8. Pensate che mi piace cosi’ tanto la vostra terra che pensavo di trasferirmi appena vado in pensione…Dopo questa reazione…mi siete ancora simpatici.
    Intanto rispondo ai post italiani purtoppo per me che non capisco il tedesco. La risposta mi e’ sembrata piu’ dispregiativa della lettera: in fondo ho solo detto “arrogante” e indignato”. Non ho offeso nessuno, ne tantomeno la vostra comunita e il bilinguismo.
    Il titolo dell’articolo parla di “tutte in tedesco” mentre nel testo parlo solo di alcuni relatori che confermo potevano parlare in Italiano ad un uditorio italiano.
    A riprova di quello che ho sostenuto, vi dico che alla fine del convegno lo stesso dott. Peifer ha comunicato alla platea che e’ sua intenzione tradurre le diapositive in italiano per potere dare ai convenuti la possibilita’ di scaricarle dal sito web
    Un caro saluto

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  9. Dunque lei conferma di trovare arrogante e di sentirsi indignato se qualcuno in un luogo pubblico (e dunque accessibile a persone di lingue diverse) parla nella lingua che preferisce — nonostante la traduzione simultanea, e nonostante sia stata perfino annunciata la traduzione delle diapositive. 8-|

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  10. Qualsiasi convegno internazionale (dunque non è rilevante il luogo nel quale questo convegno si tiene) degno di questo nome prevede relatori che parlino in più lingue e un servizio di traduzione simultanea. Punto.

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  11. allora se la offende meno questo termine ritengo “una scortesia” parlare ad un uditorio in una lingua diversa. Consideri che le persone intervenute hanno ricevuto una brochure di invito, quindi non si trovavano la per caso.
    Comunque per finire il fioretto mi scuso se ho toccato la sensibilita etnico-culturale della vostra comunita’

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  12. Le persone intervenute hanno ricevuto una brochure d’invito trilingue. Inoltre non penso che l’uditorio fosse composto esclusivamente di persone di lingua italiana (lei stesso afferma che si trattava di un convegno internazionale). Ma anche se così fosse non sarebbe una scortesia parlare nella propria lingua, vista la presenza di un servizio di traduzione simultanea.

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  13. Sig. Marino, la vogliamo dire tutta? L’unica cosa a risultare “offensiva” – in rapporto al livello di prestigio che si vuole ottenere organizzando un simposio scientifico – è pretendere che i relatori siano costretti ad utilizzare un’unica lingua. La comunità scientifica pratica da sempre il plurilinguismo e lo sostiene. La prossima volta usufruisca dei servizi di traduzione simultanea e viva felice.

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  14. Wir sollten alle wieder ein bisschen runterkommen. Er ist als Sohn eines galicischen Vaters und einer baskischen Mutter als französischer Staatsbürger in Paris geboren, singt auf Französisch, Spanisch, Arabisch, Italienisch, Portugiesisch, Galicisch, Englisch, Portuñol und Wolof, wechselt die Sprache innerhalb eines Liedes, ja sogar innerhalb eines Satzes und trotzdem versteht ihn jeder:

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  15. un povero idiota senza sensibilità e senza rispetto.

    è solo una questione di tempo è questa terra non sarà più parte dello stato italiano, ma un terra libera.

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