A nemmeno venti giorni dalle elezioni scozzesi del 7 maggio, vinte — ancora una volta — dall’indipendentista SNP, il Parlamento di Holyrood (Edimburgo) ha già chiesto ufficialmente a Londra il trasferimento della competenza necessaria per poter organizzare un secondo referendum di autodeterminazione.
Nel nuovo parlamento SNP e Verdi — le due forze chiaramente favorevoli all’indipendenza — dispongono di 73 seggi su 129, record storico di rappresentanti indipendentisti.
Ieri dunque, ancor prima della formazione di un nuovo governo scozzese, senza perdere tempo il Parlamento ha approvato con 72 voti favorevoli e 55 contrari una mozione che invita il governo britannico a concedere una nuova Section 30 order, ossia il trasferimento temporaneo della competenza necessaria a indire legalmente un ulteriore referendum.
Il fatto che i voti favorevoli siano stati 72 (e non 73) non è dovuto a defezioni: per convenzione istituzionale, infatti, il presidente dell’assemblea evita normalmente di partecipare alle votazioni, a meno che il suo voto sia necessario a sbloccare un pareggio o comunque a determinare l’esito.
Nel referendum del 2014 una maggioranza degli elettori scozzesi si era espressa a favore della permanenza nel Regno Unito. Tuttavia, pochi anni dopo, la Brexit cambiò profondamente il quadro, dato che in Scozia la maggioranza votò chiaramente per rimanere nell’UE.
La questione è particolarmente rilevante perché nel 2014 uno degli argomenti principali del fronte unionista era stato proprio che solo restando nel Regno Unito la Scozia avrebbe avuto la certezza di rimanere nell’Unione europea. Un’affermazione clamorosamente smentita dagli eventi successivi.
Come del resto si è rivelata infondata anche la previsione secondo cui una sconfitta dell’opzione indipendentista avrebbe portato a un ridimensionamento dell’autonomia scozzese.
Da Londra, almeno per il momento, non arrivano però segnali incoraggianti riguardo alla possibilità di un secondo referendum. E ciò inevitabilmente pone anche una questione più ampia: fino a che punto può dirsi realmente riconosciuto il diritto di autodeterminazione, se l’esercizio democratico di tale diritto dipende in ultima istanza dall’autorizzazione dello stato da cui ci si vorrebbe separare?
In ogni caso però il quadro britannico continua ad apparire significativamente più aperto e democratico rispetto a quanto avviene in Spagna nei confronti della Catalogna o in Italia nei confronti del Sudtirolo, dove anche solo il dibattito politico sull’autodeterminazione incontra ostacoli e rigidità infinitamente maggiori.
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