Il governo austriaco — composto da ÖVP, SPÖ e Neos — ha riformato i corsi di lingua obbligatori per i rifugiati, con nuove regole che entreranno in vigore a partire da aprile.
Sostanzialmente, l’obbligo è stato flessibilizzato per renderlo maggiormente compatibile sia con le esigenze familiari sia con quelle lavorative, aumentando le possibilità di apprendimento autonomo a casa o in appositi spazi pubblici, di accudimento dei bambini nonché di frequenza dei corsi in orario serale. Al contempo, tuttavia, l’obbligo sarà reso anche più severo mediante l’inasprimento di alcune sanzioni per chi non collabora o si sottrae alla partecipazione.
La riforma prevede anche un maggior orientamento dei contenuti all’uso pratico e, in particolare, l’insegnamento dei dialetti regionali a partire dal livello linguistico B1.
Tutto ciò, secondo la ministra all’integrazione Claudia Bauer (ÖVP), dovrebbe contribuire a rendere i corsi maggiormente vincolanti, più aderenti alla realtà e più effettivi.
La scelta di includere i dialetti è interessante anche se rapportata al «dibattito» attualmente in corso in Sudtirolo: mentre in Austria, a partire da un certo livello, le varietà linguistiche regionali vengono incluse esplicitamente nel percorso di integrazione, qui da noi, secondo alcuni, dovrebbe valere il contrario. Il dialetto non viene visto né come un dato di fatto neutrale né tantomeno come una risorsa, bensì come un problema — qualcosa da escludere dalla sfera pubblica a favore di una presunta lingua standard «pulita».
L’approccio austriaco, già sperimentato in alcuni Länder della vicina repubblica, riconosce che la convivenza e la comprensione non avvengono solo tramite lingue normate, ma fornendo gli strumenti per sapersi orientare nella realtà linguistica concreta di un territorio dove — esattamente come in Sudtirolo — spesso prevale il dialetto.
La partecipazione alla vita sociale difficilmente può funzionare senza una certa familiarità con i dialetti, e non ha alcun senso esigere che la popolazione locale li abbandoni — se non da un punto di vista coloniale.
Se in Austria i dialetti sono considerati una componente normale della vita quotidiana, perché dovrebbero essere trattati come un ostacolo proprio in un territorio di minoranza in cui sono altrettanto radicati e fanno parte dell’identità collettiva?

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