In Sudtirolo c’è chi sostiene che nella sanità conti soltanto la competenza del medico e che la lingua sia un aspetto secondario. Se il medico è bravo, secondo alcuni poco importa se parla solo cinese o arabo.
La ricerca scientifica racconta però una storia molto diversa. La lingua non è soltanto una questione di identità, di cortesia o di comodità del paziente, ma un fattore di salute pubblica. Numerosi studi hanno mostrato che quando medico e paziente parlano la stessa lingua — o, ancor meglio, condividono la stessa madrelingua —, la comunicazione è più efficace, l’anamnesi è più completa, le diagnosi risultano più accurate, i pazienti comprendono meglio le terapie, seguono con maggiore precisione le prescrizioni e gli errori si riducono notevolmente (cfr. 01 02).
Ora però un ampio studio pubblicato su AJE Advances: Research in Epidemiology (Oxford Academic) aggiunge un tassello particolarmente significativo. Analizzando i dati amministrativi e sanitari di decine di migliaia di canadesi fra il 2003 e il 2014, ricercatori delle università di Ottawa (Ontario), del Manitoba e di Sherbrooke (Québec) assieme a colleghi di ulteriori istituti di ricerca hanno messo in relazione la mortalità complessiva con la concordanza linguistica tra paziente e medico.
I risultati sono davvero impressionanti. Per i canadesi francofoni, essere seguiti da un medico che parla la loro lingua è associato a un rischio di morte inferiore dell’11% («hazard ratio» 0,89). Ancora più marcato il risultato per gli allofoni — ossia le persone che non hanno né l’inglese né il francese come madrelingua — per i quali la concordanza linguistica è associata a una riduzione del rischio di morte del 27% («hazard ratio» 0,73).
L’associazione rimane anche dopo aver corretto i risultati per numerosi fattori come età, reddito, livello di istruzione e stato di salute. Si tratta quindi di risultati scientificamente molto robusti.
Il dato è particolarmente rilevante perché la mortalità è uno degli esiti clinici più importanti che possano essere misurati. Molti studi precedenti avevano già collegato la concordanza linguistica a una maggiore soddisfazione dei pazienti, a una migliore aderenza alle cure, a meno errori terapeutici e a migliori risultati clinici.
Questo studio compie un ulteriore passo, mostrando un’associazione perfino con la sopravvivenza.
La lingua, quindi, non è soltanto uno strumento di comunicazione. È prima di tutto uno strumento diagnostico e terapeutico. Una descrizione più precisa dei sintomi, una migliore comprensione delle indicazioni mediche, un rapporto di fiducia più solido e una maggiore aderenza alle cure si traducono in benefici chiari e misurabili per la salute.
Proprio per questo i risultati assumono un forte significato anche per il Sudtirolo. Il bilinguismo nella sanità, anche dagli addetti ai lavori o da chi ci governa, viene talvolta presentato come una formalità amministrativa, un retaggio del passato o un mero ostacolo al reclutamento del personale. La ricerca mostra invece che la possibilità di essere curati nella propria lingua non riguarda soltanto i diritti delle minoranze o la generica qualità del servizio, ma può incidere profondamente sugli esiti delle cure.
In questa prospettiva, il patentino di bilinguismo non può venire considerato un adempimento burocratico ormai superato, bensì come uno strumento — attualissimo — volto a garantire un’assistenza sanitaria sicura e di qualità a tutti i gruppi linguistici. Non tutela soltanto un diritto astratto, ma è una concreta misura di sicurezza del paziente.
Mi colpisce come in tempi in cui si insiste su una medicina basata sull’evidenza, proprio l’evidenza scientifica che conferma l’importanza fondamentale della lingua venga spesso e volentieri banalizzata o addirittura ignorata.
Considerare irrilevante la competenza linguistica del personale sanitario significa infatti ignorare un fattore che la letteratura scientifica ormai da anni associa regolarmente a una qualità delle cure nettamente migliore e che, in questo studio, viene esplicitamente collegato perfino a una mortalità sensibilmente maggiore.
Ciò vale anche per chi ha falsificato certificati linguistici o ha minimizzato la gravità di tali comportamenti sostenendo magari che nessuno ne sarebbe stato danneggiato. Probabilmente nessuno può affermare che un particolare caso abbia avuto conseguenze fatali. Tuttavia, se l’evidenza scientifica mostra che la concordanza linguistica è associata a una minore mortalità, diventa impossibile sostenere che il rispetto dei requisiti linguistici nella sanità sia privo di conseguenze per i pazienti.
Anzi, in molti casi può essere una questione di vita o di morte.
Cëla enghe: 01 02 03 04 05 06 07 08

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