Processo som(m)ar(i)o all’autonomia.

Processo sommario all’autonomia davvero irricevibile e vergognoso, ieri sera, nel salotto televisivo di Porta a Porta condotto da Bruno Vespa. Partita con una serie di pregiudizi e inesattezze plateali (non solo ma anche gli ormai ben noti — e mai visti — contributi per i gerani ai balconi), la trasmissione si è snodata lungo un percorso in larga parte predefinito, fatto di superficialità  e con lo scopo evidente di presentare un capro espiatorio per la miseria dell’Italia. Mi chiedo: il compito del giornalismo è quello di informare o quello di criminalizzare?

Al nostro Landeshauptmann Arno Kompatscher* in collegamento dal Sudtirolo, peraltro impeccabile nei suoi brevissimi interventi, non è stato dato modo di ribattere seriamente agli attacchi — l’informazione proprio non sembrava far parte del copione. Sentenza già  scritta e basata esclusivamente sul pregiudizio, insomma: le autonomie sono privilegi insostenibili e vanno abolite.

Impossibile ignorare come ogni volta che la nostra realtà  approdi alla ribalta dell’opinione pubblica statale l’invidia e l’incomprensione la facciano da padrona, ma l’interesse per le nostre istanze e di capire un sistema efficiente e funzionante (almeno rispetto agli standard italiani) sia quasi inesistente. E vale poco allora il ritornello secondo cui saremmo incapaci di spiegare la nostra autonomia, ché per farlo ci sarebbe bisogno di qualcuno interessato ad ascoltare. Insomma, in uno stato allo sbaraglio e visceralmente centralista, le autonomie virtuose danno fastidio — se non, nel nostro caso, come fabbrica di sciatori e portabandiere (anch’essi sovente «impronunciabili»).

Indignazione trasversale e senza distinzioni di lingua in Sudtirolo per quanto accaduto, dai partiti ai semplici commentatori in internet, ben rappresentata da un tweet di Rai Südtirol:

Sarebbe forse ora di pensare, tutti insieme, a un futuro comune oltre l’autonomia e «lontani» da Roma.

*) Vespa: «un nome impronunciabile», ma questo è servizio pubblico? Poteva prepararsi — se non sui contenuti – almeno sul nome degli invitati, giacché non penso che una simile arroganza e supponenza se la sarebbe potuta permettere, ad esempio, nei confronti di un invitato germanico.