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Il Canada difende il francese da Trump.

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Da tempo la destra statunitense esprime insofferenza verso le norme linguistiche canadesi e, in particolare, quelle del Québec, che tutelano il francese anche in campo economico e commerciale.

In Canada denominazioni dei prodotti, informazioni tecniche, manuali d’uso, certificati, servizi alla clientela e pubblicità devono essere disponibili anche in francese. Il Québec si spinge oltre e in molti ambiti prescrive non soltanto la presenza del francese, ma una sua posizione predominante rispetto alle altre lingue.

Le regole valgono anche per il mondo digitale e per le grandi piattaforme come Netflix o HBO. E qui il Québec non si limita a stabilire che i contenuti possano essere fruiti in francese, ma prevede anche specifici obblighi e meccanismi di tutela della produzione e della diffusione di contenuti in questa lingua.

Per le aziende statunitensi tutto ciò porta con sé obblighi supplementari, che fanno sì che non possano operare sul mercato canadese come se fossero negli USA. Dal loro punto di vista, dunque, spesso quelli che per i francofoni in Canada e nel Québec sono strumenti di tutela linguistica non sono altro che ostacoli alla libera circolazione di beni e servizi.

È proprio questa distinzione che il primo ministro canadese Mark Carney ha ribadito pochi giorni fa con riferimento alle trattative commerciali con gli Stati Uniti. Quelli che per i negoziatori di Washington possono apparire come irritants — irritazioni, fastidi, ostacoli — in Québec sono diritti. E il governo canadese, ha fatto sapere Carney, non accetterà mai un accordo commerciale che li indebolisca.

È un’affermazione tutt’altro che scontata sul piano internazionale. Significa riconoscere che la tutela di una lingua minoritaria non può fermarsi davanti alla porta di un negozio o all’accesso a una piattaforma digitale. Se una lingua deve poter essere effettivamente utilizzata nella società, non basta dichiararla ufficiale o garantire astrattamente il diritto ad utilizzarla. Occorre fare in modo che possa essere usata nei luoghi e nei settori nei quali si svolge concretamente la vita delle persone.

Il «libero mercato delle lingue» non è mai neutrale, perché una lingua può disporre di un mercato molto più grande di un’altra, essere dominante a livello internazionale, nell’economia e nel digitale, mentre un’altra è parlata da una comunità molto più ristretta e ha bisogno di protezioni specifiche. Lasciarle semplicemente «competere» significa favorire quella che — a livello nazionale — è già dominante.

Il Québec ha fatto una scelta chiara: non lasciare che siano esclusivamente le dinamiche economiche a decidere quale lingua debba prevalere, ma imporre al mercato di adattarsi alla presenza e alle esigenze della comunità francofona.

In Sudtirolo, invece, la tutela delle lingue minoritarie nel settore privato è praticamente inesistente. Nel mondo digitale e in quello commerciale la possibilità che il tedesco e il ladino siano presenti, accessibili e utilizzabili dipende quasi esclusivamente dalle scelte delle aziende stesse. Non esiste nulla di paragonabile alla complessa rete di strumenti attraverso i quali il Canada e il Québec cercano di impedire la progressiva marginalizzazione della lingua francese, anche nei confronti delle logiche del mercato.

La lingua di una minoranza non rimane viva per miracolo. Rimane viva quando esistono diritti effettivi e strumenti per farli rispettare, e quando i rapporti di forza non possono agire senza briglie.

Mark Carney ha scelto di non sacrificare questi diritti al neoliberismo e alle pressioni di Donald Trump — un approccio che anche alle nostre latitudini meriterebbe qualche riflessione.

In Sudtirolo, invece, c’è ancora chi considera eccessivo che l’uso di una lingua minoritaria debba venire garantito dalle pubbliche amministrazioni.

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Comentârs

6 responses to “Il Canada difende il francese da Trump.”

  1. Hartmuth Staffler avatar
    Hartmuth Staffler

    Die Situation in Südtirol ist sogar noch schlimmer. Die EU-Richtlinie,, wonach Verbraucherhinweise in einer für die Verbraucher verständlichen Sprache abgefasst sein müssen, wird konsequent missachtet. Die zuständigen Behörden sind der Ansicht, dass in Südtirol zwar jeder Deutsch sprechen kann,, wenn er unbedingt will und wenn er zufällig jemanden trifft,, der die deutsche Sprache beherrscht. Gleichzeitig gehen die staatlichen Behörden aber davon aus,, dass jeder Italienisch verstehen muss, während Deutsch nur eine geduldete, vernachlässigbare Option ist. Daher werden z.B. Geschäfte gezwungen, auf Lebensmitteln italienische Verbraucherhinweise anzubringen. Dass dabei vor allem auf kleineren Packungen die deutschen Hinweise überklebt werden müssen, interessiert niemanden. Noch schlimmer ist es bei den Medikamenten, wo selbst die geltende gesetzliche Regelung, die einen deutschsprachigen Waschzetteltext vorschreibt, konsequent missachtet wird.

    1. Pluralismus avatar
      Pluralismus

      Ein interessanter Punkt ist, dass sich die Rechtslage inzwischen verändert haben könnte. Als 2024 über zweisprachige Lebensmitteletiketten diskutiert wurde, ging man noch davon aus, dass dafür eine Regelung auf staatlicher Ebene notwendig sei.

      Seit der Autonomiereform 2026 verfügt Südtirol aber über eine ausdrückliche ausschließliche Gesetzgebungskompetenz für den Handel. Damit könnte man die Frage neu stellen : Kann der Landtag heute selbst vorschreiben, dass bestimmte Verbraucherinformationen auf dem Südtiroler Markt nicht nur auf Italienisch, sondern auch auf Deutsch verfügbar sein müssen?

      Soweit ich sehe, ist diese konkrete Kompetenzfrage noch nicht geklärt. Es wäre aber politisch sehr interessant. Vielleicht verfügt Südtirol seit der Reform über mehr Möglichkeiten für territorialen Sprachschutz, als die bisherige Debatte annimmt?

      1. G.P. avatar
        G.P.

        Die Frage ist doch, will Südtirol überhaupt diese Kompetenz ausüben. Ich meine nein, nach den letzten Monaten und Jahren des Duckmäusertums.

    2. Walter Kircher avatar
      Walter Kircher

      … hier darf ich ergänzend erinnern, – bei meinem zweijährigen Aufenthalt, Anfang der 1970er Jahre, staunte ich in Münchens Apotheken über die Beipackzettel in den wichtigsten Sprachen Europas und in allen “Gastarbeitersprachen”!
      In Südtirols Apotheken – wie in allen Bereichen – empfindet man, dass deutsch nur die Sprache von einigen Beschränkten ist, – dass Südtirol Teil des deutschsprachigen Raumes (der meistgesprochenen Sprache in Europa) ist – wird ignoriert, – “mit UNS kann man es ja machen” …

      1. Martin Piger avatar
        Martin Piger

        “… mit UNS kann man es ja machen”, weil wir Angst haben, dass man uns in Rom sonst nicht mehr lieb hat?

      2. Hartmuth Staffler avatar
        Hartmuth Staffler

        Mit uns kann man das machen, weil die SVP schon lange sich nur noch für die Interessen der Partei und ihrer Klientel und nicht mehr für die Interessen der Südtiroler einsetzt.

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