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Il ridicolo dei tagli alla politica.

di Francesco Palermo*

Il teatro dell’assurdo in tema di costi della politica aggiunge ogni giorno una scena più incredibile, e ormai non si capisce davvero più dove finisca la realtà e dove inizi la fantasia. O peggio, quando la realtà sia ormai il prodotto della fantasia, giacché le dinamiche si rincorrono in una spirale paradossale in cui la somma delle ragioni di ciascuno produce una follia istituzionale collettiva, che nessuno sembra più in grado di fermare. Il primo attore sulla scena è il governo tecnico romano, chiamato al capezzale di un paese che si stava suicidando dopo vent’anni di follia che ha moltiplicato la corruzione, ridotto la capacità di governo e prodotto scelte istituzionali, moralità pubblica e classe dirigente impresentabili. E ha perso il controllo dei conti pubblici. Così per salvare il salvabile (e non è più molto) il governo ha fatto ciò che fa ogni idraulico davanti al tubo che perde: ha chiuso il rubinetto per poter provare a ripararlo. Togliendo l’acqua anche alle stanze non ancora allagate. Gli altri attori, le regioni e gli enti locali, non sono stati un esempio di buon governo. Nonostante le accresciute responsabilità trasferite loro con la riforma costituzionale del 2001 (più per scaricare costi e oneri che per reale convinzione federalista), hanno continuato come prima e peggio di prima. Riproducendo in piccolo il livello nazionale, sia sotto il profilo degli sprechi, sia per qualità della classe dirigente e incapacità amministrativa.

Il pubblico (i cittadini) è furioso. Dopo aver votato per decenni per i suoi aguzzini, chiede ora risultati visibili: vuole tagli, teste, punizioni. E non essendo capace di infliggerli col voto, li vuole dall’alto, magari continuando intanto a chiedere favori al politico di turno. Così il governo sa che provvedimenti volti a tagliare il numero dei rappresentanti di regioni e enti locali incrementano il suo consenso, anche se sono giuridicamente infondati. Come sempre accade nei momenti di panico, nessuno sa più operare le distinzioni necessarie, e si spara nel mucchio. L’ultimo decreto del governo è l’esempio del paradosso di chi ha ragione. Un governo di emergenza, tra l’altro fatto di manager e economisti, che guardano la somma complessiva dei costi, non può ignorare il problema: l’emorraggia di denaro, di moralità, di governabilità, è gravissima. Ma le somme dicono poco. Non tutti i rami dell’azienda (oggi chi non paragona il sistema di governo a un’azienda non è moderno, poco importa che sia un paragone imbecille, ma tutto dev’essere azienda, anche le famiglie, le scuole, …) hanno gli stessi risultati: alcuni vanno bene, altri benino, altri malissimo. Ma soprattutto, non tutti funzionano allo stesso modo. Le regole non sono le stesse per tutti. Esiste un sistema di riparto delle competenze che prevede che nelle regioni ordinarie lo Stato possa disciplinare gli organi di governo di comuni e province (dunque può “tagliare” i consigli e le giunte), mentre non può farlo per i comuni delle regioni speciali né può imporre la riduzione dei consiglieri regionali ordinari. Paradossalmente può invece farlo per le regioni speciali, giacché le revisioni degli statuti sono approvate dal Parlamento. Anche se i tempi sono quelli della revisione costituzionale, quindi ormai impossibili nel corso della legislatura.

Un’altra palese assurdità è il criterio che vuole il numero di consiglieri basato sul numero di abitanti, in nome di una supposta rappresentanza equilibrata. Ma intanto questo criterio non può che subire continue deroghe (seguendo il criterio numerico, portare a 50 i consiglieri regionali lombardi imporrebbe che i consigli provinciali di Bolzano e Trento fossero composti da 2,5 consiglieri ciascuno). Chi pensa che la democrazia sia basata sui numeri ha bisogno di un corso accelerato di diritto costituzionale. Ma soprattutto, il criterio numerico non tiene conto delle funzioni svolte. Così i consigli provinciali di Bolzano o di Trento hanno molte più competenze di quello della Lombardia, e in quest’ottica dovrebbero, per assurdo, avere più componenti di quello.

Il problema è strutturale, e va affrontato con strumenti diversificati a seconda del livello di governo e del problema da risolvere. Ridurre i consiglieri comunali nella nostra regione va benissimo (con legge regionale), anche perché le funzioni dei consigli sono molto ridotte. Ma va bene dimezzare i consiglieri di Bolzano, dove il problema della rappresentatività non è così acuto, non quelli di periferia, dove da un consigliere in più o in meno può dipendere la rappresentanza del gruppo italiano in giunta. Benissimo ripensare (forse abolire) le circoscrizioni, e si impone indubbiamente un ragionamento su comunità comprensoriali e comunità di valle. Mentre per i consigli provinciali il problema non è il numero di consiglieri (fermo restando che si può risparmiare sui costi), quanto le funzioni che svolgono. E magari si potrebbe pensare a nuove e più economiche forme di raccordo tra provincia e comuni, come una seconda camera provinciale di sindaci, che sostituisca consorzi dei comuni, comprensori, comunità di valle.

Tanto si può insomma fare. Ma va fatto con cognizione di causa e in un quadro di coordinamento. Ecco ciò che manca alle varie manovre che vanno susseguendosi: il coordinamento. Sotto la spinta dell’emergenza, ogni livello di governo (quando non ogni singolo rappresentante) presenta la sua proposta, senza consultare gli altri e senza coordinarla con il quadro normativo esistente. Non è superfluo ricordare che il federalismo non è certo solo “fiscale” né solo “istituzionale” (ecco, per fortuna nel marasma attuale non si parla più del “Senato delle regioni” — ma purtroppo nemmeno dell’abolizione del Senato), ma anche e soprattutto “procedurale”. Se le forme della cooperazione dei livelli di governo non ci sono o non funzionano, il federalismo non è più una tecnica di governo, ma un (altro) gioco di potere.

*) per gentile concessione dell’autore

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