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Podiumsdiskussion.

Diesen Samstag, 9. September 2006 findet in der Cusanus-Akademie zu Brixen eine Podiumsdiskussion zum Thema »60 Jahre Friedensvertrag – 60 Jahre verwehrtes Selbstbestimmungsrecht« statt. Ab 14.20 Uhr sprechen auf Einladung des Südtiroler Schützenbundes folgende Tiroler Politiker:

  • Dr. Eva Klotz (Union)
  • DDr. Karl Zeller (SVP)
  • Pius Leitner (F)
  • Dr. Hans Heiss (Grüne)
  • Alois Wechselberger (MAS – F)
  • DDr. Erwin Niederwieser (SPÖ)
  • Bundesrat Dr. Helmut Kritzinger (ÖVP)

Moderation: Dr. Eberhard Daum

Infos: [SSB]

Rätselhaft ist, warum die Teilnahme auf die »deutschsprachigen Parteien« (Zitat Schützenbund) beschränkt wird. Dennoch ist die Diskussion mit Sicherheit eine Chance, die grundsätzliche Haltung der vertretenen Parteien zum Thema Selbstbestimmung unter die Lupe zu nehmen.

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9 replies on “Podiumsdiskussion.”

“Rätselhaft ist, warum die Teilnahme auf die »deutschsprachigen Parteien« (Zitat Schützenbund) beschränkt wird”.

Misterioso per modo di dire. L’habitus mentale di chi ha organizzato questa interessante iniziativa non prevede che i rappresentanti degli altri gruppi linguistici abbiano voce in capitolo riguardo al tema della autodeterminazione. È come se in sostanza dicessero: questa è “cosa nostra”. Dopo aver marcato a fuoco il “confine negato” si cerca di marcare a fuoco anche lo spazio delle decisioni che riguardano una terra sentita come esclusiva proprietà . Traurig aber wahr.

OK, e con questo vorresti farmi credere che ormai sei al di là  dei pregiudizi comuni? ;-)

(Non c’entra niente con questo tema – puoi quindi al limite non riportare questa righe scritte tra parentesi -, ma per un momento mi sono immaginato che chiunque, frequentando questo blog, assumesse in proprio le idee che vi si sostengono, chiunque diventasse cioè parte attiva di questo progetto, potrebbe assumere un segno di comune distinzione, magari ponendo su una vocale del suo nome e del suo nick il “nostro” caratteristico accento, che so: Taibón, Schnéeflocke, Susà¡nne e così via. Mah!)

der Schützenbund ist für seinen chauvinistischen, deutschnationalen Kurs bekannt. Er predigt eine Hegemonie des Deutschtums in Südtirol. Die Italiener haben in dieser nationalistischen Gesinnung keinen Platz, die Ladiner auch nicht, wenngleich der Schützenbund für die Ladiner angeblich eintritt. Rechte – wie etwa genau jene Einsprachigkeit der Ortsnamen, wie man sie für die Deutschen litaneihaft fordert – dürfen sie aber nicht fordern, sie müssen schon ganz still sein und sich dem Deutschtum unterordnen.
Schneflocke fragte mich nach Herrenmenschenideologie …

Pensiero stupendo: l’autodeterminazione possibile

Autodeterminazione. Anche se molti assennati commentatori negano che dall’argomento si possa ancora spremere qualcosa d’interessante, vale secondo me la pena occuparsene almeno per verificare, in scorcio, quali siano le prospettive di un’autonomia considerata un giorno come scelta di ripiego e il giorno dopo come l’indiscutibile premessa per l’edificazione del migliore dei mondi possibili. Intanto, sarebbe utile cercare di individuare il soggetto e l’oggetto di questa famigerata autodeterminazione, cioè chi dovrebbe farsene carico e chi dovrebbe poi usufruirne. Leggendo l’invito alla discussione organizzata dagli Schützen (discussione circoscritta ai rappresentanti politici, austriaci e sudtirolesi di lingua tedesca) non ci sono dubbi: l’autodeterminazione è qui ridotta ad una faccenda quasi privata, ”cosa nostra” o, con una formula più autoctona, l’ennesima enunciazione di quell’ideologia del ”mir san mir” (noi siamo noi) che utilizza il mezzo di una tautologia identitaria per escludere tutti gli ”altri”.

Ovviamente la responsabilità  per un così deprimente stato di cose non è da accollare soltanto a questi strenui difensori dell’intraducibilità  della Heimat. Anche gli italiani hanno infatti purtroppo contribuito a dare l’impressione che la lenta digestione dei provvedimenti di tutela delle minoranze rappresentasse per loro più un sacrificio, un’indebita limitazione della sovranità  nazionale, che un’occasione di sviluppo da condividere e approfondire assieme ai concittadini di lingua tedesca o ladina. In questo modo si è inevitabilmente sclerotizzato un meccanismo definibile della ”doppia calamita”, i cui poli d’attrazione svuotano di senso la cogestione di un territorio non ancora pienamente sentito come comune. La conseguenza è che da un lato ha preso così forma l’improbabile richiesta di una tutela speciale anche per il gruppo linguistico italiano, mentre dall’altro non cessa di ripresentarsi periodicamente la chimera di un ”ritorno all’Austria” basato sul disconoscimento e persino sul disprezzo di quanto l’autonomia è riuscita comunque a realizzare. Come se ne esce? A mio avviso una maggiore attenzione e persino un’adesione degli italiani alla tematica dell’autodeterminazione potrebbe sciogliere questo nodo. Ovviamente dovrebbe trattarsi di un’autodeterminazione pensata al di fuori della dialettica etnica, oltre il suo stanco ed ottuso gioco delle parti, capace per questo di coinvolgere tutta la popolazione sudtirolese in un progetto di emancipazione ideale. Si tratterebbe in sostanza di ridurre la forza d’attrazione delle calamite nazionalistiche, ancora operanti, al fine di originare una maggiore coesione interna anche al di là  delle colonne d’Ercole fissate dal modello autonomistico presente. Per usare il titolo di una celebre canzone: dal pensiero proibito potrebbe nascere un pensiero stupendo.

Ritorno in questi lidi dopo la pausa estiva e noto con piacere un rinnovamento della piattaforma. Credo che pé. abbia voluto cogliere (sbaglio?) dall’esperienza maturata assieme ai suoi stessi lettori (l’insistenza di Taibon, le mie sfuriate sul toponimo “Welschtirol” e sulla separazione dal Trentino, i contributi dell’attivissimo à‰tranger) lo spunto per un manifesto ed una innovativa grafica per la Selbstbestimmung.

::: La bandiera è certamente discutibile… ;-)
Un simbolo che potesse rappresentare in modo chiaro (ovvero comprensibile) l’unita e l’eguaglianza tra i sudtirolesi (ladini e italiani compresi) non l’abbiamo ancora trovato (a mio parere).

::: La rondine del manifesto mi ricorda quella utilizzata per la campagna sull’uso dell’Elsässisch in Alsazia. Se ne fa uso anche altrove, che voi sappiate (da qualche parte pérvasion avrà  preso spunto…chiedo al diretto interessato)?

::: «chiunque diventasse parte attiva di questo progetto, potrebbe assumere un segno di comune distinzione, magari ponendo su una vocale del suo nome e del suo nick il ”nostro” caratteristico accento, che so: Taibón, Schnéeflocke, Susà¡nne»
Và¡lentin[o], Valéntin[o] o, peggio ancora, Valentin[ó]?
Mach… (la à¡ e la ó non ce le ho sulla tastiera del mio pc!).

Mi auguro che il mio umile blog possa diventare una sorta di progetto satellite rispetto a questo. La pausa di riflessione (l’ultimo post è di un mese fa, se non sbaglio) mi consentirà  di ripensare grafica e obiettivi di Vajolet.

Ciao a tutti

Zur Schwalbe: Es war meine Idee, von den Elsässern wusste ich nichts. Dies beweist zum einen dass der Einfall so originell nicht war, zum anderen womöglich, dass die Symbolik »nachvollziehbar« ist…

Zum Manifest: Ich hatte es in dieser Form schon vor etlichen Monaten »angeschrieben«, lediglich nicht veröffentlicht. Es ist so gesehen nicht eine direkte Reaktion auf jüngere Blogeinträge, dennoch mit Sicherheit ein Produkt langer Diskussionen…

Allgemein: Es ist selbstverständlich, dass wir gemeinsam an diesem Projekt wachsen und unsere Ziele stets neu überprüfen und justieren.

Welcome back!

Impressioni raccolte sabato pomeriggio, all’Accademia Cusano, così come si sono depositate.

Allora, com’era la frase? E c’è persino chi ha messo qualche ciocco di legno nella stufa dei sogni… (gelle lieber pé?). Per gli occhi dolci della Eva (a giudizio di Loiny una donna piacente).

Però l’atmosfera era fredda, anzi gelida. Il solito freddo da camera mortuaria, nella quale i superstiti di un mondo scomparso ruminano e ruminano impotenti sulle solite due o tre questioni che a loro (ma solo a loro!) sembrano rimaste in sospeso.

Contemplando la miseria intellettuale che mi circondava, e riflettendo sulle macerie della vecchia, decrepita, Austria, mi rimbombavano in testa queste parole di Musil:

“Essere imparziali è una dura sorte, equivale ad aderire a una fazione pericolosa. Giudica imparzialmente quanto all’Austria torna di vantaggio o di danno, e puoi stare sicuro che tutti coloro i quali, in buona o in mala fede, si preparano a scavarle la fossa ti sospetteranno di aver preso partito per qualche altro scavatore loro avversario. A tal punto la parzialità  è ovunque di casa, in Austria. Ma la parzialità  non è un inquilino che paga l’affitto, è un tarlo nel legno; non è neppure il viaggiatore cieco che non paga il biglietto, è una larva di terebrante nel corpo del bruco, pronta a divorare dall’interno chi la ospita, rimpinzandosi della sua carne. La parzialità  vede dappertutto solo parzialità : non può fare altrimenti. Ed è particolarmente grave quando riguarda il problema della nazionalità “.

Il sentiero è molto stretto, per noi che abbiamo scelto di essere imparziali anche in questa Austria sopravvissuta all’Austria che è e non è il Sudtirolo.

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