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Südtirol ist auch Italien.

Storia di un amore non contraccambiato.

di Valentino Liberto

I due uomini che dovevano dominare la scena politica italiana nel bene e nel male, a turno, per oltre trent’anni, si incontrarono il 7 marzo 1909 nell’albergo Alla Corona, a Untermais (Maia Bassa presso Merano). Era domenica e molti operai arrivarono con le mogli. Mussolini cominciò a parlare alle due, senza attendere il contraddittore, e attaccò l’azione della Chiesa, contraria agli interessi del popolo. Esortò quindi i lavoratori a fare la rivoluzione e a espropriare i capitalisti. De Gasperi, che nel frattempo era arrivato, espose concezioni più realistiche e immediate, le stesse che lo avrebbero guidato nell’opera di governo; invece di pensare a ipotetiche rivoluzioni lontane nel tempo, esortò gli operai a pensare agli scioperi del momento e auspicò la collaborazione fra cattolici e socialisti sul piano sindacale. Si sottrasse poi a un contraddittorio diretto con Mussolini, affermando che doveva prendere il treno delle 15,30 per Bolzano. La sua partenza fu salutata con frasi ironiche.

(Piero Ottone, “De Gasperi”, 1968)

Italia senza Sudtirolo?
Pisa. Guardando il cielo di Toscana, mi domando: è mai possibile che il ricco Südtirol non abbia dato alcun contributo positivo all’Italia in oltre 90 anni? E l’Italia davvero non c’azzecca nulla con la cosiddetta «minoranza austriaca» insediata nella provincia più settentrionale del Paese? Qualcosa non quadra. Visto dalla regione adottiva di Alexander Langer, lo scontro istituzionale in atto tra Luis Durnwalder e il Quirinale sulla partecipazione “altoatesina” ai festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia appare zeppo di contraddizioni, che producono in me una sensazione sgradevole e del tutto inedita. L’essere ’sudtirolese’ tra gli italiani (nella fattispecie, toscani e dintorni) e al contempo visto dai sudtirolesi come un italo-parlante qualunque costituisce infatti – agli occhi di chi mi sta accanto – potenziale motivo di vergogna. E’ la prima volta che m’accade, ma già quest’alternarsi di soggetti giudicanti riporta alla memoria le tormentate vicissitudini storiche che nel bene e nel male accomunano da quasi un secolo il Tirolo meridionale allo “stivale”. Andiamo con ordine.

Italien ist nicht Frankreich.
1. Come osservato da pérvasion, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poteva meglio calibrare la propria missiva al nostro Landeshauptmann: appellare i sudtirolesi come “italiani” a tutti gli effetti è quantomeno un’inopportuna etichettatura della minoranza, se non una forzatura in mala fede. 2. La tesi secondo cui «Südtirol ist nicht (nur) Italien» è difatti avvalorata da evidenti prove di matrice linguistica e storiografica; andrebbe però chiarito a quale orizzonte culturale (Kulturraum) il Sudtirolo intenda fare riferimento. 3. Luis Durnwalder ha commesso un’impropria semplificazione parlando di «minoranza austriaca» (chissà se i ladini vi si riconoscono): se il concetto di stato-nazione fosse definitivamente tramontato, non vedo ragione alcuna per considerarci a tutt’oggi un’exclave dell’Austria, tra l’altro erede del grande impero plurinazionale asburgico. 4. Fermo restando che la collaborazione con il Governo non equivale a condividerne i valori fondanti, è lecito – in virtù di una più corretta traduzione della contemporaneità sudtirolese – porsi la domanda se il Sudtirolo senza Italia sarebbe più povero: il partito di raccolta ostenta da molti anni l’efficace politica di contrattazione con Roma. 5. Pregherei Thomas Benedikter di mantenersi ligio all’onestà intellettuale che lo contraddistingue: moltissimi italiani, tanto quanto i sudtirolesi, si sentono ’cittadini italiani’ in quanto tali, e non secondo principi vetero-nazionalisti da lui descritti. Celebrare lo stato unitario non corrisponde affatto a esaltare un fantomatico nazionalismo italiano che commemora l’occupazione dell’Alto Adige; nemmeno l’irredentismo – al contrario di quanto scrive – si interessò poi molto al confine del Brenner/o. Di quale propaganda parla? Il trauma postumo dell’italianizzazione subita dai sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina, costringe loro in un’evidente sopravvalutazione del patriottismo italico, marginale nel paese della “pizza tirolese” ricoperta di speck. Il popolo italiano è talmente sprovvisto di radicati sentimenti nazionali (il richiamo all’unità tirolese li supera di gran lunga…) da riconoscersi a malapena nel tricolore della nazionale di calcio. Imperversano ovunque campanilismi medievali e dilaga il leghismo padano. L’Italia non è affatto la Francia; sembra quasi che i sudtirolesi (dai tempi di Andreas Hofer) conoscano meglio la Republique. 6. Benedikter potrà obiettare citando ad esempio la comunità italiana di Bolzano: chiunque abbia superato la Salurnerklause, però, è consapevole che i bolzanini non rappresentano un campione esemplificativo, avendo essi travasato le differenti provenienze regionali in un’unica identità italiana del tutto artificiale. 7. Ribalterei il nostro punto di vista (talvolta autoreferenziale) mettendoci nei panni dell’altro: siamo proprio sicuri che “gli italiani” non possano compiacersi della (più o meno volontaria) adesione sudtirolese ai festeggiamenti dello Stato al quale sviluppo – con importantissimi distinguo – contribuiamo anche noi? Cos’è ai loro occhi più “sacro”, la frontiera posta al passo del Brennero o gli onnipresenti angioletti Thun? Ergo: come ci vedono nella suddetta penisola?

L’immagine del Sudtirolo. Al supermercato.
Il Sudtirolo, oramai, non è affatto una terra sconosciuta agli italiani, semmai misconosciuta e fraintesa. L’ho compreso direttamente sulla mia pelle in un anno e mezzo di permanenza «in Italia» – ovvero entro quell’entità “nazionale” posta aldilà del confine linguistico di Salorno, che data la variegata articolazione territoriale tra le Alpi e il Mediterraneo non coincide propriamente (o non vi si riconosce sempre per ragioni di varia natura, tra cui quelle storico-geografiche) con la più ampia cornice statuale denominata «Repubblica italiana». L’ iconografia da cartolina narrata in riviste di viaggio e spot televisivi, pubblicazioni gastronomiche e prodotti tipici locali lanciati sul mercato dei consumi, l’efficiente macchina amministrativa promotrice di politiche ambientali all’avanguardia, a loro volta ispirate da un’eco-sostenibilità diffusa, contribuiscono da tempo ad affermare il nome della Autonome Provinz Bozen ben oltre quello di meta prediletta per turisti amanti della montagna. Un’avvertenza, onde evitare d’incorrere in prevedibili interpretazioni giornalistiche (e non) di quanto manifestato in queste ore da chi ci guarda da Sud: la composizione etnica e “strutturazione” stessa della società sudtirolese – e gli effetti che esse producono sul vivere quotidiano, sull’identità, la cultura politica, la visione del passato e le prospettive future – non hanno alcun riscontro nell’opinione pubblica italiana. Ciò che è investito di un enorme significato nel “rituale” dibattito interno sudtirolese, resta un mistero per gli “italiani d’Italia” che pur esprimono un periodico interesse a riguardo. Inoltre, è necessario sottolineare una seconda divergenza. Tra i diversi protagonisti del dibattito sull’identità in Sudtirolo, infatti, si riconosce una sola componente perché tale emerge verso l’esterno: quella “tedesca”, benché numericamente minoritaria in Italia. Ebbene sì. Agli occhi di un italiano medio, il sudtirolese idealtipo è un perfetto bilingue dal marcato accento tedesco, magari ospitale albergatore dal reddito alto, che beneficia dei privilegi dell’autonomia da Roma, un pizzico austriacante, attento conservatore di antiche tradizioni popolari, divoratore di Speck, Strudel & Sacher. Lo stereotipo è dunque in agguato: l’insidia del carattere prevalente nasconde da mezzo secolo la varietà del panorama socio-linguistico dell’Alto Adige-Südtirol, sì plurilingue ma a comparti stagni. A tre lingue corrispondono tre società distinte che procedono su binari paralleli; bilinguismo a parte, è impossibile evincerlo dagli ingredienti di uno yoghurt Sterzing/Vipiteno.

“Politica estera”. Ieri e oggi.
Ecco spiegata l’importanza di ogni uscita mediatica sulla stampa (inter)nazionale: suggerire all’attenzione dei media la questione dell’appartenenza ’alla nazione’ del gruppo linguistico tedesco e ladino, nonché porre gli italiani di lassù dinanzi alla sfida perenne d’un riconoscimento estero ancora mancante. Dar loro voce in capitolo è fondamentale: oltre a far uscire dall’oblio gli altoatesini, crea un ponte ideale verso sud, anziché spingerci tutti quanti «agli estremi confini della patria» in uno sciocco isolazionismo – camuffato in neutralità dal tocco filo-europeo. La “politica estera” sudtirolese denota il proprio esibizionismo (citando l’ottimo Francesco Palermo): attenti alle regole della comunicazione pubblicitaria e meno a quelle di altri mass media, trasmettiamo agli interlocutori stranieri informazioni parziali, incapaci di comunicare compiutamente le particolarità e complessità del nostro modello di Autonomia. Priva di un proprio ministero degli esteri, la nazione Südtirol s’ingolfa e il principale partito al governo del Land s’allontana dalla sua stessa storia. La SVP è il più antico soggetto politico presente in Parlamento e sopravvissuto al crollo della Prima Repubblica, da un decennio persino ago della bilancia che decide le sorti di un’intera democrazia. Da una cinquantina d’anni, Roma è destinataria e mittente della cooperazione sull’avanzamento autonomista, strada imboccata con coerenza, convinzione e coraggio dalla Stella Alpina; un processo dinamico alternativo alla richiesta immediata di autodeterminazione, salto nel vuoto bocciato al Congresso di Merano del 1969. L’impegno preso dalla Volkspartei e la diplomazia messa in campo dalle forze politiche e dall’establishment governativo italiano, poi, hanno dato lustro al compromesso sul nuovo Statuto d’Autonomia del Trentino-Alto Adige, contributo fondamentale al sistema regionale/federale cui ora partecipa la Provincia Autonoma di Bolzano. La potestà legislativa autonoma garantisce oggi pari dignità e diritti allo sviluppo culturale ed economico dei sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina. Va riconosciuto perciò all’Italia repubblicana il merito di aver compreso – dopo i primi pericolosi tentennamenti – la necessità d’una pacificazione compromissoria nei rapporti tra gruppi linguistici, divenuto poi modello esportabile di conciliazione fra etnie. Un riguardo che fa onore al paese già cofondatore della Comunità Europea, al pari dell’Austria (futuro membro dell’UE) nella veste di potenza tutrice del Sudtirolo e promotrice dell’indispensabile intervento ONU sulla cd. questione sudtirolese. Il cammino di reciproca legittimazione e parificazione non passa soltanto attraverso atti giuridici: ben tre presidenti della Repubblica (Pertini, Cossiga e Ciampi) e diversi presidenti del Consiglio (da Andreotti a Prodi) hanno trascorso le proprie vacanze tra le Dolomiti e Merano. Se di gesti simbolici dobbiamo parlare, gli incontri dei leader italiani con Magnago e Durnwalder costituiscono l’emblema dell’alleanza strategica di Via Brennero con la capitale. In lotta con(tro) Roma, parafrasando Claus Gatterer.

Gioco degli specchi. Ed emancipazione.
Le dimostrazioni di forza non giovano; costituiscono un danno all’immagine e alla credibilità. Oltre a provocare un vespaio di dichiarazioni incrociate, infatti, le parole indelicate di Luis Durnwalder alimentano consueti pregiudizi patriottardi sia italioti che pantirolesi, provocando l’ennesima levata di scudi “simbolica” contro i presunti privilegi dell’Autonomia o un inesistente colonialismo italiano. Citare ripetutamente l’ingiusta annessione di Saint-Germain nel 1919 come principale motivazione del suo niet provinciale e – nel caso del Colle – l’astratta italianità dei sudtirolesi, ha riportato indietro le lancette della storia; si riaccendono così gli animi attraverso valutazioni poco consone riguardo l’acquisizione territoriale dell’Alto Adige, celebrata da Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera come irrinunciabile esito della Grande Guerra e quindi del cammino italiano di unificazione nazionale. Occorre invece abbattere i confini mentali per superare qualsivoglia pretesa ideologica su quelli “sacri” e porre fine all’inutile “gioco di specchi” tra Bolzano e Roma – di cui è illustre vittima lo stesso Giorgio Napolitano. Non è alzando barriere di pregiudizio e marginalizzandoci al cospetto del vicino “gigante buono” chiamato Italia che faciliteremo la comprensione delle specificità nostrane nell’autogoverno (o futura autodecisione). Non si tratta affatto di snazionalizzare i cittadini sudtirolesi, ma di collocarne l’esperienza nel solco d’una storia europea che (in quanto frutto delle consistenti richieste di minoranze “nazionali”) li vede parte d’uno Stato democratico prima che di una (non-)nazione italiana. Un’esperienza fruttuosa aimè sottovalutata. I sudtirolesi devono affrontare una volta per tutte il mito fondante dell’avvenuta emancipazione geopolitica – da sotto-provincia dell’Impero asburgico a nazione de facto – sebbene sancita sul tavolo degli accordi di pace. Senza passaggio all’Italia, non esisterebbe alcuna «questione sudtirolese» né buona parte del capitale umano accresciuto al suo progredire. Una crescita graduale verso la compiuta auto-coscienza del Südtirol, come territorio a sé stante e dotato di autonomia culturale dal restante Tirolo austro-ungarico, costellata da momenti di coesione anche sofferta (ad es. Sigmundskron nel 1957) in grado di implementare esponenzialmente la consapevolezza identitaria dei sudtirolesi, superando ogni divisione interna e cementificando il consenso attorno alla SVP come Sammelpartei. Battaglie vittoriose rinfrancano le forze messe in campo, ma ai comandanti delle truppe spetta l’onore delle armi e il rispetto dei “vinti”. Se vogliamo allontanarci il più possibile dal paradigma della vittoria, non dovrebbero esserci né vincitori né sconfitti. Questione di lealtà costituzionale: entrambe le parti si sono (è proprio il caso di dirlo) arricchite della pratica autonomista sancita dalla Carta, primo passo compiuto dall’Italia post-bellica nella direzione di un più ampio e necessario federalismo su scala regionale. Un ulteriore guadagno ci sarebbe qualora il Sudtirolo partecipasse più attivamente all’evoluzione in chiave europeista del Belpaese, in termini solidaristici, anziché cadere in anacronistici battibecchi frutto di feticismi circoscritti geograficamente.

Nation building senza senso. Dello Stato.
Il senso dello Stato, appunto, manca non solo alla classe politica romana bensì anche a quella bolzanina. Il processo di nation-building del Sudtirolo passa giocoforza per il riconoscimento dell’Italia come d’uno Stato-Nazione anomalo perché dai tratti poco “nazionali” (al punto da interrogarsi sul significato stesso della propria esistenza a 150 anni dalla nascita) e dalle sfaccettature “multinazionali”, decisamente meno centralista di altri paesi dell’Europa. Non siamo né San Marino né il Canton Ticino per permetterci di ignorarlo del tutto: per essere coerenti nel rinnegare ogni legame con l’Italia repubblicana, dovremmo rinunciare ai seggi SVP in entrambi i rami del Parlamento, chiudere l’ippodromo di Maia e ogni struttura riconducibile al Ventennio, abbattere ogni singolo esempio d’architettura razionalista nelle città della provincia, ritirare ogni sportivo o squadra sudtirolese da competizioni o campionati italiani, impedire qualsiasi manifestazione sportiva di carattere nazionale sul suolo provinciale (tappe del “Giro d’Italia” comprese) e ritirare i nostri bravi atleti dalle nazionali di sport invernali, compresi Innerhofer, Zöggeler e Kostner vincitori di recenti medaglie; non riconoscere alcuna legittimità al sistema giudiziario italiano, pretendere il mantenimento della sicurezza senza forze dell’ordine statali, impedire l’arruolamento di sudtirolesi di lingua tedesca in Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito nonché il servizio militare in quest’ultimo. Generazioni di sudtirolesi fecero servizio di leva in Italia. Una violenza? Vero, ci si poteva opporre, ma “fare il militare” portò nella Heimat una porzione di “italianità” vissuta, giovane, popolare, umana, diversa dall’italianizzazione fascista. Quindi, negando la storia condivisa (certo, spesso nostro malgrado) con l’Italia e rifiutandosi di riconoscersi in qualsiasi emanazione dotata di valori positivi anche se proveniente dal potere centrale (Costituzione compresa), non si renderà onore all’epopea dell’Autonomia targata SVP, come compromesso risultato da una dura trattativa e a sua volta alternativa all’autodeterminazione d’ispirazione separatista degli attivisti anni ’60. E si infangherà il nome del principale protagonista della lotta per il suo ottenimento, Silvius Magnago, predecessore illustre di Luis Durnwalder. Senza dimenticare il danno morale inferto alla seconda generazione dell’Autonomia, ovvero ai tanti figli plurilingui di coppie miste, Gesamtsüdtiroler meritevoli di maggiore riguardo.

Bagno caldo. Conclusioni.
Torno a casa e mi preparo un bagno caldo, riflettendo sugli interventi nella querelle tra “Italia 150” e Land Südtirol. Alcuni (pochi) osservatori additano la mia terra come ingrata e opportunista; altri sottolineano come abbia peccato d’orgoglio – si direbbe, tirolese. Cadendo in un tranello giornalistico costituito da accuse reciproche che non hanno riscontro nella consuetudine quotidiana, nell’essenza di chi vuole vivere e lasciar vivere in pace, penso che 20 anni di sofferenze non ci consentano di gettare una cattiva luce su 20 di benessere. Ottenuti anche grazie al dialogo con ’sta strana Italia, fatta di comunità, luoghi e territori, luci e microcosmi differenti e dissonanti. Non pretendo certo né una particolare riconoscenza né pretestuosi ringraziamenti ufficiali: basta non deludere le aspettative chi ci guarda con ammirazione e rispetto, chi spera in una maturità di giudizio tale da non assecondare opposti revanscismi identitari. Un Sudtirolo forte della sua storia e orientato al futuro, in Europa. Mi si perdoni per i cattivi pensieri; il bagno è pronto, mi immergo e taccio per un po’.

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12 replies on “Südtirol ist auch Italien.”

Caro Valentino, vorrei spiegarti punto per punto per quali motivi le tue argomentazioni, complessivamente, non mi convincono:

ad «Italia senza Sudtirolo»
Che il Sudtirolo abbia o meno dato un contributo all’Italia è abbastanza irrilevante ai fini dell’analisi che stai facendo, o meglio, del risultato che ne puoi trarre. I contributi positivi/negativi possono venire anche dall’esterno (ad esempio sono convinto che il Canton Ticino abbia dato di più all’Italia che la nostra realtà ) senza che questo implichi automaticamente un’adesione al progetto «nazionale». Lo stesso Alex Langer ha dato degli impulsi che, se così vogliamo, si possono anche leggere in contrasto a ciò che viene festeggiato. D’altro canto la Catalogna ha dato contributi essenziali, imprescindibili allo stato spagnolo, ma ciò non toglie che sia una realtà  profondamente diversa socialmente e culturalmente, caratterizzata da forti spinte secessioniste.

ad «Italien ist nicht Frankreich»
1. Appellare i sudtirolesi come «italiani» può anche passare, se inteso come «cittadini italiani»; Napolitano ha però affermato che la maggioranza di «noi» si sente italiano, il che non solo è falso, ma in palese contrasto con i valori costituzionali (libertà  di pensiero, protezione delle minoranze ecc.) che il presidente dovrebbe difendere a spada tratta. Chi avesse voluto festeggiare dovrebbe sentirsi escluso al più tardi dopo una frase del genere; 2. Non c’è bisogno di fare riferimento ad alcun Kulturraum per non partecipare a una festa che di fatto ci esclude, perché gli stati nazionali escludono o pongono in uno stato di riserva indiana tutte le differenze. E parliamo di uno stato che — ad esempio — non ha ratificato la carta europea delle minoranze, né il trattato di Madrid sulla collaborazione transfrontaliera e ha appena rigettato l’edulcoratissima Euregio; 3. Il fatto è proprio che lo stato-nazione non è definitivamente tramontato, ma anzi è vivo e vegeto. Altrimenti veramente non saremmo qui a discuterne; 4. La politica di contrattazione con Roma è sempre stata segnata da un «portare a casa» risultati, per allontanarsi dallo stato centrale. Mi pare dunque ovvio che questo atteggiamento non sia in contrasto con la decisione di Durnwalder; 5. Non voglio rispondere per Thomas, ma voglio darti la mia interpretazione: Non parliamo di italiani vetero-nazionalisti, ma del carattere di una festa, che appunto fa — direttamente o indirettamente — riferimento al risorgimento e all’irredentismo. Vero che il risorgimento non si interessò molto al Brenner/o, ma non è andata così e noi ci stiamo chiedendo come comportarci di fronte a una festa che include anche questo. Dire che il patriottismo italico sia marginale mi sembra una semplificazione inammissibile; piuttosto lo definirei un patriottismo «superficiale», ma non per questo meno grave. Anzi, per sopperire alle proprie mancanze, alla coesione fra le regioni, ad un sentimento comune (traducibile anche con senso comune e rispetto per le istituzioni) il patriottismo spesso si trasforma in discriminazione, sopraffazione, insulto. Uno stato solido non avrebbe bisogno di comportamenti sopra le righe e saprebbe dare un ruolo anche a chi ha delle giustificatissime ragioni per non festeggiare; 6. – ; 7. vedi «Italia senza Sudtirolo».

ad «L’immagine del Sudtirolo. Al supermercato.»
Questo può aiutare a capire, ma non giustifica il fatto che a livello statale non ci sia mai stato un vero interesse verso la nostra realtà  e la sua specificità . Politici e giornalisti dovrebbero invece tenerne conto, spiegando ai loro concittadini le istanze che ci possano essere, le differenze che intercorrono tra noi e l’indipendentismo stile «Disneyland» (non fosse per il razzismo) della Lega Nord, la storia e la realtà  locali. Invece niente. Le affermazioni dei sindaci di Torino e di Firenze (entrambi di sinistra) sono veri e propri insulti non tanto per noi quanto per i festeggiamenti che stanno preparando.

ad «”Politica estera”. Ieri e oggi.»
Su questo punto riesco a seguirti, almeno in parte. È fondamentale che la politica sudtirolese capisca l’importanza della percezione che all’esterno si ha di noi. Ma, a prescindere dal putiferio che ha scatenato, io non sono tra quelli che criticano le affermazioni di Durnwalder (che come ho scritto altrove condivido). Se in Italia (generalizzo) non ci sono l’interesse, il rispetto e la sensibilità  necessari, ciò non giustifica — a mio avviso — nessuna ritirata. Ossia: Nessuna tolleranza verso l’intolleranza, nessun rispetto per la mancanza di rispetto. Cerchiamo piuttosto di lavorare alla coesione sociale in Sudtirolo (è questo il vero nodo da sciogliere) e puntiamo pure sull’internazionalizzazione.

ad «Gioco degli specchi. Ed emancipazione.»
Condivido quasi tutto quello che scrivi in questo capitolo, ma non mi è chiaro in che modo questo possa avere a che fare con dei festeggiamenti sui quali il giudizio di Durnwalder — a posteriori, dopo le esternazioni degli ultimi giorni — mi sembra più che corretto.

ad «Nation building senza senso. Dello Stato.»
E qui purtroppo il tutto si perde nella proposta di una reazione/ripicca senza senso. Fare finta di non fare parte amministrativamente dell’Italia, sciogliere ogni legame… ma che cosa significa? Se fosse così semplice, probabilmente lo si sarebbe già  fatto — in modo sbagliato (rinnegando qualsiasi contaminazione) o nel modo che io auspico (rafforzando i contatti e la collaborazione a 360° con tutte le regioni circostanti, ma parlandoci da pari).

Questo sarebbe l’articolo in concorrenza con Benedikter… devo dire che preferisco il suo; Perchè del tuo, pur tra mille prolusioni abbastanza condivisibili, a parte la tesi (condivisibile) che non è il caso di farsi odiare da chi vive sotto Salorno, mi sfugge la teoria di fondo.
Tra l’altro non riesco a dare un senso al titolo, se non per il fatto che oggi si tratta appunto di S. Valentino. Quale amore non è ricambiato? quello dei Sudtirolesi per l’Italia? Dell’Italia per i Sudtirolesi? Degli Altoatesini per l’Italia? Degli Altoatesini per i Sudtirolesi? Dei Sudtirolesi per gli Altoatesini? Boh, da quel che hai detto tu stesso, si tratta in ognuno degli esempi che ho fatto, di rapporti estremamente superficiali. Diciamo piuttosto, in analogia alle relazioni umane, che chi ammira il Sudtirolo solo per lo speck e gli angioletti Thun (oltretutto made in P.R.C.) è come uno che desidera una donna sconosciuta per un particolare esteriore insignificante. Amore mi sembra un termine fuori luogo, semmai si tratta di “fantasie piccanti”. Ed è così. Purtroppo l’idea che hanno molti sudtirolesi dell’Italia o italiani del Sudtirolo, in positivo od in negativo, si limita a questo. Poi chiaro che su basi così incerte basta un nulla per creare un malinteso.

La cosa ancora più tragica (per noi), che però esula dall’argomento del discorso è che pure gli Altoatesini hanno un’immagine falsata (spesso in positivo) dell’Italia e (spesso in negativo) dei Sudtirolesi, i quali ricambiano molto volentieri. Non ho capito, come detto quale fosse la tua tesi di fondo, ma io sostengo che la cosa più grave e demoralizzante sia questa profonda ed universale ignoranza diffusa tra tutti gli attori in causa; che non porta solo alle polemiche di quì sopra, ma anche alla gran parte dei problemi di cui discutiamo volta per volta.

Piccola pausa di riflessione per leggermi meglio l’articolo di Valentino. Intanto, ecco le nuove dichiarazioni di Durnwalder: “Mein Stellvertreter Christian Tommasini und Landesrat Roberto Bizzo werden am 17. März bei der Feier in Rom anwesend sein. Nicht als Vertreter der Landesregierung, aber als Vertreter der italienischen Sprachgruppe in Südtirol”. Se ne evince questo: la Provincia ha un rappresentante ufficiale solo, Durnwalder, e lui non partecipa. Il vice-rappresentante partecipa, Tommasini, invece partecipa, ma non in quanto rappresentante della provincia, solo in quanto rappresentante degli “italiani” che vivono in provincia. Ecco insomma sancita la differenza ontologica tra sudtirolesi e altoatesini (i primi abitanti di una provincia non italiana con un suo rappresentante ufficiale, i secondi abitanti di una provincia italiana priva di un rappresentante ufficiale: Tommasini rappresenta al massimo le persone, non il luogo nel quale abitano). L’unico passettino che Durnwalder avrebbe potuto fare per non avvitarsi in queste contraddizioni non è stato fatto: spedire là  Tommasini come prappresentante ufficiale della Provincia.

A parte che dopo gli insulti da bar sport che ci hanno rivolto politici di spicco io non avrei più mandato nessuno (le minacce di abolire l’autonomia non sono un nonulla), a me la decisione presa oggi dal nostro governo pare l’unica soluzione logica. E ne do una lettura diammetralmente opposta alla tua, ossia: Condivido, come ho già  scritto, che il Sudtirolo si astenga da questi festeggiamenti. Se ora Tommasini andasse a rappresentare la nostra terra, significherebbe cementificare una gestione etnicamente separata, come quando non volevano mandare il presidente del consiglio provinciale Dello Sbarba a rappresentare il Sudtirolo nei paesi germanofoni. Un insulto.

Dunque l’unica domanda poteva essere: Il Sudtirolo partecipa in veste ufficiale? Se sì, potevano andarci indistintamente Durnwalder o Tommasini (e anche entrambi). Se no non ci va nessuno.

Secondo il racconto di Brigitte Foppa sembrerebbe che il PD locale non fosse veramente entusiasta di questa festa. Se ora, dopo le pressioni, le campagne mediatiche e gli insulti ci si sente obbligati a farlo, è giusto che gli assessori ci vadano a titolo personale, come rappresentanti di chi ha voglia di sentirsi rappresentato da questo stato.

Le minacce di abolire l’autonomia sono una mostruosità . Una mostruosità  peraltro resa impossibile dal valore costituzionale dell’autonomia (ecco una ragione – se non per festeggiare – per apprezzare almeno qualcosa: la costituzione italiana è garante dell’autonomia). Ma a parte questo. Se Tommasini va a rappresentare gli “italiani” la cementificazione non mi pare minore, e l’esempio di Dello Sbarba – certamente un insulto – calza a pennello per raddoppiare l’insulto (a Tommasini si dice: in quel momento lì, quando tu vai laggiù, rappresenti quegli stronzi come te, non certo “noi”). Che poi va detta una cosa: se Durnwalder, invece di mostrare i muscolini, avesse pensato quindici minuti in più a come metterla, secondo me questo casino non ci sarebbe stato. Sono invece i muscolini, il voler atteggiarsi a capetto di Stato (uno Stato che non c’è) a riuscire irritanti. In questo senso delle due l’una: o fai il separatista sul serio e cogli quest’occasione per dire io non mi sento italiano, non sono italiano e rappresento una provincia non italiana (e dunque dai ragione alla Klotz, ma in tutto e per tutto), oppure ti fai un po’ furbo (magari più furbo di come s’era messa all’inizio, adducendo la scusa che mancavano i soldi per partecipare) e t’inventi una strategia per uscirne con un po’ più di eleganza (ok, il tipo è tutt’altro che elegante).

P.S. Di questa festa non ne è entusiasta nessuno, ma questo è un altro discorso (non disgiunto dal fatto che l’entusiasmo, o qualcosa del genere, si fa vivo quando accadono questi “incidenti”, chiamiamoli così, fatti apposta per rinvigorire gli stupidotti da entrambe le parti).

gadilu trifft ins schwarze: an anderer stelle habe ich auch gesagt, dass es der widerspruch in seinen/ihren handlungen ist, der durnwalder und die svp unglaubwürdig macht: die svp hat NIE von separation geredet, immer nur von einer autonomie IN italien. nur jetzt zieht sie vor STF und F den schwanz ein und tut so, als würde sie da nichts damit zu tun haben. und diesen widerspruch, der in rom offensichtlich als die haltung aller dt.-südtiroler verkauft wird, möchte man jetzt nicht zur kenntnis nehmen. es ist klar, dass den römern anderes erzählt worden ist, als den daheim gebliebenen.

La decisione della Giunta, il più grave attacco anti-italiano dagli anni delle bombe. OK al referendum per il distaccamento dell’Alto Adige!

Solange wir hier diskutieren und Meinungen austauschen werden wir sicher keine Lust haben “Steine zu werfen”;
Jenen , die bereits wieder weiter Öl ins Feuer giessen und den Luis mit dem Mubarak vergleichen, ist vielleicht nicht klar, dass sie das “eigene Haus” anzünden; Oder ist es doch kalkulierte Absicht ?

Durch ihre jahrelange Propaganda glauben sie dass sich im Falle einer Abstimmung die Mehrheit für Italien entscheiden würde. Da täuschen sie sich gewaltig. Lasst sie nur so weitermachen und ein Referendum inizieren, ich freu mich schon.
Interessant nebenbei, dass sie einerseits die Unteilbarkeit Italiens aufgrund seiner Verfassung betonen und dann wieder solche Töne anschlagen. Dummköpfe…..

@otto
an anderer stelle habe ich auch gesagt, dass es der widerspruch in seinen/ihren handlungen ist, der durnwalder und die svp unglaubwürdig macht: die svp hat NIE von separation geredet, immer nur von einer autonomie IN italien. nur jetzt zieht sie vor STF und F den schwanz ein und tut so, als würde sie da nichts damit zu tun haben.

Wo siehst du denn hier einen großen Widerspruch? Der LH hat gesagt, dass Südtirol gegen seinen Willen Teil von Italien geworden ist (ein Großteil der dt.-, lad.- und auch viele ital.-sprachigen SüdtirolerInnen werden diese Aussage unterschreiben, die im Übrigen ein historisches Faktum darstellt) und es deshalb am 17. März nichts zu feiern gibt.
Wenn der Autonomiekurs der SVP ein Widerspruch zu den LH Aussagen wäre, dann stünde es um unsere Autonomie wahrlich schlecht. Oder heißt Autonomie Unterordnung in die Logik des Nationalstaates, in die Logik der Staatsräson in die Logik der Italianità  bis zum Brenner? Letztendlich geht es ja um letztere, auch wenn dies viele in dieser Direktheit abstreiten würden. Da unterstellt man dem LH lieber er verletze die Gefühle der ItalienerInnen im Lande oder die Autonomie sei eingebettet in die italienische Rechtsordnung, ergo impliziert dies auch einen Grund zum Feiern am 17. März.
Die Südtiroler dürfen vieles, aber die Italianità  Südtirols in Frage stellen das dürfen sie nicht. (Italianità  im Sinne, dass es sich um ein flächendeckend italienisch besiedeltes Gebiet handelt, nicht darum, dass Südtirol de jure Teil Italiens ist).

Noch ein Gedankengang. Dem LH wird vorgeworfen, dass er in dieser Angelegenheit die ItalienerInnen Südtirols verletze und nicht vertrete.
Wann haben denn im selben Kontext nationale italienische Spitzenpolitiker die SüdtirolerInnen in ihrer Identität mit eingeschlossen. Wir werden von einem Staatspräsidenten nicht mal beim richtigen Namen genannt. Wäre es so schwierig von sudtirolesi zu sprechen, also der Vielfalt des Landes auch verbal Ausdruck zu verleihen?

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