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Triplo capovolgimento dell’autonomia.
Riforma

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Qualche giorno fa il Senato italiano ha approvato in prima lettura la riforma dell’autonomia trentino-sudtirolese, un traguardo che alcuni hanno voluto dedicare all’ex senatore Roland Riz dell’SVP, recentemente scomparso e tra i principali architetti dello Statuto vigente.

Il vice Landeshauptmann Marco Galateo (FdI), invece, su Instagram non ha avuto difficoltà a elencare ciò che, a suo avviso, costituirebbe il vero nocciolo della riforma:

Riequilibrio dei gruppi linguistici, rafforzamento dell’autonomia come opportunità di benessere per tutti i cittadini e riaffermazione dell’unità della Repubblica.

– Marco Galateo

Siamo dunque di fronte a un triplo capovolgimento della ragion d’essere dell’autonomia.

Quello che eufemisticamente viene definito «riequilibrio dei gruppi linguistici» presuppone infatti una simmetria — o una neutralità — di fondo che non esiste. L’autonomia non nasce per riequilibrare maggioranza e minoranze, bensì per correggere uno squilibrio strutturale intrinseco allo stato nazionale. In questo senso, il cosiddetto riequilibrio non è altro che un rafforzamento della maggioranza nazionale a scapito delle minoranze linguistiche, e quindi l’esatto opposto dello scopo originario dell’autonomia.

Il «rafforzamento dell’autonomia come opportunità di benessere per tutti i cittadini» invece riflette una concezione superficiale e perversa dell’autogoverno. L’autonomia non è soprattutto uno strumento di welfare territoriale, ma un meccanismo di tutela pensato per porre limiti al potere omologante dello stato. Il benessere dovrebbe semmai essere subordinato alla tutela delle minoranze, non viceversa. Paradossalmente, qualora la tutela puntualmente richiedesse di rinunciare a una parte di benessere materiale, dovrebbe essere quest’ultimo a cedere il passo.

Se infine una rimodulazione dell’autonomia produce come uno dei suoi effetti principali la «riaffermazione dell’unità nazionale», è assai probabile che si sia andati nella direzione sbagliata. L’autonomia dev’essere prima di tutto un argine al potere centrale e non può venire reinterpretata come strumento di integrazione e normalizzazione senza entrare in contraddizione con la sua origine storica e politica.

E aggiungerei un quarto elemento, per nulla marginale: una riforma dell’autonomia che entusiasma fortemente ultranazionalisti e post-fascisti, mentre provoca inquietudine a molti autonomisti, è un segnale d’allarme che dovrebbe indurre a interrogarsi seriamente sulla traiettoria intrapresa.

Probabilmente chi ha dedicato l’approvazione del testo a Roland Riz, dunque, mirava più a rivestire la riforma della sua autorevolezza che a onorarne l’eredità politica.

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