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Quando una nazione festeggia l’unità.

di Thomas Benedikter*

“Non sarebbe pensabile un gesto di amicizia e rispetto verso questo Stato?” domanda F. Cumer nel suo intervento sul Corriere dell’Alto Adige, chiedendo a Durnwalder di aderire alla celebrazione dell’unità d’Italia. Infatti, ci si potrebbe complimentare con il popolo italiano che 150 anni fa ha raggiunto la sua unità, sullo sfondo della storia europea dell’800 generalmente marchiata da questa tendenza fra le nazioni. E sarebbe senz’altro più facile se oggi i nazionalismi fossero superati. Riconoscere questo passo essenziale della storia italiana e aderire ad una grande celebrazione nazionale restano però due paia di maniche distinte. “Il 1861 e il 2011 hanno nulla a che fare con l’annessione seguita alla Grande guerra,” prosegue poi Cumer, “è la grande festa di un paese amico di cui la storia ha reso lei, obtorto collo, cittadino”. La storia, con permesso, ha reso i sudtirolesi cittadini, ma non italiani. Strano che anche Napolitano, nella sua lettera di rimprovero a Durnwalder, scarti questa distinzione — familiare ad ogni sudtirolese e tante altre minoranze nazionali — fra italiani e cittadini italiani. La Costituzione comunque parla solo di cittadini. Il 1861 e la Grande guerra non sono però momenti storici così avulsi l’uno dall’altro come li presenta Cumer. Il Risorgimento italiano non è stato considerato compiuto nel 1861, ma solo alla fine della Grande Guerra, quando l’Italia occupò terre non abitate da italiani. I sudtirolesi sono diventati vittime di una concezione dell’Italia, sviluppata dai movimenti irredententisti, che ha esteso i confini statali oltre l’Italia culturalmente definita. Dopo, come altri nazionalismi europei prima, il nazionalismo italiano è sfociato nel fascismo ed imperialismo. Anche le avventure italiane in Africa prima e dopo la Grande Guerra furono delle tragedie immani per le popolazioni della Libia, Eritrea e Abissinia. Il monumento all’alpino di Brunico, eretto nel 1938, fra i sudtirolesi è disdegnato non solo per il suo significato di trionfo militare, ma anche perché commemora le campagne coloniali di queste truppe.

Da una parte, quindi, nella percezione storica dei sudtirolesi lo stato unitario italiano, l’annessione e l’esasperazione del nazionalismo nel successivo fascismo sono fortemente intrecciati. Dall’altra parte, nell’ottica di gran parte dei sudtirolesi, la nuova repubblica in Sudtirolo ha dimostrato più continuità nazionalista che altrove. L’italianizzazione in modi più sottili è proseguita — tant’è vero che anche sul piano dei simboli il fregio di Mussolini di Piffrader è stato completato solo negli anni 1950. Ci sono voluti 27 anni per strappare un’effettiva autonomia provinciale che non ha potuto intaccare né i monumenti fascisti, né i nomi di Tolomei. Anzi, per effetto dell’autonomia la maggior parte dei concittadini di lingua italiana da più di 30 anni si sono compattati attorno alle forze politiche eredi del pensiero della destra nazionalista. L’immagine dell’Italia con la sua ricca vita democratica, le grandi conquiste delle lotte operaie, la modernizzazione economica e sociale, l’apertura al mondo, la sua grande cultura nella percezione dei sudtirolesi “medi” è rimasta intorbidita dai moti nazionalisti locali. Il fatto che una vasta maggioranza dei cittadini di Bolzano abbia ribattezzato una piazza “della vittoria” anziché “della pace” lo riconferma. Quando nel 2010 forze politiche locali spingono per tolomeizzare tutti i sentieri di montagna, ciò certamente è stato percepito come momento di continuità, non di rottura con il passato. Ultimo rigurgito di nazionalismo la rivolta contro la musealizzazione dei monumenti fascisti, però voluta dal Governo, che non può affatto invogliare i sudtirolesi ad unirsi gioiosi ai vicini per celebrare l’unità d’Italia.

In questa situazione possiamo pacificamente concedere a Durnwalder che, rifiutando l’adesione della Provincia alla celebrazione del 17 aprile, non solo ha espresso la sua opinione sincera, ma ha interpretato bene l’indole della stragrande maggioranza dei sudtirolesi. L’unificazione dell’Italia da queste parti non solo viene percepita come qualcosa di alieno a questa terra, ma lo si associa anche a tappe storiche tristi: nella memoria collettiva sudtirolese il nazionalismo italiano dai momenti della propaganda irredentista per il confine del Brennero fino alla lotta per l’autonomia degli anni 1960 si è presentato aggressivo o perlomeno minaccioso, non amico (Cumer). Si tratta perciò di una “dissociazione irriducibile” (Gabriele Di Luca), o diffidenza di fondo, nutrita da fatti recenti, ancora lontana da una memoria condivisa. Sarebbe già tanto se si iniziasse a interessarsi della storia dell’altro. Giustamente Luisa Gnecchi afferma che non si può imporre ai sudtirolesi di festeggiare un evento che non scalda i loro sentimenti. Festeggiare il raggiungimento dell’unità nazionale è legittimo, per carità, ma è anche la celebrazione del sentimento nazionale per eccellenza. Ipotizzare, come fa Cumer, un dovere morale di partecipazione a tale evento da parte delle minoranze nazionali, diventate tali controvoglia, invece è poco legittimo. Anziché strappare ai sudtirolesi simpatie per l’unità italiana sarebbe meglio concentrarsi sui valori condivisibili oggi, sui progetti comuni odierni che vanno oltre l’idea dello stato-nazione che si festeggia il 17 marzo: un’autonomia provinciale che funziona più o meno bene, la convivenza e la conoscenza della lingua e della cultura dei vicini, un’Europa sempre più unita, nuove forme di cooperazione transfrontaliera. Il 20 gennaio per esempio: festa dell’autonomia e della convivenza su una nuova Piazza della Pace a Bolzano?

Vedi anche: 1/

*) Thomas Benedikter è ricercatore a Bolzano, autore di Autonomien der Welt (Athesia, Bolzano 2007) e The World’s Working Regional Autonomies (Anthem, Londra/Nuova Delhi 2007).

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32 replies on “Quando una nazione festeggia l’unità.”

Unsichere Zeiten ;
ein Europa das nach Identität(en) sucht;
gewählte machtgierige Politiker die mangels direkter Demokratie an ihrer Machtfülle festhalten und reihenweise Gesetze nach ihrem Gutdünken machen …
Dies schreit förmlich nach klaren Worten, klare Aussagen !
Die Menschen wollen einfache und klar verständliche Worte hören.

Was ist aus dem Europa-Enthusiasmus geworden ?Wo ist heute die Europafahne ? Schwenkt die irgendein Sportler nach dem Sieg ??
Zusammen mit der Fahne seiner Region in diesem Europa ?

Wo ist der europäische Geist geblieben, wenn einige wenige ewiggestrige uns anfang März beleidigen werden ?
Die Aussagen mehrerer “enttäuschter Politiker” zu der Absage Durnwalders sind -aus Sicht Italiens- ja vielleicht irgendwo noch “verständlich”, aber was da derzeit am Rande unter der ganz normalen Bevölkerung so abläuft ist das eigentlich tragische.

Klar, dass wir als “0,6 %- Minderheit” jede noch so kleine Bewegung gegen “uns” sofort registrieren .

Vedo solo ora che si parla anche qui di un mio editoriale sul Corriere dell’AA. L’intervento di Thomas B. che mi chiamava in causa ha avuto anche una mia garbata (almeno, così mi pare) risposta, che propongo alla lettura. Ciao a tutti.
Ferruccio Cumer

Thomas Benedikter mi chiama in causa a proposito dei 150 anni dall’unità  italiana. Solo qualche precisazione senza polemiche, sempre pericolose e dannose perché scaldano gli animi (come regolarmente successo anche questa volta) – cosa di cui non c’è proprio bisogno. Non ho mai detto che Durnwalder e i sudtirolesi di lingua tedesca sono italiani (ma solo, e controvoglia, com’è loro diritto, ”cittadini italiani”) né li ho invitati a festeggiare “gioiosi”. Tanto meno ho parlato di “imporre” alcunché. Ho detto invece che “Non si tratta di mostrarsi solidali con l’Italia nazionalista della Grande Guerra, né con quella fascista, né con quella nazifascista: si tratta di partecipare con discrezione a un momento celebrativo di un Paese che si è dimostrato da moltissimi anni, sotto la guida di governi di vari colori, un autentico amico del Sudtirolo e dei diritti delle sue minoranze.” Credo che gli anni sempre più liberi e prosperi dell’autonomia che vanno dagli anni Settanta a oggi si possano a buon diritto considerare moltissimi, sufficienti per far dimenticare gli errori commessi nel passato da ambo le parti e per apprezzare i passi verso la reciproca comprensione, fra i quali anche un gesto ufficiale di amicizia in un momento istituzionale può trovar posto. Il Sudtirolo è ormai quasi assurto al rango di stato autonomo e fra stati o istituzioni comparabili, a distanza di tanti anni dai torti reciproci e dopo la cancellazione delle ingiustizie, solitamente si rispetta un minimo di fair play. Si pensi ai rapporti odierni fra il Giappone e gli Stati Uniti dopo le stragi atomiche, o fra Israele da un lato e Germania e Austria dall’altro dopo la Shoah. Forse gli israeliani non amano i tedeschi, ma fra i loro rappresentanti ufficiali il clima è quello che ci si aspetta da chi sa ricostruire rapporti anche con gli ex-nemici; e in seguito l’esempio dei governi, grandi o piccoli, è utile anche alla distensione fra le popolazioni. Il comportamento contrario alimenta i nazionalismi, non li spegne, e questo riguarda evidentemente anche i nazionalismi e i nazifascismi nostrani di ogni lingua e colore dei quali noi sudtirolesi (di ogni etnia) abbiamo il dovere di liberarci al più presto. E per far questo è sì importante ricordare, ma solo per poter poi generosamente dimenticare e così vivere finalmente come figli della stessa Heimat, senza attendere che ogni minima traccia di un lontano passato ingiusto sia stata fatta scomparire. Occorre spiegare, non cancellare, dialogare, non aggredire. Altrimenti non ne usciremo mai più.

@Cumer
Sie schreiben, es ist wichtig zu erinnern um zu vergessen. Aber die Frage ist doch, wer was nicht vergisst!
Ok, die Südtiroler müssten die Zeit der Unterdrückung und Folter vergessen und in eine gemeinsame Zukunft schauen.
Und die altoatesini müssten die Zeit vergessen, in der sie in unserem Land als Herrenrasse auftraten, die uns unsere Kultur und unsere Sprache verbot, um gemeinsam in die Zukunft zu schauen. So weit, so gut. Die Frage ist aber, wer ist die ersten Schritte gegangen, bisher?
Sehr viele Südtiroler sprechen sehr gut italienisch, wieviele altoatesini sprechen so gut deutsch, oder versuchen es zumindest im öffentlichem Raum?
Sehr viele Südtiroler wählen eine Partei der Mitte, die immer versucht hat, mit den politischen Vertretern der altoatesini zusammenzuarbeiten, und was wählen die meisten altoatesini? Rechts bis Extremrechts!
“Occorre spiegare, non cancellare”
Die Mehrheit welcher Sprachgruppe wehrt sich vehement gegen eine Aufarbeitung des Faschismus in Südtirol, wozu ich auch das Geschreie und Getue um die faschismus- verherrlichenden Bauten zähle?
“dialogare, non aggredire”
Wer organisiert denn seit Tagen, seit Wochen, eine Hetzkampagne? Wenn die meistgelesene Zeitung der altoatesini populistisch zum Angriff pfeift, wer soll da noch mit Argumenten diskutieren?
Und ja, sie haben recht, non ne usciremo piú!

Q.E.D. Con le accuse e i rimbrotti non se ne ne uscirà  mai di certo. Sarei tentato di rispondere punto per punto, ma è proprio quello che non bisogna fare, se vogliamo uscirne davvero, e quindi non ribatto. Fra il resto potrebbe anche avere ragione Lei: io sono persuaso che fra torto e ragione a volte la differenza sia un nulla.
Solo una cosa: che differenza ci sarebbe fra altoatesini e sudtirolesi? La mia famiglia è in Alto Adige da 92 anni, i miei genitori erano di cittadinanza austroungarica, mio nonno ha combattuto nei Kaiserjäger. Forse almeno io sono un sudtirolese italiano e non un “altoatesino”. O questa odiosa distinzione fondata su lingua ed etnia è destinata a durare per sempre? Non sono più trentino, non sono ancora sudtirolese… alla mia età ! La crisi di identità  incombe. Figuriamoci la situazione di chi è qui da *solo* cinquant’anni…

Solo una cosa: che differenza ci sarebbe fra altoatesini e sudtirolesi? La mia famiglia è in Alto Adige da 92 anni, i miei genitori erano di cittadinanza austroungarica, mio nonno ha combattuto nei Kaiserjäger. Forse almeno io sono un sudtirolese italiano e non un ”altoatesino”. O questa odiosa distinzione fondata su lingua ed etnia è destinata a durare per sempre?

Cfr.: [1] [2] [3]

Caspita. Ho riletto i miei interventi sul secondo articolo da te linkato e li ho trovati magnifici. Ero troppo intelligente, una volta.

@ferruccio
sehr gute antwort, meine kleinen provokationen waren eben so gesetzt, um ein “ribattere” zu erzeugen, was sie sehr gekonnt umschifft haben.
und auch ich glaube, zwischen “torto e ragione” ist es ein sehr schmaler grad, wenn überhaupt ein grad zu finden ist, aber ist das wirklich so wichtig, das rechthaben?
Was ihre bemerkungen zu südtiroler und altoatesini betrifft, auch das war eine kleine provokation meinerseits. aber interessant ist ihre antwort, es scheint als wäre die bezeichnung “altoatesino” für sie eine kleine beleidigung, eine abwertung ihres tuns und lebens in unserem land. mit der biografie ihrer familie versuchen sie doch ihr recht zu unterstreichen, südtiroler genannt zu werden, und sie haben alles recht der welt dazu!

Es ist immer wirklich lustig sich mit einem so klugen und vernünftigen Gesprächspartner unterhalten.
Ciao!
P. S. Tutte le persone nate, residenti, occupate in Sudtirolo che, pur mantenendo identità  culturali ed etniche diverse, accettino una certa “sudtirolesità ” sono sudtirolesi, non solo chi può riferirsi ad antenati austroungarici come me, sia ben chiaro. Lei è d’accordo?

Es ist immer wirklich lustig sich mit einem so klugen und vernünftigen Gesprächspartner unterhalten.

Höre ich da einen leisen sarkistischen Unterton?

Um auf ihre Frage zu antworten; das ist eine schwieriges Thema. Jeder Mensch in unserem Land kann sich natürlich Südtiroler nennen, aber ob er sich auch als Südtiroler fühlt?? Man müsste die von ihnen angesprochene “sudtirolesità¡” besser definieren!

Ich halte (gemäß BBD-Manifest) nichts davon, die »sudtirolesità « an irgendwelche Bedingungen zu knüpfen, die man zu erfüllen hätte. Jeder, der seinen Wohnsitz in Südtirol hat, ist (ungeachtet seiner Herkunft, Religion, Sprache, Hautfarbe, politischen Gesinnung…) ein Südtiroler — wobei das auch keine Zwangsbeglückung sein soll, also jedem unbenommen bleibt, sich als etwas anderes zu fühlen.

Visto che la sudtirolesità  l’ho tirata in ballo io, cerco di indicare all’incirca e in modo volutamente leggero e semiserio (e così vorrei che la prendessero tutti) che cosa intendo. Ovviamente la sudtirolesità  come la penso io non può essere imposta e si può essere ottimi cittadini del Sudtirolo senza “possederla” , ma nessuno può impedire di acquisirla.
Chi nasce e vive in Sudtirolo (sto parlando soprattutto di chi non è di lingua tedesca ma è desideroso di integrarsi, di sentirsi a casa, di trovare una nuova Heimat) dovrebbe in primis essere lieto di vivere in questa terra magnifica, amarla, tutelarla, proteggerla, non svenderla, non alterarne gli aspetti fondamentali, pur non rifiutando per principio la modernità : ecco i primi passi verso la lieve e desiderabile sudtirolesità  di cui parlo o straparlo io. Naturalmente l’approccio alla sudtirolesità  non esclude la libertà  di non apprezzare alcuni aspetti e alcune persone particolari di questa terra, ma non perché sono sudtirolesi, bensì per lo stesso motivo per cui non si apprezzano certe persone di qualunque origine per il loro modo di essere o di pensare. Il nostro aspirante dovrebbe interessarsi alle tradizioni di questa terra, o almeno rispettarle e non deriderle o disprezzarle e invece farle conoscere – mantenendo ovviamente, se gli sembra giusto, le sue. Se qualcuna delle usanze locali gli piace, potrebbe anche adottarla, come hanno fatto i sudtirolesi italiani con San Nicolò e quelli tedeschi con la pastasciutta. Dovrebbe sforzarsi di imparare il tedesco e se ce la fa (cosa non facile) almeno il dialetto bolzanino (o anche gli altri, anche se mi sembra praticamente impossibile). Dovrebbe evitare come la peste frasi come “Qui siamo in Italia!”, dette soprattutto con un certo tono. Dovrebbe provare interesse per l’antica storia del Sudtirolo, per le sue saghe e le sue leggende e fonderle con le proprie d’origine. Dovrebbe anche sapere che nel XIX secolo il vero e unico Sudtirolo era il Trentino, e quindi i sudtirolesi italiani non sono una nuova etnia particolarmente sorprendente… Potrebbe cercare di amare la montagna, le Dolomiti, di frequentarle e di rispettare le usanze tradizionali di chi la frequenta, come il saluto fra passanti. Non dovrebbe nutrire prevenzioni verso la lingua, il cibo, l’abbigliamento, la lingua, i canti, i gusti dei sudtirolesi, pure senza necessariamente doversene entusiasmare o adottarli come propri. Dovrebbe seccarsi di fronte all’ignoranza degli italiani (ma anche di austriaci e germanici!) sul Sudtirolo, sulle sue vicende, sulle sue istituzioni. In Sudtirolo dovrebbe sentirsi a casa. Ovviamente lui in certi casi potrebbe anche parlare male del Sudtirolo stesso e di certi suoi abitanti, ma tutto sommato gli dà  fastidio sentirlo fare dagli altri. Quando va “in Italia” o all’estero è molto orgoglioso di definirsi altoatesino o sudtirolese, secondo i casi, e di raccontare come vanno le cose nella sua terra. Sa che i territori di confine di tutto il mondo sono quasi sempre multietnici, e se magari non gli sembra proprio una situazione invidiabile (come in realtà  è o dovrebbe essere), gli sembra almeno normale. Saluta la gente, ringrazia ed è educato. Ha rispetto per il lavoro. Rispetta anche le autorità  politiche e religiose, quando sono rispettabili. Non è obbligatorio essere entusiasti di Andrea Hofer, ma almeno sapere chi è sì. Non è obbligatorio bere alcolici e mangiare la testina di vitello. Non è obbligatorio votare per un partito etnico. Sarebbe auspicabile sapere che cosa hanno fatto fascisti e nazisti in Sudtirolo (ma anche in altri luoghi e paesi) e fare di tutto perché simili cose non si ripetano. Sarebbe auspicabile essere persone serie, lavoratrici, di parola, che pagano le tasse.
Dio mio. Mi rendo conto che sto parlando di una sudtirolesità  che esiste ormai anche presso ben pochi sudtirolesi di lingua tedesca e ladina (o forse addirittura non è mai esistita) ma insomma, per me, fin da bambino, un sudtirolese, anche acquisito, dovrebbe essere all’incirca così: forse me l’hanno insegnato i miei genitori.
Probabilmente è tutto sbagliato, ma dipenderà  dl fatto che domani compirò gli anni e sarò un sudtirolese italiano settantunenne che crede di aver conosciuto un Sudtirolo in realtà  mai esistito e solo sognato.

Io vorrei tanto sostenere un esame di sudtirolesità . Qualcuno mi sa indicare l’ufficio al quale mi devo rivolgere?

Io vorrei tanto sostenere un esame di sudtirolesità . Qualcuno mi sa indicare l’ufficio al quale mi devo rivolgere?

Das tägliche Handeln und Auftreten zeigt ob man ein Südtiroler oder ein Fremder ist. Denn dazu gehört weit mehr als seinen Wohnsitz irgendwo in Südtirol zu haben, ganz besonders das beherschen der Sprachen!
Ein Beispiel: in unserer Firma arbeitet seit kurzem ein “Ausländer” aus Pakistan. Er spricht perfekt Deutsch, Dialekt und gut Italienisch. Des weiteren arbeitet seit 20 Jahren ein Italiener bei uns, der seit er 4 Jahre alt war in Südtirol lebt, er kann oder will nicht Deutsch oder Dialekt sprechen.
Der “Ausländer” hatte also keine Probleme sich sofort BESSER in unser Team (und seiner Umgebung) zu integrieren als es dem Italiener je gelingen wird. Leider!!!
Die Sprache ist und bleibt der Integrationsfaktor Nr.1 vor allem in Anbetracht der Geschichte unseres Landes!

Mi sono accorto di avere scritto Andrea Hofer. Non è stato un subdolo tentativo di italianizzare l’oste della Val Passiria, ma un errore di battitura…
Quanto alla funzione primaria delle lingue per vivere la mia famosa sudtirolesità  (da prendere sul serio, ripeto, solo fino a un certo punto) come si può non essere d’accordo? Però il dialetto, per chi non lavora in un ambiente e con dei colleghi in cui sia possibile sentirlo e impararlo, è difficile, e per molti resta un’utopia. Lì veramente può funzionare solo un qualche tipo di immersione.

@ Helli

È bellissima l’argomentazione che procede dalla frase “io conosco uno che…”. Poi, passando di grado, si arriva a formulare statistiche. :)

Mi rendo conto che l’ironia sia una merce sempre più rara.

dimenticavo una cosa importantissima! Se proprio le carte non fanno schifo (io per esempio mi annoio mortalmente) imparare a giocare a Watten! E’ quasi importante quanto la lingua… ;-)

Se proprio le carte non fanno schifo (io per esempio mi annoio mortalmente) imparare a giocare a Watten! E’ quasi importante quanto la lingua

Und dazu einen Südtiroler Speck und a Glasl Roatn, und man wird sogleich vom “Luis” adoptiert.

“Ein Beispiel: in unserer Firma arbeitet seit kurzem ………….”
Und, was willst du damit sagen? Lieber eine Ausländer als einen Italiener?
Wie schon gadilu geschrieben hat, der Anfang war gut, aber warum dann immer diese Vergleiche, die nichts bringen ausser………………?!?!?!
Ja was??

e pensare che io volevo restare sul tono amichevole e scherzoso…
Comunque, sì: perché generalizzare?
Carissimi, se la piega diventa questa vi saluto, di discussioni su base etnica ne ho fin sopra i capelli

Mi pare che quello di Helli volesse essere un esempio per spiegare che cosa è utile alla convivenza e che cosa la ostacola, attraverso il paradosso del concittadino di provenienza straniera — che può avere meno problemi a vivere la realtà  plurilingue di questa terra rispetto a una persona nata qui. Non ha mica detto: Gli «stranieri» in generale hanno meno difficoltà  (…) rispetto agli italiani (o ai tedeschi o ai ladini). Anch’io nella mia esperienza professionale ho conosciuto molti (!) «nuovi sudtirolesi» linguisticamente meno «inibiti» di alcune persone nate e cresciute qui. Che, tra i sudtirolesi di origine, siano soprattutto gli italiani a non avere una buona padronanza della seconda lingua, è un dato di fatto — ma a dire il vero non è questo il punto.

A mio avviso, come ho scritto sopra, il punto è che distribuire «patenti di sudtirolesità » non può portarci avanti. Secondo me, ribadisco, dobbiamo considerare sudtirolesi tutti coloro che vivono in questa terra. Quelli che non sono in grado (o, peggio, si rifiutano) di capire e parlare la «lingua dell’altro» rappresentano un problema per la coesione sociale, ma non per questo non sono sudtirolesi. Per avanzare dobbiamo prendere coscienza dei problemi che certe persone e certi atteggiamenti (per volontà  propria o, ad esempio, per le insufficienze del «sistema») rappresentano per la nostra terra e cercare di risolverli insieme.

Sapevo che alla fine ne sarebbe uscito un discorso serio e magari serioso, ma in fondo non mi dispiace, anche se il mio tono, a partire da un certo punto, si era fatto volutamente leggero.
Dice Pérvasion: “A mio avviso, come ho scritto sopra, il punto è che distribuire «patenti di sudtirolesità » non può portarci avanti. Secondo me, ribadisco, dobbiamo considerare sudtirolesi tutti coloro che vivono in questa terra. Quelli che non sono in grado (o, peggio, si rifiutano) di capire e parlare la «lingua dell’altro» rappresentano un problema per la coesione sociale, ma non per questo non sono sudtirolesi. Per avanzare dobbiamo prendere coscienza dei problemi che certe persone e certi atteggiamenti (per volontà  propria o, ad esempio, per le insufficienze del «sistema») rappresentano per la nostra terra e cercare di risolverli insieme.”, Ovviamente, se prendiamo le cose da questo punto di vista, Pérvasion ha ragione.
Tuttavia, in modo volutamente scherzoso, io impostavo un discorso generale: se ti vuoi sentire veramente a casa tua, in qualunque luogo, devi cercare di non isolarti e di rispettare e apprezzare entro limiti ragionevoli gli usi della casa. Molti non lo fanno, si isolano e restano isolati per sempre. E questo causa guai gravi: solo l’interscambio culturale in senso lato favorisce l’inserimento e la fiducia. Se poi uno non si vuole integrare in un certo luogo o per lo meno sforzarsi di sentirlo suo con i pregi e i difetti tradizionali (contro i quali difetti i volenterosi invece eventualmente lotteranno, ma senza astio e pregiudizi) ne sarà  cittadino ugualmente, ma in senso solo burocratico. Molti cittadini di molti paesi, in tutto il mondo, lo sono solo in questo limitato senso burocratico ma si rifiutano di tentare, almeno, di conciliare la loro cultura di origine con quella del paese di cui sono ospiti. Mi pare che una bella percentuale dei problemi globali del mondo derivi da questi atteggiamenti. Quanto alla “sudtirolesità “, si trattava di un gioco, di una fantasia, di una piccolissima provocazione: pensavo che (soprattutto avendolo ripetuto più volte) lo avessero compreso tutti.
Però, lo ammetto, secondo me come categoria sociologica e spirituale un po’ assurda ma spesso utile la sudtirolesità  in qualche maniera esiste. Naturalmente nessuno parla di patenti né cartacee né mentali: tuttavia per sentirsi ed essere definito sudtirolese uno deve esserlo un po’, sudtirolese. Per capirci: non si tratta solo di una questione di residenza fisica. Se la mettiamo così è sudtirolese chiunque capiti qui per caso, si fermi quel tanto che basta per ottenere residenza e cittadinanza, non sappia e non voglia sapere nulla del luogo, e poi scompaia nel vasto mondo. Prendiamo invece la Melandri: a giudicare dal libro che ha scritto non vi sembra più sudtirolese lei, romana che conosce e ama il Sudtirolo, di molti che lo risultano anagraficamente? E’ una sorta di sudtirolese ad honorem…
E’ un discorso che vale per tutte le terre, per tulle le Heimat. Se un italiano emigra in America per lo più mantiene le sue radici italiane e ne è orgoglioso (oh Dio, non so oggi dopo l’era Berlusconi) ma nel contempo diventa americano a tutti gli effetti anche da un punto di vista socioculturale ed è orgoglioso anche di questo; ed è questo atteggiamento che lo salva dall’emarginazione. Al posto dell’America mettete il Sudtirolo: perché il ragionamento dovrebbe cambiare?

Ja Ferruccio,
Deine Richtigstellung war schon notwendig, denn anhand Deiner “kleinen” Provokation ist gut zu sehen, wie empfindlich die reale Situation bei uns derzeit ist.
Wenn unser gemeinsames Land ein Paket wäre, das man auf die Reise schickt , müsste man “Fragile” draufschreiben, oder besser “molto fragile”!

Mah, io non mi “sento” sudtirolese neanche un po’ (e tanto meno “altoatesino”) e QUI vivo benissimo lo stesso. Sul mio imballaggio ci sarà  scritto “difettoso”?

Non sento la necessità  di esplicitare nessuna appartenenza particolare. Sono un cittadino italiano che vive in provincia di Bolzano, ma questo “fatto” non costituisce la base di una riflessione privilegiata o apertamente tematica.

Mi correggo: questo “fatto” può fornire la base di una riflessione priviliegiata o apertamente tematica senza coinvolgere necessariamente la sfera dei sentimenti (non è una questione sentimentale, insomma, ma eventualmente teorica).

(non è una questione sentimentale, insomma, ma eventualmente teorica).

Gadilu, sottovaluti, nel bene e nel male, il potere dei sentimenti. I sentimenti di appartenenza a una terra sono importanti, anche per chi si sforza di non cedere a nessuna appartenenza. Io appartengo al Sudtirolo, anche se a volte trovo molti suoi abitanti di ogni lingua e origine insopportabili; se non ridete, posso spingermi a dire anche che lo amo.

Non li sottovaluto affatto, caro Ferruccio. Ma ho il dovere intellettuale di non naufragarci dentro e di ridurne il più possibile la “presa”.

“se non ridete, posso spingermi a dire anche che lo amo.”
Da gibts gar nichts zu lachen, das ist doch eher ein Zeichen dafür, dass Sie ihren Weg, ihre Heimat gefunden haben, gefühlmässig.
Aber natürlich kann man auch ohne Gefühle an die Sache rangehen, sozusagen von der intellektuellen Seite, und da ist das “Sich einlassen” schon viel schwieriger, da durch diese intellektuelle Distanz die Einschätzungen eines Landes viel distanzierter und damit auch obiektiver möglich wird.
Und ja, auch ich liebe dieses Land, mit all seinen Eigenheiten, oder gerade deawegen.

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