Großdeutschtum und Revanchismus.

Wenn der umstrittene Dritte Nationalratspräsident, der Freiheitliche Martin Graf die Forderung stellt, eine Volksbefragung über die Rückkehr Südtirols zu Österreich durchzuführen, hat dies nicht zuletzt wegen seiner Verbindung zur rechtsextremen Szene den deutlichen Beigeschmack von Großdeutschtum und Revanchismus.

Das Ansinnen, Südtirol mit Österreich wiederzuvereinigen, steht im krassen Widerspruch zum -Projekt. Dessen Ziel ist es, durch eine Loslösung Südtirols von allen Nationalstaaten die Grundlage für ein friedliches und gleichberechtigtes Zusammenleben dreier Sprachgruppen im Rahmen der EU zu schaffen.
Die Annexion hätte dagegen nichts anderes als die Umkehrung des status quo zur Folge. Sie wäre kein Beitrag zur Problemlösung sondern ist m. E. als völlig kontraproduktiv abzulehnen: Das Verhältnis zwischen Mehrheit und Minderheit müsste völlig neu definiert und ausbalanciert werden, sämtliche trennenden, einengenden Schutzmaßnahmen müssten erhalten bleiben und die gesellschaftlichen Spannungen blieben im besten Fall gleich stark wie bisher.

Trotzdem muss es auch nach Ansicht der [] in absehbarer Zeit zu einer demokratischen Abstimmung zwischen mehreren Zukunftsoptionen kommen. Durch einen angemessenen Schlüssel muss jedoch auch sichergestellt werden, dass der Wille aller Sprachgruppen Berücksichtigung findet.

Dass die Landeshauptleute Nord- und Südtirols der Forderung Grafs eine Absage erteilen, begrüßt die . Wir dürfen uns Zeitplan und Ziele nicht von außen diktieren lassen, schon gar nicht von einem Rechtsextremisten.
Durnwalders Worte, wonach die Mehrheit der Südtiroler für einen Verbleib bei Italien wäre, ist jedoch nicht nur fahrlässig und veranwortungslos, sondern auch durch keine demokratische Erhebung zu untermauern. Der Landeshauptmann unterliegt einem Allmachtsanspruch, wenn er sich dazu berufen fühlt, den Ausgang einer Volksabstimmung vorwegzunehmen bzw. zu ersetzen. Er hätte höchstens argumentieren können, dass die Südtiroler wohl gegen eine Rückkehr zu Österreich wären, was sich wenigstens durch einschlägige Umfragen untermauern ließe.
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43 replies on “Großdeutschtum und Revanchismus.”

Revanchismus ist ein in Linken Kreisen viel benutztes Wort, doch was bedeutet es?

Wenn mir jemand die Brieftasche stiehlt und ich fordere sie zurück, bin ich dann ein Revanchist? – Nach deiner Definition wohl schon…

Wie bereits mehrfach gesagt: Wer ein demokratisches Recht, also die Selbstbestimmung, einfordert ist nicht umbedingt das Problem. Soweit ich weiß liegt das Ziel dieser Seite auch in der Umsetzung dieser Volksbefragung. Ich, der ich auf der Seite des Herrn Graf stehe, habe mich auch gefreut, als die jungen Grünen dieses Thema anschnitten. Leider tun dies diesseits und jenseits des Brenners viel zu wenige. Die meisten bekämpfen dies sogar.

Il tempo passa. È vero. È per questo che anche le idee cambiano. E poi io non sono più sicuro che l’uova sia buona o che mi piaccia. Ci sono troppe persone sospette che protendono le mani a quei grappoli.

Eh già … non mangio ciò che mangia il mio avversario.

I grappoli non son nemmeno dello stesso frutto. Ma non staremo a sottilizzare: per non rischiare di mangiare il frutto avvelenato, rinunciamo a mangiare anche l’uva, sana.

Non me la prendo. Sei una volpe, e quelle preferiscono la carne.

gadilu: invece non ci stanno (troppe) persone sospette a lodare l’autonomia? credo che bisogna avere il coraggio delle proprie idee: forse l’idea di bbd non ti convince, ma giustificarlo con le troppe persone che protendono le mani a quei grappoli mi sembra deboluccio e non degno di un fine pensatore della tua stoffa. con molta stima.

«Ich nehme ein Paar Skeptiker bei Seite, den anständigen Typus in der Geschichte der Philosophie: aber der Rest kennt die ersten Forderungen der intellektuellen Rechtschaffenheit nicht. Sie machen es allesammt wie die Weiblein, alle diese grossen Schwärmer und Wunderthiere, sie halten die “schönen Gefühle” bereits für Argumente, den “gehobenen Busen” für einen Blasebalg der Gottheit, die Überzeugung für ein Kriterium der Wahrheit.

Zuletzt hat noch Kant, in “deutscher” Unschuld, diese Form der Corruption, diesen Mangel an intellektuellem Gewissen unter dem Begriff “praktische Vernunft” zu verwissenschaftlichen versucht: er erfand eigens eine Vernunft dafür, in welchem Falle man sich nicht um die Vernunft zu kümmern habe, nämlich wenn die Moral, wenn die erhabne Forderung “du sollst” laut wird.

Erwägt man, dass fast bei allen Völkern der Philosoph nur die Weiterentwicklung des priesterlichen Typus ist, so überrascht dieses Erbstück des Priesters, die Falschmünzerei vor sich selbst, nicht mehr. Wenn man heilige Aufgaben hat, zum Beispiel die Menschen zu bessern, zu retten, zu erlösen, wenn man die Gottheit im Busen trägt, Mundstück jenseitiger Imperative ist, so steht man mit einer solchen Mission bereits ausserhalb aller bloss verstandesmässigen Werthungen, selbst schon geheiligt durch eine solche Aufgabe, selbst schon der Typus einer höheren Ordnung! Was geht einen Priester die Wissenschaft an! Er steht zu hoch dafür! Und der Priester hat bisher geherrscht! Er bestimmte den Begriff “wahr” und “unwahr”!»

Dunque. Provo a rispondere all’intervento di nb, che mi chiama direttamente in causa:

… invece non ci stanno (troppe) persone sospette a lodare l’autonomia? credo che bisogna avere il coraggio delle proprie idee: forse l’idea di bbd non ti convince, ma giustificarlo con le troppe persone che protendono le mani a quei grappoli mi sembra deboluccio e non degno di un fine pensatore della tua stoffa. con molta stima.

L’idea di BBD non mi convince più, ho cercato di spiegarlo più volte, ma solo ultimamente (posso dire) ho raggiunto una definitiva chiarezza su quelli che a mio modo di vedere sono i limiti più evidenti della sua prospettiva.

Innanzitutto, al pari di ogni altro partito o movimento che fa perno sul concetto di „autodeterminazione“, anche BBD è orientata all’idea che la questione sudtirolese sia una questione ancora „aperta“ e bisognosa di una soluzione „definitiva“. Io condivido la prima parte dell’analisi (la questione sudtirolese è una questione „aperta“) ma non sono per nulla convinto che una tale questione si possa risolvere (e comunque mai in modo definitivo). Considero per tanto la questione sudtirolese una questione COSTITUTIVAMENTE APERTA e da salvaguardare in questa sua apertura. Potrei spiegare in seguito perché adesso la veda così, ma per adesso sorvolo su questo. La domanda è: quale cornice istituzionale può salvaguardare al meglio la costitutiva apertura della questione sudtirolese, disinnescandone la spinte più eversive (opposti nazionalismi)?

Nel mio articolo citato qui sopra (che rappresenta un primo punto fermo nella mia nuova riflessione sul tema) indico l’ipotesi del „referendum“ (ovvero della scelta) come nefasto in rapporto al regime di oscillazione in cui è posta la nozione di „sudtirolesità „. Non dovremmo essere mai chiamati a decidere „che cosa vogliamo essere“, argomentavo, giacché ogni scelta di questo tipo tradisce la positiva fluidità  di un’identità  non ancora FISSATA. Ora, ritengo che l’autonomia possa rappresentare una buona piattaforma (possa rappresentare ANCORA, voglio dire, una buona piattaforma) per non fissare in una direzione precisa il sentimento identitario della popolazione. Questo ovviamente porta alla sopravvivenza dei margini di conflittualità  „rappresentata“ dei quali ho spesso parlato, ma evita anche che si possa tornare ad un regime di conflittualità  conclamata. Decidersi, invece, chiamare a decidere persone che vivono benissimo senza porsi questi problemi dell’appartenenza statale o dell’identità  (e sono la maggioranza!) potrebbe innescare meccanismi d’indurimento e causare una crepatura della superficie (non molto spessa) sulla quale attualmente poggiamo i piedi. Sotto, come noto, scorre la lava incandescente di rancori mai completamente sopiti e in effetti (questa è la mia tesi) mai completamente arginabili (inimicizie di tipo etnico sono destinate a riprodursi incessantemente, basta dar loro l’occasione per esprimersi, e un referendum darebbe loro questa occasione).

Spero di essere stato abbastanza chiaro. Sono disposto a proseguire comunque una discussione che giudico molto interessante.

Forse qui si stava aspettando per saltare questa tua fase e passare alla prossima, quando sosterrai ancora una volta idee e posizioni completamente diverse. Non fraintendermi, da lettore mi piace seguire i tuoi salti mortali, sempre di classe e sempre molto ben spiegati. Ma politicamente mi viene difficile darti credito.

Tòny, lettore del „Corrierino“ e di bbd.

Caro Tony, ti ringrazio, ma non penso di fare grandissimi salti mortali. Il mio percorso, invece, lo vedo abbastanza lineare. È fatto così.

1. Ho dato credito al progetto di BBD ritenendolo valido per sbloccare alcune contraddizioni insite nel modello autonomistico.

2. Ho cercato di suscitare un dibattito pubblico sul modello innovativo proposto da questa piattaforma, ma non ho visto nessun risultato in questo senso.

3. Mi sono reso conto che il progetto di BBD era un ottimo strumento per leggere in filigrana la storia dell’autonomia sudtirolese e i suoi meccanismi di fondo, ma che presentava una prospettiva troppo ambiziosa (e dunque irrealistica) dal punto di vista politico. Per questo me ne sono staccato.

4. Continuo ad approfittare del punto di vista di BBD come strumento euristico (cioè di spiegazione/interpretazione della realtà  locale), ma ho perso completamente fiducia nella sua capacità  di disegnare un futuro concretamente realizzabile. E questo (scoperta recente) proprio perché ritengo che una „decostruzione“ efficace delle contraddizioni nelle quali ci dibattiamo non possa teorizzare un loro „superamento effettivo“ (problema/differenza tra la Verwindung e la Überwindung, da me discusso molte volte assieme al mio amico pérvasion).

5. Politicamente non cerco credito perché ho definitivamente abdicato a svolgere qualsiasi funzione politica. Mi limito ad osservare.

Grazie ancora.

Beh, una buona scena per osservare il confronto tra due punti di vista consolidati nel discorso pubblico sudtirolese attuale (SVP vs STF… Autonomia vs Autodeterminazione).

Die Unabhängigkeit läutet kein Endstadium ein. Im Gegenteil, sie bedeutet Evolution, während die Autonomie den Stillstand als notwendiges, aber nicht mehr hinnehmbares Übel braucht. Natürlich ist es unsere Entscheidung, ob wir für immer mit der »Repräsentierung« des Konflikts fortfahren wollen, weil wir uns an seine Überwindung nicht heranwagen.

Es ist jedenfalls ein Trugschluss zu glauben, die Südtiroler wären in einem Referendum dazu aufgerufen, endgültig zu entscheiden, »was« oder »wer« sie sind. Die Eigenstaatlichkeit erhöbe die Pluralität, die »Undefiniertheit« zur anerkannten Grundlage. Ein Ende der Geschichte gibt es aber nicht.

Die Eigenstaatlichkeit erhöbe die Pluralität, die »Undefiniertheit« zur anerkannten Grundlage.

Mi sembri molto, troppo ottimista. Se traduco bene: l’indipendenza eleverebbe la pluralità  e l'“indefinitezza“ a suo riconosciuto fondamento. Mi sembra vero il contrario. L’indipendenza sottolineerebbe ancora di più il bisogno di vestire un’identità  non ambigua, finendo col rendere attivi (ancora più attivi) gli „stampi identitari“ dei quali concretamente disponiamo (e che attualmente sono mantenuti in una conditzione di sospensione o di „stallo“ in virtù di una „soluzione“, quella autonomistica, di per sé più debole della „Eigenstaatlichkeit“).

Wie soll eine postethnische, »konstitutiv mehrsprachige« Gesellschaft dazu zwingen, sich ethnisch zu definieren? Die Autonomie zwingt uns sehr wohl dazu, uns zuzuordnen und der Identität (immer wieder von neuem) mehr Bedeutung beizumessen, als sie haben sollte.
Da außerdem die »Andersartigkeit« (gegenüber dem Nationalstaat) die Grundlage dieser Autonomie bildet, sind wir gezwungen, das Deutsche (zu Lasten des Italienischen) hervorzustreichen, um unsere Ansprüche nicht zu gefährden.
Diese Mechanismen entfallen, sobald wir nichts mehr gegen außen »verteidigen« müssen.

Simon, la costituzione di una società  „postetnica“ e costitutivamente „plurilingue“ non è desiderata dalla maggioranza delle persone che vivono qui. Chi la predicava si è ammazzato e i suoi eredi politici non solo non hanno raccolto mai un consenso sufficiente a farci credere che questa opzione fosse in qualche modo praticabile, ma non ce la fanno neppure a interpretare in modo credibile (loro!) questa istanza. Questa è la REALTà€, e ci viene sbattuta in faccia a getto continuo. È solo una ristretta elite che può permettersi di seguire i nostri discorsi. La costituzione di uno stato sudtirolese „indipendente“ porterebbe o a un inasprimento del contrasto etnico (risvegliato dal suo stato di letargo) o all’assimilazione del gruppo più debole (gli italiani).

Die (schweigende) Mehrheit der Südtiroler, also weder die Schützen noch jene am rechten Rand, will keine mehrsprachige Gesellschaft, weil die Voraussetzungen dafür nicht gegeben sind. Und bis auf die [bbd] gibt es auch niemanden, der ein entsprechendes Modell vorgelegt hat.

Was die Grünen betrifft, so sind die Gründe für ihr Versagen vielfältig und sicher nicht auf die Mehrsprachigkeit zurückführbar. Eine Partei, die der Selbstverwaltung grundsätzlich kühl bis skeptisch gegenübersteht, diese aber grundlegend umkrempeln will, bekommt m. E. nicht das Vertrauen der Bevölkerungsmehrheit. Übrigens nicht einmal meines, obwohl ich mich zum potenziellen Wählerkreis zähle und sogar schon mehrmals, aber ohne Überzeugung, Vërc gewählt habe. Daran konnte (und kann nach wie vor) auch nicht ein Genie wie Langer etwas im Alleingang ändern.

La maggioranza silenziosa degli altoatesini/sudtirolesi non si augura alcun cambiamento istituzionale e non mira certamente ad un incremento (anch’esso su base istituzionale) del cosiddetto „miteinander“. La ragione è molto semplice: sarebbe molto faticoso. Sarebbe faticoso e ci sarebbe bisogno di rimodellare un codice identitario che affonda le sue radici in tradizioni più che consolidate.

Wenn du es sagst… dann müssen wir uns wohl damit abfinden und dürfen auch kein Gegenmodell vorschlagen.

Ich sehe dagegen, dass immer mehr Menschen eine Änderung des status quo wollen, und immer mehr von ihnen nach rechts abwandern, da es links keine Zukunftsmodelle gibt. Nichts. Sogar die Grünen predigen mittlerweile so weiterzugurken, wie bisher. Na dann, viel Spaß!

Io non penso che dovremmo semplicemente rassegnarci. Intanto, un compito importante che dovremmo assumere è quello di decostruire con grande pazienza questa deriva „a destra“ che stiamo notando (e che effettivamente esiste). Ho pensato anch’io per molto tempo che una tale deriva si potesse impedire esprimendo un „contro-modello“ basato sul raccoglimento della sfida autodeterministica. Ma adesso penso che questo porterebbe in fondo solo altra acqua a quel mulino che noi vorremmo prosciugare. Sarebbe insomma un lavoro da „utili idioti“. Molto più sensato avvertire che la liquidazione positiva del modello attuale (cioè l’autonomia) non può avvenire aspettandoci miracoli da un drastico mutamento di paradigma, bensì in primo luogo sfruttando tutte le possibilità  che quel modello è ancora in grado di offrire (a un Karl Zeller che ci dice „l’autonomia dinamica è finita“ bisognerebbe rispondere „di quale dinamismo stai parlando“?).

Scusate l’ingenuità , ma mi sento di dover fare la domanda dell’uomo della strada: invece di stare a ruminare i soliti eterni discorsi sull’autonomia, l’autodeterminazione, i tedeschi che slittano a destra (tedesca ovviamente), gli italiani che si rifugiano tra le rassicuranti braccia della destra (italiana ovviamente), con la SVP che resta l’unico reale garante del tirare a campare a tempo indeterminato, che tanto poi si ritorna sempre al punto di partenza, perché non si imbocca con una certa determinazione la strada dell’immersione linguistica per le scuole italiane, con la serietà  che la faccenda richiede e se lo statuto lo permette?
Dando per scontato che per la vecchie e intermedie generazioni ormai non c’è più nulla da fare, ma sperando che in questo modo le nuove altoatesine vengano su mentalmente „diverse“ e quindi forse il modello attuale potrebbe essere decostruito, per adoperare un termine caro a gadilu :-), dal di dentro.

Perché, a mio avviso, la cornice autonomistica non ci da sufficienti garanzie, né mai le darà . L’unica cosa che mi sentirei di sostenere è un modello ispirato a quello catalano, cioè una scuola comune fortemente sbilanciata a favore delle lingue minoritarie (tedesco e ladino), che potrebbe anche coesistere con il modello scolastico attuale.

Sembra però (sembra!) che lo statuto di autonomia non consentirebbe nemmeno questo.

@gadilu: Mi rifiuto di avversare l’indipendenza solo perché la propongono anche altri in chiave etnica. Cosa che tra l’altro vale anche per l’autonomia. Io continuo a credere che il cambiamento di paradigma porterebbe non tanto i „miracoli“ quanto invece delle opportunità  che l’autonomia non darà  mai. Le nostre sono considerazioni molto soggettive, dalle quali traiamo conclusioni differenti. E che ognuno vada per la sua strada.

@ Tuscan

Nulla vieterebbe alle scuole italiane di evolvere un modello didattico fortemente votato all’immersione. Prova ne sia che lo stesso Durnwalder ripete periodicamente che lui sarebbe favorevole all’apertura di sezioni tedesche all’interno delle scuole italiane (e non mi pare che questo sia previsto dallo statuto d’autonomia). Giustamente qualche critico ha fatto notare che ciò comporterebbe una relativa assimilazione del gruppo linguistico italiano a quello tedesco… (non entro ulteriormente nel merito della proposta, che mi pare interessante, però anche molto complessa e di remota attuazione).

Posto comunque che questo „cambiamento di mentalità “ abbia luogo per gli altoatesini, rimarrebbe il problema del „cambiamento di mentalità “ per i Südtiroler.

@ pérvasion

Il cambiamento di paradigma porterebbe senza dubbio delle opportunità , ma non molte in più di quelle che sarebbero già  sfruttabili ADESSO. D’altro canto (e questo è un punto che tu non prendi in considerazione MAI), il cambiamento di paradigma porterebbe anche in evidenza nuovi problemi (bisognerebbe cercare di anticiparli, di prevederli, se il discorso sull’autodeterminazione non vuole ridursi ad una mera contrapposizione sloganistica condotta con nei confronti della destra tedesca). Il primo problema è questo: in Sudtirolo non esiste nessuna idea di come gestire la convivenza tra i vari gruppi linguistici che non poggi sul concetto di „tutela della minoranza“. Ho ancora in mente (c’eri anche tu) il discorso che fece Zeller di fronte alla Cusanus di Bressanone: „quando avremo raggiunto l’indipendenza vedrete che bel pacchetto per gli italiani che faremo“. Mmmmh. Una cosa da leccarsi i baffi.

Ma se lo stesso Durnwalder si esprime a favore dell’istituzione di sezioni tedesche nelle scuole italiane, se c’è in qualche modo un via libera, perchè non tentare? E se questo comporta un certo rischio di assimilazione del gruppo italiano a quello tedesco, mi pare che valga la pena di correre questo rischio, visto che l’unica alternativa è l’attuale situazione di stallo, che come tutte le acque stagnanti è fatalmente destinata a imputridire.

Per quanto riguarda i sudtirolesi, se tale cambiamento nell’impostazione scolastica italiana avrà  prodotto buoni frutti, se percepiranno il rischio di „rimanere indietro“ e soprattutto se lo vorranno, potranno accodarsi, ma sempre e comunque DOPO.

– Effettivamente Zeller c’era e disse esattamente quello. Ma se avesse detto un’altra cosa, quello stesso giorno avrei chiuso [bbd] con un ultimo commento: Votate SVP.

– Le opportunità  ci sono già  oggi, ma vanno contro la natura dell’autonomia etnica. E l’autonomia difficilmente sarà  mai non etnica o »postetnica«, perché in uno stato nazionale ciò che giustifica la nostra specialità  è l’anomalia »etnica«. Oltrettutto, per quanto riguarda ad esempio il sistema scolastico, nemmeno io voglio sfruttare le »opportunità « che ci sono già  adesso, e le mie ragioni le ho esposte qui. (Ma l’insegnamento delle lingue è un punto cardinale per la decostruzione o il superamento dell’etnocentrismo.)

– È vero che [bbd] non ha mai proposto la soluzione tecnica per il post-referendum. Però non trovo importantissimo definire già  oggi il come per due motivi: 1) non credo che la soluzione possa venire da un solo gruppo linguistico, né da una sola fascia sociale — né tantomeno da una persona sola o da un gruppetto autodefinitosi »think tank«; la soluzione dovrà  essere il risultato di una trattativa tra tutte le componenti sociali; 2) raggiunta l’intesa politica, bisognerà  (in ogni caso prima dello staccamento dall’Italia!) stendere una Costituzione assieme ad esperti giuristi, linguisti ecc.

Nonostante ciò, a puro scopo illustrativo (e senza avere approfondito la questione) posso enumerare alcuni punti che reputo importanti:

1) La parte centrale della Costituzione (quella che assicura la decostruzione dell’etnicismo e contiene almeno i punti qui elencati) può essere modificata solo con il consenso degli 8 decimi dei parlamentari dopodiché va sottoposta a un referendum popolare.

2) Ai comuni viene data piena libertà  didattica per quanto concerne l’insegnamento linguistico, ma almeno 1/3 delle lezioni deve venire impartita in tedesco ed 1/3 in italiano. Soluzione specifica da definire per i comuni ladini, sempre che facciano parte del nuovo stato.

3) Lo stato deve usare le tre lingue ufficiali in maniera paritaria. Lo stesso vale per i servizi offerti e le aziende da gestite (anche se solo in partecipazione) dallo stato e tutti i servizi in concessione e/o delegati.

4) Le aziende private (da un certo numero di collaboratori e/o da una certa superficie in sù) devono assicurare l’uso paritario delle due lingue principali nei rapporti con i clienti e/o consumatori. Nei comuni ladini devono usare almeno il ladino. I prodotti distribuiti in Sudtirolo devono essere etichettati in maniera paritaria nelle tre lingue. I comuni possono fissare standard più elevati.

5) La discriminazione su base etnica e/o linguistica è vietata. Vale anche per l’iscrizione ai partiti politici o ad associazioni private e per assunzioni pubbliche e private.

Ecco, penso che questo potrebbe essere un buon pacchetto base per garantire il plurilinguismo di questa terra senza necessità  di pacchetti o soluzioni a base etnica.

@ Tuscan

I motivi sono molteplici. Il primo – molto banale (ma non troppo banale) – è questo: queste sezioni da quale provveditorato dipenderebbero? In un regime di spartizione etnica (come il nostro) ognuno ha il proprio orticello e se lo coltiva come gli pare. In questo caso, però, la cosa più facile sarebbe quella di „appaltare“ un pezzo dell’orticello degli italiani ai tedeschi. Mi pare già  di sentire le strida e gli strilli di chi, tra gli italiani, lamenterebbe una diminuzione dei posti di lavoro… Inoltre, è probabile che si verificherebbe una vera e propria corsa all’iscrizione in queste sezioni, con il rischio che l’offerta dovrebbe ampliarsi condannando la „mera scuola italiana“ all’estinzione o quanto meno ad una drastica riduzione.

Inoltre, corollario di non poco conto. Ammettiamo per ipotesi che i quindici studenti „italiani“ della sezione tedesca X dell’Istito in lingua italiana Y escano perfettamente in possesso della lingua di Goethe. A quel punto come si dichiarerebbero al censimento linguistico? In quali graduatorie vorrebbero essere presenti? Logico sarebbe dire: in tutte quelle alle quali essi possono avere accesso! Sì, ma quante sono? Stanti le condizioni attuali esse non sarebbero mai più di una. Dunque è logico che sceglierebbero di appartenere al gruppo linguistico tedesco e di iscriversi alle graduatorie dei posti in lingua tedesca. Immaginiamoci un fenomeno simile piuttosto esteso. Voilà  l’assimilazione della quale parlavo (un’assimilazione molto soft, molto volontaria, per carità¡, ma pur sempre un’assimilazione che io non condanno ma che segnalo).

@ pérvasion

Il tuo schema di pensiero è questo. PRIMA si arriva a cambiare le cose e POI i problemi si aggiustano. Io dico NO. Prima di proporre sensatamente un cambiamento così radicale è doveroso farsi qualche idea sullo scenario futuro. Inoltre, tu parti sempre dal presupposto che la maggioranza dei problemi sarebbe di ordine linguistico (tipo le etichette sui medicinali et similia). Dovresti invece considerare un ben altro ordine di problemi, cioè quello dell’accesso alle risorse e dei criteri che lo disciplinano! Anche ammesso e non concesso che in una situazione ideale (cioè perfetto e omogeneo plurilinguismo di TUTTA la popolazione) queste risorse vengano distribuite in base a caratteristiche come il merito o l’impegno personale (a prescindere cioè dalla matrice „etnica“ che noi possiamo dichiarare „fuori legge“), non c’è dubbio che dovremmo prima di tutto raggiungerla, quella dimensione ideale. Ma per raggiungerla dovremmo GIà€ ADESSO impostare una politica di riduzione dei privilegi e delle rendite di posizione basate sull’appartenenza che mi sembra del tutto irrealistica perché confligge molto semplicemente con l’interesse della maggioranza della popolazione.

1)

Il tuo schema di pensiero è questo. PRIMA si arriva a cambiare le cose e POI i problemi si aggiustano.

No, il mio schema di pensiero non è quello. Cito: «raggiunta l’intesa politica, bisognerà  (in ogni caso prima dello staccamento dall’Italia!) stendere una Costituzione assieme ad esperti giuristi, linguisti ecc.» Vedi anche al punto 3.

2)

Inoltre, tu parti sempre dal presupposto che la maggioranza dei problemi sarebbe di ordine linguistico (tipo le etichette sui medicinali et similia).

Sì, qui ho enumerato i punti che dovrebbero garantirci un buon livello di plurilinguismo. Io non parlo di perfetto ed omogeneo plurilinguismo di tutta la popolazione, secondo me non realisticamente raggiungibile né per forza auspicabile.

3)

Ma per raggiungerla dovremmo GIà€ ADESSO impostare una politica di riduzione dei privilegi e delle rendite di posizione basate sull’appartenenza che mi sembra del tutto irrealistica perché confligge molto semplicemente con l’interesse della maggioranza della popolazione.

Concordo, è impossibile raggiungere già  adesso quelle condizioni. Quindi sarà  sicuramente necessaria una fase transitoria, che non apparterrà  né alla fase autonomistica, né a quella indipendente «a regime». Insomma, solo quando ci saremo assicurati l’indipendenza (con le sue garanzie in quanto ad assimilazione ecc.) sarà  possibile «impostare una politica di riduzione dei privilegi» che abbia come fine ultimo la società  postetnica.

@tuscan

Se ritieni probabile che si verifichi una corsa all’iscrizione in queste sezioni, evidentemente la popolazione italiana sente molto la necessità  di sapere bene il tedesco, sia perché in qualche modo avverte la propria marginalità , sia perché conta in cuor suo di potere iscrivere i propri figli al gruppo linguistico tedesco e quindi poter accedere ai 2/3 dei posti pubblici. Tutte cose che, immagino, non si riscontrano simmetricamente nella popolazione sudtirolese. Quindi forse negli altoatesini c’è già  una disponibilità  o una rassegnazione, non si sa quanto inconscia, a lasciarsi assimilare. E questo magari conferma che è il gruppo italiano ad avere tutto da perdere dalla stagnazione, anche crogiolandosi nelle rendite di posizione, nei vantaggi offerti dallo status quo.

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