[Le cucine di Francia e Giappone], già riconosciute dall’Unesco nel 2010 e nel 2013, continuavano a insinuare un tarlo fastidioso nella mente dei nostri gastronazionalisti: se l’alta cucina “vera” era quella francese e se il Giappone rappresentava l’apice della purezza rituale, noi che cosa avevamo da opporre, oltre al solito repertorio di paste, sughi e litigi su come si fa davvero la carbonara?
In un paese in cui la politica ha fatto della tradizione un’arma identitaria – dalla crociata contro gli insetti alla diffidenza verso la carne coltivata – l’Unesco cade come una colata di burro sui rigatoni. Perfetto per raccontare un’Italia rassicurante, immobile, saldamente ancorata alla sua cucina “di sempre”. Una cucina che, paradossalmente, non è mai esistita.
Una grande occasione mancata. Potevamo presentarci al mondo con la nostra verità: corta, accidentata, contraddittoria, ma epica. Abbiamo preferito la cartolina.
Alberto Grandi in La cucina italiana patrimonio Unesco, ma per le ragioni sbagliate, su Domani (10 gennaio 2026)

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