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Ecco gli ipocriti del plurilinguismo.

Li aspettavamo al varco, i grandi fascisti travestiti da fautori del plurilinguismo, e loro non hanno tardato ad arrivare. Quelli che si riempiono la bocca di immersione linguistica, di cartelli bilingui, di pari dignità delle lingue, di statuto di autonomia — ma solo quando può giovare all’erosione dei gruppi linguistici tedesco e ladino. Guai invece a invocare gli stessi princí­pi a loro tutela, e quindi potenzialmente scalfire le prerogative della «lingua nazionale unica».

Parliamo di etichettature, ché — come riferì qualche tempo fa — la camera di commercio, presieduta da Michl Ebner, si è rivolta ai politici sudtirolesi perché garantiscano l’effettiva parità delle lingue in ambito commerciale. Una necessità regolarmente segnalata anche dai rappresentanti dei consumatori oltre che dagli attori economici.
Già, perché in Sudtirolo, terra a maggioranza germanofona, nonostante lo statuto di autonomia garantisca dovrebbe garantire pari dignità alle lingue italiana e tedesca (art. 99), i prodotti immessi in commercio debbono tassativamente essere etichettati in italiano. Punto. C’è quindi una lingua di serie A e ci sono lingue di serie B. C’è una lingua (quella nazionale) tutelata dalla legge e ci sono lingue tollerate, né più né meno di una qualsiasi lingua straniera, e le cosiddette forze dell’ordine arrivano perfino a sequestrare giochi di società in lingua tedesca se non corredati di istruzioni anche in lingua italiana.

Questi eccessi, per i nostri fautori del plurilinguismo, non sono certo un problema — lo sono, invece, le richieste di parificazione linguistica e di rispetto dello statuto. A tal proposito sul quotidiano A. Adige in data odierna è apparso un articolo pieno di ipocrite preoccupazioni per la salute dei cittadini. Ma solo di quelli di lingua italiana, che, pare al contrario di quelli in lingua tedesca, non sopravvivrebbero alla disponibilità di prodotti etichettati solo nell’altra lingua (accanto a quelli etichettati solo in italiano).

Viene citato Alessandro Urzì*, postfascista (ma, quando fa comodo, impegnatissimo per il plurilinguismo), che riesce nell’incredibile impresa retorica di citare il plurilinguismo anche per giustificarne il rifiuto:

Ogni espressione della nostra società, anche le organizzazioni che rappresentano il mondo dell’economia, devono impegnarsi per la diffusione del bilinguismo. Ciò a tutela di tutti i consumatori. Si pensi ai rischi connessi all’uso di prodotti non conformi alle esigenze dell’acquirente per allergie o intolleranze varie. Ora la proposta [di parificazione del tedesco all’italiano] arriverà sul tavolo della contrattazione fra Svp e Pd. E dalla Sinistra ci si attende quel coraggio che ultimamente non ha mai dimostrato.

Già, il coraggio di rifiutare la diffusione di prodotti etichettati solo in tedesco (accanto a quelli etichettati solo in italiano e a quelli con etichettatura plurilingue) — per evitare che i cittadini di lingua italiana siano confrontati con quella che per i cittadini di lingua tedesca e ladina è invece una realtà quotidiana. Che oggi, anzi, entrando in un negozio, trovano più prodotti etichettati in greco e in spagnolo che nella propria lingua, senza che questo provochi le ire e le preoccupazioni di Urzì e dell A. Adige.

All’evidenza di questi fatti, forse (!) qualcuno si renderà finalmente conto che certa gente e certi media invocano pari dignità per le lingue solo quando va a vantaggio della propria lingua e a scapito di quelle altrui. Sarebbe quindi ora di distinguere tra chi persegue veramente il plurilinguismo e chi lo usa strumentalmente e vergognosamente come cavallo di troia per raggiungere scopi opposti.

Vedi anche: 1/ 2/ 3/ 4/ 5/ 6/

*) il cui partito (monolingue) ha messo in campo, alle recenti elezioni politiche, il «guru» dell’immersione linguistica Enrico Hell


Prodotti austriaci «rietichettati» in italiano presso un supermercato MPreis. Non esiste alcuna tutela analoga per i consumatori di lingua tedesca e ladina:

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14 replies on “Ecco gli ipocriti del plurilinguismo.”

Ecco il comunicato integrale di Alessandro Urzì:

L’ultima arrivata, fra le proposte che ci fanno fare quattro passi indietro nella storia, è quella che prevede che in Alto Adige le “informazioni per i consumatori” sui prodotti posti in vendita sugli scaffali dei nostri negozi e supermercati, possano essere in futuro integralmente nella sola lingua tedesca.
Questa intenzione, sulla quale sta lavorando da mesi ormai, con particolare intensità , un pool di potenti iperconsulenti a cavallo fra Provincia o operatori economici, ed a cui è stata dedicata una parte del Convegno odierno “Novità  nel diritto alimentare Ue: il filo diretto con l’Europa” organizzato dalla Camera di Commercio di Bolzano, è stata ora formalizzata in sede istituzionale.
Oltre ad essere già  previsto un disegno di legge dell’opposizione di lingua tedesca all’ordine del giorno del Consiglio provinciale, ci sono iniziative politiche più dirette ed “efficaci” (o per meglio dire pericolose) a livello parlamentare per sollecitare il varo (se ne potrà  parlare solo con un Governo nella sua piena disponibilità  dei poteri) di una norma che interpreti le norme della Repubblica italiana in forma… creativa.
Per farla breve la legge di tutti gli Stati membri dell’Eu prevede che i prodotti (nella loro generalità , in particolare quelli alimentari) debbano riportare le informazioni per il consumatore nella lingua del Paese, e quindi in Italia in italiano.
Indubbiamente la norma generale qualche problema in sede locale lo può portare. Sono numerosi i prodotti immessi sul mercato locale che non hanno indicazioni in più lingue, oltre a quella italiana.
Si supplisce a ciò con l’apposizione di etichette adesive con le indicazioni necessarie a tutela del consumatore.
Ciò avviene per alimentari e non.
Ma sono frequentissimi anche i casi opposti: di prodotti con indicazioni stampigliate sul contenitore solo in lingua tedesca (tantissimi i prodotti tossico/novici, pericolosissimi per la salute, come documentato dalle fotografie) per cui è stata apposta una informazione di garanzia in lingua italiana. La traduzione delle istruzioni.
La Camera di Commercio ma anche settori importanti della Svp oggi chiedono che tutto questo non ci sia più; che si possa passare ad etichette solo in tedesco, monolingui,. per quei prodotti dell’area tedesca immessi sul mercato altoatesino. Ma anche prodotti direttamente reealizati in loco: con stampigliature solo in tedesco. Non se ne capisce perchè!
Si parla ora di alimentari ma le iniziative riguardano tutto lo spettro dei prodotti commerciali. “Ciò faciliterebbe un gran numero di piccole e medie imprese altoatesine”, ha annotato il Presidente della Camera di Commercio Michl Ebner. Come se due centimetri quadri di indicazioni in lingua italiana sulle confezioni potessero mandare sul lastrico i produttori altoatesini. Vien da pensare male: ossia che non si voglia che sui prodotti altoatesini ci siano indicazioni in lingua italiana. Alla faccia dell’Europa e dell’Autonomia.
Queste proposte vanno respinte fermamente. Non se ne comprende la logica economica, se ne comprende molto meglio quella politica.
Ogni espressione della nostra società , anche le organizzazioni che rappresentano l’economia, devono impegnarsi per la diffusione del bilinguismo.
Ciò a tutela di tutti i consumatori. Si pensi ai rischi conessi con l’uso di prodotti alimentari non conformi alle esigenze dell’acquirente: per allergie o ogni altra intolleranza. Ma c’è anche il diritto alla conoscenza sulla tracciabilità  dei prodotti alimentari. Mentre per quelli tossico nocivi in vendita in tante drogheria della provincia c’è in ballo una questione di sicurezza assoluta del consumatore.
Insomma si deve pretendere il bilinguismo sulle confezioni, come lo si è fatto per i medicinali, non uno sciocco e pericolosissimo monolinguismo contrario allo spirito dello Statuto ma soprattutto del buon senso.
Ora la proposta arriverà  sul tavolo della contrattazione fra Svp e PD. Dalla Sinistra ci si attende quel coraggio che ultimamente non ha mai dimostrato. Sempre che ora ormai anche il pensare di avvelenare fisicamente i concittadini non venga più considerato disdicevole…

Urzì vuol far credere che oggi la legge prescriva il bilinguismo e che la SVP voglia abolirlo a favore del monolinguismo tedesco. Ovviamente, chiunque sia entrato in un negozio in Sudtirolo (se non ha il prosciutto sugli occhi*) sa che è vero il contrario: oggi solo l’italiano è prescritto e il tedesco è al massimo tollerato accanto all’italiano. Se il primo manca, devono venire applicate etichette adesive con la traduzione, se manca il tedesco (come nella stragrande maggioranza dei prodotti) non c’è problema. Nemmeno il bilinguismo nei medicinali, previsto dalla legge, è mai stato applicato. Pazzesco come si riesca a distorcere la realtà  per ragioni politiche.

*) ma i seguaci di Urzì su Facebook sembrano credergli

Incredibile, questi (fautori del plurilinguismo!) vanno a sporgere denuncia per un tubetto di colla, mentre al contrario a tutela delle lingue tedesca e ladina non esiste uno straccio di diritto:



Fonte: Facebook, pagina pubblica.

Das sind extrem perfide Methoden, die da einige Exponenten der italiensichen Rechtsparteien anwenden. Sie behaupten genau das Gegenteil von dem was Realität ist. Wie oft findet man ausschließlich italienische Beschriftungen in sämtlichen Geschäften, wobei die deutsche Sprache nicht mal vorhanden ist?! Meine Erfahrung ist jedoch jene, dass kaum ein Produkt ausschl. in deutsch beschriftet ist. Bei MPreis und allen anderen Firmen, die aus anderen deutschsprachigen Gebieten kommen, muss akribisch darauf geachtet werden, dass alles auch in ital. Sprache vorhanden ist. Diese Taktik die die ital. Rechtsparteien hier anwenden, ist gelinde gesagt äußerst unfair und ungerecht und einer Demokratie kaum würdig.

Meine Erfahrung ist jedoch jene, dass kaum ein Produkt ausschl. in deutsch beschriftet ist.

Bis heute ist es so, dass das Gesetz nur Beschriftungen in italienischer Sprache vorsieht. Importiert man ein Produkt nach Südtirol, ganz egal ob es auf Deutsch oder Chinesisch beschriftet ist, muss manuell nachetikettiert werden.

Ich hatte den Link zu diesem Artikel an die Facebook-Pinnwand von Enrico Hell (Vorsitzender von Genitori per il Bilinguismo und Kandidat der Urzì-Partei) gepostet. In seiner Antwort verstrickt er sich in kolossale Widersprüche… tja, geht auch nicht anders, wenn man einerseits vorgibt, für die Zweisprachigkeit zu sein, es aber ablehnt, dass die deutsche Sprache in der Produktetikettierung gleichgestellt wird:

Enrico Hell: questo post [l’articolo di BBD, nota] mi sembra di parte e pieno di pregiudizi (da cui sarebbe bene cominciare a liberarsi) e, nel titolo, anche offensivo. Il gruppo BBD-BrennerBasisDemokratie è quello che un tempo andava ad etichettare i negozi denunciandone la monolinguità  (affiggevano cartelli d warning all’esterno) (sempre che non mi sbagli). Per me ognuno usi la lingua che vuole, assumendosi la responsabilità  sulla clientela, che puo’ cambiare prodotto se non ne capisce la descrizione. Poi dato che il bilinguismo è il patto alla base dello Statuto di autonomia dell’Alto Adige, se BBD vuole lavorare contro lo Statuto e contro il bilinguismo, lo faccia, non necessariamente scivendo sul mio diario.

Ich: Se il bilinguismo è il patto che sta alla base dello statuto di autonomia, perché oggi la legge consente il monolinguismo italiano (larghissimamente praticato)? Due pesi e due misure? Ci sono due soluzioni per parificare le lingue come previsto dallo statuto: 1) Prevedere il bilinguismo, tassativamente, per tutte le etichette; 2) Consentire, accanto alle odierne etichette monolingui italiane anche le etichette monolingui tedesche e che quindi siano i clienti a scegliere. Per voi invece va tutto bene così com’è (legge che prescrive il monolinguismo italiano e tollera il bilinguismo), e quindi non ho difficoltà  a definirvi degli ipocriti.

Enrico Hell: L’unica volta che ho avuto difficoltà  con le etichette monolingui è stato in Islanda, dove non capivo niente. Credendo di comperare un dolce ho invece acquistato pane alle cipolle e una volta agnello marinato invece che agnello da fare alla griglia. Nel resto d’Europa, invece, non mai avuto difficoltà  e cosi’ credo sia in Alto Adige per tutti. Pertanto la tua presa di posizione è su un falso problema o quantomeno stai discutendo di una questione irrilevante. Ma forse tu intendi la questione dei nomi come la questione di chi comanda o di chi deve comandare. Questa pero’ e’ tutta un’altra cosa.. che non c’entra con il commercio e nemmeno con il bilinguismo. Se era per questo che attaccavate i cartelli sui muri dei negozi monolingui, allora l’iprocrisia potrebbe essere altrettanto agevolmente rinfacciata a voi. STOP.

Die Zweisprachigkeit der Etiketten ist also laut Hell ein nicht existierendes Problem, da in Südtirol alle die (einsprachig italienischen) Etiketten verstehen. Mal davon abgesehen, dass das die Verbraucherzentrale anders sieht, fragt man sich, warum es für einen vehementen Verfechter der Zweisprachigkeit ein Problem sein sollte, wenn neben einsprachig italienisch beschrifteten Produkten auch einsprachig deutsch beschriftete zugelassen werden. Laut seinem Chef Alessandro Urzì wäre das ja eine Gefahr für die Sicherheit der Bürger (also doch kein nicht existierendes Problem). Hell liefert kein einziges Argument, sondern behauptet, die Gleichstellung der Sprachen (nicht etwa die jetzige Situation, in der nur italienische Etiketten vorgeschrieben sind) wäre eine Machtfrage («questione di chi comanda o di chi deve comandare»). Unglaublich.

Leider kann ich Enrico Hell nicht mehr antworten, da er mir umgehend die Facebookfreundschaft aufgekündigt hat.

Wer Lust hat, kann sich auch die recht aufschlussreiche Diskussion zu diesem Thema auf der Facebookseite der Tageszeitung A. Adige durchlesen. Fast alle Kommentatoren betrachten die ins Auge gefasste Gleichberechtigung der Sprachen als diskriminierend. Höchstens könnte man sich noch zu einer Vorschrift durchringen, die zwangsläufig zweisprachige Etikettierungen für alle Produkte vorsieht — andernfalls soll am besten alles so bleiben, wie es ist. Den deutschsprachigen Südtirolern ausschließlich italienische Etiketten zuzumuten, scheint jedoch kein Problem zu sein. Die Unfähigkeit, sich auch in die Bedürfnisse der anderen hineinzuversetzen, scheint absolut.

Gibt es keine Möglichkeit beim europäischen Gerichtshof für Menschenrechte eine Sammelklage vorzubereiten gegen die ungerechte Behandlung der deutschsprachigen Südtiroler in Bezug auf die Produktbeschriftungen? Ich würde sofort unterschreiben. Vielleicht könnten diese extremen Positionen von ital. Rechtsparteien dann in die Schranken gewiesen werden.

Ich denke nicht, dass es darauf einen international einklagbaren Anspruch gibt — Minderheitenrechte sind leider sowohl in der EU, als auch im Völkerrecht nur mangelhaft verankert, da EU- und Völkerrecht ja grundsätzlich von den Nationalstaaten »gemacht« werden. Und die haben verständlicherweise kein Interesse, sich diesbezüglich selbst verbindliche Vorschriften zu machen.

Wirklich seriöse Standards für Minderheitenschutz gibt es auf internationaler Ebene nur im Rahmen freiwilliger Abkommen wie der Europäischen Charta für Regional- und/oder Minderheitensprachen. Letztere wurde von Italien zwar unterzeichnet, aber niemals ratifiziert — doch ohne Ratifizierung ist sie nichts wert (unterzeichnen kostet nix).

Sehr wohl gäbe es für Südtirol jedoch auf Staatebene die Möglichkeit einer Klage, da die Gleichberechtigung der deutschen und italienischen Sprache im Autonomiestatut verankert ist, jedoch in diesem Bereich de facto (und auch de iure) nicht gewährleistet wird. Klagen müsste man jedoch vor dem italienischen Verfassungsgericht, das — wie auch letzthin — immer wieder bewiesen hat, dass es Normen im Zweifelsfall zugunsten des Zentralstaats auslegt. Wie ich kürzlich beschrieben hatte, ist das eine Situation, in der wir gegen eine ungleich stärkere Mannschaft (den Staat) spielen und diese Mannschaft auch noch den Schiedsrichter (das Verfassungsgericht) auf ihrer Seite hat. Ob es sich da überhaupt lohnt, sich auf ein Spiel einzulassen, ist eben die Frage. Eigentlich wäre es ja wirklich gerechter, wenn es für solche Auseinandersetzungen ein externes (also internationales) oder wenigstens ein paritätisch besetztes Gericht gäbe.

Interessant ist, dass es in Innsbruck bei Interspar zweisprachig deutsch-italienische beschriftete Produkte gibt, während genau das gleiche Produkt bei Interspar in Bozen nur italienisch beschriftet ist und die ASPIAG sich konsequent weigert, daran etwas zu ändern. Es sind also nicht objektive Schwierigkeiten, die einer Gleichberechtigung der Sprachen entgegenstehen, sondern politische Opportunitäten. Die Verkrampfung, mit der bei MPreis italienisch nachetikettiert wird, ist ja beinahe schon pathologisch, aber aus der Angst vor empfindlichen Geldstrafen irgendwie erklärbar. Lebensrettende Medikamente, die es in Italien nicht gibt, wohl aber in Deutschland und Österreich, dürfen nicht eingeführt werden, weil die Beipackzettel nur in der Mehrheitssprache unserer Bevölkerung, nicht aber in der Sprache dieses Staates verfasst sind. Beispiele dieser Art gibt es noch viele, aber anscheinend interessiert sich kaum jemand dafür. Um so mehr ist BBD für die Behandlung dieses Themas zu danken.

Vor etlichen Monaten hatte der Südtiroler Landtag einen STF-Antrag genehmigt, mit dem die Landesregierung verpflichtet wurde, Firmen — obwohl gesetzlich nicht verpflichtet — für zweisprachige (leider nicht dreisprachige) Etikettierung zu sensibilisieren. Das wäre ein erster Schritt in die richtige Richtung gewesen, wobei die tatsächliche Gleichberechtigung erst durch ein Gesetz geschaffen werden kann. Weiß man, was die Landesregierung bislang gemacht hat, um den Auftrag des Landtags zu erfüllen? Mein subjektiver Eindruck ist nämlich: gar nichts.

Und die Verkrampfung geht bei MPreis meistens sogar so weit, dass die Etiketten über die deutsche Beschreibung geklebt werden.
Das Entziffern der italienischen Etiketten erfordert beinahe eine Lupe oder 12/10-Augen, vorausgesetzt die Schrift ist nicht verwischt…
Und wer sich die Mühe gemacht hat, die Übersetzung einmal mit dem deutschen Ursprungstext zu vergleichen, konnte sich hin und wieder sicher ein Schmunzeln nicht verkneifen.
Man kann es also auch übertreiben.

Jetzt ist es auch noch die Schuld von MPreis? Glaubst du, die würden nicht liebend gern auf diese Etiketten verzichten? Die bedeuten doch nichts anderes als einen enormen Mehraufwand und Kosten, d.h. einen Wettbewerbsnachteil gegenüber der »italienischen« Konkurrenz — und darüberhinaus eine Kundenbelästigung. Manche Produkte kaufe ich gar nicht, weil die Etikette größer ist, als die Verpackung und zudem sehr schwer abgeht. Glaub mir, kein Unternehmen der Welt macht sowas freiwillig.

Dass die nicht auch noch Zeit haben, bei jeder einzelnen Packung darauf zu achten, dass nicht der deutsche Text überklebt wird (wo das überhaupt möglich ist) liegt auf der Hand.

Die Zweisprachigkeit der Etiketten ist also laut Hell ein nicht existierendes Problem, da in Südtirol alle die (einsprachig italienischen) Etiketten verstehen.

Jetzt, da bestimmte Leute (Urzì, Hell, unter anderem aber auch Exponenten der sogenannten Linken usw.) ihre Maske fallen lassen ist auch glasklar, wohin die Immersionschule, innerhalb des nationalstaatlichen Rahmens führt. Mittelfristig heißt es dann, es verstehen eh alle Italienisch, wozu braucht es noch Deutsch als offizielle Amtssprache.
An einer wirklichen Mehrsprachigkeit sind diese Leute nicht interessiert, da müßten sie sich mal von ihrer nationalstaatlichen Ideologie lösen.

… genau so ist es! – Und das weinerliche Herbeireden von “Miteinander statt nebeneinander”! – Das lässt sich nicht herbeireden!
Da braucht es absoluten Respekt für die beiden Tiroler Sprachen deutsch und Ladinisch! – Es gebietet schon die Höflichkeit, stets in der Sprache des Kunden (besonders wichtig bei Medikamente) zu kommunizieren!
Außerdem Herr Tommasini und Alle die für eine kultiviertes Zusammenleben Verantwortung tragen: mit SüdtirolAltoAdige sind die beiden Realitäten “nebeneinander” für jeden deutlich zum Ausdruck gebracht! – Ein Miteinander heißt einzig und allein Südtirol/Sudtirolo!

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