Come in altre aree linguistiche minorizzate — ad esempio nelle zone bascofone —, anche nei paesi di lingua catalana vengono regolarmente organizzate «maratone» di assertività linguistica. Ciò significa che le persone che parlano la lingua minorizzata vengono invitate a mantenerne l’uso anche nei confronti di chi parla la lingua maggioritaria, in misura maggiore di quanto non si sia normalmente abituati a fare.
Infatti, quello di assecondare immediatamente — e quindi in modo proattivo — chi parla la lingua dominante, senza opporre la minima resistenza, è un fenomeno che si riscontra in quasi tutte le minoranze linguistiche, anche in Sudtirolo. L’effetto è che chi non è di madrelingua viene raramente confrontato con la lingua minoritaria e ha quindi poche possibilità di praticarla nella vita quotidiana.
Va chiarito un aspetto fondamentale: l’assertività linguistica non significa rifiutarsi ostinatamente di cambiare lingua in qualsiasi circostanza, né implica aggressività o chiusura. Significa piuttosto smettere di passare automaticamente alla lingua dominante, ancor prima che ciò sia davvero necessario, come se fosse l’unica opzione «neutra» o legittima nello spazio pubblico.
Molto spesso, infatti, non ci si rende nemmeno conto che la persona che abbiamo di fronte è in grado di comunicare nella lingua minoritaria, pur non senza imperfezioni, perché non si è nemmeno tentato di usarla. Questo vale a maggior ragione per persone che percepiamo come «straniere» e che, per una forma di pregiudizio interiorizzato, reputiamo incapaci di parlare la lingua minorizzata. Inoltre comprendere una lingua — anche senza saperla parlare bene — è spesso già sufficiente per permettere una comunicazione plurilingue equilibrata.
La sostituzione linguistica, del resto, oggi raramente avviene attraverso divieti espliciti o repressione diretta. Molto più spesso passa attraverso automatismi sociali, costanti accomodamenti e forme interiorizzate di subordinazione. Le lingue minorizzate quindi spesso non «muoiono» per coercizione, ma per eccesso di «cortesia» malintesa.
Da domani, dunque, sette associazioni linguistiche catalane sfidano la popolazione a «mantenere» la lingua catalana per 21 giorni con chiunque la capisca anche solo un po’, con tanto di testimonial di forte impatto e specifica applicazione per smartphone, che sostiene i partecipanti nell’intento e invita a condividere le proprie esperienze.
Quest’anno, inoltre, l’accento dell’iniziativa viene posto sull’ambito sanitario, con l’invito a chiunque lavori in tale settore a rivolgersi inizialmente in catalano ai pazienti, ma anche ai colleghi, in modo da sviluppare nuove abitudini che contrastino la minorizzazione linguistica. L’iniziativa viene sostenuta anche da associazioni del settore.
Va da sé che l’intento è quello di mantenere un atteggiamento di assertività linguistica anche oltre i 21 giorni dell’iniziativa, ma le tre settimane dal 7 al 28 maggio servono a focalizzarsi sulla questione e a semplificare psicologicamente il compito, grazie allo spirito collettivo e ludico della sfida. Inoltre, il sostegno politico e mediatico prepara anche i parlanti della lingua maggioritaria a venire confrontati più spesso col catalano.
Chi normalmente parla castigliano sa dunque che durante le prossime settimane incontrerà più persone che gli chiederanno di fare uno sforzo per parlare in catalano o almeno di comprendere cosa viene detto senza pretendere inutilmente un immediato cambio di lingua, se non strettamente necessario. Un vero plurilinguismo implica inevitabilmente uno sforzo reciproco: se tutta la fatica ricade sempre sui parlanti della lingua minoritaria, il risultato è a senso unico e si rischia l’assimilazione.
Chi partecipa all’iniziativa in molti casi farà l’esperienza che praticare l’assertività linguistica non è particolarmente difficile e che molte resistenze esistono più nella propria testa che in quella degli interlocutori. I 21 giorni sono un periodo sufficiente per sviluppare nuove abitudini virtuose, capaci di riequilibrare almeno in parte il rapporto tra lingua maggioritaria e lingua minorizzata.
Rimanendo in ambito sanitario, è recentemente emerso che alcuni collaboratori del servizio sanitario pubblico sudtirolese hanno ritenuto di poter presentare certificazioni linguistiche false anche perché hanno avuto l’impressione che il tedesco qui sia una lingua superflua, nel senso che (quasi) nessun paziente di madrelingua tedesca insiste per poter essere assistito nella propria lingua, anche se sappiamo che ciò può essere fonte di disagio, malintesi e di una peggiore assistenza sanitaria.
Se i pazienti non rivendicano quasi mai il loro diritto a usare la propria lingua, il sistema finisce inevitabilmente per concludere che quella lingua non sia realmente necessaria. Il problema, dunque, non è soltanto che la maggioranza non impari la lingua minoritaria, ma anche che i parlanti della lingua minorizzata abbiano la sensazione che non se ne debba mai pretendere davvero l’uso, nemmeno in situazioni di particolare vulnerabilità.
Un esercizio di assertività linguistica — organizzato o spontaneo — anche in Sudtirolo contribuirebbe sicuramente a contrastare la percezione del bi- e trilinguismo come qualcosa di inutile o puramente formale. Proprio tale percezione rischia di alimentare un circolo vizioso: meno assertività equivale a minore esposizione alla lingua minoritaria; minore esposizione uguale a meno apprendimento; meno apprendimento rafforza l’idea che quella lingua sia opzionale; e tutto ciò accelera la marginalizzazione linguistica.
Cëla enghe: 01 02 03 04 05 06 07 08 09 10


Scrì na resposta