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Legittimità in termini democratici.

Lettera al quotidiano A. Adige in riposta all’intervista con lo storico von Hartungen (cfr. nei commenti).

di Thomas Benedikter*

La quérelle toponomastica sembra essere non solo un campo minato da percezioni divergenti e spesso opposte del bene culturale “toponimo”, ma anche da parecchi malintesi, talvolta voluti. La difficoltà di trovare dei criteri di valutazione di questo bene, condiviso fra i gruppi, rischia di bloccare anche il picolo spiraglio aperto dall’accordo Durnwalder-Fitto. Lo storico sudtirolese, intervistato ieri dall‘Alto Adige, ritiene che la posta in gioco di questo conflitto sui nomi sia quella di delegittimare il gruppo più debole. Quando von Hartungen afferma che si vuol togliere il diritto di patria al gruppo italiano facendolo sentire meno legittimato a vivere in questa terra, incorre in uno dei malintesi più seri e anche più grossolani. Perché? Da una parte è certamente illusorio basare la legittimazione della propria presenza su qualche migliaio di nomi inventati e imposti da una dittatura del passato recente. Dall’altra parte sono convinto che dalla stragrande maggioranza del gruppo tedesco una rinuncia all’estensione del prontuario tolomeiano alla segnaletica e alla microtoponomastica in generale sarebbe accolto come atto di conciliazione in base a valori e criteri di valutazione comuni. Uno di questi criteri, affermati nell’accordo Durnwalder-Fitto, è proprio la storicità dei nomi. Non si tratta della storicità in termini di anni passati dall’entrata in vigore dei decreti fascisti. Si tratta del modo in cui sono venuti ad esistere. Storico perché frutto di un’evoluzione attraverso i tempi, coniata e condivisa dalle popolazioni del posto – cioè “geschichtlich gewachsen” come spiega Paolo Valente – è una cosa; storico perché imposto con la forza contro la volontà di quasi tutti coloro che ci vivevano in quei posti è una cosa ben diversa. Non sono i nomi italiani di per sé che danno fastidio, credo, alla maggior parte del gruppo tedesco, ma il loro carattere (tutti inventati da una persona), la loro finalità (dimostrare che l’Alto Adige sarebbe stato italiano da tempi antichi) e la loro genesi (imposti da una dittatura). Se la popolazione di lingua italiana di Oltrisarco oggi liberamente sceglie il nome Mignone per un nuovo quartiere, inneggiando ad un generale fascista, il gruppo tedesco si stupirà per la mancanza di sensibilità democratica, ma non potrà obiettare gran ché. A certi torti del passato, però, si può rimediare, come dimostra la Valle d’Aosta che ha rimosso gran parte della toponomastica fascista. È la mancanza di legittimità democratica che conta. Per i sudtirolesi senza dubbio, la microtoponomastica italiana è legata al nome di Tolomei, all’era fascista, alla strategia di italianizzare il territorio con la forza. Quindi si potrà anche estendere il prontuario a tutta la segnaletica, ma il problema più profondo resterà irrisolto: disturberà la convivenza perché il gruppo tedesco non comprende perché l’altro gruppo non riesce a prendere le distanze da nomi e simboli legati ad un passato odioso, mai democraticamente condivisi.

*) Thomas Benedikter è ricercatore a Bolzano, autore di «Autonomien der Welt» (ATHESIA, Bolzano 2007) e «The World’s Working Regional Autonomies» (ANTHEM, Londra/Nuova Delhi 2007).
Medien Ortsnamen Politik | | Thomas Benedikter | AA | Aoûta-Aosta | | Italiano

19 replies on “Legittimità in termini democratici.”

L’intervista a Christoph von Hartungen alla quale Thomas Benedikter si riferisce:

Partiamo dall’accordo appena firmato. Cos’è un nome «storico»? Ha senso parlare di «nomi storici»?

Si potrebbe dire che un nome «storico» è un nome non creato a tavolino, ossia che si è formato nel corso del tempo. Ma questa è solo una delle possibili definizioni. Anche i nomi creati a tavolino se usati per parecchio tempo assumono carattere storico. Nella nostra provincia, per esempio, nomi che vengono usati da 90 anni possono essere chiamati «storici»: in fin dei conti è più della vita media di una persona. E nei Paesi africani che 50 anni fa hanno raggiunto l’indipendenza e che si sono dati nuovi nomi, anche lì nel frattempo quei nomi sono diventati storici, anche se non sono vecchi come certi nomi coloniali. Il concetto di «storico» è variabile.

Anche perché sorge un problema di «origini»: quando inizia la storia di un nome?

Certo, in questa direzione non si finisce più. E inoltre anche noi oggi creiamo dei nomi. Vengono costruiti nuovi quartieri e nuove strade e anche lì bisogna dare nuovi nomi, ed è un’operazione legittima. Quello che non è legittimo è dare nuovi nomi e togliere o vietare l’uso dei nomi dell’altra lingua come voleva Tolomei.

Crede che i nomi di zone non abitate da italiani debbano restare monolingui?

No. Sono dell’avviso che nulla tolga al gruppo tedesco se quello italiano usa i nomi suoi: quindi perché accanirsi? Se io chiamo Radlsee quello che tu chiami lago Rodella non è intaccato né il mio né il tuo diritto. Ma tutta questa discussione nasce dal fatto che i nomi hanno anche un altro valore.

Cioè?

Chi dà  i nomi impone in genere anche il suo potere. Qui sta la vera posta in gioco. Se io riesco a ufficializzare solo un nome, di fatto chi usa l’altro nome è meno legittimato a vivere in questo territorio. Si è iniziato intorno al 1905, quando è stato fondato il Tiroler Volksbund, che si è messo a tradurre in tedesco i nomi trentini dicendo che il Trentino era una regione italianizzata ma che in realtà  i trentini sono una popolazione di ceppo germanico. Poi Ettore Tolomei fa la stessa cosa dall’altra parte, dicendo che l’Alto Adige era una terra anticamente italica e quindi la popolazione è solo superficialmente germanizzata ma di ceppo italico. L’obiettivo di queste operazioni è togliere all’altro gruppo la legittimità  di vivere qui. È un conflitto lungo un secolo… Quando noi tedeschi ci sentivamo deboli chiedevamo il bilinguismo dei nomi, e lo abbiamo ottenuto. Ora si sentono deboli gli italiani e chiedono la stessa cosa per avere più visibilità  in questa terra.

Il tema della toponomastica viene tirato fuori regolarmente dalla politica, o da associazioni molto vicine alla politica come l’Avs. Ma la popolazione secondo lei cosa pensa di questo tema? Al cittadino di Malles interessa veramente che il nome di una località  in Alta Venosta non sia tradotto in italiano, se quello tedesco non viene toccato? Si toccano temi identitari, si riaprono ferite mai cicatrizzate, oppure sono argomenti calati dall’alto nel dibattito pubblico?

Entrambi gli aspetti. C’è sempre in una vasta parte della popolazione il risentimento per essere stati annessi dagli italiani contro la nostra volontà , a tradimento. Ma la toponomastica è anche uno di quegli argomenti che la politica o l’avant-politica ha sempre tenuto vivo. A questa domanda un anno fa avrei risposto che il cittadino di Malles non era interessato: oggi è diverso. Oggi dice: «Roma se ne è interessata, vogliono fregarci lo Statuto». Poi interviene il Grande Capo che ridicolizza i nomi italiani, dimenticandosi di essere il Landeshauptmann anche degli italiani. Infine ci mette il suo anche la stampa. Risultato: sarà  difficile che la gente resti disinteressata.

Secondo lei come se ne esce?

Io sarei per lasciare lo status quo. Quei nomi che sono già  stati tradotti in italiano – non importa quando e da chi, e nemmeno se sono laghi o paesi – rimangano bilingui, e per i nuovi nomi di quartieri si lasci autonomia ai Comuni. Prendiamo Bolzano, il nuovo quartiere di Oltrisarco. In italiano si chiama «Mignone», in tedesco «Rosenbach». E secondo la regola dei «nomi storici» anche qui potrebbe nascere un conflitto: in fin dei conti Mignone era un militare medaglia d’oro nella campagna di Libia e domani qualcuno potrebbe chiedere di cancellare l’intitolazione a un brutale colonialista e chiedere secondo i nuovi criteri che rimanga solo «Rosenbach» (che per altro è nome medievale ma anche in questo caso messo a tavolino). Per questo dico che in casi – rarissimi – come questo è bene che decida il singolo Comune senza ricorrere a regole generali.

In questa vicenda il gruppo italiano ha commesso errori?

Non vedo errori del gruppo italiano, vedo grande leggerezza sul fronte romano. Un ministro che con fare propagandistico annuncia di risolvere la vicenda, e poi si fa fregare così… E anche i parlamentari scelti dagli italiani che non dicono chiaramente cosa pensano di questa storia. Ce n’è una che voleva portare un tricolore in ogni maso per rivendicare l’italianità  dell’Alto Adige, e che ora non ha detto una parola. E ci sono anche altri deputati e nessuno ha detto nulla.

Lei ha una lunga storia di impegno interetnico e da storico si occupa da anni di questi temi. Nel 2010 siamo ancora a parlare di nomi monolingui: sente un certo scoramento?

Sì, è scoraggiante. Venti anni fa si sarebbe alzata dai Verdi una voce molto forte, ora invece hanno una posizione soft: il problema è che chi da 20 anni lotta per queste cose e non vede nessun progresso, viene delegittimato sempre da accordi diretti tra Roma e palazzo Widmann. Tu lotti per il censimento, poi quelli vanno a Roma, appoggiano o no il governo e la tua battaglia non è servita a niente. Io credo che con questo accordo verranno tolti molti nomi italiani, ci sarà  qualche protesta ma l’Avs proseguirà  sulla sua linea. Magari non faranno la legge sulla toponomastica, ma di fatto la strada è segnata per togliere sempre più Heimatrecht al gruppo italiano, che a sua volta sarà  più frustrato e meno disposto a integrarsi nel territorio.

A certi torti del passato, però, si può rimediare, come dimostra la Valle d’Aosta che ha rimosso gran parte della toponomastica fascista……..

c’è una differenza abissale…i „francesi“della Val d’Aosta non sono dei privilegiati e non sono neppure perennemente in cerca di „tutela“…e hanno voltato pagina una volta per tutte, quello che in Alto Adige non riescono a fare la destra tedesca e quella italiana…evitiamo pure di parlarne ancora, perchè ormai è arrivato uno sfinimento naturale….però non prendiamoci in giro..quanto dice Von Hartungen è sottoscrivibile da chiunque possieda una ragione super partes…

Nel gruppo linguistico tedesco la situazione è opposta. Pur essendo maggioranza dominante in tutti i settori, non solo politico ed economico ma sempre più chiaramente anche nella implicita ”gerarchia etnica”, resta forte il complesso di minoranza.

Pubblicato col titolo I ”complessi” degli altri, in Alto Adige, 3 ottobre 2010
Francesco Palermo

@luigi
und nun? ich versteh jetzt den zusammenhang nicht ganz? das ist weder eine antwort auf pérvasions frage noch glaube ich, dass f. p. die deutungshoheit über die befindlichkeit der „altri“ besitzt.

und ich habe geglaubt, dass wir in diesem forum schön langsam das „altri“, „casa vostra“ und dergleichen überwunden hätten. wie es scheint, leider nicht. denn immer wenn ethnisch behaftete themen auftauchen, die eigentlich keine solchen sind (zitat pérvasion: L’elaborazione storica dev’essere un processo condiviso nel quale affermare valori democratici, condannando il totalitarismo nazi-fascista — perciò le distinzioni «etniche» in questo contesto sono perfettamente superflue.) wird dennoch in den fein säuberlich nach deutschsprachigen und italienischsprachigen getrennten schützengräben stellung bezogen.

Du meine Güte, den AA und ausgerechnet diesen Palermo als Beweis für seine Behauptungen zu zitieren ist nicht gerade zielführend…

Aber um es kurz zu machen, natürlich sind wir priviligiert:
Angefangen beim Privileg nicht mehr diesem zurückgebliebenen Staat Österreich angehören zu müssen wurde keiner anderen Minderheit in Italien immer schon so eine „Sonderbehandlung“ zuteil, wie uns. Während man z.B. den Aostanern die ital. Namen genommen hat, hat man uns gleich mit zigtausenden beglückt. Und auch die Bautätigkeit des Staates war schon immer sehr fürsorglich hier, von Bunkern über Fabriken, Kasernen und Wohnungen für zahlreiche Zuwanderer. Nicht vergessen sollte man auch, daß der Staat, in seiner unendlichen Sorge um unsere Sicherheit, uns mit eine überdurchschnittlichen Dichte an Polizeistationen, Carabinierieinheiten und Militär versorgt hat – und das obwohl diese im Süden vielleicht nötiger gewesen wären. Und wir haben sogar das Privileg unsere Sprache zu gebrauchen. Die Liste unserer „Privilegien“ liesse sich an dieser Stelle noch lange fortsetzen.
Und nun hat diese überpriviligierte Mehrheit in dieser Provinz auch noch die Frechheit, sich als Minderheit im Staate zu fühlen????! *kopfschüttel*

zu den privilegien hab ich nun doch einiges zu sagen, die frage war doch offen geblieben.
Mich würde zum beispiel mal interessieren, wie es mit den quadratmetern wohnfläche pro person oder familie in südtirol aussieht. Denn die gesamte deutschsprachige bevölkerung in südtirol außerhalb bozens rechnet ganz gemütlich mit einer wohnfläche pro familie von 110 qm. Oder? Ist das nicht die fläche, die man gefördert kriegt? Nun, gehen wir mal nachzählen (da wär ich dem ASTAT dankbar), ob das auch für die italienerInnen in unserm land der normale standard ist. Meine ital. freundInnen wohnen halt alle auf wesentlich engerem raum.
Oder wie ist das mit den direktorenstellen und präsidentschaften? Will jemand mal nachzählen gehen, ob die deutschen oder die italiener an erster stelle stehen an den posten die zählen? Wenn ihr lust habt schaut auchmal hin, wie viele frauen da sind, dann wisst ihr auch wer noch unter disagio leidet, aber das ist ein anderes thema.
und weil ein drittes gefragt war: rechnet einmal nach, was 35 jahre proporz mit den italienischen akademikerInnen gemacht hat.
Ich wüsste auch noch ein viertes: geht mit italienischlehrerInnen reden. Jede/r (jede/r!) von denen hat jahre in sterzing, in schlanders, im ahrntal verbracht, mit pendeln, fremdsein. Ob sich das auch die deutschen junglehrerInnen heute noch vorstellen könnten? Meine italienischkollegin an der MS neumarkt hatte 17 jahre damit verbracht, von bz in die diversen gebiete des landes zu pendeln.
Genug beispiele?
Abgesehen davon, dass ihr nun auch viele gegenbeispiele bringen könnt (und dies sicher tun werdet ;-), ist es mir wichtig zu sagen, dass auch das GEFÜHLTE ungleichgewicht eine bedeutung hat. SChwer mit zahlen messbar aber von der mindestens gleichen bedeutung.
Parola di donna.

Ausgezeichnete Stellungnahme von Thomas Benedikter zu den Ausführungen von Christoph von Hartungen. Zusätzlich noch einige Anmerkungen zum Interview von von Hartungen:

Cioè?

Chi dà  i nomi impone in genere anche il suo potere.

Und hier will von Hartungen, keinen Unterschied zwischen natürlich gewachsenen Namen und Namenserfindungen die von einer faschistischen Diktatur mit dem Ziel der Kolonialisierung kreiert wurden, feststellen?
Natürlich gewachsene Namen üben keine Macht aus. Vielfach wurden diese Namen anfangs von der Bevölkerung mündlich überliefert, die an den entsprechenden Orten wohnt und sind dann irgendwann in schriftlichen Dokumenten erfasst worden. Ein natürlich gewachsener Name erzählt Geschichten, die Thema der Disziplin der Namensforschung sind. Wenn von Hartungen von „impone il suo potere“ spricht ist es mehr als verwunderlich, dass er dieses Hauptziel nicht in den faschistischen Namen findet. Welche Geschichte erzählt uns beispielsweise der „historische“ Name Vetta d’Italia im Gegensatz zu einem wirklich historisch gewachsenen Namen? Eine Geschichte von Macht, nationalistischem Fanatismus, mit dem Ziel die Grenzen eines Landes zu markieren, wo sich kein Ortsansässiger jemals dieses Land gewünscht hat.

Se io riesco a ufficializzare solo un nome, di fatto chi usa l’altro nome è meno legittimato a vivere in questo territorio.

Hier irrt von Hartungen. Er verbindet das Heimatrecht der Italiener mit der flächendeckenden Anwendung der tolomeisch/faschistischen Namen. Genau das Gegenteil ist der Fall. Die Sprachgruppen Südtirols werden sich dann gut verstehen, wenn sie dieselben Orte beim selben Namen nennen, so wie Gianni Lanzinger in einem Interview schon vor etlichen Jahren zitiert wird. „Wie sollen wir uns verstehen, wenn wir dieselben Dinge unseres Lebensraumes unterschiedlich benennen“. Wie sollen wir gemeinsam die Geschichten verstehen, die hinter den (historisch gewachsenen) Namen stehen? Dadurch entsteht gemeinsam geteiltes Heimatrecht, nicht durch die Durchsetzung faschistischer Namenserfindungen.

In questa vicenda il gruppo italiano ha commesso errori?

Non vedo errori del gruppo italiano,

Die feldzugähnlichen „Kampf-Artikel“ im AA, die Forderungen des CAI den gesamten prontuario anzuwenden, die geballten Drohungen eines Ministers, notfalls mit der Armee Wanderwegweise abmontieren zu lassen usw. Alles kein Problem für von Hartungen, dem Mentor der Grünen, der Partei, die sich als die Avantgarde des friedlichen Zusammenlebens betrachtet.

E anche i parlamentari scelti dagli italiani che non dicono chiaramente cosa pensano di questa storia. Ce n’è una che voleva portare un tricolore in ogni maso per rivendicare l’italianità  dell’Alto Adige, e che ora non ha detto una parola. E ci sono anche altri deputati e nessuno ha detto nulla.

Na Herr von Hartungen, Sie hätten sich da wohl einige klare Worte von Biancofiore oder Herrn Urzì gewüscht, im Stile der Tricolore auf jedem Bauernhaus. Oder wie ist denn diese Aussage ansonsten zu verstehen? Der über ein Jahr andauernde Feldzug für tolomeische Namen bis zur letzten Waldlichtung ist ja aus dem Nichts entstanden – das reicht Ihnen wohl nicht. Sie hätten sich wohl noch klarere Akzente gewünscht um den Südtiroler Hinterwäldlern endlich ordentlich einzuheizen.

Lei ha una lunga storia di impegno interetnico e da storico si occupa da anni di questi temi. Nel 2010 siamo ancora a parlare di nomi monolingui: sente un certo scoramento?

Sì, è scoraggiante. Venti anni fa si sarebbe alzata dai Verdi una voce molto forte, ora invece hanno una posizione soft:

Posizione soft? Kann mir jemand außer den Südtiroler Grünen noch eine grüne Partei in Westeuropa nennen, die sich für den Erhalt von faschistischen Namen einsetzt und dies als Beitrag zum friedlichen Zusammenleben deklariert?

Frau Foppa, weniger zum Inhalt als zur Methode: Sie bringen lauter Unterstellungen, über die Ihnen aber offensichtlich keine Daten vorliegen.

Eine derart undifferenzierte Stellungnahme eines Freiheitlichen über die Zuwanderer würde ich auf’s Entschiedenste zurückweisen — und Sie vermutlich auch. Genauso die »gefühlte«, aber eben nicht existierende Benachteiligung der Südtiroler gegenüber Immigranten.

Was die »legittimità  in termini democratici« betrifft, hatte ich vor Jahren auch einen Alternativvorschlag gemacht, wie manche der tolomeischen Erfindungen unter Umständen sie erlangen könnten. Zusammengefasst:

Ich bleibe im Übrigen bei meinem basisdemokratischen Lösungsvorschlag: Damit ließe sich verhindern, dass per Gesetz ein Ortsname an der Bevölkerung vorbei verordnet wird, wie etwa die Rechtschreibreform. Er wäre hingegen selbst Ausdruck der jeweiligen Sensibilität, und ließe sich, so die Bürger es wünschen, mit dem selben Verfahren nach einigen Jahren wieder anpassen.

[…]

Dabei habe ich schon oft dargelegt, dass ich für die Ermittlung eines Schlüssels bin, der die Diktatur der Mehrheit verhindert.

Konkret könnte das zum Beispiel so aussehen, dass in einer Gemeinde mit 80% Deutschen und 20% Italienern mindestens 60% (=mathematisch die Hälfte der Italiener + die Hälfte der Deutschen) für eine Umbenennung sein müssten. Ich sehe ein, dass damit in der Praxis keine Gewährleistung besteht, dass tatsächlich die Mehrheit der Italiener für die Abschaffung gestimmt hat.

[…]

Wahrscheinlich ließen sich wesentlich bessere Möglichkeiten finden, um eine reine Mehrheitsentscheidung zu unterbinden.

[…]

Ich will auch noch eine Erklärung versuchen, warum der basisdemokratische Weg nach Bündner Vorbild m. E. der Beste ist und auch die unterschiedlichen Sensibilitäten richtig zum Ausdruck bringt:

– er spiegelt den Konsens wider, den Deutsche und Italiener – sprich: die Gesellschaft – gefunden haben;

– das Ergebnis spiegelt die territorial unterschiedliche Wirklichkeit wider und ist Ausdruck der real bestehenden Heterogenität, sowohl in der Besiedlung Südtirols als auch in der interethnischen Verständigung;

– das Ergebnis ist zeitlich beschränkt und kann jederzeit neu verhandelt werden;

– die italienischen Toponyme, die beibehalten werden, bekommen die höchste demokratische Legitimierung und werden vom Stigma des Faschismus befreit;

– in die Entscheidung fließt auch die Akzeptanz des jeweiligen italienischen Ortsnamens ein: Stefansdorf-S.Stefano und Laas-Lasa dürften es (argumentativ) wesentlich leichter haben, als etwa Sauders-San Maurizio oder Sterzing-Vipiteno;

– den Bürgern wird keine Lösung aufgezwungen; erinnern wir uns daran, dass wir uns derzeit in einer Zwangssituation befinden, die gerade deshalb viele stört; eine Änderung dieser Situation könnte die Akzeptanz mancher Erfindung eher erhöhen als verringern.

Natürlich bin ich mir bewusst, dass unter den heutigen Voraussetzungen die Gefahr bestünde, dass die Diskussion in zumindest 116 Auseinandersetzungen (eine pro Gemeinde) ausartet.

Sehr geehrte Frau Foppa, man kann doch bitte nicht aus dem Bauch heraus Tatsachen schaffen. Bei den sog. „Privilegien“ zum Wohnraum, wie Sie es nennen, muss man auch unterscheiden. Erstens lebt die italienische Bevölkerung hauptsächlich in den Städten Südtirols. Wohnräume in Städten kann man nie mit ländlichen Wohnräumen vergleichen, das ist wie mit den sprichwörtlichen Äpfel und Birnen (auch vom Preis her, die Städte sind um einiges teurer). Ein zweiter Punkt wäre, dass sich die Situation in den letzten Jahren sehr verändert hat. Wie heißt es auch in dem gleichnamigen Film so schön: „Die fetten Jahre sind vorbei“. Aber nicht nur für eine Bevölkerungsgruppe, sondern für alle. Und dann könnte man damit anfangen die tausenden deutschen Südtiroler, die in den Städten in Wohnungen leben und gegenüber der italienischen Bevölkerung benachteiligt werden, (z.B. sprachlich) als Gegenbeispiele zu bringen.
Ohne dass Sie es wahrscheinlich wollen oder befürworten, nähern sich diese Aussagen schon ziemlich jenen Poltikern, die mit dem „Disagio“ punkten (ital. Rechtsparteien).
Um noch einmal zu dem Interview des „Alto Adige“ zu kommen. Ein Historiker wie von Hartungen hat sicher schon mal was von UNO-Empfehlungen bezüglich Ortsnamen gehört und kennt hoffentlich auch die Situatin in anderen Autonomien der Welt (siehe z.B. Katalonien). Umso unverständlicher sind seine Aussagen in diesem Interview.

@ brigitte
also das mit der wohnungsgröße hat schon überhaupt nichts mit der „ethnischen zugehörigkeit“ zu tun. auch in wien ist die durchschnittliche wohnfläche kleiner als in tirol. und in innsbruck ist sie kleiner als in osttirol. das hat mit stadt und land zu tun. deswegen sind die wiener und innsbrucker noch lange nicht benachteiligt. zum beispiel ist das durchschnitteinkommen in wien höher als in tirol und in innsbruck höher als in osttirol. ich denke auch, dass bozen ein höheres durchschnittseinkommen als das tauferer ahrntal hat (die wohnungsgröße dort ist aber bestimmt größer als in bozen). in einem recht dämlichen umkehrschluss könnte man also sagen: die deutschsprachigen haben die größeren wohnungen, verdienen aber nicht so viel. disagio!!! denn der großteil der italienischsprachigen südtiroler lebt nun einmal in der stadt. da können weder sie noch die deutschsprachigen etwas dafür. dass es im pustertal kaum italienischsprachige bauern gibt, die hektarweise grund zur verfügung haben, hat nichts mit benachteiligung zu tun, sondern mit der siedlungsgeschichte diese landes :-). selbiges gilt für deine pendelnden italienischlehrerinnen.

@ niwo
bravo. vetta d’italia ist wie mt. everest. endonym vs. exonym.

ich denke auch, dass die unterschiedlichen namen (nicht die unterschiedliche sprache) mehr gegensätze schaffen, da sie ein gegensätzliches selbstverständnis ausdrücken. convivenza funktioniert nicht, wenn es altoatesini und südtiroler gibt. das führt höchstens zu einem nebeneinander, wie wir es derzeit haben. nach 90 jahren könnte man das schön langsam kapiert haben.

„Non vedo errori del gruppo italiano“ ist natürlich ein satz, den man gerne hört. paßt perfekt in das derzeitige „italienische geschichtsdogma der faschismusapologie“ laut aram mattioli vom „buon italiano“ und „brutto tedesco“. ich hab mir auch sagen lassen, dass „contro i miti etnici“ in diese kerbe schlägt (muss zugeben, dass ich es nicht gelesen habe. vielleicht kann ja wer dazu was sagen). hartungen hätte auch sagen können „alle schuld liegt bei den deutschsprachigen“. bitte mich nicht falsch zu verstehen. ich denke nicht, dass es umgekehrt ist, aber zu sagen „keine fehler bei den italienern“ ist für einen historiker einfach nur eine erschreckende aussage. ganz abgesehen von der banalität, die hier unter dem deckmantel der wissenschaft daherkommt.

Dalla rivista del club alpino italiano “lo scarpone” del mese di ottobre 2010 a pagina 15:

Le tante voci della montagna, tra le rocce e il cielo, festival in Vallarsa

Tredici sono stati i rappresentanti delle diverse realtà  culturali delle Alpi italiane che hanno partecipato alla giornata delle minoranze linguistiche. Con Annibale Salsa in veste di moderatore, si è affrontato lo spinoso problema della toponomastica tornata di forte attualità  dopo l’ingiunzione del ministro Raffaele Fitto di tradurre in italiano, mediante nuovi cartelli bilingui, tutti i toponimi del Sud Tirolo/Alto Adige. In realtà  è stato fatto notare che i primi abitatori delle Alpi hanno dato nome nelle loro lingue – alle terre da loro colonizzate. Non rispettare questi toponimi significa alterare, con atteggiamenti scomposti, la verità  storica. Non si capisce poi per quale motivo non si avanzino le stesse pretese per i toponimi franco-provenzali in Val d’Aosta, dove Courmayeur diventerebbe Corte Maggiore come voleva il fascismo.

Annibale Salsa è docente di antropologia culturale all’Università  di Genova, e ha ricoperto la carica di Presidente generale del CAI dal maggio 2004 fino all’anno scorso. Come esperto nazionale di tutela dell’ambiente montano, accompagnatore di escursionismo onorario, membro accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, unisce le sue competenze professionali di antropologo alla passione per la montagna.

Che ci sia un nesso tra la fine della presidenza dell’ottimo Annibale Salsa (un anno fa) e l’impegno del CAI per la toponomastica del pessimo Tolomei (un anno fa)?

Riprendo l’articolo apparso sulle pagine del ”Dolomiten” di martedì 28 settembre, che riferisce di un convegno in Brandtal (Vallarsa) sul tema ”Lo stato della Toponomastica nelle zone a minoranza linguistica in Trentino A/A Südtirol e Vallée d’Aoste”.

Ospite della serata il prof. Annibale Salsa, già  presidente del C.A.I che senza incertezze ha dichiarato
”…la proposizione – uno stato una lingua – è oramai anacronistica e negli scorsi secoli ha precipitato l’area alpina in una profonda crisi..” e ancora ”..è senza senso tradurre i toponimi (Ortsnamen e Flurnamen) ..”.

Aggiunge poi Salsa che l’esempio della Svizzera è illuminante, laddove i toponimi locali sono espressi nella lingua locale e non in quella ufficiale del Cantone.

Importante anche l’intervento del dott. Sieghard Gamper, responsabile per le minoranze germanofone della Provincia Autonoma di Trento che ha sottolineato come la toponomastica e l’odomastica parlino del rapporto tra l’uomo e la sua Heimat e quindi parte integrante della sfera personale di un individuo.

Tradurre i toponimi è rischioso ha affermato di contro Saverio Favre, direttore dell’ufficio di etnologia e linguistica di Aoste/Aosta portando l’esempio del ”Monte Rosa”, laddove non ci si riferisce al colore bensì al significato di ”ghiacciaio” della cultura celtica. A partire dal 1996 sono stati reintrodotti, ha ricordato, ben 1800 toponimi nella Vallée.

Altri interventi quali quello della dott.ssa Brigitte Albert, docente all’Università  di Verona e referente per i progetti linguistici in Bersntol/Val del Fersina, che ha sottolineato la situazione della toponomastica mochena e quello di Silvia Lotto dell’Istitut Ladin Micurà  de Rü che ha annunciato l’imminente pubblicazione in rete di una aggiornata carta della Ladinia che riporterà  tutti i toponimi originali.
Val la pena di registrare l’importanza delle posizioni espresse dal rappresentante del C.A.I che introduce un ragionamento in controtendenza rispetto alla chiave ”nazionalista” solitamente

Lieber Niwo
deine Anmerkungen vom 4.10. zu von Hartungens Interview im ALTO ADIGE hätten treffender nicht sein können. Dass ein Südtiroler Historiker von solchem Rang und tiefer Kenntnis der Kulturgeschichte unserer Region zu solchen Einschätzungen kommt, schmerzt mich irgendwie. Doch vielleicht gibt’s bei den GRÜNEN doch auch andere Einsichten und Positionen, wer weiß.

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