Gli attacchi alla lingua tedesca in Sudtirolo — e in particolare alle varietà qui effettivamente parlate — vengono ormai portati avanti con una veemenza e a un ritmo finora sconosciuti. Politici di ogni colore, giornalisti, intellettuali e professionisti di lingua italiana sembrano aver scoperto nel dialetto sudtirolese il nuovo grande nemico della convivenza linguistica, e stanno portando avanti una battaglia senza quartiere, sotto la sostanziale apatia (quando non addirittura il sostegno attivo) del mondo di lingua tedesca.
La vecchia formula «qui siamo in Italia, qui si parla italiano» è diventata difficilmente presentabile e, inoltre, giustamente suscita forti resistenze da parte tedesca. Al suo posto è ora apparsa una versione più elegante: in prima battuta non si mette in discussione il tedesco in quanto tale, ma si contesta il fatto che i sudtirolesi parlino il proprio dialetto, suggerendo di passare allo standard o — appunto — all’italiano.
Per un appartenente a una minoranza linguistica, indipendentemente da quale si tratti e dal fatto che utilizzi uno «standard» o un dialetto, è già psicologicamente difficile mantenere la propria lingua nel contatto con chi parla la lingua maggioritaria dello stato (cfr.). Una volta che cambia registro, nella stragrande maggioranza dei casi non lo farà per passare da una varietà a un’altra della lingua minoritaria, ma tenderà ad assumere la lingua dell’altro: il termine scientifico è «accomodamento linguistico». E quindi, normalmente, non si sceglierà il tedesco standard, ma l’italiano.
Chi demonizza il dialetto tedesco in Sudtirolo forse dice di voler raggiungere il Hochdeutsch, ma molto più probabilmente otterrà l’assimilazione.
Un esempio concreto di come viene portata avanti questa battaglia è l’intervista di Valeria Frangipane con Bruno Fattor, responsabile del servizio diabetologico presso l’ospedale di Bolzano, apparsa sabato sul sito dell’A. Adige con un titolo molto eloquente: «Patentino, altro che tedesco il vero problema è il dialetto».
Tra le altre cose, Fattor propone di abbassare dal livello C1 al B2 il requisito di tedesco per il personale sanitario, concentrando maggiormente la formazione sul «linguaggio specialistico clinico». Nella stessa intervista, però, ammette di avere personalmente «una certa […] difficoltà a comprendere certe parti del discorso», quando la conversazione con i pazienti esce dall’ambito medico. E racconta che proprio per questo alcuni di loro finiscono per passare all’italiano.
Se un medico con una certificazione C1 incontra difficoltà nel comprendere il tedesco parlato dai propri pazienti, la soluzione può davvero essere abbassare il livello richiesto? E quando mai a un medico può bastare una conoscenza specialistica della lingua? Deve parlare in tedesco con i pazienti — o solo con altri medici?
Io personalmente quasi mai, con un medico di madrelingua italiana, ho avuto l’impressione che parlasse il tedesco «troppo bene», tanto da pensare che gli si sarebbe potuto richiedere un livello inferiore. Molto, troppo spesso ho avuto invece l’impressione contraria — e penso di non parlare solo per me.
La questione diventa ancora più interessante quando Fattor parla esplicitamente del dialetto, con un senso di superiorità linguistica che lascia a bocca aperta.
Racconta che negli anni ’90 del secolo scorso «il Bauer» (!) si sentiva «mortificato» se non riusciva a farsi capire. Oggi, invece, secondo Fattor, l’uso del dialetto avrebbe assunto «una coloritura prevalentemente identitaria, o politica».
È difficile non notare il grave problema di questa rappresentazione.
Perché il dialetto di decine di migliaia di sudtirolesi viene associato al «Bauer»? Perché chi lo parla dovrebbe sentirsi mortificato? E soprattutto: da quando il fatto che una persona utilizzi la propria varietà linguistica costituisce un problema politico?
Il dialetto non è una deformazione del tedesco, né un residuo folkloristico che può essere tollerato solo nella vita privata. È il tedesco in Sudtirolo, la varietà linguistica utilizzata quotidianamente da decine di migliaia di persone nella comunicazione orale, indipendentemente dal grado di istruzione — medici inclusi! —, in città come nelle zone rurali. Allo stesso modo in cui in un paese plurilingue come la Svizzera si parla lo svizzero tedesco, anche in situazioni molto più formali che in Sudtirolo.
Fattor arriva a sostenere che si possa «essere fieri del proprio dialetto da conservare (!) in un contesto “privato” di vita sociale», mentre nella vita professionale e nei rapporti con le istituzioni servirebbero «lingue scolastiche “ufficiali”».
Qui emerge una concezione della lingua da far rabbrividire.
Il tedesco che i sudtirolesi parlano realmente viene accettato finché rimane relegato alle proprie quattro mura e al proprio gruppo di amici. Quando entrano in ospedale, in municipio o in un’altra istituzione, dovrebbero invece trasformarsi in parlanti di una varietà diversa, quella appresa a scuola.
Ma il paziente non è un candidato al patentino. Non ha il compito di dimostrare al medico di saper parlare quello che lui ritiene il tedesco «corretto». Può certamente farlo, ma al contempo deve avere il diritto di essere compreso nella lingua nella quale riesce a esprimersi meglio, soprattutto quando è malato, anziano, spaventato, sotto choc o stress, o comunque in una situazione di particolare vulnerabilità. Altroché questione identitaria. Dover spiegare questa cosa a un medico mi spaventa.
Dipingere il dialetto come un ostacolo da eliminare è già discutibile sul piano linguistico e culturale. In sanità, però, diventa anche una questione di qualità e sicurezza dell’assistenza. La capacità di comprendere correttamente un paziente è fondamentale e non dipende certo solamente dalla conoscenza del lessico specialistico. Dipende dalla capacità di comunicare con una persona reale, nelle condizioni concrete in cui si trova, e non ultimo dall’empatia, che — nel caso specifico — nei confronti di chi parla dialetto non mi sembra particolarmente sviluppata.
Invece di restringere la formazione al linguaggio clinico, un approccio aperto, moderno dovrebbe portare ad allargarla alla varietà effettivamente parlata dalla popolazione.
E qui arriviamo a un altro passaggio significativo dell’intervista. Fattor racconta che, durante le visite alle quali assistono studenti provenienti dalla Germania, chiede ai pazienti sudtirolesi di parlare in Hochdeutsch, perché gli studenti — se non sono bavaresi — spesso non comprendono il dialetto locale. In queste situazioni, aggiunge, capita che sia necessario che un «Walsche[r]» come lui traduca in «tedesco ufficiale (!)».
È un modo curioso di intendere le priorità. Non è il medico o lo studente a dover (imparare a) comprendere il paziente, ma quest’ultimo a dover modificare il proprio modo di parlare affinché il medico o lo studente non facciano fatica.
Una curiosità sorge spontanea: in presenza dei famosi studenti tedeschi, Fattor chiede anche ai propri pazienti di lingua italiana di parlare in tedesco (standard), se lo sanno, oppure è un trattamento riservato a quelli di lingua tedesca?
A un certo punto concede che in Sudtirolo la conoscenza del tedesco è «certamente imprescindibile», ma afferma che sarebbe altrettanto necessario «un cambio di paradigma culturale radicale (!) da parte del mondo sudtirolese». Stupisce con quanta spocchia, ancora una volta, un rappresentante della maggioranza nazionale si arroghi il diritto di stabilire quale sia il paradigma culturale «corretto» per la minoranza linguistica.
Fattor spiega poi che, nel caso del diabete gestazionale, il 70 per cento delle pazienti necessita di mediazione in urdu, arabo o curdo, che viene fornita. E, bontà sua, dice di non vedere alcun impedimento a fornire un simile aiuto anche ai «pazienti sudtirolesi in difficoltà linguistica», che sarebbero «veramente pochi».
È naturalmente positivo che il servizio sanitario garantisca mediazione linguistica a chi ne ha bisogno. Ma il ragionamento evidenzia una questione di non poco conto: il tedesco dei sudtirolesi, per i quali il plurilinguismo ufficiale e le varie tutele sono stati istituiti, è ormai visto come una qualsiasi lingua straniera?
E chi sono quei tedeschi che non hanno «difficoltà linguistica»? Quelli che abbandonano la propria lingua per adeguarsi a quella del medico, con tutti i gravi rischi che ciò comporta? È questo lo stato ideale, da raggiungere?
Proviamo anche solo un attimo a immaginare affermazioni simili da parte di un medico di lingua tedesca, riferite ai propri pazienti di lingua italiana. Gli ispettori del ministero non tarderebbero ad arrivare.
La vecchia richiesta di assimilazione — il già citato «qui siamo in Italia» — non è dunque stata accantonata, ma si è arricchita di un passaggio che la rende meno evidente e per questo meno attaccabile. Il tedesco va bene, ma non quello che parlate voi.
Il dialetto diventa un espediente per mettere in discussione indirettamente la piena legittimità del tedesco, mentre l’italiano viene dipinto come una lingua franca «naturale», omettendo le gerarchie linguistiche strutturali e storiche, di tipo coloniale, che portano molti a preferirlo al tedesco standard nella comunicazione tra i gruppi. (L’assenza di un dialetto comune al gruppo linguistico italiano, tra l’altro, è dovuto proprio a questo passato.)
Quando si pretende che il dialetto venga confinato alla sfera privata, quando lo si associa all’arretratezza, quando si considera una richiesta accettabile che un paziente debba «tradursi» per essere compreso e quando contemporaneamente si propone di ridurre i requisiti linguistici per chi lavora nella sanità, è legittimo chiedersi quale sia la concezione della convivenza linguistica che sta dietro a tutto ciò.
L’idea che una lingua minoritaria sia accettabile soltanto quando anche nella forma orale si avvicina sufficientemente a uno standard codificato, quando viene parlata nel modo preferito dalla maggioranza e soprattutto quando non costringe quest’ultima ad impararla anche solo passivamente, la dice lunga.
Mi sorprende che dal mondo politico, mediatico e scientifico di lingua tedesca non si risponda per le rime a questi attacchi ormai quasi quotidiani, volti a rassicurare gli italiani che non vogliono imparare il tedesco e a mortificare i tedeschi in modo che, sempre più spesso, accettino di rinunciare alla propria lingua. Da parte tedesca vedo quasi solo rassegnazione, rinnegamento dei propri diritti e, a volte, adesione attiva al suprematismo.
E c’è poi un’altra questione, più concreta. L’intervista è stata pubblicata dall’A. Adige, testata edita da Athesia. Alla luce anche della sua storia, sarebbe interessante sapere se l’editore ritenga davvero accettabile che il proprio quotidiano veicoli — regolarmente — una rappresentazione del tedesco sudtirolese e dei suoi parlanti come quella proposta nell’intervista, senza contraddittorio.
Infine, forse sarebbe opportuno che anche l’Azienda sanitaria prendesse posizione su esternazioni di questo tipo. Non per mettere in discussione la libertà di opinione di un medico, ma perché qui non si parla soltanto di opinioni private: vengono messi in discussione principi fondamentali della comunicazione tra personale sanitario e pazienti, che toccano la qualità dell’assistenza e i diritti sanciti dalla legge. Quando un professionista parla pubblicamente del rapporto con i propri pazienti in questi termini, è lecito chiedersi se una presa di posizione dell’azienda non sia doverosa anche per tutelare l’immagine e la credibilità del servizio sanitario pubblico.
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