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Non celebriamo l’Italia, ma le Italie.

di Alessandro Michelucci*

Molti italiani vorrebbero festeggiare il 150° anniversario dell’unità facendo tabula rasa di tutte le entità politiche e culturali non italofone che compongono lo stato italiano. La loro equazione è molto semplice: Italia = italiani = italofoni. In questo modo dimenticano che la penisola contiene popoli con storie che precedono l’unità di molti secoli. E’ necessario chiarire una volta per tutte che negando le culture non italofone presenti nella penisola:

  1. Si calpesta la Costituzione: l’articolo 6 afferma che “La Repubblica protegge con apposite norme le minoranze linguistiche”. Approvata nel 1947, la nostra fu la prima Costituzione dell’Europa post-bellica a prevedere espressamente questa tutela: è un primato del quale dovremmo essere orgogliosi.
  2. Si abbraccia lo stesso nazionalismo ottuso e intollerante che per quasi mezzo secolo ha contraddistinto la posizione del Movimento Sociale Italiano. Il partito di Almirante, infatti, dichiarava apertamente l’obiettivo di cancellare l’autonomia sudtirolese. Allo stesso modo, faceva di tutto per limitare i diritti della minoranza slovena di Trieste. In modo del tutto incoerente, però, invocava la tutela della minoranza italiana stanziata in Jugoslavia. Evidentemente i neofascisti erano mossi dall’anticomunismo e dalla slavofobia, anziché da un sincero interesse per i diritti delle minoranze. Altrimenti avrebbero capito che non si può difendere le proprie minoranze all’estero mentre si dimenticano quelle straniere che vivono in Italia.
  3. Si dimentica (o si dimostra di non conoscere) il proprio patrimonio storico. La minoranza grecanica stanziata in varie regioni meridionali è l’erede della Magna Grecia; quella albanese è arrivata nella penisola in seguito a migrazioni che risalgono alla fine del quattordicesimo secolo; in Val d’Aosta il francese è lingua ufficiale dal 1561, etc. Eppure si rivendicano poeti, scrittori e artisti vissuti nei secoli passati: Dante, Goldoni, Leopardi, Michelangelo, Petrarca…
    L’Italia non è nata come un fungo nel 1861, ma è il frutto di un lungo processo storico al quale hanno contribuito anche tanti non italofoni. Metterli da parte equivale a mutilare la propria storia.
  4. Si disprezzano delle conquiste sociali e politiche che il mondo ci invidia: pensiamo all’autonomia sudtirolese. Ogni anno Bolzano viene visitata da studiosi, giornalisti e uomini politici di tutto il mondo: dal Tibet alla Transilvania, dal Kashmir allo Sri Lanka. In questa città studiano l’autonomia locale per capire se può essere applicata ai conflitti che interessano le loro terre.
  5. Si abbraccia una posizione che contrasta con l’integrazione europea. Negli ultimi anni perfino la Francia, patria storica del centralismo e del monolinguismo, sta cambiando: nel 2008 l’Assemblea nazionale ha approvato una modifica della Costituzione riconoscendo ufficialmente le lingue minoritarie.
  6. Si discrimina secondo la logica tipica di tanti regimi autoritari o totalitari, che vedono nella varietà linguistica, anziché una ricchezza da tutelare, un nemico da abbattere.
  7. Si abbraccia una posizione che contrasta con il diritto internazionale: molti documenti dell’ONU, del Consiglio d’Europa e di altri organismo sovranazionali prevedono la tutela e la promozione delle lingue minoritarie.
  8. Si esercita una delle forme di prepotenza più odiose, quella dove il forte opprime il debole. Naturalmente non tutte le minoranze sono deboli allo stesso modo: esiste un abisso fra la situazione dei Sudtirolesi e quella die Croati molisani. Ma lo spirito è lo stesso: utilizzare la propria forza – numerica, linguistica, politica – per negare o limitare i diritti di entità culturali meno numerose. Una vera pace sociale non sarà mai possibile se la maggioranza si serve del suo peso per limitare i diritti delle minoranze.
  9. Si dimentica che in tutti i campi – dalla biologia alla flora, dalla fauna all’alimentazione – la varietà è una condizione necessaria per un corretto sviluppo. Le lingue non fanno eccezione.
  10. Si dimentica che l’Italia unita ha un senso se protegge e valorizza queste diversità, parte irrinunciabile della sua struttura, anziché cercare di annegarle in un’italianità forzata e antistorica. Altrimenti questa unità diventa una gabbia.

Naturalmente non possono esistere diritti senza doveri: le minoranze, da parte loro, devono conservare un atteggiamento leale nei confronti dello stato.

Infine, una considerazione doverosa. Coloro che vorrebbero negare i diritti delle minoranze in Italia talvolta sono anche gli stessi che col loro voto accettano un’inesistente “Padania”, mentre vorrebbero che Bolzano e Catania, tanto per fare un esempio, fossero italiane allo stesso modo. In questo caso la contraddizione è talmente ridicola che non ha bisogno di commenti.

* presidente del Centro di Documentazione sui Popoli Minacciati, Firenze

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42 replies on “Non celebriamo l’Italia, ma le Italie.”

Pur condividendo in larga larghissima misura vorrei fare i miei distinguo — ovviamente come invito a discuterne:

– limitare la diversità  culturale alla non-italofonia a mio avviso è troppo riduttivo, sebbene la lingua ne rimane uno dei sintomi più visibili: a) perché esistono comunità  storicamente italofone non senz’altro assimilabili/subordinabili alla «nazione italiana»; per rimanere in ambito tirolese potremmo citare i trentini e una buona fetta degli «italiani» in Sudtirolo; b) perché esistono comunità  storicamente non italofone che nel frattempo sono già  state parzialmente o completamente assimilate linguisticamente, ma non culturalmente;

– festeggiare «le Italie», o meglio, le diverse culture e popoli che si ritrovano (volenti o nolenti) a far parte dello stato nazionale è molto difficile quando gran parte di queste diversità  vengono calpestate nella quotidianità  (l’Italia non ha mai ratificato la carta delle minoranze, le lingue non sono ufficiali nei loro rispettivi territori, non vengono insegnate sufficientemente nelle scuole ecc. ecc.) e anche i festeggiamenti ufficiali hanno caratteristiche che negano il pluralismo culturale. Nell’occasione celebrativa sarebbe lo stato a dover tendere la mano, ma non ne è capace nemmeno nel caso della relativamente «forte» comunità  sudtirolese.

– dunque, festeggiare le Italie, la non-uniformità  (che però lo stato nazionale favorisce, fomenta, catalizza) si può, ma non necessariamente in concomitanza con le celebrazioni dell’unità ; invece le comunità  inglobate nello stato italiano potrebbero definire una loro ricorrenza, anche annuale, durante la quale — non in maniera folcloristica — festeggiare le loro culture e rivendicare le loro pari opportunità ;

– sull’autonomia sudtirolese questo blog difende una linea diversa, che mira a superarlo in un’ottica di avanguardia europea; anche se una cosa è buona (e lo è) questa non è una ragione per fermarsi, invece di ricercare soluzioni che favoriscano nuove linee di sutura;

– è più che legittimo che ai diritti corrispondano dei doveri, ma non vanno (a mio avviso) intesi come «lealtà », che ha sapore di sudditanza e (in questo senso) non può essere una categoria dello sviluppo democratico; come accennato sopra credo che dobbiamo essere alla costante ricerca di soluzioni migliori, anche se questo minasse la lealtà  — finché non lede la legalità  e la non-violenza.

Ich weiß jetzt nicht, ob du Herrn Michelucci oder mich meinst — möchte dir aber trotzdem sagen, dass man, wenn einem nicht viel einfällt, nicht unbedingt etwas schreiben muss… ;)

Articolo condivisibile. Commento i commenti di pé.

limitare la diversità  culturale alla non-italofonia a mio avviso è troppo riduttivo, sebbene la lingua ne rimane uno dei sintomi più visibili: a) perché esistono comunità  storicamente italofone non senz’altro assimilabili/subordinabili alla «nazione italiana»; per rimanere in ambito tirolese potremmo citare i trentini e una buona fetta degli «italiani» in Sudtirolo; b) perché esistono comunità  storicamente non italofone che nel frattempo sono già  state parzialmente o completamente assimilate linguisticamente, ma non culturalmente;

Se i trentini non sono assimilabili alla “nazione italiana” a quale “nazione” sarebbero di grazia assimilabili? E perché, poniamo, i toscani sarebbero più assimilabili alla “nazione italiana” dei trentini? Quale concetto di “nazione” stai facendo qui valere? E gli italiani del Sudtirolo? Loro a che “nazione” apparterrebbero?

– festeggiare «le Italie», o meglio, le diverse culture e popoli che si ritrovano (volenti o nolenti) a far parte dello stato nazionale è molto difficile quando gran parte di queste diversità  vengono calpestate nella quotidianità  (l’Italia non ha mai ratificato la carta delle minoranze, le lingue non sono ufficiali nei loro rispettivi territori, non vengono insegnate sufficientemente nelle scuole ecc. ecc.) e anche i festeggiamenti ufficiali hanno caratteristiche che negano il pluralismo culturale. Nell’occasione celebrativa sarebbe lo stato a dover tendere la mano, ma non ne è capace nemmeno nel caso della relativamente «forte» comunità  sudtirolese.

In presenza dei “calpestamenti” da te citati è proprio un discorso sulle differenti “Italie” il primo passo per il riconoscimento dei loro diritti. E l’occasione celebrativa è quanto di meglio (o d’opportuno) per attivare un simile discorso.

– dunque, festeggiare le Italie, la non-uniformità  (che però lo stato nazionale favorisce, fomenta, catalizza) si può, ma non necessariamente in concomitanza con le celebrazioni dell’unità ; invece le comunità  inglobate nello stato italiano potrebbero definire una loro ricorrenza, anche annuale, durante la quale — non in maniera folcloristica — festeggiare le loro culture e rivendicare le loro pari opportunità ;

Stesso discorso di prima: se non ora quando? Puoi immaginarti una ricorrenza festiva che celebri le peculiarità  non riconosciute? Persino il Sudtirolo – che usufruisce di uno status particolare riconosciuto – non riesce a trovare un giorno adatto al “festeggiamento” dell’autonomia.

– sull’autonomia sudtirolese questo blog difende una linea diversa, che mira a superarlo in un’ottica di avanguardia europea; anche se una cosa è buona (e lo è) questa non è una ragione per fermarsi, invece di ricercare soluzioni che favoriscano nuove linee di sutura;

È del tutto indimostrabile e fideistico l’argomento secondo il quale il superamento dell’autonomia rappresenterebbe un’avanguardia europea. Se una cosa è buona (e lo è) sussitono solo margini di miglioramento verso l’ottimo. Finora ogni nuova “linea di sutura” è stata vissuta qui come minaccia portata alla sussistenza dei gruppi linguistici. L’autonomia si è rivelata storicamente il meccanismo migliore per la tutela dei diversi gruppi linguistici. O siete in grado di dimostrare con cosa si sostituisce l’autonomia (e intendo: i suoi meccanismi di regolamento applicati alla convivenza di più gruppi linguistici su uno stesso territorio) o il discorso è privo di contenuto.

– è più che legittimo che ai diritti corrispondano dei doveri, ma non vanno (a mio avviso) intesi come «lealtà », che ha sapore di sudditanza e (in questo senso) non può essere una categoria dello sviluppo democratico; come accennato sopra credo che dobbiamo essere alla costante ricerca di soluzioni migliori, anche se questo minasse la lealtà  — finché non lede la legalità  e la non-violenza.

“Lealtà ” significa riconoscimento della legalità . Soluzioni migliori da ricercare che esulino dalla “lealtà ” (cioè dal riconoscimento del piano di legalità  sul quale basiamo la nostra convivenza) significa sostituire questo tipo di “lealtà ” con una “lealtà ” alternativa. Quale?

Se i trentini non sono assimilabili alla ”nazione italiana” a quale ”nazione” sarebbero di grazia assimilabili?

Non ho scritto «non assimilabili» bensì «non senz’altro assimilabili». Comunque: Probabilmente a nessuna.

E perché, poniamo, i toscani sarebbero più assimilabili alla ”nazione italiana” dei trentini?

Questa è una domanda alla quale solo «loro» in quanto società  possono dare una risposta. In ogni caso fa parte delle finzioni implicite al concetto di «stato nazionale».

In presenza dei ”calpestamenti” da te citati è proprio un discorso sulle differenti ”Italie” il primo passo per il riconoscimento dei loro diritti. E l’occasione celebrativa è quanto di meglio (o d’opportuno) per attivare un simile discorso.

A mio avviso no, perché è una ricorrenza che è «della» nazione e i cui festeggiamenti «essa» (in quanto istituzioni, stato centrale ecc.) organizza e coordina. Evidentemente, inconscia della realtà , ha optato per un progetto di stampo nazionalista (di festeggiamento dell’Italia invece che delle Italie) e ogni partecipazione delle Italie sarebbe in subordine. Per questo — ripeto: a mio avviso — non è il momento di festeggiare (prima si fa e poi si festeggia e non viceversa).

Stesso discorso di prima: se non ora quando? Puoi immaginarti una ricorrenza festiva che celebri le peculiarità  non riconosciute? Persino il Sudtirolo – che usufruisce di uno status particolare riconosciuto – non riesce a trovare un giorno adatto al ”festeggiamento” dell’autonomia.

Sì, posso immaginarmelo, e potrebbe essere ampliato ad altre realtà  (esterne allo stato italiano) proprio per esorcizzare ulteriormente il carattere potenzialmente «nazionale» di una tale ricorrenza. Il festeggiamento di ciò che si è raggiunto non c’entra molto secondo me — e necessiterebbe di un discorso a parte.

È del tutto indimostrabile e fideistico l’argomento secondo il quale il superamento dell’autonomia rappresenterebbe un’avanguardia europea. Se una cosa è buona (e lo è) sussitono solo margini di miglioramento verso l’ottimo. Finora ogni nuova ”linea di sutura” è stata vissuta qui come minaccia portata alla sussistenza dei gruppi linguistici. L’autonomia si è rivelata storicamente il meccanismo migliore per la tutela dei diversi gruppi linguistici. O siete in grado di dimostrare con cosa si sostituisce l’autonomia (e intendo: i suoi meccanismi di regolamento applicati alla convivenza di più gruppi linguistici su uno stesso territorio) o il discorso è privo di contenuto.

È del tutto indimostrabile e fideistico che si arriverebbe a un miglioramento, come lo è praticamente nel caso di qualsiasi cambiamento, inclusa l’unità  d’Italia (che secondo me è effettivamente fallimentare) e l’unità  europea (che nonostante le molte difficoltà  rimane un esempio positivo, se non altro per l’effetto di pacificazione). Non possiamo dimostrare come sarà  il futuro come nessuno è in grado di farlo.

”Lealtà â€ significa riconoscimento della legalità . Soluzioni migliori da ricercare che esulino dalla ”lealtà â€ (cioè dal riconoscimento del piano di legalità  sul quale basiamo la nostra convivenza) significa sostituire questo tipo di ”lealtà â€ con una ”lealtà â€ alternativa. Quale?

La lealtà  alternativa (intendendola come la intendi tu, dato che altrimenti va rifiutata) può essere nei confronti di una carta fondamentale che garantisca la coesione sociale e la pari dignità  (in senso post-etnico) di chi risiede in questo territorio, e di una sovrastruttura europea che garantisca, tra le altre cose, i diritti fondamentali.

1. Gli stati nazionali sono dunque finzioni. Certo. Come le cosiddette culture. È tutto una finzione. Io ci sto. Il problema è convincere gli altri.

2. L’Inghilterra festeggia. La Francia festeggia. La Germania festeggia. E sicuramente queste nazioni (ancorché finte) non lo fanno mettendo in primo piano le “Inghilterre”, le “France” e le “Germanie”. Solo l’Italia – guarda un po’ – non dovrebbe festeggiare. Secondo te bisognerebbe far passare il centocinquantenario così, come niente fosse. Curioso.

3. Il festaggiamento di ciò che si è raggiunto non è un discorso a parte: è il discorso che mette capo alla pluralità  che tu (ma anch’io) difendi. Il punto è che non si fa. Qui si festeggia (e in modo assai cospicuo e pomposo) un “eroe” che nel 1809 si battè per Dio, l’Imperatore e la Patria (cioè tre cose per le quali, francamente, non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare).

4. L’unità  d’Italia non è solo fallimentare. Anche perché altrimenti dovrei dire che la divisione era e sarebbe meglio. E ci sono ottime ragioni per dimostrare che 1) non era meglio e 2) è molto discutibile che sarebbe meglio.

5. Habermas (che io seguo) ritiene indispensabile l’elaborazione di una costituzione in senso post-etnico (prevalenza dello ius soli sullo ius sanguinis ecc.). Ma ciò non comporta una “preventiva” decomposizione degli stati nazionali in unità  territoriali più piccole! Il “dissolivimento” dell’egemonia nazionale deve avvenire per l’appunto all’interno di una cornice più AMPIA senza allungare inutilmente il percorso atto a pervenire a quel tipo di approdo.

1. Gli stati nazionali sono finzioni legittime. Anche se hanno fatto moltissimi danni. Ma chi ci crede è liberissimo di aderirvi… e questa, suppongo, è la differenza che intercorre tra i toscani e i trentini. I trentini hanno aderito allo stato, però molto meno alla nazione, ad esempio battendosi per un’autonomia altrimenti ingiustificabile.

2. L’Inghilterra festeggia — ma il Regno Unito si compone di molte realtà  visibili e raramente calpestate. Che festeggino pure anche la Francia e la Germania, ma non sono degli esempi da seguire. E non ho nemmeno detto che l’Italia non debba festeggiare (qui ti fai trasportare dallo spirito polemico), ma solo che — a mio avviso — per le comunità  che esulano da quello che è il concetto di «nazione» non è il momento di partecipare.

3. Il festeggiamento di quanto si è raggiunto è una cosa a parte rispetto alla partecipazione ai festeggiamenti per l’unità  d’Italia. E io non ho festeggiato nemmeno Andreas Hofer.

4. Qui le nostre opinioni inesorabilmente divergono.

5. Immagino che né tu né Habermas siate in grado di fornire delle dimostrazioni, ed è ovvio che sia così — se in questi giorni siamo tristemente spettatori della plateale conferma che nemmeno nelle scienze esatte si sia potuto prevedere il futuro. E i giapponesi ne pagheranno le conseguenze.

1. I trentini hanno si sono battuti per un’autonomia (sacrosanta) anche perché sono “entrati” a far parte dell’Italia nel 1918. I toscani qualche decennio prima e in una ben diversa costellazione di fatti/eventi. Del resto, non mi risulta che attualmente in Trentino siano attualmente maggioritari dei movimenti di non adesione alla “finzione legittima”.

2. Non sono esempi da seguire neppure la partecipazione a imprese militari fuori dai confini, se è per questo. Sono molti gli “esempi da non seguire”. Esiste però una logica di tipo nazionale che – sai com’è – si attiva in modo quasi spontaneo (e non necessariamente per imitazione). Sulle comunità  che “esulano da quello che è il concetto di nazione”, io penso, è del tutto legittimo un modus celebrandi differente. Più problematica la tipica alzata di spalle che testimonia solo arroganza e mancanza di consapevolezza istituzionale (mi riferisco alla “lealtà ” della quale discutevamo sopra).

3. No. Il festeggiamento di quanto si è raggiunto (autonomia) è inerente al festeggiamento di una storia che ha visto nel raggiungimento della costituzione un punto di sviluppo essenziale anche per quel che si è raggiunto qui (autonomia!).

4. Non è un problema.

5. Non so se sia necessario dimostrare che partendo da A si fa prima a raggiungere B secondo il tracciato A-B e non A-C-B. Più che di scienza si tratta dunque di logica. Ma è anche vero che: Immer kann man die Logik so auffassen, dass jeder Satz sein eigener Beweis ist (Wittgenstein, Tractatus, 6.1265) e quindi con ciò non dimostrare altro che la logicità  delle proprie proposizioni.

Oltre all’ottimo intervento di Michelucci, condivido in larga misura le osservazioni puntuali di pérvasion, il quale esprime secondo il suo punto di vista quella comprensibile disillusione che misi a suo tempo in discussione. La piega assunta dalle celebrazioni “nazionali” – al contrario della mia fiducia ottimistica alla vigilia – non mi lascia ben sperare riguardo un’inclusione maggiore delle diversità  geografiche che compongono l’Italia. Basta notare quale scarsa attenzione alle “Italie” riservino le testate giornalistiche nazionali (soprattutto a sinistra, con un ritrovato patriottismo in chiave anti-leghista): conservo un ‘Venerdì’ di Repubblica “speciale Unità ” con un articolo sul Sudtirolo (ma in realtà  non solo quello) da far rizzare i capelli. E quest’oggi nella stessa Repubblica compare un articolo discutibile sull’inno di Mameli non intonato dai sudtirolesi. Comunque, Durnwalder non favorì affatto – perlomeno in prima battuta – qualsivoglia forma di dialogo che ci risparmiasse l’implicito conflitto tra differenti prospettive della medesima Italia: quella plurale delle autonomie e delle “piccole patrie” culturali e identitarie, oppure l’Italia confusamente centralista che si riconosce in un’unica stereotipata e incontestabile “biografia della nazione”. Fermo restando che trovo fisiologico e quasi inevitabile che il Belpaese festeggi la “sua” unità  già  precaria, marcando i segni distintivi più unificanti e meno divergenti del passato, condivido con Gabriele la speranza che i festeggiamenti del 150° attivino a loro volta una riflessione più pacata e responsabile, un discorso incentrato sulle contraddizioni dello Stato unitario e volto a riconoscerne la natura quasi costitutiva nel progetto Italia in sé. In ogni caso, ho già  espresso altrove l’auspicio che il nostro Sudtirolo possa ritrovare in un simile dibattito lo spazio per “spiegarsi”, spiegare meglio la ragione delle sue peculiarità  storiche e (oserei dire) geopolitiche. Rafforzando in loco l’autogoverno territoriale e trasmettendo al paese la consapevolezza di un federalismo indispensabile per l’Europa.

mir scheint, micheluccis kommentar hat uns allen gut getan und die diskussion wieder – nach einigen forscheren und wenig zielführenden ausflügen – auf eine konstruktive ebene zurückgeholt. es war wieder einmal nötig einen gemeinsamen nenner zu finden, von dem aus man sich wieder gemeinsam weiter voran bewegen kann, anstatt uns auf eine “traditionelle” südtiroler diskussionskultur (stichwort: ethnische trennlinie) – im wahrsten sinne des wortes – (rück)zubesinnen.

@ hunter

Con tutto il rispetto per questi contributi “da fuori”: le cose che dice Michelucci rappresentano l’opinione generale della parte più avveduta dei commentatori locali. Incluso il sottoscritto. Ah, anche Michelucci è toscano. Sarà  un caso? ;)

I trentini hanno aderito allo stato, però molto meno alla nazione, ad esempio battendosi per un’autonomia altrimenti ingiustificabile.

Una buona definizione secondo me, come alcuni altri punti espressi prima. Seppur molto intorpidito questo spirito lo si ritrova ancora tra i trentini, l’autonomia non può essere liquidata come un colpo di fortuna. Detto ciò si può trovare nelle valli trentine, vera zona di confine da tempo, ogni sorta di sfumatura del concetto di patria e “nazione”, da quello che aderisce senza mezzi termini a quella italiana, a chi si rifugia nella “tirolesità ” o si sente in qualche modo legato all’Austria. E tutte queste sfumature sono a mio avviso legittime e storicamente giustificate. Come poi vengano presentate, a seconda delle epoche e del “padrone”, è un altro discorso.

Se i trentini non sono assimilabili alla ”nazione italiana” a quale ”nazione” sarebbero di grazia assimilabili?

Non ho scritto «non assimilabili» bensì «non senz’altro assimilabili». Comunque: Probabilmente a nessuna.

Quoto anche qua, probabilmente a nessuna. Ed è questo il “problema”, che allo stesso tempo potrebbe diventare “vantaggio”, dei trentini. Tollerare l’Italia, senza mai mostrare eccessivo entusiasmo o avversione, in mancanza di una vera alternativa nel quadro “nazionale” attuale. Un accostamento all’attuale Austria avrebbe infatti poco senso, anche se secondo me i trentini “stonerebbero” per certi versi meno di quanto non lo facciano in Italia. Il ruolo potenziale dei trentini è a mio giudizio da non sottovalutare anche per quanto riguarda il futuro del Südtirol. Purtroppo sono in pochi ad esserne consapevoli o a curarsene, a Trento come a Bolzano.

@Trentiner

I trentini delle valli sono una cosa abbastanza particolare. Io cerco sempre di informarmi presso i miei conoscenti trentini su quali siano i valligiani più “pittoreschi”, finora son sempre saltate fuori 3 zone: Val di Sole, Mocheni, Primiero. Mi propongo sempre di farci un giro, appena c’è qualche sagra di paese, ma non trovo mai il tempo… e poi anche quì a valli “curiose” non stiam messi male! ;-)
Quest’estate fui per un’intera settimana in un paesino periferico della Val di non vicino a Cles. Era abbastanza curioso vedere i vecchi al bar: sembrava di stare da me in paese, stesse facce, stesso abbigliamento, stesso modo di fare. Le chiese però sono costruite in modo diverso e la gente, invece che dialetto bavarese meridionale, parla un idioma direi al confine tra italiano e ladino.

zu den trentinern folgende anekdote:

ich frage meinen italien-händler in pergine, ob er denn – wenn südtirol italien verlassen würde – weiterhin unsere guten SÜDTIROLER LEBENSMITTEL in italien verkaufen könnte?

der händler wiegte lange seinen kopf und dachte nach.

da sprang ihm sein assistent zu hilfe und sagte wie aus der pistole geschossen: “se ve ne andate – prendete anche noi!”

E gli italiani del Sudtirolo? Loro a che ”nazione” apparterrebbero?

Ecco, la finzione (legittima, ma che rifiuto) vuole che un sudtirolese di lingua tedesca sia più simile a un abitante di Lübeck che a un concittadino di lingua italiana. E che un sudtirolese di lingua italiana sia più simile a un abitante di Gela che a un concittadino di lingua tedesca. È una cosa talmente senza senso, che per affermarla è spesso necessaria la violenza (fisica o intellettuale).

se ve ne andate – prendete anche noi!

Tra il resto i Trentini dall’unità  d’Italia ci persero in pieno. Nel 1859 e 1866, quando il “lombardo-veneto” venne annesso al Regno d’Italia loro si trovarono prima sbarrati ad ovest e poi anche ad est. Si ritrovarono provincia di confine, una specie di appendice e l’economia già  non florida, ne soffrì gravemente. Divenne una terra di fortissima emigrazione fino alla seconda guerra mondiale. Si spostavano a cercar fortuna verso il Sudtirolo (le prime comunità  italiane di Gargazzone e Postal risalgono a questi anni), verso l’Austria, successivamente verso l’italia (mia nonna andò negli anni ’30 a fare la domestica in una famiglia borghese di Livorno ed all’epoca emigrare era ancora prassi diffusa) e addirittura verso l’america. Ma nel 1866 erano veramente una manciata di persone che volevano annettersi al regno; purtroppo però molti ad Innsbruck e Vienna non seppero cogliere il disagio della popolazione, non concessero nè l’autonomia, nè un’università  italiana ed in questo clima attecchì progressivamente l’irredentismo.

Ecco, la finzione (legittima, ma che rifiuto) vuole che un sudtirolese di lingua tedesca sia più simile a un abitante di Lübeck che a un concittadino di lingua italiana.

Ecco, sono finzioni che funzionano finchè nessuno (altoatesino o sudtirolese) incontra davvero un prussiano o un siciliano nel loro ambiente naturale. Per carità , lungi da me il dire che la Germania settentrionale o la Sicilia siano terre senza fascino. Dico solo che man mano che ci si allontana geograficamente dal Sudtirolo le cose divengono sempre più “strane”… :-D

Ecco, la finzione (legittima, ma che rifiuto) vuole che un sudtirolese di lingua tedesca sia più simile a un abitante di Lübeck che a un concittadino di lingua italiana. E che un sudtirolese di lingua italiana sia più simile a un abitante di Gela che a un concittadino di lingua tedesca. È una cosa talmente senza senso, che per affermarla è spesso necessaria la violenza (fisica o intellettuale).

Guarda. Io penso di avere più cose simili con te che con mio cugino Andrea Nota, che non vedo da una vita e col quale forse non riuscirei a scambiare una parola. Ne esistono molte di finzioni… eppure.

Le identità  collettive sono tutte “finzioni legittime” ma non per questo meno “vere” e parte integrante delle identità  individuali. Premesso questo, penso si possa affermare tranquillamente che i toscani sono più assimilabili alla nazione italiana dei trentini, per l’ovvia differenza che passa tra una popolazione che fin dall’inizio è stata al centro della costruzione dell’Italia come fatto culturale e identitario e una di confine, che per lunghi secoli ha fatto giuridicamente parte di un’altra grande area europea. Per i toscani l’essere italiani è un fatto aproblematico, nel senso che lo danno per scontato e non si pongono la questione. Se qualcuno gli chiede se si sentono anche tali la risposta più probabile sarà  un “Boh”, anche per l’istintiva, ironica avversione che provano per tutto ciò che è impostato in modo retorico, come questi festeggiamenti del 17. Vi posso assicurare che l’umore prevalente va dall’indifferenza al malumore, più che altro per questo giorno di vacanza che va detratto forzatamente dal monte ferie annuo, soluzione che è stata trovata per contentare un pò tutti, Napolitano da una parte, la Lega Nord e la Confindustria dall’altra, e che naturalmente ha scontentato tutti.

Questo significherebbe che attaccano qualcuno che è indifeso. Anche se Bertoldi è (o fa finta di essere) uno sprovveduto rimane un esponente ufficiale del partito di governo — e quindi la responsabilità  delle sue azioni non è solo sua personale. Mi pare più che doveroso segnalare i contatti tra il PDL e l’estrema destra (a maggior ragione in Sudtirolo), che tra l’altro non si limita ai giovincelli… ad esempio Paolo Bertolucci, capogruppo del PDL in consiglio comunale a Bolzano, ha partecipato alla manifestazione di CasaPound del 10 febbraio.

È uno sprovveduto totale. Accusare d’incoerenza Bertoldi mi fa sorridere. Anzi, mi fa sorridere persino pensare che si tratti di un “esponente ufficiale del partito di governo”.

1. I trentini hanno si sono battuti per un’autonomia (sacrosanta) anche perché sono ”entrati” a far parte dell’Italia nel 1918. I toscani qualche decennio prima e in una ben diversa costellazione di fatti/eventi. Del resto, non mi risulta che attualmente in Trentino siano attualmente maggioritari dei movimenti di non adesione alla ”finzione legittima”.

Hanno risposto per me Trentiner, tuscan, fabivS.

2. Non sono esempi da seguire neppure la partecipazione a imprese militari fuori dai confini, se è per questo. Sono molti gli ”esempi da non seguire”. Esiste però una logica di tipo nazionale che – sai com’è – si attiva in modo quasi spontaneo (e non necessariamente per imitazione). Sulle comunità  che ”esulano da quello che è il concetto di nazione”, io penso, è del tutto legittimo un modus celebrandi differente. Più problematica la tipica alzata di spalle che testimonia solo arroganza e mancanza di consapevolezza istituzionale (mi riferisco alla ”lealtà â€ della quale discutevamo sopra).

Gli esempi da non seguire sono tanti e perciò per quanto nelle mie modeste possibilità  non le seguo. Ho già  detto che il modus celebrandi differente per me va benissimo, ma andrebbe anche inserito in un contesto completamente diverso. L’alzata di spalle non è nei confronti della ricorrenza in sé, quanto invece nei confronti delle celebrazioni come sono state concepite (e come era ovvio che venissero concepite a partire dal Selbstverständnis di questo stato/di uno stato nazionale).

3. No. Il festeggiamento di quanto si è raggiunto (autonomia) è inerente al festeggiamento di una storia che ha visto nel raggiungimento della costituzione un punto di sviluppo essenziale anche per quel che si è raggiunto qui (autonomia!).

Vedi sopra.

4. Non è un problema.

5. Non so se sia necessario dimostrare che partendo da A si fa prima a raggiungere B secondo il tracciato A-B e non A-C-B. Più che di scienza si tratta dunque di logica. Ma è anche vero che: Immer kann man die Logik so auffassen, dass jeder Satz sein eigener Beweis ist (Wittgenstein, Tractatus, 6.1265) e quindi con ciò non dimostrare altro che la logicità  delle proprie proposizioni.

È ovvio che puoi piegare la logica a tuo piacimento. Potrei anche dire che io voglio andare da A a C passando per B mentre tu vuoi modificare A affinché divenga C. Un esempio dalla mia esperienza professionale: Logica direbbe che è più semplice ristrutturare un edificio per farlo corrispondere a nuove esigenze. Invece spesso è più semplice ed economico abbatterlo per costruirne uno nuovo. Nella fattispecie, io sono dell’avviso che è più difficile riformare l’Italia in senso post-nazionale (anzi, è più difficile riformare l’Italia tout court) che cercare un nuovo modello che in un primo momento possa convivere con gli stati nazionali, contribuendo a modificare l’UE in chiave post-nazionale. Aggravante: È difficile che gli italiani riescano a riformare l’Italia, è infinitamente più difficile che i sudtirolesi (di tutte le lingue) riescano a riformare l’Italia. IMHO.

È uno sprovveduto totale. Accusare d’incoerenza Bertoldi mi fa sorridere. Anzi, mi fa sorridere persino pensare che si tratti di un ”esponente ufficiale del partito di governo”.

Anche Berlusconi sembrava uno sprovveduto. Accusare d’incoerenza Berlusconi mi fa sorridere. Anzi, mi fa sorridere persino pensare che si tratti di un presidente del consiglio. Eppure…

Non voglio dire che Bertoldi è pericoloso quanto Berlusconi (nemmeno 1/10000 di lui), ma che questa gente non va mai sottovalutata.

Trentiner & co. non hanno confutato quanto dico io.

L’alzata di spalle è nei confronti della ricorrenza in sé, in quanto non mi risulta che Durnwalder intendesse “ricordare” in altro modo la ricorrenza. Prevengo la scontata obiezione: ma non è tenuto a farlo. Infatti. L’unica cosa che era tenuto a fare era reagire in modo diverso da come ha reagito. Ma non è possibile aspettarsi troppo da Durnwalder. L’uomo è quello che è.

Torno a ribadire: è risibile cercare di puntare all’Europa creando un micro-stato alpino abitato da 500.000 scemi che litigherebbero subito su tutto come e più di prima. Già  i sudtirolesi sono abituati a considerarsi l’ombelico del mondo. Figuriamoci se diventassero uno stato autonomo. Mi vengono i brividi.

I trentini ”stonano” in Italia? Boh. In che senso?

@ gadilu

È sempre difficile fornire una spiegazione o una giustificazione alle impressioni, e io non mi ritengo il più titolato a farlo. Ma credo in questo caso di poter dire qualcosa, avendo vissuto a lungo in Trentino, in Italia settentrionale e ora in Austria, oltreché fuori Europa. E ciò che mi porta a dire quello che dico sono le varie impressioni accumulate nei vari luoghi. Fino a non molto tempo fa mi interessavo poco a questi temi e molte delle idee espresse su questo e altri blog sono sorte in me quasi spontanee.

Quando dico che i trentini stonerebbero meno in Austria che non in Italia mi riferisco all’impostazione di base, quell’insieme di caratteri comportamentali che influenzano in un modo o nell’altro le azioni e i pensieri di tutti i giorni. A me questo sembra perfettamente comprensibile considerando il percorso storico del Sudtirolo (qui incluso Trentino), trovo anche normale che ci sia chi tra i trentini si sente più vicino alla componente italiana. Quello che non riesco a vedere è la lingua come elemento caratterizzante definitivo di una popolazione, seppur sia senza dubbio una componente importante nel definire le influenze che dall’esterno possono arrivarci.

Come poi rilevato più volte, ed evidente a chiunque ne faccia esperienza, c’è una differenza enorme nell’impostazione tra la città  di Trento e le valli trentine, anche senza andare a cercare le più “estreme”, come quella mochena (Bernstol).

Con tutto ciò non voglio dire che con l’Austria andrebbe (o sarebbe andato) tutto meglio, sarebbero sicuramente sorti altri tipi di problemi, come è inevitabile accada ad una zona di confine, con l’attuale impostazione degli Stati nazionali.

@ otto & fabivS

Interessanti aneddoti, i vari “idiomi” che si incontrano nelle valli trentine e sudtirolesi danno già  un’idea di quanto frastagliato sia il panorama della nostra regione, molto più di quanto le tre “etnie” (parola che mi piace ancora meno che “lingua”) ufficiali possano spiegare. Certo si dirà  il Trentino-Südtirol non è l’unico a poter vantare questa varietà , e allora si ritorna un po’ al tema principale di questo post…

Trentiner (ma perché non semplicemente “trentino”?): certamente la lingua non dovrebbe costituire un preponderante strumento d’identificazione! Figurarsi. Peccato però che l’unità  del Tirolo storico sia andata in pezzi proprio per questioni eminentemente linguistiche (verrà  mai un giorno nel quale sentirò superflua la necessità  di citare Claus Gatterer?). Risentirla ADESSO, quell’unità  perduta, è certamente commovente. Permettimi di aggiungere che si tratta di una nostalgia resa possibile da 1) l’esito disastroso di due guerre mondiali e 2) quasi settant’anni di buona pace regolata da un principio di divisione nazionale (calmate le acque – e ce n’è voluto! – oggi possono sbocciare bellissime storie d’amore tra Trento e Innsbruck).

500.000 scemi che litigherebbero subito su tutto come e più di prima.

Sarà : magari ci rincoglioniremo a livelli oltre l’immaginabile. E litigheremo, litigheremo, e ci instupidiremo sempre di più… Oddio!!! è una tragedia: forse un giorno voteremo anche noi Berluscono capo del governo…

Berlusconi no. Ebner forse. Magari addirittura Knoll. Come dire: visto cosa combiniamo noi con l’indipendenza?

@ E-Ire
sensationell!!!

@ pérvasion
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Ich bin schon länger auf der Suche nach einem entsprechenden Plugin — aber leider noch nicht fündig geworden. Falls jemand einen Tipp hat, wie man das bewerkstelligen könnte, kann sie/er sich gerne hier melden.

Trentiner (ma perché non semplicemente ”trentino”?):

Non lo so, era la prima cosa che mi era venuta in mente a quel tempo e in quel contesto, “[ein] Trentiner”, e perché adesso dovrei confondere la gente?

certamente la lingua non dovrebbe costituire un preponderante strumento d’identificazione! Figurarsi. Peccato però che l’unità  del Tirolo storico sia andata in pezzi proprio per questioni eminentemente linguistiche (verrà  mai un giorno nel quale sentirò superflua la necessità  di citare Claus Gatterer?). Risentirla ADESSO, quell’unità  perduta, è certamente commovente. Permettimi di aggiungere che si tratta di una nostalgia resa possibile da 1) l’esito disastroso di due guerre mondiali e 2) quasi settant’anni di buona pace regolata da un principio di divisione nazionale (calmate le acque – e ce n’è voluto! – oggi possono sbocciare bellissime storie d’amore tra Trento e Innsbruck).

gadilu, lungi da me l’abbandonarmi a sentimentalismi sull’antico Tirolo. Dico solo che se è stato “insieme” per così tanto tempo (seppur in forme diverse) una così brutta idea non lo era. Eventi vari hanno poi portato alla sua dissoluzione, con la scusa delle differenze linguistiche. Hai ragione forse meglio di così non poteva andare in fin dei conti, ma perché non ammettere che quell’impostazione caratteriale comune possa tornare utile al giorno d’oggi in un clima per nostra fortuna diverso da quello di inizio Novecento?

Trentiner, sono il primo a riconoscere che una certa riscoperta dell’antica unità  del Tirolo sarebbe una cosa buona e giusta.

È uno sprovveduto totale. Accusare d’incoerenza Bertoldi mi fa sorridere. Anzi, mi fa sorridere persino pensare che si tratti di un ”esponente ufficiale del partito di governo”.

E non basta: Sul sito di Antifa Meran si è firmato così:

Viva l’Italia!

Alessandro Bertoldi
(In quest’occasione, non Dirigente PDL, ma onorato di essere Responsabile giovanile del Comitato ufficiale Unità  d’Italia Alto Adige)

Urca. Tra un po’ pretenderà  di essere ricordato tra i Padri della Patria, accanto a Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini e Garibaldi. :)

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